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    Predefinito Prova di dialogo con il Capitano Nemo

    Nella discussione sulla "presunzione occidentale contro...", il Capitano Nemo mi ha fatto la seguente risposta:

    ----------------


    Al massimo si potrebbe dire che la "libertà" sta al di là della "nostra" merce tanto quanto sta al di là del "loro" Dio.
    Ma non sarebbe vero neppure questo.

    Non viviamo in una società più vicina al socialismo, considerando un'ipotetica scala graduata che va dal capitalismo nelle sue varie forme, al comunismo.
    Per nulla.
    Una delle più grandi lezioni del novecento, per quanto mi riguarda, è lo smascheramento del mito del "progresso".
    L'evoluzione della "tecnica" non implica necessariamente un avanzamento dell'umanità: al contrario essa può comportare, come nel nostro caso, una subordinazione dell'umanità stessa nella sua sostanza(pongo dei limiti all'esistenzialismo) alla tecnica.
    Non a caso si parla di "tecnocrazia".

    Il modo di produzione capitalistico non tende spontaneamente alla socializzazione dei mezzi di produzione(che non saranno mai "neutrali"), e nemmeno è segnato da crisi interpretabili come fratture insanabili.
    Al contrario - ma è mia opinione, non verità rivelata- il capitalismo nel suo complesso è la risultante di una interrelazione tra le diverse parti che lo compongono: relazione a volte dicotomica, comunque improntata ad una contrapposizione dinamica tra queste "parti" ognuna delle quali è latrice di specifici interessi.
    E' lo scontro tra questi interessi a determinare delle situazioni di "stallo", nelle quali potrebbe incunearsi un processo di trasformazione sociale se veicolato da attori politici coesi e caratterizzati da un condiviso e completo progetto di società.
    Ma questo, ad oggi, potrebbe avvenire come potrebbe non avvenire mai: al più, ove nulla mutasse, assisteremmo al verificarsi di crisi quali quella argentina.
    Il capitalismo è dinamico, duttile, sa fare quello che il socialismo non è riuscito a fare(di questa staticità morendo): sa trasformarsi, adattarsi, rigenerarsi; un po' come certi virus.

    Il problema inoltre verte su un altra questione: l'aver sottovalutato per anni, bollandolo come mera "sovrastruttura", il problema della concezione esistenziale.
    Il produttivismo prima e la tecnocrazia poi impongono codici assiologici, chiavi interpretative della realtà, paradigmi sociali e comportamentali, del tutto eretti sui loro specifici bisogni di autoriproduzione.
    E questa società nostra non è la Russia zarista, ove la propaganda si esegue a suon di fucilate e impiccagioni.
    Qui abbiamo a che fare con un mostro che solo i situazionisti hanno cominciato ad intravedere e a definire.
    "La società dello spettacolo", quel sistema perverso che tende ad inoculare nell'individuo una rappresentazione del mondo totalmente artefatta, micidiale, disumanizzante.
    Se noi ci liberassimo della merce domani, avremmo a che fare con una sedimentata umanità forgiata sulla mercificazione dell'essere, di tutto ciò che è.
    Il problema si ripresenterebbe, la merce essendo, in primis, noi stessi.

    Il rapporto che poi dovrebbe intercorrere tra emancipazione umana e rappresentazione personale della dimensione spirituale(che è un bisogno umano insopprimibile poiché, come ben fa notare Preve, legato alla caducità della vita), non può essere segnato da alcun dogmatismo ateistico.
    Ove un "comunismo" ponesse una discriminante atea quale quelle poste in passato dal socialismo reale, troverebbe in me un feroce e rabbioso oppositore.

    Nel mondo definito "Islamico" sussistono aspetti della nostra umanità ai quali noi non abbiamo più accesso. E questo in virtù proprio di quel connubio malefico tra tecnicismo, produttivismo e scientismo che ha marcato la concezione esistenziale della nostra società. Con un ruolo forse preponderante svolto dalle formule provenienti dalla sinistra radicale nei decenni passati.
    Non è un caso che una parte dell'intellighencija di sinistra di allora, oggi rappresenti la componente più estrema di partiti o aree neo-liberiste e filo-imperialiste. Il paradigma di fondo, produttivista e tecnocrate, era ed è pressoché lo stesso.

    Ciò che tu poi chiami "alienazione in Dio" lo si è sempre chiamato, e ancora lo si può chiamare, "ascesi".
    La merce invece sarà sempre e solo merce.

    Il nostro problema è -sempre scondo il mio parere- che noi viviamo in una società nella quale i media(principalmente, ma non solo) veicolano una perversa concezione della vita, mostruosamente protesa a legittimare moralmente la prassi sterminatrice seguita dalle "democrazie" occidentali al di fuori del loro perimetro amministrativo.
    Una concezione che incide con forza psicotropa sull'individuo(la "teoria dell'ago ipodermico"? MONDEZZA!) imponendogli con una violenza senza precedenti storici, le categorie attraverso le quali interpretare la realtà.
    Da queste categorie l'uomo risulta essere appunto "reificato"(curiosamente Ratzinger, il Pontefice cattolico Benedetto XVI, crede di avere inventato un semantema nuovo parlando di "cosificazione").
    Uomini che considerano se stessi e gli altri come "oggetti", come merci.
    Uomini che considerano tutto ciò che è "altro da sè" come soggetto alle leggi del mercato.
    Uomini che arrivano persino a "spiegare" l'amore tra un uomo e una donna come un fatto puramente ( e solamente) "biochimico", mediante tecniche argomentative che, isolando le singole parti dal "tutto" cui sono interne, mostrano gli epifenomeni(come può essere il dato biochimico) come se fossero i fenomeni originari.
    E mi sono voluto soffermare su questo aspetto per indicare a quale abominio è pronta quella società che, per parafrasare il Manzoni, non riconosce nulla al di sopra di sé; nessun vincolo, nessun limite alla manipolabilità di una sostanza umana(che, ripeto, per me esiste!chiamatemi pure giusnaturalista) concepita come "merce".
    Allora abbiamo a che fare con qualcosa di più complesso che non la questione della proprietà dei mezzi di produzione.
    L'economia si trasforma in finanza, ed il potere non è più identificabile in luoghi nevralgici ben distinti.
    E più ancora, il sogno di Paracelso sembra trovare una sinistra conferma nella genesi dell'homo hoeconomicus"(spero si scriva così).
    Già, perché non solo il socialismo, quello vero(ad esempio il c.teGuevara), ricercava ed inseguiva l'ideal-tipo dello "uomo nuovo".
    Anche il capitalismo lo fa, chiaramente modellandolo a sua immagine e somiglianza, ed intendendo il paradigma tratto a modello non come ideal-tipo cui tendere nei limiti della natura umana, ma come forma da imporre in tutto e per tutto alla stessa sostanza umana.
    Non so dove condurrà la deriva nichilistica del relativismo progressista; di certo, oggi come oggi, non al "comunismo".
    A parte il fatto che molto vi sarebbe da dire su che cosa possa essere il "comunismo" oggi. E non è certo argomento dalla rapida trattazione.

    Probabilmente, anzi, sicuramente è vero che agli esseri umani che vivono in società caratterizzate dalla prevalenza delle coordinate culturali e religiose dell'Islam, manca qualcosa di ciò che noi possiamo avere.
    Ma, a parte il fatto che i regimi oggi vigenti nel "mondo islamico" non possono essere automaticamente ricondotti all'Islam inteso quale religione e cultura(Arabia saudita, Giordania, cosa hanno in comune?), è almeno altrettanto vero che a noi mancano cose che in quei luoghi l'umanità può avere ed ha.


    Non ho certezze matematiche, finisco così, dopo "averla fatta lunga", giacché è un mio vecchio vizio.

    Di certo so che non mi si deve chiedere di scegliere tra Islam ed occidente.
    Perché la mia scelta l'ho già fatta tempo addietro, e non è l'occidente(Preve mi perdoni l'uso di questa categoria in tal senso: gli è che io non sono un filosofo ma uno scribacchino).

    saluti
    n.



    ---------------------------

    Adesso io vorrei discutere alcuni punti. Non tutti adesso in un solo colpo, che non ci voglio neppure passare la notte.

    Sulla tecnica:

    Io penso che la tecnica non sia altro, in realtà, che una necessità per il capitale, che l'impiega come mezzo per proseguire l'accumulazzione tendenzialmente infinita del valore.
    In questo senso, è chiaro che la tecnica "non implica necessariamente un avanzamento dell'umanità" (Nemo). Al contrario, la tecnica è il mezzo con il quale il capitale estranea le nostre qualità umane per metterle al servizio del capitale. In altre parole, la tecnica è un processo di domesticazione dell'uomo da parte del capitale.


    Sulla dinamica adattativa del capitalismo:

    La penso più o meno come Nemo. Non c'è mecanismo determinista che porta necessariamente al sorpassamento del modo di produzione capitalista. Questo implica allora l'importanza di un programa comunista, affinché in quel momento nel quale il capitalismo mostra segni di debolezza, si possa prontamente dar vita al partito storico comunista e rivoluzionario.
    Il nucleo organico nel quale si elabora la teoria e da qui il programma comunista, costituisce da questo punto di vista la virtualità sempre rinascente del proletariato.
    (preciso che il proletariato si definisce da lui stesso quale attore cosciente e attivo della distruzione del capitalismo; in questo momento non esiste il proletariato)


    Il problema della concezione umana:

    Nemo, mi sembra, non ha ben chiaro cosa intendevano i situazionisti per "société du spectacle". Questa non è "un sistema perverso che tende ad inoculare una rappresentazione del mondo artificiale. È invece questa rappresentazione stessa! L'individuo, nella società spettacolare, è ridotto all'impotenza e alla passività. Anziché vivere la propria vita, assiste instupidito alla vita della merce, magicamente dotate di spirito. Non esageriamo il merito di Debord, basta leggere il primo capitolo del primo libro della prima parte dell'opera di Marx Il Capitale per capire che la società dello spettacolo non è altro che la società capitalista mercificata all'estremo.

    Ha ragione pero il Nemo dicendo che non basta liberarsi dalla merce per trovare il comunismo. Infatti non è la merce quale oggetto singolo che pone il problema, ma la forma-merce, la quale non è che un momento dell ciclo di riproduzione del capitale. Il fatto è appunto, come giustamente segnalato, che la merce, siamo noi. In primis in quanto forza di lavoro, ma anche, se si riflette sulla questione, in tutti i momenti della vita sociale. Quando per esempio ci si veste bene per andare a festa con gli amici, cosa si fa se non lavorare in vista di aumentare il nostro valore sul mercato delle relazioni sentimentali? Oggi ci pensiamo attraverso la forma-capitale, e proprio questo è il nodo del problema.

  2. #2
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    Continua la discussione

    Sulla dimensione spirituale:

    Io non sono ateo, e non capisco come si possa essere ateo, visto che l'ateismo non è altro che un deismo (déisme in francese) rovesciato.


    Sull mondo islamico e la sua prossimità ad una umanità da noi perduta:
    Un punto questo molto interessante sul quale tornero. Infatti nelle società meno mercificate, esiste ancora un legame sociale, una comunità umana, che per certi versi raffigura la libertà da noi comunisti anticipata nel movimento rivoluzionario.
    Ma qui si deve essere attenti. Il capitale, anche se ha domesticato l'uomo ai suoi propri fini, ha nel contempo favorito la sua creatività, appunto perché tutto quello che produce il nostro spirito e il nostro corpo è chiamata ad diventare un supporto per il valore. Cioè il valore si serve della nostra umanità alienata nella merce per circolare e moltiplicarsi.
    Questo significa che le potenzialità umane, anche se sotto dominio capitalista, sono state in maggior parte esplorate in Occidente che nelle società arretrate dal punto di vista capitalista. E dunque c'è modo di credere che distruggendo l'impero del capitale sulla nostra vita, cioè distruggendo il rapporto sociale privativo, si realizzerà una libertà molto più ampia e ricca che dappertutto altrove.

    Basta per stasera. Tornero su altri argomenti quanto ne avro tempo.
    Saluti al Capitano

  3. #3
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    Ringrazio orkonner per l'interessantissima e robusta risposta.
    La ri-leggerò con attenzione.
    Intanto dico subito che ha ragione nel sottolineare l'incongruenza relativa alla citazione dei "situazionisti".
    Li ho citati come antesignani, avanguardia nello sbugiardamento del complesso sistema di "maschere totemiche" che è proprio al capitalismo, a maggior ragione nella sua fase "consumista-performativa".
    Quel passaggio posto tra virgolette da Orkonner, ineriva in effetti più ad una mia personale riflessione sul tema della "società dell'immagine"(mass-media e propaganda) che ai situazionisti stessi.
    Qualcosa che affronterò magari più in là, perchè è un tema ancora "grezzo" al momento(per quanto mi riguarda).

    Un altro punto, velocemente:

    Questo significa che le potenzialità umane, anche se sotto dominio capitalista, sono state in maggior parte esplorate in Occidente che nelle società arretrate dal punto di vista capitalista.
    Sicuramente ciò è vero sotto il profilo "quantitativo"; resta da vedere però se ciò sia vero anche da un punto di vista "qualitativo". Insomma: nessuno nega la straordinaria sovrabbondanza di mezzi che contraddistingue le società capitalistiche evolute; ma, al di là della questione della loro natura e del loro "possesso", come ciò ha influito sull'essere umano? Soprattutto fino a che punto sarà possibile (non voglio certamente citare Kazinskj) emanciparsi dalla "demonia della tecnica" salvando(secondo me necessariamente) la tecnica stessa come strumento?
    Sembra una stupidaggine, lo so, eppure non è un problema risolvibile in due battute.
    Gli è che il complesso insieme che costituisce questa modernità, proprio in virtù delle strettissime e fitte interconnesioni che ne collegano ogni sua parte(che sembra quasi "sfumare" nell'altra), non è facilmente scomponibile.
    Non almeno come poteva esserlo (relativamente, si intende) quando Marx ed Engels hanno vissuto e scritto.

    Chiudo come sempre senza risposte ma solo con nuove domande, ringraziando pubblicamente Orkonner per questa discussione e per le sue efficaci analisi critiche e benedettamente problematiche.

    Saluti.

  4. #4
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    nessuno nega la straordinaria sovrabbondanza di mezzi che contraddistingue le società capitalistiche evolute; ma, al di là della questione della loro natura e del loro "possesso", come ciò ha influito sull'essere umano?
    Il movimento di creazione della richezza "borghese", cioè abondanza di merci, è la manifestazione in positivo del movimento di alienazione dell'uomo. Quest'ultimo, a misura che la sua esistenza veniva incastrata nella forma-capitale, provava un senso sempre crescente di estraneimento dalla sua vita. Alla fine, homo economicus diventa l'imprenditore della propria vita; gestisce quest'ultima esattamente come il trader gestice il capitale in borsa.

    Sul piano spirituale è evidente que il movimento di alienazione porta alla desertificazzione assoluta. L'uomo, il suo spirito, diventa un guscio vuoto invaso dall'esterno dalla merce e dalle sue menzogne.

    Se si esclude la possibilità di un sorpassamento del capitalismo - che coincide dunque con la re-appropriazione della richezza alienata sotto forma merce - allora in effetti appare che le società meno mercificate, nelle quali si devono contare quelle in cui la fede è ancora un motore vitale, sono un meglio in assoluto. Da questo punto di vista, che potrebbe definirsi rigorosamente reazionario, l'alienazione religiosa appare come un male minore, forse anche necessario alla vita in società.

    Detto questo, si vede che oggi difficilmente le religioni resistono all'espanzione capitalista. E le forme moderne dell'integrismo religioso, a loro modo, già esprimono una concezione degradata della spiritualità vera.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Da questo punto di vista, che potrebbe definirsi rigorosamente reazionario, l'alienazione religiosa appare come un male minore, forse anche necessario alla vita in società. .
    Apprezzo molto l'apertura. Non condivido l'uso del concetto "reazionario", poichè la questione è sempre di una "reazione" rispetto a qualcosa. Ciò può valere per quei contesti ove la "spinta religiosa" è incrementata dalla "reazione" ad uno status quo( di qualsivoglia natura) considerato come oppressivo e insoddisfacente.
    Ma, pur notando che in una analisi sistemica il rilievo "politico" della spiritualità inerisce solo alla religione come matrice di un fenomeno sociale collettivo, non posso considerare il bisogno fisiologico di spiritualità come "reazionario".
    Anche l'approccio puramente empirico al tema della spiritualità non conduce affatto, automaticamente, al positivismo.
    La storia della fisica, dal Big Bang al Big Crush, dal continuismo di Aristotele fino al discontinuismo di Democrito ( riguardo alle unità elementari della materia ), dall'atomo fino ai quark, spalanca le porte della nostra conoscenza verso categorie analitiche ben più vaste ed incognite di quelle fino ad oggi evinte dalle leggi macroscopiche che regolano il mondo fenomenico.
    Le teorie più recenti riguardo all'origine dell'universo sono, ad esempio, straordinariamente simili a quanto, in ambito "religioso", viene narrato sull'origine del mondo da qualche decina di secoli in regioni asiatiche.
    E' bizzarro, ma è un fatto.
    Può tranquillamente essere una "convergenza", una casualità.
    Ma io preferisco affidarmi alle parole di un "fisico"(non di un "sacerdote") per sostenere che:

    "Né la Scienza né la Logica permettono di concludere che Dio non esiste.
    Nessun ateo può quindi illudersi di essere più logico e scientifico di colui che crede. Chi sceglie l'Ateismo fa quindi un atto di Fede: nel nulla.

    Credere in Dio è più logico e scientifico che credere nel nulla. "
    Antonio Zichichi


    ( qui un interessante scritto: http://www.riflessioni.it/testi/zichichi.htm )

    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Detto questo, si vede che oggi difficilmente le religioni resistono all'espanzione capitalista. E le forme moderne dell'integrismo religioso, a loro modo, già esprimono una concezione degradata della spiritualità vera.
    Questa affermazione mi trova in parte concorde. Tuttavia a noi non è dato un metro atto a misurare la "qualità" di una religione, integralista o meno che sia il modo in cui viene declinata. Ogni religione, in effetti, può essere oggetto solo di riflessioni soggettive, di opzioni valutative.
    (Tralascio qui ogni riferimento a ciò che per me è "ontologicamente" umano)
    La "degradazione" è riscontrabile però nel tasso di "adeguamento" alle leggi del modo produttivo dominante e nella conseguente perdita di carica "trascendente".
    Come il cattolicesimo secolarizzato: esso, ad oggi, è diventato per eccellenza la "copertura" religiosa del capitalismo occidentale e dei sui codici esistenziali e morali: "l'inferno , tutto sommato, non esiste. Puoi fare tutto il male che vuoi, tanto ogni sette giorni basta recarsi in una chiesa per effettuare un salutare "risciacquo dell'anima(leggi: della coscienza)".
    Per poi riprendere a vivere, "serenamente", la squallida vita di sempre, all'insegna del peggiore nichilismo e del peggior cinismo devastante e mercificatore.
    Nota bene: non scrivo questo in quanto "anti-cattolico"; affatto.
    Solo che rilevo quei due fattori citati prima: 1) tasso di "adeguamento" al modo produttivo dominante ed alle sue sovrastrutture; 2) perdita di autorevolezza "trascendente", perdita quindi dell'elemento ab-solutus(svincolato dalla morale in quanto di supposta derivazione meta-fisica).

    E' ovvio che nessuna forma religiosa potrà mai collocarsi del tutto al di fuori delle rapportazioni umane e delle loro logiche di interrelazione: la religione essendo innanzitutto una codificazione "proposta" a una collettività o all'universalità delle persone e delle cose.
    E prima ancora "nascendo" nel contesto del pensiero umano, quindi con caratteristiche indissociabili dai processi cognitivi che collegano lo stesso uomo al mondo fenomenico in un rapporto bi-direzionale.

    Permane insoluta, ed insolubile (ab-solutus, appunto), la questione della spiritualità come bisogno intrinseco ed inalienabile dell'uomo.

    Sia che essa sia, per gli uni, "fantasia", sia che invece riconduca a qualcosa di simile al positone, la cui sola esistenza ci consente di ritenere razionalmente plausibile l'esistenza di interi anti-universi ed anti-mondi.

    Nemo, ufficiale di rotta dall'Enterprise

 

 

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