Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita immorale,
quando il tuo culetto splendea
negli occhi tuoi servi giulivi,
e tu, lieto e pensoso, il limitare
sul grembo di Emilio Fede salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo di godimento canto,
allor che all'opre maschili intento
sedevi, assai contento
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il mese odoroso: e tu solevi
così menartela il giorno.
Negli studi del TG4 leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo primo
e si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la testolina calva.
Mirava il ciel sereno,
del meteo,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel che sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemme di cotanta speme,
un affetto preme
acerbo e sconsolato,
e torna a doler di sventura.
O polo, o polo,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu giorno nove april,
da chiuso morbo combattuto e vinto,
perirai, o tenerello. E non vedrai
il fior degli anni tuoi;
non ti molce il core
la dolce lode or delle negre chiome,
del parrucchin galeotto
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragioneran d’amore.
Anche perìa fra poco
la speranza dolce: agli anni
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passato sei,
caro e pur,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misero, cadrai
ad april
davanti a messer Prodi Romano:
e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostrerai di lontano.
W d M