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Discussione: L'Armata Brancaleone

  1. #21
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    281 MOTIVI PER NON VOTARLI

    di Renzo Foa

    Il programma dell'Unione non ha avuto quel successo di critica che Romano Prodi certamente si aspettava. Anzi, le contestazioni più serie sono subito arrivate proprio da quelle aree che in questi mesi hanno mostrato maggiore attesa nei confronti del ricettario alternativo alla Casa delle libertà. Penso in primo luogo alle valutazioni di giornali come Il Sole 24 Ore e come il Corriere della Sera che non hanno nascosto dubbi, critiche e un generale senso di delusione. Valga come esempio il giudizio espresso su quello che Dario Di Vico definisce «il provvedimento bandiera» del centrosinistra, cioè il taglio di cinque punti del cuneo fiscale, a proposito del quale si chiede dove mai si troveranno i soldi per finanziarlo e quale possa essere la sua effettiva efficacia.
    Ma non poteva che essere così. Messe nero su bianco le intenzioni del centrosinistra hanno rivelato tutta la loro ambiguità. Certo, la spiegazione più facile è quella proposta ormai da molto tempo: un'alleanza che va da Clemente Mastella a Fausto Bertinotti, che raccoglie tanti partiti e tante sigle e che, oltretutto, cerca di rappresentare anche un variegato mondo di interessi sociali, produttivi e finanziari, non aveva alcuna possibilità di giungere ad un'efficace sintesi politica. Resta essenzialmente uno schieramento che ha lo scopo di vincere le elezioni, rimandando al dopo le decisioni su cosa e come realizzare quanto è scritto nelle interminabili pagine del testo a cui è stato dato l'ambizioso titolo «Per il bene dell'Italia». Dunque un programma per forza vago, sfumato in molte sue parti per non scontentare nessuno dei suoi sottoscrittori. E in ogni capitolo è fin troppo facile notare la difficoltà di una sintesi tra visioni spesso opposte.
    Con il risultato che l'elettore disposto a leggere questo volume di 281 pagine ha difficoltà a capire cosa effettivamente farà il governo che Prodi ambisce a guidare. E dove invece lo capisce - basta leggere le stroncature di Angelo Panebianco sulla politica estera e di Ernesto Galli della Loggia sull'istruzione, sul Corriere - può solo trovare conferma della parola chiave usata qualche giorno fa dal prof. Domenico Fisichella per motivare la sua adesione alla Margherita, cioè conservatorismo. Non c'è nulla o quasi di quella sinistra moderna a cui hanno impresso il loro marchio leader come Bill Clinton o Tony Blair che hanno cercato di calibrare una strategia sui grandi nodi della crisi del Welfare, delle necessità proposte dalla globalizzazione e dei valori da difendere.
    In altri termini non c'è un'ossatura riformista, un'idea di innovazione da contrapporre alle scelte compiute in questi anni dalla Casa delle libertà che, per quanto discusse, hanno prefigurato delle svolte sulle voci più importanti, come il Welfare, il mercato del lavoro, il fisco, l'istruzione, la politica estera e l'Europa. Qui c'è un vuoto talmente profondo che è difficile riversarne la responsabilità sul potere d'interdizione e di condizionamento di Bertinotti e della sinistra alternativa. C'è qualcosa di diverso e di più. Il programma, a ben vedere, riflette soprattutto le caratteristiche di Romano Prodi, così come le ha rivelate la sua storia politica, a Roma come a Bruxelles, cioè l'immobilismo e la diffidenza verso tutte quelle scelte che possono mettere in moto processi di trasformazione e rompere lo status quo nei rapporti esistenti all'interno della società. E riflette, poi, il dna diessino che è quello della nostalgica protezione di ceti e centri di potere che si oppongono ad ogni cambiamento. In sintesi: 281 pagine per non votare l'Unione.

  2. #22
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    Citazione Originariamente Scritto da Mantide
    281 MOTIVI PER NON VOTARLI

    di Renzo Foa

    Il programma dell'Unione non ha avuto quel successo di critica che Romano Prodi certamente si aspettava. Anzi, le contestazioni più serie sono subito arrivate proprio da quelle aree che in questi mesi hanno mostrato maggiore attesa nei confronti del ricettario alternativo alla Casa delle libertà. Penso in primo luogo alle valutazioni di giornali come Il Sole 24 Ore e come il Corriere della Sera che non hanno nascosto dubbi, critiche e un generale senso di delusione. Valga come esempio il giudizio espresso su quello che Dario Di Vico definisce «il provvedimento bandiera» del centrosinistra, cioè il taglio di cinque punti del cuneo fiscale, a proposito del quale si chiede dove mai si troveranno i soldi per finanziarlo e quale possa essere la sua effettiva efficacia.
    Ma non poteva che essere così. Messe nero su bianco le intenzioni del centrosinistra hanno rivelato tutta la loro ambiguità. Certo, la spiegazione più facile è quella proposta ormai da molto tempo: un'alleanza che va da Clemente Mastella a Fausto Bertinotti, che raccoglie tanti partiti e tante sigle e che, oltretutto, cerca di rappresentare anche un variegato mondo di interessi sociali, produttivi e finanziari, non aveva alcuna possibilità di giungere ad un'efficace sintesi politica. Resta essenzialmente uno schieramento che ha lo scopo di vincere le elezioni, rimandando al dopo le decisioni su cosa e come realizzare quanto è scritto nelle interminabili pagine del testo a cui è stato dato l'ambizioso titolo «Per il bene dell'Italia». Dunque un programma per forza vago, sfumato in molte sue parti per non scontentare nessuno dei suoi sottoscrittori. E in ogni capitolo è fin troppo facile notare la difficoltà di una sintesi tra visioni spesso opposte.
    Con il risultato che l'elettore disposto a leggere questo volume di 281 pagine ha difficoltà a capire cosa effettivamente farà il governo che Prodi ambisce a guidare. E dove invece lo capisce - basta leggere le stroncature di Angelo Panebianco sulla politica estera e di Ernesto Galli della Loggia sull'istruzione, sul Corriere - può solo trovare conferma della parola chiave usata qualche giorno fa dal prof. Domenico Fisichella per motivare la sua adesione alla Margherita, cioè conservatorismo. Non c'è nulla o quasi di quella sinistra moderna a cui hanno impresso il loro marchio leader come Bill Clinton o Tony Blair che hanno cercato di calibrare una strategia sui grandi nodi della crisi del Welfare, delle necessità proposte dalla globalizzazione e dei valori da difendere.
    In altri termini non c'è un'ossatura riformista, un'idea di innovazione da contrapporre alle scelte compiute in questi anni dalla Casa delle libertà che, per quanto discusse, hanno prefigurato delle svolte sulle voci più importanti, come il Welfare, il mercato del lavoro, il fisco, l'istruzione, la politica estera e l'Europa. Qui c'è un vuoto talmente profondo che è difficile riversarne la responsabilità sul potere d'interdizione e di condizionamento di Bertinotti e della sinistra alternativa. C'è qualcosa di diverso e di più. Il programma, a ben vedere, riflette soprattutto le caratteristiche di Romano Prodi, così come le ha rivelate la sua storia politica, a Roma come a Bruxelles, cioè l'immobilismo e la diffidenza verso tutte quelle scelte che possono mettere in moto processi di trasformazione e rompere lo status quo nei rapporti esistenti all'interno della società. E riflette, poi, il dna diessino che è quello della nostalgica protezione di ceti e centri di potere che si oppongono ad ogni cambiamento. In sintesi: 281 pagine per non votare l'Unione.
    Centro perfetto.
    Certo,ma forse anche troppe parole e molta,troppa serieta' spese per un cosidetto "programma" perfettamente e scontatamente prodiano,vale a dire un cosidetto "programma"che,ovviamente, non dice assolutamente nulla.
    Naturalmente e molto prevedibilmente.
    Il trionfo assoluto del fumo ,il piu' profondo scantinato dell'indecisivita'e dell'uso della parola scritta e della comunicazione stessa per non comunicare.
    Quel programma-non programma non contiene alcun concetto, posizione, decisione,neppure generica o tendenziale.
    Il "programma" prodiano e' una gag di Cochi e Renato.

    L'unico concetto ,l'unica posizione effettiva ,chiara che e' trasudata dalla presentazione di questo fantasmagoricamente ridicolo pastrocchio,la presentazione di questa degradante ed insultante pagliacciata,e' venuta fuori ,guarda caso,verbalmente da un Romano Prodi che ha parlato di:

    "Ineluttabilita',in economia ,della redistribuzione del reddito" .

    QUELLO e' un concetto ed una posizione politica molto chiara ed e' una posizione molto comprensibile da tutti e coincidentalmente e' anche l'unico ,vero, punto programmatico di accordo dell'Uggnone.
    E' un vero programma,politico,forte,effettivo.
    NON illudiamoci troppo sulla supposta "instabilita' dell'Uggnone", non c'e nessun disaccordo ,tra i leaders politici dell'Uggnone sull'attuazione di QUEL programma.
    Quello,"La redistribuzione del reddito", e' l'unico vero punto programmatico fondamentale,il succo dell'Uggnone anti-berlusconiana.
    "Programma"sul quale politicantesimo sinistro e democristianesimo centrista e centrosinistro non avranno MAI alcun dubbio,tentennamento o ripensamento e che faranno sempre di tutto per attuare, suinamente, criminalmente, ma con la dedizione,l'insistenza e la passione di uno scippatore, un eroinomane , un pervertito sessuale.

  3. #23
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    BONINO: BENE RUTELLI, LINEA DEL POLO SU ISRAELE VA DIFESA

    (ANSA) - ROMA, 15 FEB - La radicale Emma Bonino si dice soddisfatta per quanto detto da Francesco Rutelli nel viaggio in Medio Oriente. ''Francesco - dice Bonino in un'intervista al CORRIERE DELLA SERA - sostiene che l'Unione continuera' le buone relazioni con Israele avviate da Berlusconi. Bene, perché noi della Rosa nel Pugno, che siamo per l'ingresso di Israele nell'Unione Europea, la consideriamo una delle poche cose di politica estera in cui il centrodestra ha dato un segnale positivo''.
    ''Sono molto importanti - aggiunge Bonino - le parole chiare di Rutelli su Hamas che invece generalmente gode di uno sconto preventivo nel centrosinistra. Ho sentito alcuni dei miei amici democratici arabi: sono rimasti esterrefatti per le battute di Caruso su Hamas e di Ferrando su Nassiriya. Con la globalizzazione - conclude - non si possono dire stupidaggini,perché fanno il giro del mondo''.(ANSA).

  4. #24
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    ILLY: PRODI RIFACCIA PROGRAMMA,STOP RICATTI DI BERTINOTTI

    (ANSA) - ROMA, 14 FEB - ''Caro Romano, il tuo programma va preso e rifatto, sei ancora in tempo per rimetterci le mani e farlo rifirmare ai partiti della coalizione''. Riccardo Illy,governatore del Friuli Venezia Giulia annuncia, in un'intervista alla REPUBBLICA, che sono queste le parole che giovedi' dira' al leader dell'Unione.
    Altrimenti, prosegue Illy, ''con quel programma, che prevede quasi tutto e quasi niente, e' facile preconizzare un leader debole e un governo inconcludente. Ammesso che il Centrosinistra la smetta di fare di tutto per non consentire a Berlusconi di perdere''.
    Del programma, sostiene il Governatore, ''sarebbe piu' facile enumerare le poche cose che vanno''. Illy parla di ''mille paletti infilati dall'ala sinistra della coalizione e in particolare da Bertinotti''.
    ''Non c'e' alcun riferimento esplicito - dice Illy - all'Alta Velocita' e men che meno al progetto prioritario numero 6, la tratta da Lione al confine dell'Ucraina''.
    Se e' una dimenticanza, allora Prodi ''rimedi subito alla svista. Ma io non credo che sia una svista. Il fatto e' che Bertinotti, che tra i suoi candida Caruso, la firma sulla Tav non la mettera' mai''.
    Inoltre, dice Illy, ''si abbandona il Ponte sullo Stretto di Messina. Una scelta che non condivido e che appare illogica. (...) Il Mose non c'e' e tutte le altre indicazioni sono generiche''. Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia sulle Grandi Opere preferisce il programma di Berlusconi e di Lunardi. ''Alcune opere - sostiene - si sono sbloccate, come l'Alta Velocita' Nord-Sud. Non e' questione di programmi napoleonici, ma ci vuole la percezione del fatto che gli
    investimenti nei trasporti, quando l'opera e' utile, comportano un effetto di volano''.
    Nel programma dell'Unione ''il capitolo salute - aggiunge Illy - e' trattato in modo autocompiacente. (...) Quanto all'energia, grande questione mondiale, sembra che si ignori che il prezzo del petrolio e' triplicato in pochi anni''.
    Illy indica infine le cose che condivide del programma: ''Il reddito d'inserimento, che somiglia al reddito di cittadinanza che abbiamo fatto in Friuli. (...) Ci sono cose buone per la cultura, come l'aumento delle risorse del Fondo unico per lo spettacolo'', conclude.(ANSA).

  5. #25
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    FERRANDO: NON MI LASCIO EPURARE, SU NASSIRYA NON CAMBIO

    (ANSA) - ROMA, 16 feb - ''Io avrei insultato il pacifismo parlando del diritto alla resistenza del popolo iracheno contro l'invasione americana? Bertinotti dovrebbe sapere, piuttosto,che mettere in discussione il diritto di un popolo alla resistenza significa offendere l'antimperialismo di Rifondazione'' sostiene Marco Ferrando, esponente della corrente trotzkista di Rifondazione comunista, intervistato dalla STAMPA.
    ''Io comunque ho anche detto che quello di Nassiriya e' stato un attentato terroristico violento e barbaro. E comunque, e' da vedere che il segretario riesca a cancellare la mia candidatura.(...) Lo so anch'io che la mia testa e' stata data a Prodi,D'Alema, Rutelli e persino a Fini e alle lobby bancarie ed
    imprenditoriali che ruotano attorno al centrosinistra, e che improvvisamente davanti a queste pressioni il gruppo dirigente di Rifondazione china il capo e scopre chi e' e cosa pensa Marco Ferrando.
    L'ultima delle questioni e' la mia candidatura. La prima, riguarda la sovranita' del nostro partito, messa in
    discussione di fronte a diktat esterni. Questo, sin qui non era mai avvenuto. Comunque la segreteria, a termine di statuto,quella decisione non la puo' prendere: ci vuole una maggioranza in comitato politico. Siamo in tanti a contestare il cambiamento di politica che il partito sta attuando...''.
    Nell'intervista al GIORNALE (''Su Nassirya non cambio idean Irak c'e' una guerra coloniale''), Ferrando torna a parlare di Iraq e Nassirya.''Che i nostri soldati siano in missione umanitaria, e' un legittimo giudizio di parte - dice Ferrando -Penso che gli iracheni uccisi durante la battaglia dei ponti a
    Nassirya, l'autoambulanza annichilita dalle truppe di occupazione italiane, con anziani, donne incinte, bimbi massacrati dalle truppe, avrebbe probabilmente un giudizio diverso''.(ANSA).

  6. #26
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    RUTELLI: ORA BERTINOTTI DIMOSTRI LA SUA LEALTA'

    (ANSA) - ROMA, 15 FEB - Bertinotti deve dimostrare che ''sara' fedele e leale e sosterra' il programma dell'Unione per i cinque anni di legislatura''. Il leader della Margherita Francesco Rutelli entra nel dibattito che ha animato la politica di questi giorni, a partire dalle dichiarazioni di Marco Ferrando e dalle
    polemiche sulla Tav.
    Intervistato dalla REPUBBLICA, Rutelli sostiene che il problema della candidature di Prc e' di Bertinotti ''e deve farsene carico''. Il leader dei Dl ritiene che ''immotivato'' aprire una discussione sulla Tav, ''si tratta piuttosto di chiuderla''. L'Unione, afferma Rutelli, ''deve mantenere lo spirito di coalizione e il programma ampio rappresenta la base per i prossimi cinque anni. (...) Dobbiamo ora preoccuparci di contrastare il centrodestra che un programma non ce l'ha''. Il baricentro del governo di centrosinistra, fa sapere Rutelli,
    sara' nelle priorita' stabilite da Ds e Margherita con Prodi.
    In un colloquio con LA STAMPA (''Bravo Fausto, e' giusto estrometterlo''), il leader dei Dl si dice convinto che Bertinotti non candidera' Ferrando, e questa decisione ''sara' un elemento di chiarezza in piu'. Bene - aggiunge - se riesce a
    far assumere un profilo di governo a chi non ci e' abituato. Ma solo se ci riesce...''.
    Nessuna marcia indietro sull'Alta velocita', ribadisce il presidente della Margherita. ''La Tav va fatta, come ha detto Prodi. Anzi queste esternazioni e sottolineature di differenza dovrebbero cessare'', dice il leader dei Dl.
    Rutelli commenta il sondaggio di Mannheimer pubblicato dal Corriere della Sera, che da' Berlusconi in recupero. ''E' indubbio - dice - che in queste settimane Berlusconi e' tornato all'attacco, e che questo porta risultati. Ma, ripeto, la
    partita e' aperta e noi la giocheremo bene''.
    Intervistato dal MESSAGGERO (''Basta stop, il Prc deve dare garanzie''), Rutelli fa sapere di essersi ''battuto per evitare nel programma pericolose derive a sinistra''. A proposito del 'disobbediente' Francesco Caruso, il leader della Margherita ironizza e dice che avrebbe preferito che fosse il discendente
    del famoso tenore. A proposito della Tav, Rutelli precisa che Bertinotti era a conoscenza dell'accordo, ''lo ha sottoscritto pure in giunta''.
    Intervistato da EUROPA (''Basta piantare bandiere, tutti siano leali''), Rutelli afferma che ''la legge proporzionale non deve diventare il pretesto per sottolineature prive di spirito costruttivo''. Il leader della Margherita invita quindi la coalizione a mantenere l'unita'. (ANSA).

  7. #27
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    Rutelli tra due fuochi

    di David Busato

    Tempi duri per l'ex candidato premier della sinistra nel 2001. Molte proposte fatte da Rutelli e dalla Margherita sono state criticate aspramente dagli alleati. Sui pacs dalla Rosa nel Pugno, cui Fioroni ha risposto con una famosa l'intervista «La Rosa nel Pugno ci dà solo cazzotti». Sulla Tav, scuola pubblica e privata, politica estera e altre questioni dall'ala sinistra dell'Unione che è praticamente contraria a tutte le proposte. L'elettorato di centrosinistra ha un sogno: vedere vincere l'Unione e governare per cinque anni. Come ha fatto la Cdl. Nei giorni passati vari leaders della compagine prodiana si sono affannati a tranquillizzare l'elettorato sull'eventualità di un amarcord bertinottiano datato autunno 1998. Giorni fa Rutelli aveva escluso ogni prospettiva di «grosse koalition»: se il prossimo governo dovesse cadere «si va alle elezioni, non ci sarà nessun pasticcio». E Bertinotti aveva detto che, anche se poi in parte ha smentito, «non ripeterà più gli errori del '98. Noi sottoscriveremo un programma che è evidentemente frutto di un compromesso».

    Un compromesso che è già un sogno. Specie se continuano di questo passo. Il giusto riconoscimento, anche se tardivo, tributato da Rutelli al Governo Berlusconi riguardo alla politica nei confronti di Israele, ha riacceso i fuochi, mai sopiti, con i compagni di coalizione, questa volta il Pdci. Certo che le parole di Rutelli sono state un modo per rassicurare il governo di Gerusalemme in caso di un governo guidato dal centrosinistra. Ma questo non lo ha sottratto dalle reazioni che non si sono fatte attendere: «Al contrario di Rutelli i Comunisti italiani ritengono che il governo dell'Unione dovrà cambiare nel profondo la politica estera italiana», ha detto Iacopo Venier, responsabile esteri del Pdci. Non è la prima volta che il leader della Margherita cerca di far passare nell'Unione il metodo del giudizio nel merito dell'opera della Cdl. Con scarso seguito degli alleati. Anche quando lodò la patente a punti, la limitazione del fumo nei locali pubblici. Critiche anche quando, tra i primi, disse che la sinistra non avrebbe abolito la Legge Biagi e quando sostenne che la riforma della scuola varata dal ministro Letizia Moratti andava sperimentata e poi, semmai, cambiata. Tutte «aperture» che nella maggior parte dei sistemi politici occidentali non avrebbero fatto nemmeno notizia, ma che gli procurano forti critiche da parte degli alleati. Come quella del leader verde Alfonso Pecoraro Scanio, che parlò di una politica «suicida».

    Europa ieri, riferendosi alle interviste di Chiamparino, Illy ed al caso Ferrando parlava di sorpresa e timore. Sorpresa perché due amministratori di successo hanno criticato il centrosinistra. Timore, perché prendere sotto gamba gli avvertimenti di Chiamparino e Illy significherebbe un autogol clamoroso, specie perché Piemonte e Friuli Venezia Giulia sono potenzialmente decisivi. Ma non basta perché il caso Ferrando è un problema in più per l'Unione e sempre Europa scriveva con speranza e soddisfazione: «La mala sorte del compagno Ferrando, che Fausto Bertinotti con coraggio e lealtà ha scaricato a causa delle sue incontinenze verbali su Nassiriya, dimostra che all'estremismo c'è un limite, e che basta farlo valere». Basterà l'esclusione di Ferrando per far calmare gli animi e soprattutto i moderati dell'Unione? Giorni fa Rutelli disse quale era la differenza tra i partiti moderati del Centrodestra e la Margherita. «C'è una differenza grande, perché, nonostante ci siano punti condivisibili, le forze moderate del centrodestra non sono riuscite a impedire i guasti di questi cinque anni: sono stati spettatori muti e se hanno parlato non hanno ottenuto nulla, ma hanno invece trangugiato tutte le cose sbagliate di questa legislatura. Questa è la differenza».

    Ma quante differenze ci sono nella variegata compagine prodiana? La corsa della Margherita a cercare di sottrarre voti ai moderati delusi della CDL continua, ma nel guardare dall'altra parte, il rischio potrebbe essere paradossalmente quello di allontanare i moderati del centrosinistra dall'Unione spaventati dall'estremismo rosso, e che la Margherita sia fagocitata dal tiranno diessino.

  8. #28
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    Sfilata contro gli Usa e Israele La sinistra inciampa nel corteo
    di Emanuela Fontana Da Il Giornale
    Rifondazione: partecipazione a titolo personale. In piazza trotzkisti e Pdci

    Dire che la manifestazione pro Palestina di sabato sta dividendo la sinistra, o la sinistra radicale, non è esauriente. Il corteo sta spaccando anche i colleghi dello stesso partito, nella fattispecie Rifondazione in crisi di identità tra le spinte centrifughe dei trotzkisti e la prodianità di Fausto Bertinotti.
    Il nuovo scivolo: la manifestazione convocata per sabato dal forum Palestina e totalmente appoggiata dal Pdci. A differenza di Rifondazione, che invece non parteciperà se non a livello personale. Ma la delegazione «clandestina» del Prc non sarà tanto piccola, come si può osservare nell’elenco delle «adesioni». Tra le partecipazioni anche quelle di Luciano Pettinari (ds) e di Mauro Bulgarelli (Verdi).
    Il Pdci invece sarà presente ufficialmente. In prima fila il presidente della comunità palestinese in Italia, Bassan Saleh, candidato per i Comunisti italiani. Una candidatura, la sua, che «indica un target - avverte il segretario del Pdci Oliviero Diliberto - cioè che non faremo sconti a nessuno sulla Palestina». L’appello della manifestazione è: «No ai ghetti di Israele in Palestina. Uno Stato palestinese adesso». Sarà «una manifestazione per «una pace in Medio Oriente fondata sulla giustizia e per ricollocare la sinistra italiana al posto giusto nello schieramento internazionale».
    Diliberto anche ieri ha ribadito la sua posizione a Francesco Rutelli: una posizione di «equivicinanza con Israele e Palestina. Non è una cosa comunista, l’ha inventata Andreotti - ha ricordato -. Se Rutelli è contrario si rilegga la storia della diplomazia italiana».
    Sul sito di Forum Palestina c’è un intervento del candidato Saleh sulla vittoria di Hamas che sembra meno equivicino del pensiero di Diliberto: «La vittoria di Hamas in questa tornata elettorale non è solo una vittoria della democrazia, ma è anche una vittoria della determinazione del popolo palestinese a continuare la resistenza contro l’occupazione israeliana. I palestinesi hanno premiato la fermezza politica e sociali di Hamas».
    Rifondazione sarà presente in forma non riconosciuta. Tre giorni fa, parlando del caso-Ferrando e della sua giustificazione dell’attentato di Nassirya, Gennaro Migliore, responsabile esteri del partito di Bertinotti, aveva chiarito: «Rifondazione comunista non parteciperà alla manifestazione organizzata nei prossimi giorni da alcune associazioni, e alla quale aderisce invece il Pdci. Anche se riteniamo che la partecipazione a titolo personale di alcuni esponenti del Prc sia un diritto soggettivo legittimo».
    Per il Prc ci saranno, oltre al transfugo Ferrando, alcuni circoli romani («Che Guevara», «Rigoberta Menchù»), l’europarlamentare europea Luisa Morgantini, Alberto Burgio, della direzione del partito. Presenti anche i Verdi di Ravenna, oltre a una serie di centri sociali e di organizzazioni pro Palestina come «comitato con la Palestina nel cuore», il campo antimperialista, ma anche la comunità curda e il partito marxista leninista. «Con Bertinotti - ha chiarito ieri Fausto Sorini, della minoranza del Prc - abbiamo una divergenza grave sulla questione della non violenza. Chi resiste all’occupazione non è un terrorista».

  9. #29
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    Bertinotti si sfila già: «Non sarò mai ministro»
    di Roberto Scafuri da Il Giornale
    Il leader di Rifondazione molla la zavorra Ferrando ma rifiuta l’offerta del Professore che lo definisce «uomo durissimo ma leale»

    Il segretario: Marco mi è simpatico ma è incompatibile con la campagna elettorale


    Forse l’operazione è partita con qualche settimana d’anticipo, rispetto alle previsioni di Bertinotti. Ma ora Rifondazione si sente davvero accerchiata e «sotto tiro». Alle eterne pulsioni di una sinistra che preferisce il niente al qualcosa, la marginalità allo «sporcarsi le mani», si sono aggiunte le pressioni degli alleati moderati per una «normalizzazione» (sui candidati e sulla politica) capace di sortire due effetti. Ridurre la diversità del partito e dunque la sua crescita elettorale; «inchiodare» Bertinotti e la sua pattuglia di fedelissimi al governo e alle sue scelte.
    In quest’ottica viene letto l’ultimo ramoscello d’ulivo prodiano, oltre che i tanti attestati di stima e coraggio (da Fassino a Boselli). «Bertinotti è uomo durissimo ma leale - dice Prodi -, nel ’98 sbagliò, ma ora ha firmato il programma». Il Professore lo vorrebbe con sé al governo, magari al Lavoro, così da soddisfare anche le pretese ds sulla presidenza della Camera. Di questo, tra l’altro, avrebbero parlato l’altroieri a Strasburgo Bertinotti e D’Alema in un lungo faccia a faccia. Significativo che l’appoggio maggiore, durante queste ore tempestose, arrivi proprio dal dalemiano Pasqualino Laurito. «Inopportuno che Rutelli chieda garanzie a Prc, proprio nel momento in cui Bertinotti risolve con generosità i suoi problemi interni ed esterni. Nessuno scagli la prima pietra...», scrive Velina rossa.
    Bertinotti da Strasburgo fa intanto sapere a Prodi di non averci ripensato: non accetterà mai, «né oggi né domani, di fare il ministro». La gestione del caso Ferrando gli sta costando una forte tensione, all’interno di Prc e nei movimenti, e anche qualche «durezza» che si sarebbe volentieri risparmiata nei confronti di Ferrando. «Marco mi è simpatico dal punto di vista personale - racconta -. Mi sono adoperato perché fosse candidato, mentre la maggioranza dei membri della sua area in Comitato politico nazionale chiedeva che non lo fosse. Però non può lamentare ingenerosità da parte del partito: lui ha determinato con i suoi comportamenti un’incompatibilità...». Al congresso, aggiunge, «non ho sentito dire che Israele è uno Stato artificiale»: questa è stata «la molla, in quanto noi abbiamo fatto del principio “due popoli due Stati” l’asse fondante della nostra linea. La vita dello Stato d’Israele è fondamentale e chi la mette in discussione è fuori dal nostro contesto politico... La libertà di dissenso nel partito è e sarà garantita, ma quando uno si candida assume la responsabilità del partito e il clamore che può determinare in campagna elettorale è assai diverso dal semplice dissenso ideologico».
    Anche le valutazioni su Nassirya, dice Bertinotti, «hanno ferito il nostro profilo culturale e credo che il partito, seppure con dolore, debba ragionare sull’incompatibilità». Nei confronti del no global Caruso, invece, «non c’è ragione di intervenire, perché ha espresso opinioni che posso non condividere ma non c’entra nulla con la messa in discussione del profilo del partito». Le marce indietro di Ferrando non hanno avuto effetto. Il leader dei trotzkisti ha persino promesso «lealtà», correggendosi su Nassirya («attentato terroristico violento e barbaro») e Israele («lo Stato, non il popolo israeliano, è strumento di oppressione»). Troppo tardi. Come previsto, oltre la maggioranza del Cp ha confermato di appoggiare la revoca della candidatura. Domani la segreteria ne prenderà atto e inserirà in Abruzzo la femminista Linda Menapace, «a rischio» in Trentino.
    Le acque in Prc restano agitate. Grassi, Cannavò e Malabarba contestano la procedura e pensano di raccogliere firme per la convocazione straordinaria del Cp. Ferrando, che ha ricevuto la solidarietà di un comitato «Irak libero» ma non quella del suo compagno trotzkista Francesco Ricci, vuole appellarsi al collegio di garanzia di Prc, presieduto dal grassiano Cappelloni. Ma è arduo immaginare colpi di scena. A Ferrando non resta che andare in piazza sabato, alla manifestazione per la Palestina sollecitata dal Pdci, cui non aderiscono né Prc né Verdi. Il dilibertiano Rizzo difende a spada tratta Ferrando dicendosi «allibito dal metodo» e «dispiaciuto» perché per Bertinotti ormai «conta di più la compiacenza degli alleati e di un governo che fa la guerra in Irak».

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    I comici di regime scendono in campo per l’Unione. Benigni se l’è presa con Berlusconi a San Valentino
    di Ferruccio Formentini

    Com’è tradizione, aperta la campagna elettorale scendono in campo per l’Unione i comici e i cabarettisti. Ad esibirsi per primo il solito Benigni che ha colto l’occasione dell’amore e di San Valentino per snocciolare battutine e battutacce su Berlusconi. Ma che la satira sia il cavallo di battaglia dell’opposizione lo si capisce anche ascoltando i dibattiti che vedono impegnati i D’Alema o i Rutelli, di gran lunga più pronti nel servire freddure, facezie e sarcasmo sugli avversari piuttosto che nello spiegare cosa intendono fare una volta vinte le elezioni. E così celiando e sbeffeggiando questo o quello, come ricorda Mannhaimer sul Corriere della Sera, il loro vantaggio si riduce ogni settimana inesorabilmente di mezzo punto e il sorpasso è alle porte. Avanti così per ancora qualche settimana e si potrà dire “sono morti dal ridere”.

 

 
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