La domanda va posta in campagna elettorale per uscire dall'ipnosi televisiva
della 'manipolazione dell'agenda' imposta sin qui dal Cavaliere
( di Edmondo Berselli)
Fra le tecniche della politica populista ce n'è una che i politologi
definiscono 'manipolazione dell'agenda'.
Funziona più o meno così. Si presenta un programma elettorale, dopo di che
si selezionano i temi giudicati soggettivamente più importanti, che vengono
imposti propagandisticamente all'opinione pubblica, e su cui alla fine si
chiede il giudizio degli elettori.
Ciò consente di mandare in secondo piano una larga serie di punti
programmatici controversi.
Tanto per dire, a molti pendolari non importa granché delle grandi opere, se
i trasporti normali vanno in malora;
qualcun altro giudica la riforma della Costituzione qualcosa di molto più
importante e grave del taglio delle tasse;
altri ancora pensano che il ritorno al sistema proporzionale sia un attacco
cinico alla tenuta del paese, e guardano con sufficienza o diffidenza alle
promesse (peraltro non mantenute) sulla riduzione dei reati.
L'abilità spettacolare di Silvio Berlusconi è consistita proprio nel portare
la discussione pubblica sul terreno scelto da lui. Sulle 33 riforme prodotte
dal suo governo, come se fosse importante il numero delle leggi e non la
loro qualità, il loro varo legislativo, e non la loro realizzazione
concreta.
Ad esempio, è difficile non giudicare regressiva la riforma della scuola
realizzata da Letizia Moratti, e basta entrare in un qualsiasi istituto
scolastico per capire in quali condizioni deve lavorare un insegnante di
buona volontà.
E anche sul Contratto con gli italiani ci sarà da discutere: fra pochi
giorni esce un nuovo libro di Luca Ricolfi ('Tempo scaduto', Il Mulino), che
misura proprio il grado di attuazione dei cinque punti, e che contiene molte
serie delusioni per la destra, parecchie delusioni per la sinistra, e una
delusione grandissima proprio per Berlusconi. Il quale però è impegnato in
una campagna titanica, basata su un solo assunto: deve fare il possibile per
ricreare la fusione calda fra sé e il popolo. Deve mobilitare nuovamente il
proprio elettorato deluso. Quindi ha ripristinato la sua formula
infallibile: 'noi' contro i comunisti, un manicheismo che investe e anzi
specula sulle fratture della storia politica italiana.
È venuto nell'Emilia profonda e ha ironizzato sul fatto che "qui perfino il
sole è rosso"; ha ripetuto le solite ovvietà sugli intrecci fra giunte rosse
e coop. Ha ripetuto quell'autentica trovata geniale che è il 'pentagono
rosso', con le sue ombre e risonanze misteriche. Ha ripreso tonalità
quarantottesche, riuscendo a presentarsi come vera opposizione contro un
potere virtuale ma rosso e pericoloso.
Funziona? Sulle platee televisive un po' funziona. Se il Potere appare a
tutte le ore in qualsiasi programma, compreso quello di Irene Pivetti, con
l'accompagnamento trionfale di Arrigo Sacchi e di qualche goleador
milanista, può anche scattare il pensiero che un altro potere, cioè
l'alternanza, sarebbe un salto nel buio. Qualcosa che evoca ideologie
minacciose, rischi per la proprietà, accanimento burocratico e fiscale.
Il fatto è che almeno per ora non si è assistito a una risposta convincente
e coordinata del centrosinistra. Berlusconi sul piano della dialettica, con
i suoi 'foglietti e disegnini' (Diego Della Valle), è capace di sfuggire a
ogni attacco individuale . Ecco allora che occorre riportare in agenda, cioè
nella discussione pubblica, i temi su cui la Cdl è in difficoltà e su cui ha
poche risposte.
L'economia. Il reddito degli italiani. Nel 2001 avevano puntato tutto sul
'miracolo', un tasso di incremento del Pil superiore al 3 per cento. Siamo
alla crescita ZERO.
Non è soltanto un indice macroeconomico: si tratta di ricchezza scomparsa,
che non è più nelle tasche degli italiani. Un risultato ottenuto bruciando
l'avanzo primario, aggravando il deficit, sfondando la spesa pubblica.
Tutto questo significa una sola cosa: che il paese si indebita. Che la terra
dei sorrisi e dei gipponi, dei ristoranti sfacciati e delle vacanze al
Billionaire, nasconde dietro di sé un sistema tarlato, sempre meno
competitivo, abituato al benessere ma incapace di mantenerlo. In sostanza,
occorrerà portare in campagna elettorale la domanda: quanto ci è costato
Berlusconi?
Con un po' di fantasia contabile si può anche quantificare la cifra e
chiedergliene conto. Ma occorre farlo presto: altrimenti l'ipnosi del
Cavaliere addormenterà non solo le platee televisive ma anche ampi settori
di elettorato.
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Più specificamente:
-la rapina delle frequenze televisive pubbliche, pagate con tangente a
Craxi, ci ha sottratto una cifra oscillante fra i 90mila e i 100 mila
miliardi di vecchie lire ( 4 volte l'asta delle frequenze dei telefonini?),
- il cambio dell'euro a 1000 lire per i comercianti e affini ha danneggiato
alla fine l'Italia intera per una somma valutabile in 70 miliardi di euro in
minore produzione e nel crollo del 25% del nostro commercio estero del "made
in Italy".
- Gasparri fece perdere a RAI 800 miliardi di lire nel primo giorno del suo
insediamento ed è difficile calcolare quanto abbiamo perduto poi in qualità
di programmi.
- Berlusconi ha distrutto il cinema usando come clave le frequenze pubbliche
rubate a noi tutti e trasmettendo tre film al giorno su tutte le "sue" reti.
Il cinema italiano stava per diventare un'industria e dava lavoro a oltre
cinquantamila addetti, con una diffusione mondiale che serviva da biglietto
da visita per l'Italia intera.


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