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Discussione: Comunitarismo

  1. #11
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    Citazione Originariamente Scritto da Runes
    Il comunitarismo di destra (fascismo mussoliniano) non ha nulla a che vedere con il comunitarismo inteso in quanto ideologia astratta sia dalla destra che dalla sinistra. Ma l'orko qui ne sa piu' di noi..
    Perdonami Emiliano, ma il "fascismo" in base alle più disparate categorie interpretative può essere definito ( o si può provare a definire ) in tanti modi: ma "comunitarismo di destra" proprio no!

    Il "fascismo" è un prodotto storico delle contingenze storiche: ciò sia sul piano dei rapporti di forza tra masse subalterne e ceti dirigenti, che sul piano delle diverse fasi attraversate dal modo di produzione capitalistico.
    In assoluto i suoi elementi costanti sono stati dati dalla supremazia dello "stato" nei confronti dei cittadini, da una irreggimentazione delle masse e della produzione in chiave militaresca ( tragico-farsesca ) , dalla burocratizzazione e dall'accentramento del potere, da una politica estera aggressiva ed imperialista(stracciona) e da una visione razziale e razzista del "popolo".
    Non "comunitarismo", ma un (tentato) "organicismo" autoritario, al limite.

    In secondo luogo il "comunitarismo" qui dibattutto non è una "ideologia"(un sistema chiuso insomma), ma uno "spazio critico"(aperto all'elaborazione ed alla riflessione).

    nadrovija

  2. #12
    Runes
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    Citazione Originariamente Scritto da Capitano Nemo
    Perdonami Emiliano, ma il "fascismo" in base alle più disparate categorie interpretative può essere definito ( o si può provare a definire ) in tanti modi: ma "comunitarismo di destra" proprio no!

    Il "fascismo" è un prodotto storico delle contingenze storiche: ciò sia sul piano dei rapporti di forza tra masse subalterne e ceti dirigenti, che sul piano delle diverse fasi attraversate dal modo di produzione capitalistico.
    In assoluto i suoi elementi costanti sono stati dati dalla supremazia dello "stato" nei confronti dei cittadini, da una irreggimentazione delle masse e della produzione in chiave militaresca ( tragico-farsesca ) , dalla burocratizzazione e dall'accentramento del potere, da una politica estera aggressiva ed imperialista(stracciona) e da una visione razziale e razzista del "popolo".
    Non "comunitarismo", ma un (tentato) "organicismo" autoritario, al limite.

    In secondo luogo il "comunitarismo" qui dibattutto non è una "ideologia"(un sistema chiuso insomma), ma uno "spazio critico"(aperto all'elaborazione ed alla riflessione).

    nadrovija
    il fascismo fu in un certo senso comunitarista, perchè diede una concezione spirituale e comunitaria alla società italiana, anteponendo il valore comunitario a quello individuale(che non è poi cosi' condivisibile). Lo fu in questo senso, non certo nel senso in cui lo intende questo forum
    Il comunitarismo non appartiene nè alla destra nè alla sinistra, è semplicemente un pensiero.

  3. #13
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    Citazione Originariamente Scritto da Capitano Nemo
    Non esiste il "comunitarismo", ma decine di diversi approcci al tema, uno dei quali è quello di Preve, perno attorno al quale si muovono le ricerche degli animatori del presente forum.
    Definire questo "comunitarismo"(uno spazio"critico", non un sistema) come "vicino alla destra estrema" significa dare un giudizio di valore soggettivo del tutto privo di fondamenta obbiettive.
    Perchè si ricade nella questione magica dell'ur-fascismo demoniaco e diabolicamente multiforme.
    Laddove cioè, ognuno può vedere il fascismo in ogni fenomeno "sgradito"("fascista Hamas", "fascista Saddam","fascista Ahmadinejiad","fascista Gheddafi",ecc.).
    Eh si, aveva ragione Bordiga su questo.

    E' risaputo che oggi è il "fascismo perverso e mutageno" a tormentare il mondo con le sue iniquità e le sue bombe, non l'imperialismo cosiddetto "liberaldemocratico", con tanto di corollario esistenziale relativistico e nichilista...

    Sono d'accordo con te. Criticavo l'affermazione del non-si-sa-più-cosa Runes, secondo la quale tra estrema destra e comunitarismo ci sono anni luce. Visto che come dici tu, il comunitarismo è prima di tutto un pensiero critico e aperto, è logico che incontra, nel suo camino teorico, pensieri tanto diversi quali le Grece francese per esempio. Con questo non volevo dire che "il" comunitarismo è vicino alla destra estrema.

    La lezione su l'antifascismo con me te la puoi anche risparmiare. Io non sono di quelli che fanno fronte con la dominazione contro i Cattivi fasci di turno. Secondo me il fascismo è un evento storico, e in quanto tale è un esperienza chiusa. Ciò che in lui era meta-storico - e pure meta-politico - si ritrova oggi in correnti di pensiero molte diverse tra di loro. Penso per esempio alla tensione verso l'organicismo, che si ritrova sia in certi movimenti primitivisti e eco-profondi, che nel populismo.

  4. #14
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    Citazione Originariamente Scritto da RibelleSano
    Ciao a tutti.

    Mi chiamo Roberto ho quasi 21 anni e faccio parte della cosiddetta "destra radicale".

    Per chi come me volesse avere maggiori informazioni concernenti il Comunitarismo che documenti deve leggere? Potete darmi una mano?
    Perché trovo che sul significato di questo termine si faccia molta confusione e quindi mi piacerebbe comprenderne il vero significato.
    Non vorrei chiedere troppo ma se fossero documenti reperibili da internet sarebbe meglio in quanto i soldini per comprare libri scarseggiano...

    Ringrazio chiunque vorrà darmi una mano.

    RibelleSano

    Ti posto questo articolo di Preve...tanto per cominciare:

    Dieci tesi sulla nuova epoca storica

    Costanzo Preve


    Ho scritto queste righe nel marzo e nell’aprile del 2003, in preda alla rabbia, alla vergogna ed all’umiliazione nel vedere le belve americane e sioniste distruggere il corpo e l’anima del popolo iracheno. Mi scuso con il lettore per avere talvolta ecceduto. Ho dovuto arrivare a sessant’anni per capire il verso di Bertolt Brecht che dice:”Anche l’ira contro l’ingiustizia rende roca la voce”. Ma il lettore intelligente riequilibrerà dove è necessario.
    Prima di tutto, subito l’essenziale. Bisogna impedire ai mostri americani e sionisti di distruggere le nostre anime oltre ai nostri corpi, e cioè di farci diventare come loro, disumanizzandoci completamente. Questa è la ragione per cui continuo a non approvare gli attentatori delle Torri Gemelle, e non condivido nel profondo frasi come “se la sono voluta”, “hanno avuto quello che hanno seminato”, ecc. Non ho certamente passato la vita a decostruire gli aspetti fetidi del comunismo storico novecentesco per avere Bin Laden come ultima spiaggia. I mostri americani e sionisti avranno vinto quando ci avranno disumanizzato come loro. Scrive il direttore della “Stampa”, uno dei giornali più sionistizzati d’Italia: ”La guerra che sa di festa” (cfr. la “Stampa”, 10-04-2003), alludendo alla povera plebaglia impaurita che ballonzola davanti ai marines ed alle oche mediatiche e riproduce la solita Scena Primaria della Democrazia che vince contro la Dittatura. Dopo venti giorni di stermini tecnologici vili ed infami abbiamo “la guerra che sa di festa”, e chi lo scrive non capisce neppure che Goebbels è ancora vivo, e cammina con lui. Ecco, bisogna evitare di diventare come loro. Qui l’incorreggibile umanesimo, troppo spesso incautamente diffamato, deve aiutarci. Dobbiamo odiare, ma dobbiamo evitare che l’odio si installi nei nostri cuori e li divori. Non dobbiamo diventare come loro. Questo, e solo questo, è l’essenziale. Onore al popolo iracheno. Il popolo iracheno si è battuto, e così pure gli stupendi volontari che lo hanno raggiunto. Il circo mediatico e le ridicole donne in carriera della televisione italiana con le loro urla isteriche all’arrivo dei marines imperiali a Baghdad sono al servizio dell’impero e del sionismo, e devono proseguire simbolicamente la guerra mostrando plebi straccione che barcollano sotto poltrone rubate e che inneggiano alle belve per esorcizzarne la ferocia. Tutto previsto. Per venti giorni e più si sono uccisi i corpi, ora bisogna ucciderne le anime e le immagini. Il sionismo in questo è specializzato, e lo fa da decenni. Non cadiamo nella rete di questi cialtroni. Onore al popolo iracheno, che si è battuto bene.
    Onore al vecchio Pietro Ingrao. Io non do un giudizio positivo sulla sua funzione storica di copertura ideologica di “sinistra” al baraccone PCI-PDS-DS, e continuerò a non nasconderlo. Ma giunto al limite della sua vita, quando ormai sono finiti i giochi, Ingrao ha detto apertamente che un popolo aggredito ha il diritto di resistere, e fa bene a farlo. Questo per me basta ed avanza per mandare un saluto rispettoso ad Ingrao, e per manifestare il mio disprezzo per la marmaglia di “sinistra” che auspicava una rapida fine della guerra con la resa degli aggrediti, esattamente lo stesso obbiettivo di Bush, di Cheney e di Rumsfeld (ma con intenzioni di “sinistra”). Vergognosi cialtroni. Ci sono fra i piedi da decenni, e continueranno ad esserlo, perché qualcuno paga e finanzia profumatamente perché lo siano.
    Onore al vecchio scrittore Oreste del Buono. Dal 1945 del Buono non ha mai avuto nulla in comune con la carovana populista degli scrittori “impegnati”, “organici”, ecc. Ed ora (cfr.”La Stampa”, 10-04-2003) scrive con lucidità: “Davvero crede, caro lettore, che se gli Stati Uniti avessero avuto il loro antagonista e freno storico si sarebbero azzardati a compiere un atto illegale e insensato come la guerra contro l’Iraq?”. Qui è detto tutto, e questa frasetta vale vent’anni di collezione del “Manifesto” e di “Liberazione”. Chi scrive ha sempre avuto ribrezzo per la feccia della burocrazia comunista, che simboleggiava nella permanenza della Mummia (Lenin, Stalin, Mao, Dimitrov, ecc.) il delirio di permanenza della sua abbietta natura sociale. Ma sono rimasto angosciato quando ho visto il baraccone dissolversi nel 1991 perché in questa dissoluzione c’era il Kosovo 1999 e Baghdad 2003. Grazie ancora, Oreste del Buono.
    Grazie ad Alberto Asor Rosa per aver colto il punto essenziale che falangi di girotondari e no-global neppure riescono a sfiorare concettualmente (cfr. La grande caccia, in “Manifesto”, 06-04-2003): “La grande caccia è cominciata. Quando dovremo difendere noi stessi, invece dei civili iracheni massacrati, tutto sarà più chiaro”. Infatti è proprio questo il punto. Fino a quando le isteriche donne in carriera del giornalismo italiano potranno esultare nel vedere ladri e saccheggiatori rubare vasi da fiori e chiamare questo “liberazione” nulla cambierà in questo popolo corrotto lottizzato fra il Grande venditore Berlusconi ed il Grande Mentitore D’Alema. Ma quando i ragionieri cominceranno a non poter più andare a Santo Domingo e gli operai in motocicletta cominceranno a non potersi più impasticcare in discoteca il sabato sera perché l’economia americana ci strangolerà, allora e solo allora, le cose cambieranno. Chi crede fino ad allora di poter “far politica” ed “avere l’egemonia nella sinistra” è fuori dal mondo. Mia madre, una signora nata nel 1920 e che aveva la quinta elementare, mi disse sempre che l’egemonia del fascismo sulla gente fino al 1942 era pressochè completa, e le cose cominciarono a cambiare solo nei primi sei mesi del 1943 con i bombardamenti a tappeto indiscriminati americani. Io allora non ci credevo, nella mia stupidità storiografica di “sinistra”, e pensavo che la gente fosse diventata antifascista leggendo gli eroici volantini clandestini. Nulla è peggio che diventare prigioniero delle proprie menzogne. Finché il corrotto popolo italiano penserà di poter mangiare fino all’obesità all’ombra degli assassini americani e sionisti non cambierà niente, se non in piccoli gruppi di filatelici politici. Ma è solo questione di tempo prima che l’impero ci scarichi addosso le sue crisi economiche, ed allora forse si aprirà lo spazio per quel blocco geopolitico eurasiatico di cui parla Emmanuel Todd (cfr. “Il Manifesto”, 04-04-2003), e che vedo realisticamente come la sola prospettiva storica possibile (alle idiozie New Global fingo talvolta di credere solo per amor di pace e per amor socratico-levantino del dialogo inutile da caffé, così come faccio con il general intellect, le moltitudini disobbedienti, le macchine desideranti, il ginseng e l’aerobica).

    1. L’inizio della terza guerra mondiale
    Il 20 marzo 2003, giorno in cui i criminali americani, i loro servi inglesi ed i loro padroni sionisti iniziarono l’attacco illegale ad un paese sovrano, il cardinale cattolico Etchegaray fece una dichiarazione inquietante ed impegnativa, che i giornali pubblicarono, ma che passò egualmente sotto silenzio nell’assordante rumore della chiacchiera mediatica. Etchegaray disse, non smentito, semplicemente questo: “Oggi è cominciata la terza guerra mondiale”.
    A prima vista potrebbe sembrare un’esagerazione dettata dall’emozione di chi si era molto impegnato nei mesi precedenti per impedire questa guerra. In fondo, questa guerra potrebbe essere interpretata superficialmente, a “sinistra”, come una guerra economica per il prezzo del petrolio oppure come una guerra geopolitica di controllo militare totale del Medio Oriente, ed a “destra” come un’ennesima guerra antitotalitaria per l’esportazione della libertà occidentale a folle straccione ma festanti. Ma Etchegaray a mio avviso non esagera, e purtroppo ha ragione. Bisogna partire dalla sua diagnosi terribile e realistica per capire qualcosa dei tempi che si stanno aprendo. Se non mutiamo integralmente la nostra percezione dei fatti politici e se non ci rendiamo conto che occorre riposizionare integralmente il nostro sguardo “gestaltico” rischiamo di non capire nulla, e di continuare ad affrontare il 2003 con gli occhi del 1789, del 1848, del 1914, del 1945, o del 1968.
    Il 2003 vede la dichiarazione di guerra dell’impero americano potentemente armato contro tutti coloro che nel mondo decidono o decideranno in futuro di resistergli. E’ per questo, naturalmente, che “non possiamo non dirci antiamericani”, anche se il ceto politico professionale e lo strapagato circo mediatico tentano e tenteranno sempre di più di esorcizzare questa sobria espressione. Essere antiamericani, ovviamente, non significa condannare Melville ed Humphrey Bogart, Hemingway e Marylin Monroe, e non significa neppure fare di ogni erba un fascio e smettere di distinguere fra “americhe” differenti, alcune odiose e ripugnanti ed altre simpatiche e gradevoli. Essere antiamericani significa semplicemente proclamare (e fare poi seguire alle parole i fatti) la propria volontà di resistenza al dominio unilaterale di un unico impero mondiale.
    E’ difficile che un popolo corrotto e culturalmente svuotato come quello italiano sia in grado di assumersi le responsabilità storiche di questa resistenza. Su questo le ultime canzoni di Giorgio Gaber hanno purtroppo detto tutto quello che c’era da dire. In sintesi, Etchegaray e Gaber ci dicono due verità terribili, che bisogna guardare in faccia: nel marzo 2003 è cominciata la terza guerra mondiale, ed il popolo italiano nella sua maggioranza (non parlo qui di alcune sue meravigliose minoranze) è talmente culturalmente corrotto da non poter capire quello che sta avvenendo.
    Il fatto è, che lo vogliamo o no, che alla dichiarazione di guerra unilaterale dell’impero americano qualcuno resisterà, e già molti si preparano a resistere, in forme estremamente differenziate. C’è chi costruirà sommergibili nucleari e li farà navigare negli oceani, per evitare un altro marzo 2003. E c’è chi ha capito che per l’Europa non c’è futuro se non riacquista una sfera di indipendenza, al punto che un moderato neoliberale come il francese Giscard d’Estaing ha parlato seriamente di una “dichiarazione d’indipendenza” per l’Europa del 2003 paragonabile alla dichiarazione d’indipendenza americana del 1776.
    Si dirà che la guerra non è stata iniziata il 20 marzo 2003, ma l’11 settembre 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono. Non è vero. E non è vero per il semplice fatto che l’attacco dell’11 settembre 2001 fu fatto da forze ben precise, e cioè da Al Qaeda, e cioè da un gruppo semiprivato saudita che contestava un fatto estremamente specifico, e cioè l’istallazione di basi militari americane in Arabia Saudita. Coloro che sostengono che gli USA hanno un diritto di autodifesa e di prevenzione devono di fatto “alqaedizzare” tutto ciò che si oppone nel mondo alla globalizzazione imperialistica americana. Questo è un gioco sporco, perché si basa su di una menzogna originaria. Il discorso dell’impero, dei suoi servi anglosassoni e dei suoi burattinai sionisti deve simbolicamente “alqaedizzare” tutto ciò che resiste o resisterà all’impero.
    Ma questo è lo scenario della terza guerra mondiale. Non pretendo certo che il ceto politico professionale e lo strapagato circo mediatico lo capisca. E’ chiaro che non può capirlo, perché non ha neppure le categorie concettuali per farlo. Dall’ideologia imperiale il ceto politico ed il circo mediatico ha assunto acriticamente la premessa della condanna (sacrosanta) di Auschwitz e della assoluzione (schifosa) di Hiroshima. E’ questa, secondo il filosofo irlandese Desmond Fennell, la base metafisica unitaria dell’odierna civiltà post-occidentale, che appunto non è neppure più occidentale in senso greco o cristiano. Bisogna partire da qui. Il resto seguirà.

    2. La nascita del dominio, la paura della morte e la resistenza.
    Considerazioni filosofiche elementari.
    Uno dei maggiori criminali di guerra americani, Donald Rumsfeld, ha dichiarato alla CNN il 23 marzo: “Tutto potrebbe terminare prima se la gente si comportasse razionalmente, deponendo le armi e smettendo di opporre resistenza. Ma tutto potrebbe terminare fra più tempo se si comporteranno da stolti, se si faranno uccidere perché si rifiuteranno di arrendersi e non deporranno le armi. Noi non ci fermeremo, mai”.
    Rumsfeld non passerà probabilmente sui manuali di storia della filosofia occidentale, ma senza volerlo ha potentemente contribuito a proporre una nuova nozione di razionalità e di comportamento razionale. La razionalità consiste nella sottomissione. Uno dei motti dell’impero romano era: parcere subiectis et debellare superbos, che potremmo tradurre letteralmente come risparmiare la vita a chi si butta ai nostri piedi e distruggere con la guerra chi continua a rimanere eretto. L’equazione fra razionalità e sottomissione viene ostentata da Rumsfeld e ripetuta milioni di volte dal ceto politico, dal circo mediatico e dalla corte dei buffoni intellettuali di servizio. In questo nulla di nuovo sotto il sole. Di nuovo c’è invece che, forse per la prima volta nella storia della tradizione occidentale, il popolo è ridotto a puro destinatario di intervento umanitario, chi resiste è diffamato come fanatico e seguace totalitario di Hitler (e in subordine di Stalin), ed i musulmani vengono visti come gli ultimi kamikaze in un mondo che non vorrebbe altro che consumare pacificamente.
    A suo tempo, Pietro Micca si fece saltare in aria per il re del Piemonte senza che nessuno osasse diffamarlo come kamikaze musulmano fanatico. Un altro esempio di kamikaze è stato l’eroe veterotestamentario Sansone, che come è noto si suicidò facendo morire con sé più filistei possibile. Un curioso esempio che i sionisti sembrano aver dimenticato. Ma il suicidio spirituale dell’occidente oggi è giunto al punto tale da diffamare come fanatico chiunque resista per difendere il suo popolo ed il suo paese. Questa infamia, frutto congiunto del dominio dell’oligarchia finanziaria capitalistica e della spregevole dissoluzione morale del comunismo storico novecentesco, deve essere segnalata e denunciata.
    La tradizione culturale occidentale comincia con l’Iliade di Omero. Nell’Iliade il troiano Ettore, pur sapendo benissimo che Achille ha con sé gli dei (equivalente antico della tecnica meccanizzata contemporanea, in quanto al di sopra delle possibilità umane di controllo), decide egualmente di accettare la sfida, combatte e muore di fronte alla moglie ed al figlio. Omero non si sarebbe mai sognato di parlare di “regole di ingaggio” degli Achei, di “sacche di resistenza” dei troiani, di “milizie di Priamo” che tengono in “ostaggio” i troiani che non aspettano altro che l’arrivo degli interventi umanitari, eccetera. Omero credeva ancora nel diritto di resistenza di un popolo aggredito, a differenza del ceto politico, del circo mediatico e della corte di intellettuali pagliacci. Priamo e Ettore non erano ancora stati simbolicamente “hitlerizzati”, ed in questo modo privati addirittura del diritto alla guerra giusta di difesa e di resistenza.
    Ma se Omero vi sembra troppo lontano nel tempo, spostiamoci più vicini a noi ed alla cosiddetta “modernità”, e cioè ad Hegel. Mi riferisco alla teoria hegeliana sulla nascita del potere politico, esposta nella cosiddetta “prima figura” della Fenomenologia dello Spirito, che esporrò qui brevemente. Non mi perderò in particolari filologici, perché voglio che si capisca solo l’essenziale.
    Hegel, in estrema sintesi, non crede che il potere politico possa nascere da un contratto sociale. E’ interessante che egli rifiuti tutte le varianti del contrattualismo che oggi chiameremmo di “destra” (Hobbes), e di “centro” (Locke) e di “sinistra” (Rousseau). Come si vede, egli era su questo punto un precursore di coloro che rifiutano integralmente una problematica che ritengono errata, al di là delle versioni con cui questa problematica può essere presentata. In realtà Hegel non crede, ed a mio avviso ha perfettamente ragione, che qualcuno potrebbe acquisire una posizione di potere e qualcun altro accettare un ruolo di servizio attraverso una negoziazione contrattuale. Vi è qui una critica anticipata ai vari Rawls, Habermas e Rorty su cui non mi soffermo per ragioni di spazio. Il potere infatti non nasce mai da un contratto, ma da un atto di forza, più esattamente da un atto di paura della morte, che fa inginocchiare ai piedi del vincitore il vinto che in questo modo accetta la schiavitù per avere in cambio salva la vita.
    L’assassino Rumsfeld non ha probabilmente mai letto Hegel, troppo occupato per progettare le stragi, ma coglie il punto essenziale della questione meglio di tutto il cosiddetto “pensiero debole”, di Rawls, di Habermas e di Rorty, senza parlare del ceto politico, del circo mediatico e della corte dei miracoli intellettuale universitaria globalizzata. In sede teorica si è parlato moltissimo del rapporto fra Hegel e Marx (continuità, discontinuità, eccetera), ma io vorrei qui limitare a questo solo punto, ed a nessun altro, il rapporto fra Hegel e Marx. Marx fraintende tragicamente Hegel su molti punti, ed in questo modo ne abbassa il livello teorico anziché alzarlo, ma su di un punto lo comprende perfettamente. Ed il punto fondamentale sta in ciò, che il potere non nasce da un contratto, ma da un reciproco scambio di coraggio e di paura, di aggressione e di resistenza. Prima di diventare schiavo, il combattente può scegliere fra il continuare a lottare o arrendersi. E’ esattamente questa la situazione in cui ci troviamo, o meglio la situazione che ha messo di fronte al mondo l’impero americano, i suoi servi inglesi ed i suoi padroni sionisti.
    Come si vede, e qui chiudo su questo punto, non c’é bisogno di “hitlerizzare” i musulmani come i soli che sono disposti “irrazionalmente” a rischiare la vita pur di non sottomettersi. La scelta filosofica fra morte e sottomissione è un classico della migliore tradizione occidentale, da Omero a Hegel (e Marx), e nessun ceto politico, circo mediatico e corte dei miracoli intellettuale potrà nasconderlo a lungo.

    3. L’impero americano, la globalizzazione e l’imperialismo
    La guerra scatenata il 20 marzo 2003 dall’impero americano, dai suoi servi inglesi e dai suoi padroni sionisti ha fatto a mio avviso piazza pulita per sempre del chiacchiericcio intellettuale del decennio 1993-2003, secondo cui il Novecento è frutto del delirio produttivistico dello homo faber inebriato dal fordismo e secondo cui la globalizzazione ha reso del tutto sorpassata ed obsoleta la categoria di “imperialismo”. Bisogna solo vergognarsi del fatto che simili stupidaggini siano state prodotte dalla corte dei miracoli degli intellettuali, diffuse dal circo mediatico delle pagine culturali presunte “colte” e recepite pensosamente da una parte del ceto politico professionale dilettante ed analfabeta. Ma dopo il 20 marzo 2003 è possibile vedere questo episodio culturale con maggiore prospettiva.
    In estrema sintesi la teoria per cui siamo ormai in una globalizzazione senza imperialismo, in cui moltitudini disobbedienti spinte dal desiderio potranno trasformare magicamente il capitalismo finanziario in comunismo negriano, ecc., deve essere vista come una variante metropolitana semicolta della vecchia esorcizzazione della paura della morte e del rifiuto infantile del principio di realtà. La realtà era Sharon, Bush e Rumsfeld, ed il ceto intellettuale semicolto alla moda credeva che fosse Revelli, Negri e Hardt. E questo ovviamente niente affatto a caso.
    E’ possibile che io sia sconvolto ed emozionato dalla guerra scatenata nel marzo 2003, e che tenda ad esagerare la severità della mia diagnosi. Se questo avviene, vorrei che il lettore mi correggesse, visto che la pubblicazione delle opinioni dovrebbe servire proprio a questo, e non ad alimentare il narcisismo degli scrittori. Ma temo purtroppo di cogliere nel segno. La dissoluzione non solo politica, ma soprattutto storica (e storica significa prospettica) del comunismo storico novecentesco ha gettato un settore importante del mondo intellettuale detto di “sinistra” nella confusione più totale. Anziché dichiarare ufficialmente lo “stato di confusione” si è preferito coprirlo con la solita doppia fuga: la fuga all’indietro (alla Marco Revelli), alla ricerca di un’impossibile riproposizione del mutualismo cooperativistico ottocentesco travestito da banca etica, da sinistra sociale e da no profit, e la fuga in avanti (alla Toni Negri), all’inseguimento di inesistenti moltitudini disobbedienti e desideranti.
    Il passatismo ed il futurismo sono due aspetti complementari di una unica realtà, quella del rifiuto del guardare in faccia il presente. Il presente è la dichiarazione di guerra al mondo dell’impero americano. Per questo, è necessario un ritorno a Marx che non esorcizzi il (purtroppo) indispensabile ritorno a Lenin, e cioè alla categoria di imperialismo. In Italia, coloro che negli ultimi anni hanno lavorato di più per riqualificare questa categoria sono stati a mio avviso Gianfranco La Grassa e Domenico Losurdo, due pensatori che sono peraltro in forte dissenso a proposito del bilancio storico del comunismo storico novecentesco (negativo per l’uno, semipositivo per l’altro) e dello statuto teorico del marxismo (antistoricistico per l’uno, sostanzialmente storicistico per l’altro). Ma la relativa convergenza sulla questione della centralità dell’imperialismo americano come nemico principale dei popoli del mondo dimostra come sia possibile per dei pensatori onesti ed intelligenti isolare le pur profonde divergenze (non eliminarle, semplicemente isolarle e discuterle poi a parte) per concentrarsi sul cosiddetto “aspetto principale della contraddizione” (un tema su cui è utile rileggere sia Hegel sia Mao Tsetung).
    Non a caso, sia La Grassa sia Losurdo sono stati isolati come appestati dal “pensiero unico” del “politicamente corretto” della casta unificata dei politici e dei giornalisti della cosiddetta “sinistra” italiana. Anche questo, ovviamente, non è affatto un caso. I dibattiti vengono oggi manipolati costituendo artificialmente uno “spazio” da cui vengono escluse ferocemente tutte le posizioni che si è deciso a priori in modo oligarchico che debbano essere escluse. Il piccolo mondo che va dal “Manifesto” a “Liberazione” non fa così che riprodurre in un bicchier d’acqua il modello attuato in una grande piscina dal “Corriere della Sera”, dalla “Stampa” e da “Repubblica”. Certo, molti storici delle idee se ne accorgeranno, ma possono passare anni e decenni, e nel frattempo il male è fatto, ed è irreversibile.
    L’apparente unanimità dei vertici mediatici del movimento No Global ad escludere la categoria di imperialismo deve dunque essere messa al centro dell’attenzione. Nessuno si fiderebbe di un chirurgo che intende operare senza prima esaminare le cartelle cliniche, le analisi di laboratorio e le radiografie (e non parlo qui ovviamente della cosiddetta chirurgia di urgenza). Ma oggi il movimento no global è rappresentato da dilettanti ideologici più cretini che malvagi, manipolati dietro le quinte da apparati ideologici e mediatici più malvagi che cretini. Questa vergogna deve finire, ed il ritardo a porre il problema con la dovuta urgenza, che era soltanto fastidioso ed in fondo ridicolo prima del marzo 2003, ora diventa veramente intollerabile.

    4. L’ispirazione religiosa dell’impero americano
    Si sono scritti molti buoni libri e molti ottimi saggi sull’ispirazione religioso-messianica dell’impero americano, e non c’è qui ovviamente lo spazio per riassumerne gli illuminanti dettagli. Tuttavia, vi è una tendenza, a mio avviso errata, a limitare il discorso alla cosiddetta “destra evangelica”, ai predicatori televisivi del Middle West, al gruppo di George Bush e dei cosiddetti “rinati in Cristo”, ecc. Questa tendenza limitativa è analoga alla tendenza politica di chi polemizza contro l’opportunità del cosiddetto “antiamericanismo” (e di manifesti antiamericani come quello che ho avuto l’onore di firmare e che ovviamente firmerei ancora), sostenendo che l’America è un paese complesso e pluristratificato, che non può e non deve essere ridotta al solo imperialismo, che come ovunque anche là c’è il buono ed il cattivo, che noi dobbiamo allearci con il buono contro il cattivo, ecc., ecc.
    Non intendo qui polemizzare contro le buone intenzioni morali e filosofiche di coloro che amano “l’altra America”, e che perciò non firmerebbero mai un manifesto dichiaratamente antiamericano perché vedono in esso il pericolo di fare di ogni erba un fascio, ecc. Fra costoro ho alcuni fraterni amici, e considero questo dissenso del tutto secondario. Ma colgo l’occasione per chiarire ancora una volta che la questione dell’ispirazione religioso-messianica dell’impero americano potentemente armato è una questione costitutiva della stessa identità fondamentale degli USA, da destra a sinistra, o meglio dai repubblicani ai democratici, perché si fonda sull’equazione fra identità americana e sua universalizzazione mondiale proiettiva. Si tratta di un universalismo potenziale presupposto, che non passa attraverso il filtro filosofico, dialogico e razionale, ma si basa sull’assunzione di una missione mondiale speciale da compiere. Ora, tutti questi complicati paroloni si possono riassumere in una parola sola: religione. Ed infatti l’universalismo potenziale presupposto (che si traduce in linguaggio economico e finanziario con il termine di “globalizzazione”, che non passa attraverso il filtro filosofico, dialogico e razionale (e cioè attraverso l’eredità prima greca-classica e poi illuministico-europea), ma si basa sull’assunzione di una missione mondiale speciale da compiere, si chiama religione fondamentalista, ed allora il quesito fondamentale da risolvere diventa: che tipo esattamente di religione fondamentalista?
    Si tratta di una religione fondamentalista nuova, condivisa nell’essenziale da tutta la classe dirigente e dalla stragrande maggioranza del popolo americano (con minoranze certo importanti e per questo tanto più stimabili ed apprezzabili, ma comunque restano minoranze, ed anche minoranze statisticamente molto piccole), una religione fondamentalista che ha due componenti storiche principali, il fondamentalismo cristiano protestante ed il fondamentalismo ebraico e sionista. Dunque, bisogna essere ben chiari su questo punto. Non tutti i protestanti e tutti gli ebrei, ovviamente, ma solo le componenti fondamentalistiche protestanti ed ebraiche. Ed ancora, cattolici ed ortodossi, induisti e buddisti sono solo massa plebea di manovra. I cattolici e gli ortodossi sono plebe etnica facilmente incorporabile nello strato inferiore dell’americanismo (poliziotti irlandesi, padrini italiani, operai polacchi, braccianti latinoamericani), mentre ai buddisti è delegata l’igiene mentale, lo stretching, lo zen californiano ed il mito tibetano per attori hollywoodiani stanchi per le eccessive scopate. Non mi soffermo qui sulle origini puritane seicentesche di questa religione della missione speciale, se non per attirare l’attenzione sulla preferenza del riferimento all’Antico Testamento piuttosto che al Nuovo, e dunque sui temi del popolo eletto, della secessione dall’Egitto del faraone, dell’occupazione genocida della Palestina, ecc., rispetto al messaggio di amore e di fratellanza di Gesù di Nazareth. Del resto, i pionieri ottocenteschi genocidi degli indiani pellerossa ed asservitori dei braccianti ispanofoni messicani (sistematicamente presentati dai western hollywoodiani in veste di pecorai ridanciani ma scemi) non mancavano mai di tre cose essenziali, la pistola, la bottiglia di whisky e la bibbia protestante. Ma conviene farla corta, ed arrivare al dunque.
    Ed il dunque sta in ciò, che le due componenti del fondamentalismo protestante e del fondamentalismo sionista si sono finalmente fuse insieme, cosa che non era avvenuta fino a circa venti anni fa, in quanto la destra protestante americana tendeva ancora ad essere antisemita (e si pensi solo al capitalista Ford, che faceva distribuire ai suoi venditori di automobili anche i famigerati Protocolli dei Savi di Sion, falso dei servizi segreti zaristi russi fatto passare per piano degli ebrei per conquistare il mondo). Fuse insieme, queste due componenti originarie formano una religione nuova ed inedita, che occorre comprendere bene nella sua natura.
    La componente fondamentalista protestante è sempre quella descritta a suo tempo da Max Weber nel suo studio sul calvinismo, per cui la ricchezza capitalistica acquisita con il commercio e con l’industria è vista come un segnale della predilezione divina, e per cui di conseguenza la ricchezza è virtù e la povertà è peccato. La componente fondamentalista ebraica è quella per cui non tutti i popoli sono eguali, ma uno è orwellianamente più eguale degli altri, ed è il popolo eletto da Dio, che lo ha scelto per comunicare al mondo la sua volontà ed i suoi comandamenti, il che fa di questo popolo eletto qualcosa di speciale e di sottratto alle leggi ordinarie, fino ad occupare un territorio popolato da duemila anni da altri, scacciarli e se si difendono diffamarli ancora come “terroristi” (e questo è fino ad oggi un vero unicum nella storia mondiale).
    Si dirà che questa mostruosa religione è il frutto dell’occidentalismo e della tradizione occidentale. Ma qui ripeto per la seconda volta la tesi di Fennell. Da quando si è deciso di criminalizzare Auschwitz e di assolvere Hiroshima (e non di condannare entrambe come sarebbe stato necessario) la tradizione occidentale propriamente detta è stata interrotta, e viviamo ormai in una condizione post-occidentale. I bombardamenti su Baghdad del marzo e dell’aprile 2003 sono in questo senso pienamente post-occidentali, anche se non intendo ovviamente negare la continuità con il vecchio colonialismo imperialistico.
    Anche trascurando fenomeni culturali giganteschi come il pensiero scientifico moderno ed il marxismo, resta il fatto che nella tradizione occidentale correttamente ricostruita ci sono almeno tre componenti storiche e culturali imprescindibili, la filosofia greca, il cristianesimo ed infine l’illuminismo, e che queste tre componenti strutturali sono a loro volta passibili di interpretazioni differenziate ed anche divergenti. Ora, la nuova religione fondamentalista dell’impero americano elimina la componente greca (che era dialogica) e la componente illuministica (che era razionalistica). Eliminati l’elemento dialogico e l’elemento razionalistico, e cioè Socrate e Diderot, resterebbe apparentemente il solo elemento cristiano, ma in realtà non resta neppure quello, perché è un cristianesimo da crociati assassini, senza Francesco di Assisi e senza irenismo, e quindi senza pace e giustizia.
    L’impero americano non è dunque l’esito della tradizione occidentale, e questo bisogna dirlo sopratutto a tutti quei cristiani, ebrei e musulmani onesti che sono sbigottiti da quanto sta accadendo e quindi si lasciano tentare dall’idea sbagliata di buttare via il bambino con l’acqua sporca. E’ invece più utile fare alcune prime sommarie ipotesi su quali sono o possono essere oggi le basi sociali e culturali dell’impero americano.

    5. Le tre forme attuali dell’americanismo: base di classe, base di massa e copertura
    ideologico -simbolica
    L’americanismo è molto forte. Di qui bisogna partire. E non è solo forte sul piano tecnologico e militare. Anche se può sembrare strano, non sta qui la sua forza. E’ vero che gli USA potrebbero distruggere il mondo cinquantamila volte con le loro armi, ma basta poterli distruggere tre sole volte (e questo per fortuna è alla portata di qualunque stato nucleare) per pareggiare la partita. Qui sta la debolezza dello slogan americano:”Colpisci e terrorizza”. Si può terrorizzare solo chi accetta di essere terrorizzato. Io ho un grande rispetto ed una grande considerazione per i “martiri” (impropriamente e stupidamente chiamati kamikaze), perché essi hanno capito qual’è il punto debole dell’americanismo e del sionismo. Dunque, la forza dell’americanismo non risiede in prima istanza negli apparati tecnologici e militari, anche se essi ovviamente sono apparsi in primo piano nel marzo e nell’aprile 2003.
    La forza dell’americanismo è infatti prima di tutto sociale e culturale. In proposito, bisogna distinguerne tre distinti livelli, la sua base storica di classe, la sua base sociologica di massa ed infine la sua copertura ideologico-simbolica.
    In primo luogo, la base storica di classe dell’impero americano non è la borghesia, come ripetono tutti i veteromarxisti fermi nell’analisi a mezzo secolo fa, ma è una nuova classe, che potremo definire “classe media globale”, e che non è più la “borghesia”, anche se ne rappresenta un’evoluzione degenerativa. La borghesia, che non si è mai ridotta agli agenti sociali della produzione capitalistica (questa è sempre stata l’equazione del sozzo e ripugnante marxismo economicista), è una classe dialettica, e cioè insieme apologetica e critica (della società capitalistica), e pertanto è la classe che produce Hegel e Marx, Tolstoj e Kafka. La borghesia produce filosoficamente la “coscienza infelice”, da cui è sorto al 100% il pensiero di Marx. Oggi questa classe media globale (global middle class), anche se si struttura in tre diversi livelli di reddito (alto, medio e basso), non è più la borghesia, ed infatti respinge l’eredità greca come l’eredita illuministica. Questa classe post-borghese non è però unificata al suo interno, almeno in Europa, in Giappone e nel cosiddetto Terzo Mondo, perché una parte per ora maggioritaria e dominante intende sottomettersi direttamente e servilmente all’impero americano, mentre una parte si rende conto che in questo modo finisce con lo scavarsi la fossa, e comincia a pensare in termini di autonomia economica, politica, culturale e militare.
    La classe media globale è oggi differenziata esclusivamente per livelli di reddito, e questo non permette lo sviluppo di un’autonomia culturale reale. In quanto gruppo sociale quasi oscenamente postborghese, questa classe media globale ha sviluppato una cultura totalmente degenerata e vigliacca. Ancora una volta lo si è visto nel marzo e nell’aprile 2003, in cui non è stata neppure capace del tradizionale rispetto per il debole che ha il coraggio di resistere (le milizie di Saddam, i rubinetti d’oro dei suoi faraonici palazzi, i fedayn fanatici, tutto, pur di non dover mai pronunciare la parola “popolo iracheno che resiste”).
    Anche se postborghese, ed anzi appunto perché postborghese, questa classe media globale è molto forte. Essa è priva di coscienza infelice, e quindi è soddisfatta del suo bestiale nichilismo. Rispetto alla borghesia tradizionale essa si è allargata socialmente incorporando mano a mano strati sociali provenienti dalle classi popolari (ad esempio i ceti politici professionali operai e socialisti, la cui evoluzione culturale può essere fotografata con il passaggio da “l’Unità” a la “Repubblica”). Non bisogna limitarsi all’aspetto morale paragonando il viso pensoso ed intelligente di Gramsci con il ghigno cinico di D’Alema. Questa ottica “moralistica”, pur comprensibile, è assolutamente insufficiente. Bisogna esaminare il passaggio da Gramsci a D’Alema dal punto di vista del successo delle capacità storiche di integrazione culturale del capitalismo. E queste capacità di integrazione culturale si basano proprio sul passaggio dalla borghesia alla classe media globale, un passaggio che a modo suo è anche una vera e propria “democratizzazione”, nel senso ovviamente di Tocqueville e non di Marx.
    In secondo luogo, la base sociologica di massa del nuovo impero americano rappresenta, in un certo senso, non tanto la fine del “proletariato” (in senso marxista), quanto proprio la fine del “popolo” in senso moderno. Questo è un punto fondamentale da capire, che il sozzo e ripugnante marxismo economicista non potrà capire mai. Io non mi stupisco assolutamente della cosiddetta “fine del proletariato”, per il fatto che non ho mai creduto al proletariato stesso. Intendiamoci. Il proletariato come insieme sociologico e statistico delle classi salariate a basso reddito, del lavoro manuale subalterno, eccetera, non è un opinione, ma è un fatto macroscopico, che comprende nel mondo ben più di un miliardo di persone. Alludo qui al proletariato della mitologia marxista, la Classe In Sé che diventa Classe per Sé. Chi dopo un secolo e mezzo continua ancora a cullarsi in questa illusione si merita non solo George Bush ma anche Toni Negri.
    No, il vero problema non è, e non è mai stato, il cosiddetto tramonto del proletariato, ma è proprio il tramonto del popolo, e l’americanizzazione consiste proprio in questo. A partire dal Settecento europeo almeno il termine “popolo” ha indicato la costituzione politica autonoma di coloro che prima facevano parte dei servi della gleba e delle masse contadine ed artigiane. Il popolo è stato il protagonista del 1789, del 1848 ed infine del 1917. Il popolo ha rappresentato il superamento dialettico per linee interne della precedente plebe.
    L’americanismo rappresenta la ritrasformazione del popolo in plebe, più esattamente del popolo ottocentesco e novecentesco in nuova plebe che non è più creatrice di cultura popolare ma solo consumatrice di cultura di massa. In proposito sono determinanti i due momenti successivi della “massificazione” davanti alla televisione e della “individualizzazione” davanti al computer. E’ superfluo aggiungere che non intendo assolutamente demonizzare né la televisione né il computer, ma semplicemente far notare che storicamente la progressiva dissoluzione del vecchio popolo ottocentesco e novecentesco è avvenuta attraverso l’azione combinata del rincretinimento televisivo e della estrema solitudine dell’atomo sociale impotente davanti ad Internet.
    La base sociologica di massa dell’impero americano è allora questa gigantesca plebe frutto della dissoluzione del popolo moderno. Questa plebe è a sua volta lo strato inferiore della classe media globale. Nuova classe media globale e nuova plebe sono allora due nuovi aggregati storico-sociali che formano la forza dell’impero americano, perché si tratta di due soggettività ampiamente “democratiche”, non certo nel senso dell’autogoverno politico e dell’autogestione economica (entrambi pressoché azzerati dallo strapotere dei mercati finanziari), ma nel senso di gruppi sociali “aperti”, cui tutti possono aderire in linea di principio purché si accettino le regole del gioco.
    In terzo luogo, la copertura ideologico-simbolica del nuovo impero americano è garantita da un nuovo clero, infinitamente più articolato, capillare e potente dei vecchi apparati religiosi, oggi brutalmente riconvertiti a strutture caritative di assistenza a drogati e poveracci. Questo clero si divide a sua volta in clero secolare (i giornalisti, in particolare televisivi) ed in clero regolare (i professori universitari e gli apparati editoriali nel loro complesso). Questo clero non amministra più simbolicamente la “volta celeste”, e cioè l’Aldilà, ma è un clero dell’Aldiquà, e cioè di miscredenti e di senza Dio del tipo di Pannella, Sofri, Bonino, Deaglio, Riotta, ed altra feccia proveniente in massima parte da “sinistra”. Costoro nel mondo sono milioni, e sono appunto il clero dell’americanismo. Filosoficamente parlando, si tratta di prodotti della nicciana morte di Dio, e di tipi antropologici alla Ultimo Uomo.
    Questo partito intellettuale americano è ovviamente diviso al suo interno, ma io personalmente non trovo differenze di fondo fra Gianni Riotta e Toni Negri. Nel futuro ce lo troveremo sempre più di fronte. Non bisogna farsi in proposito nessuna illusione. Essi sono già dominanti nel cosiddetto Movimento No Global, che cercano già con successo di trasformare in Movimento New Global, cioè in fattore culturale interno all’americanismo.
    Ho finito su questo punto. Spero che il lettore capisca l’essenziale, e cioè che l’americanismo è fortissimo, perché ha una base storica, la nuova classe media globale, una base sociale, la nuova plebe frutto della dissoluzione del popolo, ed infine dei potentissimi gruppi intellettuali.

    6. L’americanismo e l’hitlerizzazione del nemico
    Come tutti gli imperi, anche l’impero americano si pensa e si vorrebbe eterno, e quindi la sua immagine del mondo è la fine della storia. Non si tratta dunque solo dell’invenzione del pagliaccio Fukuyama. La fine della storia è sempre il modo spontaneo e naturale con cui un impero rappresenta il proprio destino. Ma l’impero, nella misura in cui destoricizza il suo futuro, destoricizza anche il presente ed il passato. L’intera storia universale precedente viene destoricizzata, ed al posto della storia, che è sempre oggetto di analisi razionale, si mette l’opposizione fra il Bene (l’impero) ed il Male (i suoi avversari e tutti coloro che gli resistono), che si basa su di una concezione di tipo religioso fondamentalistico.
    Il Male ha bisogno di un Simbolo, e Hitler si presta perfettamente per questo scopo. I tentativi di creare un gemellaggio Hitler-Stalin, propugnato particolarmente dai “nuovi filosofi” guerrafondai francesi (Glucksmann, Henry-Lévy) e dai “vecchi dissidenti” guerrafondai cechi e polacchi (Havel, Michnik), non riescono a sfondare i ristretti limiti dei piccoli ambienti degli ex-comunisti pentiti e rinnegati. Stalin ne ha fatte di cotte e di crude, ma è pur sempre un personaggio storico che è difficile destoricizzare, ed ogni volta che si parla di lui si è costretti a parlare di un argomento razionale come il bilancio complessivo del comunismo storico novecentesco (1917-1991). E si comincerebbe allora a ragionare, mentre la destoricizzazione non vuole ragionare, ma creare una demonizzazione religiosa assoluta.
    Per questo Hitler si presta benissimo, ed è anzi insostituibile. Egli è infatti il paradigma dell’assolutamente imperdonabile, perché assolutamente ingiustificabile (e naturalmente - aggiungo io - lo è veramente). E’ dunque normale che l’apparato ideologico imperiale debba hitlerizzare tutti i suoi avversari, e questo non certo per “antifascismo” (come credono molti creduloni), ma per intenzionale destoricizzazione.
    Il primo leader hitlerizzato è stato l’egiziano Nasser negli anni Cinquanta e Sessanta. Purtroppo, sono abbastanza anziano per ricordarmelo ancora. Naturalmente, la gestione simbolica di questa hitlerizzazione fu costruita dal sionismo, ma la via era aperta.
    Nel 1999 il presidente serbo Milosevic fu hitlerizzato. Una copertina del settimanale “Espresso” portava la dicitura “Hitlerovic”. Da non dimenticare. Si inventò un genocidio degli albanesi, di cui non c’era neppure traccia. Si inventò una “pulizia etnica” degli albanesi, di cui non c’era ovviamente la minima traccia, e che centinaia di osservatori OSCE non poterono verificare, appunto perché non c’era (c’era invece una repressione armata jugoslava della guerriglia separatista UCK, il cui scopo dichiarato era invece l’espulsione etnica dei serbi dal Kosovo, cosa che si verificò puntualmente). I pagliacci italiani si inventarono una Operazione Arcobaleno, in cui l’orgasmo umanitario simulato copriva l’avallo alla guerra geopolitica americana (Camp Bondsteel, eccetera). Comunque, Milosevic dovette ad ogni costo diventare Hitlerovic.
    Nel 1991 e nel 2003 Saddam Hussein dovette essere naturalmente hitlerizzato, e la resistenza eroica del popolo iracheno dovette essere assimilata alla difesa di Berlino delle SS nell’aprile 1945. Ma l’hitlerizzazione continuerà certamente. Avremo in Colombia le FARC-Hitler, Chavez-Hitler in Venezuela, e Kim-Hitler in Corea del Nord. Basta aspettare.
    Questa hitlerizzazione del nemico, bisogna ribadirlo e ripeterlo senza stancarsi mai, non rappresenta assolutamente una concessione “virtuosa” postuma all’antifascismo. E’ esattamente il contrario. L’antifascismo fu un fenomeno storico, oggetto di ricostruzione e di dibattito storiografico razionale. L’hitlerizzazione è il contrario. E’ una manifestazione di destoricizzazione, una sorta di passe-partout per mettere la Maschera del Cattivo a chiunque si opponga all’impero americano ed ai suoi burattinai sionisti.

    7. Fine dell’antifascismo? E’ il momento di porre una domanda scandalosa
    La mia opinione, espressa qui in modo brutale ma chiaro, è che l’antifascismo è finito, e deve essere seppellito. Con tutti gli onori, e riconoscendone integralmente i giganteschi meriti storici, ma seppellito. Veramente era già finito nel 1945 (i colonnelli greci del 1967 e Pinochet del 1973 sono state cose orribili, ma anche un’altra cosa), ma è stato artificialmente tenuto in vita per una ragione di “carenza di legittimazione”. Il comunismo sapeva di non avere una sufficiente legittimazione storica (il modello di dittatura del proletariato e del monopolio del potere politico non la può avere, perché socialmente minoritario e filosoficamente poco fondato), ed allora ha creduto di poter rinviare la propria riforma radicale coprendosi dietro l’ampio mantello dell’antifascismo. In Italia questo è stato più chiaro (ma anche più grottesco) che altrove. Il punto più importante, che temo però sfugga al lettore (quanto sto dicendo è talmente orribile per il sentire comune di sinistra da provocare con tutta probabilità un rifiuto automatico non razionalizzato), è questo: la copertura pretestuosa di un antifascismo già finito nel 1945 ed artificialmente tenuto in vita con un cinquantennale accanimento terapeutico è stato un alibi per rinviare la resa dei conti con il vero problema, che era l’insufficienza sociologica, politica, filosofica e morale del comunismo storico novecentesco.
    Certo, se qualcuno mi chiede se Bush è il nuovo Hitler risponderò di sì, perché a volte purtroppo bisogna semplificare. Ma ciò che funziona per la polemica politica non funziona per la scienza sociale, per la storia e per la comprensione delle novità storiche. Il cercare di capire le novità storiche con i facili occhiali dell’analogia (Hitler, Mussolini, Pol Pot, Nerone, Gengis Khan, eccetera) è sempre un atto di pigrizia intellettuale. Le novità storiche richiedono novità teoriche, non stanche riproposizioni di facili ma inutili analogie storiche.
    Siamo chiari. Per esprimermi in modo banale ma chiaro, dal 1919 al 1945 i fascisti avevano torto, e gli antifascisti ragione. Dunque, onore e gloria all’antifascismo. Il fascismo fu fondamentalmente una reazione di classe alla rivoluzione russa del 1917, che invece fu una cosa buonissima. Per inciso, il fascismo non fu nella sua essenza storica l’espressione della parte più reazionaria del grande capitale finanziario (secondo la tesi tautologica ed economicistica di Dimitrov, che i comunisti ripeterono a pappagallo per decenni), ma una reazione di classe della nuova piccola borghesia protonovecentesca (e quindi diversissima dalla new global middle class di oggi) al progetto livellatore della classe operaia. Il fascismo era colonialista (Mussolini 1935 in Etiopia) e razzista (Hitler verso gli ebrei, gli zingari, gli slavi, ecc.). Io odio il colonialismo ed il razzismo, e dunque chi mi conosce non può sospettarmi di revisionismo e tanto meno di negazionismo. Io nego l’attualità storico-politica dell’antifascismo, non certo la funzione storica dell’antifascismo fra il 1919 ed il 1945.
    Se si vuole ad ogni costo (ma io non lo vorrei) paragonare il nuovo orribile impero americano al nazismo, allora gli intellettuali organici di questo nuovo nazismo non sono certo Marco Tarchi o Alain de Benoist (come continuano a salmodiare alcuni stralunati), ma sono Adriano Sofri e Giuliano Ferrara, e dunque feccia ex-comunista, e non residui della cosiddetta “nuova destra”. Il re è nudo da tempo, ma il “politicamente corretto” di sinistra non vede ciò che un bambino sveglio potrebbe vedere.
    La ragione che mi porta a proporre (educatamente ma fermamente) un congedo dall’antifascismo è però un’altra. Non si tratta soltanto del fatto che bisogna smetterla con le rappresentazioni del week-end dei Bastoni Incrociati degli Opposti estremismi (Centri Sociali contro Forza Nuova), e bisogna incominciare a capire che queste rappresentazioni mediatizzate sono elementi spettacolari funzionali all’Estremismo di centro, che è la vera ideologia “nazista” contemporanea. Il punto base è un altro, ed ho cercato (con pochissima speranza, non mi faccio nessuna illusione) di chiarirlo nel paragrafo precedente sulla nuova hitlerizzazione (e non stalinizzazione) simbolica del nemico dell’impero religioso americano. Oggi il sistema ideologico dell’impero non propone Milosevic-Stalin e Saddam-Stalin (se non in alcuni zelanti dissidenti polacchi), ma propone Milosevic-Hitler e Saddam-Hitler. In questo quadro non ha senso balbettare che oggi il “vero fascismo” non è più quello di Mussolini, ma quello di Bush, ecc. Sono sciocchezze. Ogni riproposizione simbolica dell’antifascismo (ripetiamolo ancora per i maliziosi in mala fede, antifascismo sacrosanto dal 1919 al 1945) porta acqua al re di Prussia, e cioè a Bush, che attaccherà sempre più nuovi paesi in nome dell’eterna lotta al Fascismo.
    Non c’è nulla di più ridicolo di servi zelanti che portano trafelati acqua al vincitore. A volte anche la stupidità è un delitto.

    8. La questione ebraica oggi. Un altro tabù da discutere senza paura
    Oggi parlare di questione ebraica, anche se si cerca di farlo in modo umanistico e razionale, significa automaticamente essere accusati di antisemitismo. Accusa simbolicamente terribile, perché la mente corre necessariamente ad Auschwitz, che è sempre oggi (ed è bene che lo resti anche in futuro) il modello storico (non metastorico) dell’assolutamente ingiustificabile e del totalmente intollerabile. E’ dunque evidente che tutti coloro che sul mercato della rispettabilità mediatica ritengono di “avere qualcosa da perdere” scappino dalla questione ebraica come dalla peste.
    Eppure il parlare pacatamente della questione ebraica è stata una componente fisiologica della modernità, e Hitler avrebbe una sua ultima ripugnante vittoria postuma se la sua politica genocida finisse con l’impedire ciò che era ancora possibile per Karl Marx e Sigmund Freud. Karl Marx parlò apertamente di questione ebraica, e parlò addirittura di rapporto fra ebrei e denaro, senza che Fiamma Nirenstein e Gad Lerner potessero balzargli addosso. Sigmund Freud si inventò addirittura un Mosè egiziano (che tutti gli esperti storici del periodo tendono ad escludere) per sostenere che gli ebrei dovevano piantarla con la tesi pretestuosa di essere gli inventori e gli scopritori del monoteismo. Eppure Marx e Freud non erano ovviamente antisemiti. Come non ritiene assolutamente di esserlo (e lo scriverò qui una volta sola, anche se sarebbe del tutto superfluo ribadirlo se fossimo in un ambiente meno avvelenato, corrotto e ricattabile) chi scrive queste righe.
    Da circa dieci anni un’asfissiante campagna ideologica ha imposto l’equazione fra antisionismo ed antisemitismo. Il sionismo in sè non può più essere criticato, al massimo si può dire che Sharon esagera. Il sionismo, indipendentemente dalla coscienza soggettiva dei primi coloni, fu un fatto integralmente coloniale, eppure dire questa assoluta ovvietà, fattuale come sono fattuali i ghiacci della Groenlandia, significa essere sporcati con l’accusa di antisemitismo. C’è voluto un libro di un onesto ebreo americano, Finkelstein, per dire ciò che è sotto gli occhi di tutti, e cioè che ci fu uno sfruttamento lobbistico dell’Olocausto. Quando un noto saggista italiano, Alberto Asor Rosa, scrisse che è stata una grande tragedia storica il fatto che non tanto gli ebrei quanto le comunità ebraiche organizzate siano passate oggi dalla parte del potere (chiudendo quella feconda ambivalenza che aveva prodotto Bloch e Benjamin, Buber e Lukács, ecc.), gli sono subito saltati alla gola accusandolo di antisemitismo.
    In questo clima ad un tempo avvelenato e drogato ogni riflessione pacata sulla questione ebraica oggi è di fatto impossibile. Sostiene Giuliano Amato (cfr. “La Repubblica”, 9-4-2003): ”E’ utile l’idea di un Medio Oriente in cui non abbiamo il coraggio di riconoscere, con tutta la simpatia per i palestinesi, che Israele è una parte di noi?”. Ed Amato (non Tarchi, non de Benoist) dice ovviamente di no. I palaestinesi possono essere simpatici, anche perché se ne prendono talmente tante che fanno pena, ma non sono parte di noi (cioè Locke, la democrazia, ecc.), mentre invece Israele è parte di noi.
    Bisogna raccogliere senza paura la sfida di questi presunti occidentalisti cialtroni, che in nome dell’Occidente giustificano la violazione della Carta dell’ONU e della legalità internazionale. Ho sessanta anni, sono “occidentale” né più né meno di Amato, ed ho certamente una base linguistica e culturale più ricca ed articolata della sua. Il suo snobismo furbacchione da intrallazzatore craxiano può stupire un trinariciuto mugellano, ma non certo chi scrive. Ebbene, Israele non è assolutamente parte di me. Israele, per usare i termini della filosofa americana occidentalissima Judith Butler, provoca soltanto in me i due sentimenti di vergogna e di umiliazione. Ho vergogna e sono umiliato per il fatto di appartenere, almeno anagraficamente, ad una “civiltà” che in nome della Bibbia e dell’Olocausto (due cose cui gli arabi palestinesi sono completamente estranei) ha prima tollerato e poi apertamente appoggiato il massacro e l’espulsione di un popolo autoctono (fino al 1917 composto pacificamente da musulmani, cristiani ed ebrei, tutti quanti sudditi ottomani), per cui un ebreo benestante di New York e Milano può cacciare un bracciante di Hebron da casa sua, e chiamarlo ancora “terrorista” se per caso resiste.
    Non capisco perché il viso da presuntuoso furetto di Amato debba essere “occidentale” ed il mio no. Non capisco perché chi non si arruola simbolicamente nel sionismo debba essere sporcato con l’intollerabile parolaccia di “antisemita”, e non possa accedere ad una tutela giudiziaria contro questa diffamazione. In fondo, se qualcuno mi accusa di essere un pedofilo o uno spacciatore di droga posso ancora (forse, ma il sistema giudiziario è già di fatto impazzito, come testimonia la scarcerazione delle due giovani assassine pugliesi di una loro coetanea durante una cerimonia diabolica) lamentarmi in giudizio, mentre qualunque cialtrone può accusarmi ingiustamente di antisemitismo senza alcuna tutela giuridica.
    Questa vergogna deve finire, ma non finirà presto. Da un punto di vista generale, non nego che astrattamente una radicalizzazione dell’antisionismo possa anche portare alcuni a forme di antisemitismo, magari non razziale, ma etnico, storico e culturale. L’ipocrisia dei sionisti è infatti talmente ripugnante da rendere possibile questo scivolamento, come è già avvenuto in molti intellettuali prevalentemente musulmani o ortodossi. Ma io ritengo seriamente che ci siano antidoti contro possibili scivolamenti di questo tipo, e molti di questi antidoti sono presenti anche nella migliore tradizione marxista.
    Questi antidoti vengono dagli antichi greci (gli unici “fratelli maggiori” di cui riconosco la parentela), e vengono sopratutto dal razionalismo e dall’umanesimo. Chi critica l’umanesimo epistemologico ha ragione sul piano teorico, ma chi non capisce che l’umanesimo è il solo antidoto contro la barbarie è uno scemo che non dovrebbe occuparsi mai di filosofia. Se si è impregnati di razionalismo e di umanesimo (che a differenza di come pensa il presuntuoso furetto Amato non sono affatto monopoli della tradizione occidentale) allora ogni scivolamento antisemita diventa impossibile. Non sempre i vaccini funzionano, ma questo vaccino funziona. L’antisemitismo, anche quando non è razzista o quando non straparla oscenamente di “popolo deicida”, è sempre in ultima analisi una concezione complottiva e paranoica della storia, che non resiste all’analisi razionalistica. Oggi l’unico antisemitismo vero, il più spregevole, è quello contro gli arabi ed i musulmani. Sono stato colpito da un cartello issato su di un carro armato a Bassora dai mercenari inglesi assassini, su cui era scritto: “se potete leggere questo cartello, significa che siete più vicini ad Allah di quanto pensiate”. Ma chi mi ha colpito di più è il mezzobusto televisivo sorridente che commentava questa sozzura antisemita dicendo: “Tipico umorismo inglese”.
    Dalla merda barbarica di questo commento dello strapagato mezzobusto usciremo soltanto con molto coraggio. Non vedo questo coraggio nel corrottissimo ceto intellettuale “politicamente corretto”, che si piscia addosso dalla paura davanti a Fiamma Nirenstein ed a Gad Lerner.

    9. Il bilancio storico del comunismo ed il bilancio teorico del marxismo
    A questo punto, di fronte alle macerie ed al sangue, ho quasi vergogna di parlare di argomenti tutto sommato secondari come il bilancio teorico del marxismo ed il bilancio storico del comunismo. Tuttavia, dal momento che prima o poi deve “passare la nottata” (per citare Edoardo De Filippo) propongo al lettore alcune sommarie riflessioni proprio alla luce degli ultimi avvenimenti.
    Senza uscire dal modello economicista di Kautsky, modello che sostanzialmente non è mai stato abbandonato in 120 anni, non c’è uscita dalla crisi del marxismo. Bisogna essere cortesi con tutti, e dunque anche con i sostenitori della trasformazione dei valori in prezzi di produzione, della caduta tendenziale del saggio del profitto, dell’aumento della composizione organica del capitale, eccetera. Il divino si manifesta anche nelle pietre. Ma deve essere chiaro che non si procede pestando sempre il suolo con le scarpe sullo stesso quadratino di terra. Le tendenze economiche della riproduzione capitalistica sono essenziali, e devono essere accuratamente studiate, ma solo una superstizione economicista riduce ad esse i “rapporti sociali di produzione” capitalistici. Chi continua a salmodiare con supponenza questi mantra Kautskiano-buddisti deve essere salutato con cortesia, e lasciato stare alle sue tabelle.
    Dai bordighisti allucinati non possiamo aspettarci nulla. Tutto è capitalismo, aumenta statisticamente il lavoro salariato nel mondo, aumentano le fusioni fra i grandi monopoli, eccetera. Il Sole 24 Ore, che già per conto suo è rosa, viene ulteriormente colorato di rosso. Un giorno dalle tabelle salterà fuori lo Spirito Santo, cioè l’eterno proletariato per ora dormiente. Quando si sveglierà, tutto sarà risolto.
    Dai trotzkisti maneggioni non possiamo aspettarci nulla. Il trotzkismo mondiale si è oggi spaccato in due tronconi, il che non è sintomo di debolezza, ma anzi di relativa forza. Il trotzkismo di sinistra continua a perseguire il miracoloso partito proletario mondiale della Quarta Internazionale armato della teoria non solo giusta ma anche giustissima. Il trotzkismo di destra si è dipinto la faccia a vivaci colori pacifisti, femministi ed ecologisti, ha adottato il neokeynesianesimo di Le Monde Diplomatique, e balla danze collettive da oratorio con Vittorio Agnoletto e Rosy Bindi. E’ soprattutto la gestualità estetica pienamente omologata con il circo contestativo no-global che mi fa pensare che l’integrazione mediatica nel capitalismo politicamente corretto sia ormai definitiva.
    Dagli operaisti passati dall’operaio-massa fordista alle moltitudini disobbedienti mondiali non possiamo aspettarci più nulla. Essi sono indubbiamente più “originali”, e dunque più sfiziosi per i maniaci della teoria teorica, di quanto lo siano i dinosauri bordighisti ed i brontosauri trotzkisti. Ma tutto si riduce lì. Ma mentre trotzkisti e bordighisti sono completamente a lato dei fenomeni, e possono solo fare “danni collaterali” a chi cerca di uscire dalla crisi del marxismo, gli operaisti sono invece dei veri bombardatori strategici dell’obbiettivo. Essi confluiscono, e comunque in futuro sicuramente confluiranno, nell’americanismo, o più esattamente nella apologetica indiretta dell’americanismo come male minore. A questo li spinge irresistibilmente il loro futurismo, il loro odio per la questione dell’indipendenza nazionale, la loro antropologia virtuale che identifica in un solo general intellect uomini, animali ed organismi cibernetici, eccetera. Mi voglio qui sbilanciare in un’affermazione forse un pò azzardata: bordighisti e trotzkisti sono avversari teorici, ma gli operaisti diventeranno nemici storici e politici. Aspettare per credere.
    Lo stalinismo è un fenomeno (legittimo ed addirittura non del tutto negativo) di rivalutazione storiografica e di rivendicazione orgogliosa di aver tentato l’assalto al cielo, ma il contesto storico impedisce qualsiasi vero neostalinismo politico. Il modo sacrosanto con cui Cuba, la Corea e la Cina si difendono, e speriamo che Dio le aiuti (perché certamente il materialismo dialettico non potrà farlo), non ha nulla a che fare con lo stalinismo come fenomeno storico. Ultimamente, dopo decenni di idiozie della corporazione degli storici, cominciano a spuntare interpretazioni minimamente convincenti dello stalinismo come fenomeno globale (cfr. Moshe Lewin, Le Siècle Sovietique, Fayard, Paris 2003). Lewin si avvicina vagamente al centro del problema: lo stalinismo fu una gigantesca rivoluzione plebea, necessariamente carismatica come tutte le grandi rivoluzioni plebee che concentrano nell’indispensabile culto del Capo Mummificato una gigantesca mobilità collettiva ascendente, e fu infine vittima del suo stesso successo, perché le rivoluzioni plebee non possono esercitare le funzioni previste da Marx. Lo stalinismo è stato dunque insieme grande e nello stesso tempo irriproponibile.
    Del maoismo resta a mio avviso qualcosa di più, e cioè il modello della rivoluzione contadina anti-imperialista nei paesi poveri (vedi le sacrosante guerriglie della Colombia e del Nepal). Ma questo modello è del tutto improponibile nei nostri paesi metropolitani ed imperialisti. Lasciamo le fughe esotiche a Salvatores ed all’Inserto Viaggi della “Repubblica”. Piena, completa e convinta solidarietà anti-imperialista (nella quale sono personalmente e notoriamente impegnato da anni), ma non crediamo che i nostri problemi di prospettiva storica e di orientamento teorico siano risolti dalle traduzioni di documenti marxisti-leninisti in lingua turca.
    In ogni caso, il vero problema non sta nelle cose dette in questa nona tesi. Il vero problema sta a mio avviso nelle cose con cui concluderò il discorso nella prossima decima ed ultima tesi.

    10. La questione comunista nel XXI Secolo
    Sul futuro del comunismo in questo Terzo Millennio non è possibile dire nulla di veramente sensato. Ogni sproloquio millenaristico sarebbe fuori luogo. In proposito, un sobrio minimalismo è un atteggiamento migliore di quanto lo sia un ottimismo della volontà (accompagnato o meno da un complementare pessimismo della ragione).
    Io sono al 100% comunista nel senso di Marx, e lo sono molto più oggi che ho sessant’anni di quanto lo fossi quando ne avevo venti ed avevo semplicemente meno esperienza storica e più illusioni ideologiche, come è d’altra parte normale che sia. In quanto al comunismo come fenomeno di invidia sociale e di volontà di livellamento ideologicamente mascherata da un 50% di economicismo e da un 50% di storicismo (e cioè da un 100% di nichilismo), si tratta di una patologia sociale che non mi ha mai interessato, anche se manda cattivo odore come lo spurgo di una fogna. Ho sempre trovato fisiologici e normali i fenomeni culturali di tipo anticomunista, da quelli “nobili” (alla Hannah Arendt ed alla François Furet) a quelli bassi e “volgari” (alla Giuliano Ferrara ed alla Adriano Sofri). I rifiuti nobili del comunismo sono simili al sudore di un cavallo, e quelli volgari al peto di un asino. Sono grotteschi, ma non sono veramente interessanti sul piano teorico.
    Il comunismo storico novecentesco (1917-1991), da non confondere con il comunismo di Marx, che è sempre stato storicamente inesistente, è un fenomeno integralmente conchiuso. Consiglio a chi non ci crede ancora, ed è dunque come il famoso “eremita” di Nietzsche, la proiezione delle seguenti immagini: Gorbaciov che pubblicizza la pizza Hut; Eltsin che barcolla ubriaco dopo aver svenduto ad alcuni privatizzatori sionisti mafiosi settant’anni di lavoro dei popoli sovietici; i despoti turcofoni dell’Azerbaigian, Kirghisistan e Turkmenistan, ex-dirigenti comunisti sovietici, che vendono agli americani basi militari per poter ricattare meglio Cina e Russia; il mafioso georgiano Shevarnadze, ultimo ministro degli esteri sovietico, che riempie il suo infelice paese di agenti della CIA e di banditi ceceni; gli ex-comunisti polacchi, ungheresi e romeni che concedono basi agli americani per bombardare illegalmente l’Irak; il ghigno di sufficienza del pulcino togliattiano corrotto Massimo D’Alema che si pavoneggia insieme con l’assassino bombardatore americano Clark, e che ancora nel 2003 ha rivendicato la guerra del 1999 dicendo che non fu una guerra, ma una “operazione di polizia NATO che non aveva bisogno di un avallo dell’ONU” (sic! e strasic!), furberia semantica da aderente pugliese alla Sacra Corona Unita che potrebbe definire l’assassinio di un anziano come “interruzione anticipata della respirazione di un relitto che tanto sarebbe comunque durato poco”.
    Questo comunismo storico novecentesco si è dissolto nella vergogna materiale e morale. Prima di una sua rifondazione politica e teorica, ci vuole una rifondazione morale. E’ questo che molti neo-comunisti non riescono neppure a capire. Pensano di poter riproporre le vecchie porcherie storicistiche ed economicistiche tali e quali, solo con “uomini nuovi” (e cioè loro ed i loro portaborse e sicofanti). Questa gentaglia non rifonderà mai nulla, ma continuerà a girotondare in circolo proponendo alleanze elettorali, desistenze, eccetera, e chiamerà questo “far politica”.
    Io non ho una ricetta per la riproposizione seria della questione comunista nel XXI secolo. Io sono ovviamente favorevole alla sua riproposizione, per il fatto che il termine di “comunismo”, sia pure sporcato da politicanti e pagliacci, allude per sempre a Karl Marx, che per me resta non tanto un grande “economista”, quanto l’erede dei filosofi greci, di Spinoza, degli illuministi e sopratutto di Hegel. Questo comunismo mi interessa, ovviamente ridefinito e migliorato.
    Ma una cosa deve essere chiara, e qui chiudo. La questione comunista, a mio avviso, non può essere riproposta direttamente, dopo la vergognosa batosta dissolutiva del comunismo storico novecentesco. Essa deve essere riproposta attraverso una mediazione indispensabile. Questa mediazione indispensabile è la formazione di un movimento mondiale di resistenza all’impero americano ed ai suoi satelliti. Un simile movimento comprenderà al suo interno forze nazionali, necessariamente (ed anzi per fortuna) interclassiste, forze religiose (speriamo non solo musulmane, ma anche cristiane ed ebraiche), ed infine forze sociali di vario tipo. I “comunisti”, ammesso che non diventino come gli “anarchici” (e cioè simpatici ma irrilevanti reperti di archeologia ideologica), cosa peraltro del tutto possibile, saranno solo una parte, e neppure la più importante, di questo possibile ed auspicabile movimento di resistenza all’impero americano. Ogni richiesta di “direzione” di questo movimento è oggi del tutto presuntuosa e prematura. Troppo grande è stata la bancarotta storica, politica, teorica e morale. Ci vuole più modestia.
    Ecco, questo è in sintesi il nucleo della questione comunista nel XXI secolo.

  5. #15
    RibelleSano
    Ospite

    Predefinito

    Grazie mille Quetzalcoatl.

    Data la lunghezza dell'articolo da te gentilmente postatomi mi riservo di leggerlo domani con più calma.

 

 
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