Sempre più spesso ci ritroviamo a parlare di alcuni film prendendo come metro di paragone uno degli horror più sconvolgenti e importanti dell’”ultimo periodo”. Trattasi di “The Blair Withc Project”, che ebbe la fortuna di essere uno dei primi film incentrati sull’utilizzo della camera a mano e sul concetto della rappresentazione del “vero” (non dimentichiamoci però che il nostro Cannibal Holocaust è venuto molti anni prima). Altrettanto frequentemente, però, ci si ritrova a constatare che, o questo genere di espediente ormai non ha più nulla da dire (rispetto a quello che è già stato detto con ulteriori pellicole del genere molto riuscite come “Cloverfield”, “Rec” e “Diary of the dead”), oppure se ce l’ha lo fa in maniera sbagliata, poco accattivante o in alcuni casi, come questo, addirittura fastidiosa e noiosa.
Ecco che allora tutto l’hype pubblicitario che si è creato intorno alla pellicola (per nulla paragonabile a quello che ha accompagnato le pellicole succitate), alla fine si è risolto in un nulla di fatto, dimostrandosi alla fine dei conti nella sua vera natura mistificatoria e illusoria. Viene da chiedersi a fine visione come sia possibile che Spielberg abbia definito “Paranormal Activity” come uno dei film più terrificanti e paurosi che abbia mai visto, ma soprattutto viene da interrogarsi sulla verdicità o meno di questa affermazione. Prendendola per buona comunque, le spiegazioni plausibili sono solo due: o Spielberg ha visto pochissimi film horror in vita sua, oppure è fin troppo facilmente impressionabile.
Il tema delle “possessioni” e delle strane presenze all’interno delle abitazioni (da qui la dicitura “casa infestata”), da sempre ha un suo fascino e una certa dose di inquietudine che trasmette anche allo spettatore. Il fatto di rendere questo genere di narrazione in forma di “mockumentary”, in modo tale da creare una totale immedesimazione dello spettatore nelle vicende narrate, quasi come se fossero vere e realmente accadute, al di là del fatto che ormai non si tratti più di un’idea originale, poteva comunque offrire dei risvolti interessanti. Fatto sta che, purtroppo, ciò non accade, visto che tutto quello che succede in “Paranormal activity”, non fa altro che sfiancare e annoiare lo spettatore fino ad arrivare ad un finale che sicuramente può essere shockante, ma che da solo non basta a salvare l’insalvabile (una cosa simile è accaduta recentemente con “Il quarto tipo”). Lo spettatore allora sarà costretto a sorbirsi tutte le inutilissime chiacchiere tra i due fidanzati (interpretati da due attori sconosciuti che però hanno il gravoso compito di impersonare dei personaggi a dir poco odiosi e in alcuni casi eccessivamente petulanti o “stupidi” nelle azioni che compiono e nelle decisioni che intraprendono), inframmezzate di quando in quando da una porta che sbatte, da un rumore improvviso (che tanto improvviso non risulta visto che ci si aspetta sempre che debba succedere qualcosa e dunque si osserva la pellicola con gli occhi e le orecchie “preparati” a qualsiasi avvenimento), da un’orma che non dovrebbe esserci, da un lenzuolo che si sposta e via di questo passo. E anche se la “finta veridicità” (si perdoni l’ossimoro) della vicenda è ben resa dalla totale assenza della colonna sonora (se non diegeticamente) e dalla voluta amatorialità di regia, montaggio e recitazione, questi sono gli unici motivi di apprezzamento della pellicola, facilmente raggiungibili da chiunque decida di girare una pellicola di questo genere. Tant’è che, cosa sicuramente apprezzabile sotto molti punti di vista, il budget utilizzato dal regista per la lavorazione del film (girato all’interno della sua stessa abitazione e ispirato a vicende che l’hanno toccato personalmente), si assesta intorno ai 15.000 dollari. Onore al merito, dunque, soprattutto perché (grazie soprattutto all’hype pubblicitario di cui sopra) in poco tempo “Paranormal activity” è riuscito a guadagnare migliaia e migliaia di dollari, oltrepassando anche i confini americani e arrivando così anche nelle nostre sale.
Una cosa, comunque, è certa: al contrario di quanto è scritto sulla locandina (“Nightmares are guaranteed” e cioè “Gli incubi sono garantiti), inversamente da quanto il regista si era prefissato, “Paranormal activity” è una pellicola che paradossalmente, a causa della ridondanza di alcune situazioni oltre che dell’esistenza di altre in cui non accade praticamente nulla di minimamente interessante, concilia il sonno.
Alessandra Cavisi