TRAGEDIA A BIELLA: SOLO 24 ORE PRIMA L’UOMO AVEVA AVUTO IL PRIMO INCONTRO CON GLI PSICHIATRI. CHIEDEVA DI ESSERE TRASFERITO
Suicida in cella l’assassino di Deborah
Aveva perseguitato per anni la ragazza prima di aggredirla a coltellate in un parcheggio
4/2/2006
BIELLA. «Voglio essere trasferito in un altro carcere, perchè qui non mi trattano bene». Lo diceva l’altro ieri Emiliano Santangelo, il killer di Deborah Rizzato durante il primo incontro con gli psichiatri, uno nominato dalla procura e l’altro di parte. Ieri, 24 ore dopo quel colloquio con i periti, Santangelo si è ucciso nella sua cella d’isolamento, a Biella. Aveva 34 anni ed era in attesa di sapere quando lo avrebbero processato per l’uccisione della giovane operaia. Nel carcere, blindato non solo dagli alti muri e dai cancelli ma anche dal silenzio, l’atmosfera è tesa: come ha fatto l’uomo a uccidersi? Lo sta
Emiliano Santangelo
chiedendo alla polizia penitenziaria il procuratore capo Ugo Adinolfi, per il quale parla solo il volto teso, a parte la scarna conferma della morte. Lo sta chiedendo anche l’avvocato difensore, Filippo Gramatica, di Genova: ieri sera anche lui ha tentato di mettersi in contatto con il carcere e con i magistrati, ma sempre inutilmente.
Radio carcere, si sa, supera però sbarramenti e silenzi e racconta che il suicidio di Emiliano Santangelo sarebbe avvenuto attorno alle 18, per impiccagione oppure per soffocamento: l’uomo avrebbe usato le lenzuola per trasformarle nel cappio o un sacchetto di plastica da stringere attorno al collo e chiudere una vita maledetta e intrisa di sangue.
Perchè il suicidio? Solo perchè, come aveva detto ai periti, si trovava male nella casa circondariale di via dei Tigli? Certo, potrebbe essere una spiegazione, ma non è la sola. E’ verosimile, invece, pensare che, a questo punto, e forse per la prima volta, Santangelo si sia veramente sentito braccato: nessuna via d’uscita, nessuna perizia e nessun strumento di legge utile per poter forzare le porte del carcere.
Mercoledì c’era stata infatti la svolta nelle indagini, che l’avevano inchiodato come responsabile della morte di Deborah. Non che ci fossero dubbi su come si erano svolti i fatti, ma sul piano formale l’ultimo tassello al drammatico mosaico l’hanno messo proprio due giorni fa i carabinieri del Ris di Parma. Dall’analisi degli indumenti dell’uomo gli esperti hanno stabilito che le macchie trovate sui pantaloni di Emiliano Santangelo altro non erano che il sangue della giovane di Cossato, il suo ultimo sogno morboso. A quel punto la posizione dell’uomo si era fatta insostenibile. E’ bastato quello per farlo cedere? I periti che l’hanno incontrato giovedì si sono trovati davanti un uomo tranquillo, scontento per il regime carcerario, forse, ma non a livelli così insostenibili da far sospettare la tragedia finale.
Era apparso tranquillo anche la settimana scorsa, in tribunale, quando aveva dovuto affrontare due processi: il primo, subito rinviato, e il secondo, che era sfociato in una condanna a un anno e otto mesi di reclusione. I giudici l’avevano riconosciuto colpevole di aver tentato violenza alla mamma di Deborah, un capitolo della drammatica vicenda finita nel sangue con l’uccisione a coltellate della giovane. Davanti ai fotografi e alla famiglia della ragazza, l’uomo aveva mantenuto uno sguardo quasi normale, cancellando la famosa smorfia diabolica che aveva segnato i momenti dell’arresto, avvenuto a Genova.
Una morte per una morte. Tutto era cominciato alla fine di novembre, il 22, un martedì quando la giovane operaia di Cossato era stata trovata priva di vita, massacrata a coltellate nel parcheggio della fabbrica di Trivero dove lavorava. Quel corpo martoriato era l’epilogo di anni di persecuzioni e di angosce, nel tentativo di strapparsi di dosso la subdola presenza dell’uomo conosciuto in discoteca e diventato poi l’incubo per tutta una famiglia. Ora è finita davvero.




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