9 Febbraio 2006
La legge pro-tangenti
I pubblici dipendenti e gli amministratori pubblici negligenti, distratti o evasori consapevoli tireranno un sospiro di sollievo.
Gli amministratori onesti e i cittadini hanno invece, ancora una volta, la prova che in Italia il delitto paga e paga bene.
Nella legge finanziaria ai commi 231, 232 e 233 si inaugura il “condono pubblico”: chiunque sia stato condannato per la sua condotta ed abbia arrecato un danno allo Stato potrà cavarsela risarcendo al massimo il 30% del danno prodotto.
In pratica se un amministratore pubblico è condannato, ad esempio per una tangente di 10 milioni di euro, in primo grado dinanzi alla Corte dei Conti, può restituire 3 milioni di euro e continuare a fare il suo mestiere.
Se non si è condannati si porta a casa tutto, se va male il 70%, che è sempre una bella somma.
Che beffa.
Un imprenditore privato che fallisce non può esercitare un’attività economica o finanziaria per cinque anni.
Un amministratore pubblico che delinque rimane al suo posto.
Ma il Ministro della Giustizia Castelli non ha dubbi sulla validità della legge: “E’ una follia parlare di sanatoria per le tangenti, sulle tangenti si risponde in sede penale”.
La legge pro tangenti vale però solo per il passato introducendo anche una disparità tra nuovi e vecchi ladri.
Questa legge mi è particolarmente odiosa, introduce l’impunità nell’utilizzo illegale delle nostre tasse, di soldi pubblici.
Ma si può andare avanti così? Diciamolo in dipietrese: “E’ uno schifo!”.





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