Garibaldesi e mafia
Ormai è storia: ad appoggiare dall'interno Garibaldi e tutta la manovra di conquista dello Stato Meridionale indipendente, pacifico e cattolico vi fu anche la mafia con tutte le sue specialità politiche e le svariate diramazioni sociali.
E' più che dimostrato che con la conquista del 1860 le mafie da parassitarie divennero imprenditoriali, scommettendo e investendo in uomini e mezzi sul nuovo corso liberal massone.
Così nasceva il Regno d'Italia, tra mercenari, massoni, carnefici in divisa e delinquenti della peggiore specie.
Il nostro ringraziamento al Dott. Ubaldo Sterlicchio che ci trasmette note ed appunti di alto interesse e, allo stesso tempo, di facile e leggera lettura come il brano allegato.
Cap. Alessandro Romano
Egregio Signor Capitano Romano,
quale ulteriore conferma (ammesso e non concesso che ve ne fosse stato bisogno) che la menzogna risorgimentale, dopo circa un secolo e mezzo, ha solamente avuto il grande "merito" di impedire all´intero Sud di crescere al passo delle sue enormi potenzialità e di vivere una vita degna delle sue caratteristiche, quantomeno simile a quella che le altre nazioni della vecchia Europa (compreso il resto dell´Italia) conducono all´inizio del terzo millennio, Le riporto, qui di seguito, il testo integrale di un paragrafo, eloquentemente titolato "Il baronaggio mafioso e l´epopea garibaldina", tratto dalla "Storia della Mafia" di Giuseppe Carlo Marino (Newton Edizioni); ovviamente, a causa delle ben note ragioni di conformismo storiografico, lo stesso autore vede i liberali ottocenteschi (definiti "gli autentici liberali e patrioti formati dal mazzinianesimo)" sotto un´ottica, ovviamente, del tutto diversa dalla nostra.
Purtroppo, la menzognera favola del risorgimento non riesce ancora a far comprendere (ovviamente solo a coloro che non hanno occhi per vedere, orecchie per sentire e bocca per parlare) che quanto è avvenuto nel corso della famigerata impresa garibaldesca è concatenato a quella maledetta scelta, della quale, più di una volta, il Sud è stato destinatario, di servirsi della malavita per stabilire un cosiddetto "nuovo ordine democratico".
Della mafia e dei suoi "picciotti", infatti, si servì Garibaldi, come se ne servirono gli Americani, nel corso del secondo conflitto mondiale (realizzando così uno sbarco incruento in Sicilia), nonché coloro i quali, negli anni successivi, ne consentirono addirittura un´attiva partecipazione alla creazione del nuovo sistema di potere nell´Italia Repubblicana. Tutti questi "utili idioti" (della mafia), ahimé, nemmeno immaginavano quanto male avrebbero cagionato al Sud e alle generazioni future!
Ma fu, soprattutto, grazie ai "meriti patriottici", acquisiti favorendo la piratesca impresa del tristemente famoso "eroe dei due mondi", che la mafia poté compiere un vero e proprio "salto di qualità" e diventare poi quell´associazione a delinquere che, come una piovra, ha avvinghiato la meravigliosa terra di Sicilia. Come ben sappiamo, successivamente, a Napoli, Garibaldi manterrà un analogo rapporto privilegiato anche con la camorra.
Gli sfasci spaventosi, in tal maniera provocati, sono ancora qui, nel Sud del terzo millennio, sotto gli occhi di tutti!
Purtroppo, gli "utili idioti" esistono anche oggi, e sono coloro che, ad ogni piè sospinto, gridano alla mafia e alla camorra (anche quando il nostro popolo viene colpito da gravi calamità), solo per giustificare la propria incapacità di risolvere gli immensi problemi che affliggono la nostra Patria duosiciliana.
Nel testo che segue, ho inserito fra, parentesi ed in corsivo, la necessaria indicazione inerente la Commissione parlamentare d´inchiesta, che viene ivi menzionata; nonché ho inteso evidenziare, in neretto, alcune espressioni ritenute alquanto significative.
Telese Terme, 24 gennaio 2006
Distinti saluti, Ubaldo Sterlicchio
Il baronaggio mafioso e l´epopea garibaldina
Garibaldi trascinò con sé nell´isola tutte le contraddizioni irrisolte del Risorgimento: il movimento unitario italiano sprigionò e mise in moto forze popolari, tracciò le linee di una riforma agraria che aggredì le proprietà ecclesiastiche fermandosi alla soglia dei latifondi dei baroni, potenziò la "fame di terra" dei contadini poveri; ma, nel complesso, nei suoi risultati finali, per i ceti popolari fu soltanto il sogno di una rivoluzione conclusosi con una disillusione (di cui fu tragico avvio l´eccidio proletario di Bronte, per opera di Nino Bixio) destinata a durare per decenni.
Da un punto di vista strettamente politico, gli unitari - sia gli elementi di sinistra del "partito d´azione" garibaldino sia quelli di destra, moderati o "cavourriani" - potevano comunque vantare una vittoria. Solo che, a vedere più addentro le cose, avevano vinto soprattutto per merito del "baronaggio politico-mafioso"; i Mille, infatti, non avrebbero fatto molta strada nell´isola, dopo lo sbarco di Marsala, se non avessero beneficiato dell´aiuto dei baroni e del loro seguito di borghesi e di mafiosi.
Quali premure, quali motivi indussero gente di tal fatta, non solo ad un appoggio generico alla spedizione garibaldina, ma a scendere direttamente in campo organizzando le squadre armate dei "picciotti"? La risposta resterebbe problematica se non potessimo disporre delle dichiarazioni rese dal duca Gabriele Colonna di Cesarò a una Commissione d´inchiesta di cui parleremo più avanti (trattasi della "prima" Commissione parlamentare d´inchiesta sul fenomeno della mafia, costituita con legge del 3 luglio 1875, e presieduta dall´onorevole Borsani; n.d.r.). Il suddetto duca rivelò appieno la "patriottica" strategia di classe del baronaggio siciliano con un giudizio assimilabile ad una vera e propria confessione: <<Io credo che la maffia sia un´eredità del liberalismo siciliano, perché, quando cadde il feudalesimo o, dirò meglio, quando il feudalesimo rinunziò da se stesso al suo potere (nel 1812), i Borboni contemporaneamente ruppero la fede giurata alla Sicilia e da allora cominciò una lotta continua, implacabile tra la Sicilia e i Borboni. E dico la Sicilia perché tutte le classi siciliane erano d´accordo in questa lotta, anzi l´aristocrazia siciliana trae il vanto di essere stata sempre d´accordo col popolo. Così è appunto che l´aristocrazia siciliana ha sempre avuta pronta e efficace la cooperazione del popolo in tutto ciò che si riferiva alla lotta contro i re di Napoli, come d´altra parte il popolo ha avuto sempre l´aiuto, la cooperazione e la direzione dell´aristocrazia. (...) Tutti i baroni, tutti i proprietari, tanto delle città come dell´interno, hanno sempre avuto una forza che stava attorno a loro e della quale essi si sono serviti per farsi giustizia da sé senza ricorrere al governo e della quale forza si sono serviti ogni qualvolta si è dato il segnale della rivoluzione. (...) Era poi naturale che quando si doveva fare una rivoluzione non si badasse tanto pel sottile alle fedi di coloro cui si ricorreva (...); per qualunque oggetto per cui in altre occasioni si sarebbe dovuto ricorrere alle autorità si ricorreva a questa gente, e per me qui sta l´origine della maffia>>.
Il documento, come meglio non sarebbe stato possibile, chiarisce con quali intenzioni l´aristocrazia siciliana, avvalendosi della "pronta ed efficace cooperazione del popolo", offrì il suo appoggio a Garibaldi: l´occasione fu subito utilizzata per infliggere un colpo mortale ai Borbone, con lo spirito antico di una classe abituata a "farsi giustizia da sé senza ricorrere al governo". L´ingiustizia alla quale si intese reagire consisteva nella drastica liquidazione, da parte del Borbone, del Parlamento siciliano e, più ancora, nella politica antifeudale avviata dallo Stato napoletano che, alla fine degli anni Trenta, fece persino balenare l´eventualità di una riforma agraria. Per l´antico ordine dei privilegi siciliani, la salvezza sembrò venire da Garibaldi, con quella strategia del "cambiare tutto per non cambiare niente" nella quale Tomasi di Lampedusa, acuto interprete delle tradizioni della sua classe, fa consistere il senso profondo della partecipazione siciliana al Risorgimento. La previsione era che, una volta liquidato l´arrogante Stato di Napoli, da Torino potessero venire tutt´al più dei fastidi, superabili nell´ambito di un nuovo patto tra i potentati siciliani e quel lontano re piemontese. Con questa prospettiva, i baroni si prepararono ad una nuova trattativa e intanto fecero il loro ingresso sulla scena della "rivoluzione" nazionale e la alimentarono con l´apporto decisivo della mafia, capace di controllare il popolo e di farne un ubbidiente e fedele strumento per la salvaguardia dei cosiddetti interessi e diritti siciliani, sotto la "direzione dell´aristocrazia". Fu così che personaggi mafiosi del tipo di Giuseppe Coppola, Santo Mele e Salvatore Miceli divennero "patrioti" e garibaldini, insieme a decine di altri capi delle squadre dei "picciotti", spesso costituite da ribaldi d´ogni genere, tra i quali numerosi erano i delinquenti comuni evasi dalle galere. Garibaldi, a sua volta, non andò troppo per il sottile nel vaglio delle qualità morali e dei precedenti penali di quello che fu definito lo stupendo popolo siciliano impegnatosi nella "rivoluzione nazionale".
Si potrebbe dire, forzando solo un poco i termini della realtà storica, che lo Stato unitario, almeno per quanto riguarda il comportamento della gran parte della classe politica, nacque in Sicilia nell´ambito di una strategia politica di tipo mafioso. Se si fa eccezione per i pochi autentici liberali dell´isola e per i patrioti formati dal mazzinianesimo, la maggioranza dell´establishment dell´isola dalla svolta unitaria nazionale attendeva una "libertà" equivalente alla possibilità di gestire in proprio, con minori intromissioni dall´esterno, gli affari siciliani. Ma anche gli autentici liberali e l´intero movimento garibaldino, per avere successo, dovettero tenere conto del senso e dei caratteri particolari di quell´attesa. E soprattutto dovettero accettare le speciali forze "popolari" dalle quali essa era sostenuta e alimentata.
Dalla "Storia della Mafia" di Giuseppe Carlo Marino, Newton Edizioni 1997, pagg. 16 e 17.
alessandro.romano19@tin.it




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