LA MANIPOLAZIONE DELLA STORIA
Emilio Biagini
10/09/2005
La Divisione di fanteria «Hoch-und Deutschmeister»Siamo immersi nel tempo, e quindi nella storia, e di conseguenza alla mercé degli infami figuri che la manipolano.
Chiunque si occupi di storia dovrebbe tener sempre presente questo fatto incontestabile: «non solo la storia è un falso, ma è inevitabile che sia così».
È una norma di validità universale.
Gli uomini non fanno che combattersi, con buona pace dei pacifisti che sono la gente più faziosa, aggressiva e pestilenziale che esista.
Dove si combatte è inevitabile che qualcuno vinca e l'altro perda.
Chi vince scrive poi la storia.
Molto spesso chi perde, sia perché vittima della sindrome di Stoccolma, sia per ingraziarsi il vincitore, sia perché già prima trescava col nemico, diventa il più accanito propagandista della storia «ufficiale».



Il professor Manfred Schick tenta meritoriamente di contrastare questo perverso processo in un libro sulla distruzione di Monte Cassino (Monte Cassino. Ein Ruckblick nach 60 Jahren, Verlag «Buchdienst Sudtirol», 2004).
Lo fa sulla base di una serrata documentazione che include, oltre alle sue personali memorie, anche quelle di decine di altri testimoni oculari dei fatti, non solo suoi commilitoni, ma anche di ex combattenti nemici, di osservatori neutrali, di civili.
Dopo la guerra, il professor Schick si è affermato come geografo di riconosciuto valore.



Al tempo dei fatti narrati era radiotelegrafista della 44a Divisione di fanteria «Hoch-und Deutschmeister», gloriosa erede della tradizione dei cavalieri teutonici, un ordine formato dai cavalieri crociati tedeschi nel 1190.
Dopo la perdita di Gerusalemme nel 1226, l'imperatore Federico II, mediante la «bolla aurea» di Rimini conferì loro l'incarico di colonizzare ed evangelizzare le terre ad est della bassa Elba.
Nel 1525 il margravio del Brandeburgo Albrecht, che era pure «alto maestro» (hochmeister) dell'Ordine, abiurò il cattolicesimo per farsi protestante, così che il Brandeburgo cessò di essere uno Stato dell'Ordine e divenne uno Stato laico.
I rimanenti cavalieri si fusero con i deutschmeister cattolici dell'Impero e nacque così, nel 1530, l'Ordine degli «Hoch-und Deutschmeister», sulla base del quale venne costituito dal conte palatino Franz Ludwig il reggimento imperiale detto «Teutschmeisterregiment», nel quale militavano eredi degli antichi cavalieri e nuove reclute.
Il conte pose il reggimento a disposizione dell'imperatore, il quale ne fece buon uso, dal 1696 in poi, nelle guerre contro i turchi, sotto la guida del principe Eugenio di Savoia.
La bandiera del reggimento fu preparata personalmente dall'imperatrice Eleonora.
Si trattava ovviamente di un corpo di élite, che si batté eroicamente nella battaglia di Zenta e nella liberazione di Belgrado (1717).
Proprio a membri del reggimento è dovuta la composizione del canto celebrativo «Prinz Eugen, der edle Ritter» (il principe Eugenio, nobile cavaliere).

Nel tormentato periodo dal 1732 al 1761, che vide farsi sempre più minacciosa la potenza prussiana, il reggimento fu sotto il comando del principe elettore Clemente Augusto, della casata bavarese dei Wittelsbach.
Alla morte di costui, l'unità passò alle dirette dipendenze dell'Impero, allora sotto lo scettro della grande imperatrice Maria Teresa; inizialmente fu comandato da Carlo di Lorena, cognato dell'imperatrice, e dal 1780 in poi, sempre da prìncipi della casata di Asburgo.
Questa unità scelta si distinse costantemente per onore ed eroismo in tutte le guerre europee, partecipando alle vittorie di Kolin contro Federico il Grande di Prussia, e di Aspen contro Napoleone.
Combatté poi nel 1849 contro l'Ungheria, nel 1864 contro la Danimarca, nel 1866 contro la Prussia.
Durante la prima guerra mondiale fu sul fronte russo, dove il suo comandante, il colonnello von Holzhausen cadde al primo scontro, e su quello italiano.



Nel 1936, nel ricostituito esercito austriaco, nacque un nuovo reggimento «Hoch- und Deutschmeister», il quale, nel 1938, dopo l'Anschluss, fu incorporato nella 44a divisione di fanteria, prevalentemente formata da viennesi.
Dopo aver partecipato alle campagne di Polonia e di Francia, la divisione combattè sul fronte russo e finì annientata nella sacca di Stalingrado.
Con i pochi sopravvissuti e con nuove reclute, venne ricostituita nei pressi di Anversa, in quelle che erano state le Fiandre austriache, la nuova 44a divisione «Hoch-und Deutschmeister».
Veterani e reclute si amalgamarono presto e la grande unità fu pronta ad entrare in azione dal 1° giugno 1943.
Venne schierata sul fronte italiano, e le vicende della guerra la portarono a combattere nella zona di Terelle, a nord di Cassino.
Qui, tra il dicembre 1943 e il maggio 1944, gli «Hoch-und Deutschmeister» presero parte alle quattro battaglie di Cassino, fronteggiando, senza copertura aerea, nemici appoggiati da una potente aviazione, quattro volte più numerosi e dieci volte superiori in fatto di artiglieria e mezzi corazzati.
Grazie non solo al loro valore, ma anche alla loro ingegnosità, le truppe germaniche riuscirono a fermare l'avanzata nemica per ben sei mesi, infliggendo al nemico perdite assai superiori alle proprie, ritirandosi solo dopo che le soverchianti forze avversarie erano riuscite a sfondare il fronte nella zona di Terelle, aggirando il colle dell'abbazia.



Soldati di moltissime nazioni presero parte alla battaglia dalla parte degli alleati.
Oltre ad americani e britannici vi erano polacchi e francesi, indiani e nepalesi, neozelandesi e nordafricani.
Si distinsero per ferocia i marocchini, i quali consideravano tutte le donne che incontravano come loro legittima preda, non esitando a massacrare mariti, fratelli e padri che cercavano di difendere le loro donne.
Il martirio della popolazione nella cittadina di Esperia viene ancora ricordato con orrore, e nei raduni di reduci, che raccolgono regolarmente, in spirito di riconciliazione, i veterani dei contrapposti eserciti, i nordafricani non vengono invitati per motivi di indegnità e per evitare disordini.
Fra i soldati di tutte le nazionalità che presero parte ai combattimenti, quelli che hanno lasciato ricordi migliori nelle popolazioni locali sono senza dubbio i germanici, i cui reduci vengono tuttora accolti col massimo favore.
I tedeschi dividevano i loro scarsi viveri con le popolazioni italiane; dai ricchissimi americani avanzanti, la popolazione ricevette 100 grammi di farina a testa.



La venerabile abbazia di Monte Cassino, casa madre dei Benedettini, fondata dallo stesso san Benedetto nel 529, e fulcro del monachesimo occidentale, venne a trovarsi sulla linea del fuoco.
E qui occorre una precisazione di alcuni fatti che il professor Schick giustamente non tratta perché non direttamente pertinenti al suo tema, ma che servono a mettere in prospettiva storica il comportamento delle armate britanniche in Italia, e le ragioni stesse del conflitto.
Da oltre un secolo i britannici conducevano un'aggressione imperialista senza scrupoli contro l'Italia e il cattolicesimo, facendo deviare le sacrosante aspirazioni italiane all'unità nazionale verso esiti persecutori.
L'aggressione era culminata con la famigerata spedizione dei «Mille», di cui la flotta britannica coprì lo sbarco, una spedizione che era stata condotta mediante la sistematica corruzione delle alte sfere dell'esercito borbonico: il finanziamento per tale opera di corruzione proveniva soprattutto dalle ricche logge massoniche britanniche.
L'attacco era diretto specificamente contro il sud d'Italia saldamente cattolico (sarà la terra di san Padre Pio) e soprattutto contro lo Stato della Chiesa, nella speranza che la fine del (peraltro assai debole) potere temporale del Papa recasse con sé il crollo totale della Chiesa cattolica.



Naturalmente le attenzioni del grande impero britannico per la piccola Italia avevano anche risvolti economici.
Prima dell'invenzione di esplosivi più potenti, lo zolfo era in grande richiesta: infatti, senza di esso non si poteva produrre la polvere da sparo, ingrediente chiave della politica imperiale.
Ma nell' Ottocento lo zolfo proveniva soprattutto dalla Sicilia, e sullo zolfo siciliano i britannici si erano assicurati il monopolio con tutti i mezzi, incluso il ricorso alla politica delle cannoniere.
Il maggior concorrente in questo campo era la Francia, ancora temuta dopo la vicenda napoleonica.
E per fare da contrappeso alla potenza gallica, quale miglior rimedio che sostenere la Prussia contro le due maggiori potenze cattoliche: l'Austria (fortemente e sinceramente cattolica) e, appunto, la Francia (peraltro più massonica che cattolica)?
Ma una volta nato l'impero della Germania di Bismarck, le cricche dominanti britanniche dell'alta massoneria si accorsero di avere risvegliato un gigante, assai superiore in potenza e tecnologia alla Gran Bretagna, e cominciarono ad osteggiarlo, con le conseguenze che ben presto si sarebbero viste sui campi di battaglia della prima guerra mondiale.
L'infame trattamento inflitto alla Germania sconfitta col criminale trattato di Versailles favorì l'avvento al potere di Hitler, così come la scristianizzazione dell'Italia violentemente perseguita dal regime liberal-massonico sabaudo aveva favorito il sorgere di movimenti marxisti e anarchici e, infine, l'avvento del fascismo. La disintegrazione dell'impero asburgico, già decisa dall'alta massoneria britannica e francese nel 1916, fu un'altra delle bestialità di Versailles, poiché eliminava dalla scena europea un insostituibile fattore di equilibrio.



Tutto ciò ebbe le tragiche conseguenze a tutti note.Quando la seconda guerra mondiale raggiunse la zona di Cassino, le alte sfere britanniche ebbero finalmente a portata del tiro delle loro truppe il nido stesso della «pestilenza papista» e non si lasciarono sfuggire l'occasione, sebbene la scarsità di aerei propri li obbligasse a compiere il lavoretto per interposta persona, coinvolgendo gli statunitensi i quali, vuoi per la massiccia presenza cattolica, specie irlandese, italiana e ispanica, vuoi per una sorta di religioso rispetto verso le antiche civiltà europee, non erano affatto entusiasti dell'idea di bombardare l'abbazia.
Il comandante della Quinta Armata statunitense, il generale Mark Clark, si opponeva infatti alla distruzione del venerabile monumento, caldeggiata dai suoi colleghi britannici, ma doveva fare i conti con loro perché il primo attacco sul fronte di Cassino era stato respinto e la 36ª divisione del Texas aveva dovuto esser ritirata nelle retrovie a causa delle ingenti perdite subìte, così che l'armata americana, in mancanza di riserve, era stata costretta a schierare, proprio di fronte a Monte Cassino, il corpo d'armata del generale britannico Bernard Freyberg, formato da una divisione neozelandese e da una indiana.
Freyberg era un protetto del primo ministro britannico Winston Churchill e del maresciallo Montgomery, che da lui si aspettavano una rapida vittoria.
Freyberg e il suo sottoposto neozelandese, generale Tucker, sostenevano che l'abbazia fosse la maggior responsabile della situazione di stallo imposta dai tedeschi alle forze alleate in Italia.
Infine Tucker trovò in una libreria di Napoli un libercolo nel quale si diceva che nel secolo IX l'abbazia era stata fortificata: in quella lontana epoca, infatti, era indispensabile proteggersi dalle frequenti e mortali scorrerie dei saraceni.



Sia detto per inciso, in tanto andirivieni nelle retrovie del fronte, taluni britannici ebbero modo di esercitare il loro buon gusto e il loro amore per l'arte.
Infatti, un preziosissimo codice miniato di canto beneventano risalente al secolo XII e proveniente dal monastero di San Pietro a Benevento, prese misteriosamente la via dell'Inghilterra, per riapparire alle aste di Sotheby's e finire nelle collezioni della British Library.
Sorte toccata, del resto, a numerosissime opere d'arte italiane di provenienza «incerta» che, dopo la seconda guerra mondiale, andarono, per vie traverse, ad arricchire il patrimonio artistico di Londra e dintorni, dove i turisti italiani possono andare ad ammirarli.
Le fatiche bibliofile di Tucker non restarono senza risultato.
In base al dato storico secondo cui l'abbazia era stata fortificata oltre un millennio prima, e forti del fatto che le truppe in prima linea erano le loro, Freyberg e Tucker insistettero tanto da persuadere Clark — che aveva inizialmente definito «insensata» l'idea del bombardamento — ad ordinare l'attacco aereo.
Questo ebbe luogo il 15 febbraio 1944 e devastò il venerabile edificio, uccidendo 400 degli oltre 1500 profughi, in gran parte donne e bambini, che vi avevano trovato rifugio.
In tanto disastro, l'unico raggio di luce era il fatto che le truppe della Wehrmacht, nonostante la scarsità di mezzi e le continue incursioni aeree alleate, avevano messo in salvo in Vaticano la maggior parte dei tesori d'arte dell'abbazia.
Il comando germanico, conscio dell'inestimabile importanza spirituale e culturale dell'abbazia, l'aveva dichiarata territorio neutrale e non aveva permesso che alcuno dei propri reparti vi entrasse.



Anche il generale Clark, nel suo libro dal titolo «Calculated Risk», riconobbe che il bombardamento fu un «tragico errore», ed affermò: «dico questo con piena coscienza della controversia che ha infuriato intorno a tale episodio giacché c'erano prove irrefutabili che nessun soldato tedesco si trovava all'interno del monastero».
Lo stesso giorno del bombardamento i britannici attaccarono il colle di Montecassino: se fossero riusciti a prenderlo avrebbero dimostrato che l'ostacolo all'avanzata era proprio l'abbazia e che avevano avuto ragione a volerla distruggere. In realtà non furono proprio i britannici ad attaccare: mandarono allo sbaraglio neozelandesi, gurkha nepalesi, e la divisione indiana che fu pressoché annientata. Subito dopo la distruzione dell'edificio, i tedeschi non si erano ovviamente più ritenuti vincolati dall'accordo, che avrebbe dovuto servire a tutelarne l'integrità, così che i paracadutisti della 1ª divisione vi si erano asserragliati.
Le rovine offrivano cavità e rifugi ideali per combattenti esperti.
Nelle profonde grotte formate dai vani bombardati fu perfino possibile ricavare rifugi per artiglierie semoventi d'assalto che, subito dopo aver fatto fuoco, vi si ritiravano regolarmente al sicuro prima che gli avversari avessero il tempo di aggiustare il tiro per eliminarle.
Le pur esigue forze tedesche, sebbene in grande maggioranza non addestrate alla guerra di montagna, e a corto di mezzi e rifornimenti, resero la vita un inferno a tutti i reparti alleati che tentavano di conquistare la vetta di Cassino e tutte quelle circostanti, causando loro enormi perdite.



La distruzione di Monte Cassino, oltre che una tragica macchia sugli alleati, fu anche un imperdonabile errore strategico e tattico.
Non solo i pesantissimi bombardamenti di artiglieria e i violentissimi e sanguinosi attacchi della fanterie alleate, nei quali furono coinvolti soldati di ben sedici nazioni, non intaccarono minimamente il caposaldo germanico, ma i paracadutisti tedeschi, annidati nelle rovine dell'abbazia, si ritirarono solo tre mesi dopo, perché minacciati di accerchiamento, dato che la 44a Divisione «Hoch-und Deutschmeister» nella zona di Terelle, a nord dell'abbazia, dopo un'eroica resistenza, sopraffatta da soverchianti forze nemiche, aveva dovuto ritirarsi, mentre la testa di ponte di Anzio era stata grandemente rafforzata dall'afflusso di uomini e mezzi.
Molti decenni dopo i fatti, qualcuno ha tentato di mettere in piedi una nuova spiegazione.
Sir Rupert Clarke, già aiutante del generale Harold Rupert Alexander, comandante delle truppe alleate in Italia, in un suo libro autobiografico pubblicato nel 2000 (At war with Alex), racconta di aver sentito dire da un certo colonnello David Hunt, capo dello spionaggio britannico sul fronte italiano, che la distruzione dell'abbazia sarebbe stata causata da un errore di trascrizione di un messaggio tedesco captato da un agente britannico di cui, stranamente, si ignora il nome.
Costui, nella frase «der abt ist mit den mönchen im kloster» (l'abate è con i monaci nel monastero) avrebbe scambiato la parola «abt» (abate), con «abteilung» (reparto, battaglione).
Ciò sarebbe bastato a giustificare il disastro, e la risibile storia è stata riportata con grande rilievo dal Guardian e da altri «prestigiosi» giornali britannici.



Mentre non vi è bisogno neppure di discutere una spiegazione di tale inconsistenza e basata sui «si dice», è interessante piuttosto chiedersi quale interesse abbia spinto questo singolare individuo ad uscirsene con una storia del genere.
Il sensazionalismo a buon mercato può essere assai redditizio, ma potrebbe esservi anche il desiderio di giustificare in qualche modo, quella che è, e sempre resterà, da qualunque punto di vista, una vergogna indelebile per i «liberatori».
L'imbarazzo in ambiente alleato continuò, e continua tuttora, sebbene la vittoria, in teoria (ma solo in teoria), giustifichi tutto.
A guerra finita, il governo americano offrì «generosi» finanziamenti per la ricostruzione dell'abbazia, purché l'abate acconsentisse a mentire dicendo che vi erano truppe tedesche.
L'abate rifiutò e l'opera dovette essere finanziata dal solo governo italiano e con il contributo di lavoro, per lo sgombero delle macerie, dei prigionieri di guerra tedeschi.



Va respinto il tentativo della propaganda dei vincitori di screditare la Wehrmacht e i soldati che si batterono con onore per la loro patria.
E come avrebbero potuto fare diversamente, ammesso che il nazismo fosse mal sopportato, dato che i leader alleati, inchinandosi all'imperialismo stalinista, avevano dichiarato che si sarebbero accontentati solo della «resa senza condizioni»?
Se l'obiettivo alleato fosse stato l'abbattimento del regime nazista, non sarebbe stato difficile conseguirlo prima del 1945, abbreviando il conflitto e risparmiando milioni di vite, distruzioni e le atrocità comuniste in più di mezza Europa.
Ma l'obiettivo non era affatto abbattere il nazismo, ma umiliare la nazione tedesca. Chi ne trasse vantaggio?
L'imperialismo sovietico, ed anche gli interessi della vacillante economia britannica, che da tempo guardava con preoccupazione alla concorrenza tedesca.
Alla fine, tutti persero la guerra.
I perdenti vennero brutalmente maltrattati e umiliati, ripetendo le ingiustizie di Versailles.
Gran Bretagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi perdettero i loro vasti imperi coloniali, riducendosi a piccole o piccolissime potenze.
L'impero sovietico sembrò uscirne vincitore, ma apparve ben presto un gigante coi piedi d'argilla.
La Cina sprofondò nell'abisso del comunismo.
L'unico autentico vincitore furono gli Stati Uniti.



E questo ci porta all'ultima, importante tesi espressa dal professor Schick: la mitizzazione del conflitto.
Dalla parte degli sconfitti regna il mito negativo: governi e mass media si affannano a delegittimare il passato, incluso il valore delle proprie truppe, che dovrebbe essere giudicato indipendentemente da qualsiasi valutazione sui regimi politici del passato.
Dalla parte opposta abbiamo naturalmente il mito contrario: in particolare i britannici hanno fondato una parte importante della loro identità nazionale sulla «vittoria», forse per consolarsi di avere, di fatto, anche loro perduto la guerra.
Ma un'Italia «papista», sotto la presidenza del Papa, quale la volevano i neoguelfi, mai e poi mai sarebbe giunta ai vergognosi esiti anarchici e marxisti, e alla susseguente reazione del fascismo, e quindi non avrebbe fornito il modello per la presa di potere di Hitler, con tutto ciò che ne seguì.
Senza la secolare, isterica violenza e persecuzione anticattolica, l'impero britannico esisterebbe ancora.



Un film dopo l'altro, sfornato dalla fervida macchina propagandistica anglosassone, è stato prodotto per celebrare le eroiche gesta degli antenati vincitori degli «Unni» (sic).
Ma, stranamente, nei film, gli anglosassoni non vincono mai per la loro schiacciante supremazia numerica, di denaro e di mezzi, com'era nella realtà.
Al contrario, i tedeschi appaiono sempre fortissimi e, ovviamente, cattivissimi.
I «nostri» eroi di celluloide sono sempre pochi e si dibattono tra mille difficoltà. Solo alla fine, grazie al loro eroismo, riescono a sconfiggere gli agguerritissimi «crucchi».
Nel film «Il giorno più lungo» si vede il paracadutista americano appeso, poverino, col paracadute al tetto di una casa di Sainte-Mère-Eglise, circondata e occupata dai tedeschi; il fatto è storico, ma il film non mostra l'autentico epilogo del fatto: quel paracadutista si salvò, e a salvarlo furono i soldati tedeschi.
Una famosa scena del «capolavoro» hollywoodiano Casablanca, mostra i «nazisti» che cantano l' «inno del partito, Die Wacht am Rhein», ma i «buoni» rispondono cantando la Marsigliese.
Molto edificante come educazione alla libertà.
Almeno così pare all'ignorante che vede il film.



La verità è tutto l'opposto. I tedeschi (che servono la patria in uniforme, ma non vi è certezza che siano davvero nazisti) non cantano per nulla un «inno del partito», ma un Lied ereditato dal periodo napoleonico, durante il quale la Francia era l'aggressore e la Germania l'aggredito, e fare la «guardia al Reno» significava tener lontani i giacobini atei e assassini.
E i francesi, invece, cantano l'inno giacobino degli assassini di preti e monache: altro che libertà!
Ebbene, la Marsigliese è sulla cresta dell'onda in quanto inno nazionale francese, la cinematografia anglosassone di guerra è pure sulla cresta dell'onda delle sue ridicole «epopee», mentre «Die Wacht am Rhein» è scesa nell'inferno politicamente corretto ed è praticamente introvabile in Germania.
Vi è una sola possibile conclusione, che il professor Schick lascia intuire, senza esprimerla apertamente, ed è quella con cui si aprono queste pagine: «non solo la storia è un falso, ma è inevitabile che sia così».




Emilio Biagini






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