Quando sfoglio incuriosito le pagine della Storia,
altro non trovo, come modelli e schemi societari,
che due caratteristici modi di governar gli Stati:
quello che preferisce l’uomo, al centro della vita,
e quello che vi ama o vuole, la cosa o la pecunia.

Inutile evidenziare i costumi di quella dicotomia.
I “colori” o i simboli, certo, son sempre differenti,
ma gli alterni profili, in sostanza, restano costanti:
da un lato, chi eleva, fiero, le sue braccia al cielo;
dall’altro, chi della sua animalità fa il proprio zelo.

Da quando l’umana specie s’organizzò su Terra,
i due modelli non hanno mai cessato di scontrarsi;
tanto meno, cercato o trovato il modo di accordarsi.
Al contrario, continuan tuttora la reciproca tenzone,
come se l’umano stesse alla sua prima apparizione.

Superfluo, dunque, doverlo far rimarcare ancora!
Il duello tra Roma e Cartagine non si è mai risolto:
né prima, né durante, né dopo quel preciso evento.
Anzi, lo precede e lo sorpassa in qualunque tempo,
come il giorno fronteggia la notte, e la luce, il buio.

Oggi, come ieri, si ripete incessante la stessa trama:
quando è l’uomo che emerge al centro della società,
son le arti, la virtù e gli imperi che segnano la Civiltà;
se, al contrario, è il mercante o il danaro a dominare,
ciascuno ha un prezzo ed ogni schiavitù è sull’altare.

a.b.m.