René Guénon è di "sinistra"? Il relativismo culturale e l'antiimperialismo
René Guénon, un pensatore di “Destra”?
Quando si parla del pensiero di René Guénon (da ora in poi, G.), è norma ascriverlo all’interno dei pensatori di una “Destra esoterica”, mettendolo insieme a personaggi come Julius Evola, a conservatori come Burke, ai circoli/sette prenazisti (es. Thule etc.), agli ambienti neofascisti del secondo dopoguerra.
Pure il corposo articolo di Costanzo Preve “Il passato, il presente e il futuro. Note su tradizione, gerarchia, tecnica, differenza e universalismo”1, pur molto interessante e stimolante, non prescinde da questa schematizzazione.
Il motivo per cui cito nel particolare il filosofo torinese - e non, ad esempio, Pauwels e Bergier2 - è legato alla sua tendenza a letture controcorrente e ad analisi paradossali, soprattutto “di Marx, del marxismo, di Nietzsche, di Heidegger, di Norberto Bobbio e di Alain De Benoist e dei loro interpreti”3. Analisi paradossale che però, purtroppo, non estende al pensiero di G., che nell’articolo di cui ho detto prima, viaggia sempre a fianco di Evola, viene assimilato al “pensiero della conservazione, dell’ordine, della tradizione, della gerarchia, ecc.” e definito “pensiero reazionario post-niciano”. Tutto questo corrisponde ad un grande, essenziale fraintendimento.
Evola, il Grande Impostore del pensiero di Guénon
Il nucleo fondamentale di questo fraintendimento è il tormentato rapporto Evola-G, che, sostanzialmente, si basa sul “copia-incolla” del pensiero del francese da parte del barone siciliano. Questi, conosciuto Guénon, passa - dalle formulazioni di un “Idealismo magico”, dai circoli Dada e futuristi, dalle giovanili letture di Weininger e Niezsche - ad una sorta di “tradizionalismo reazionario esoterico”. Che, a livello semantico, sembra molto simile e parallelo a quello di Guénon, per via dell’uso di un lessico estrapolato dal metafisico francese, ma che in realtà introduce e mischia pericolosamente tutta una serie di riferimenti e concezioni non solo storicamente determinate (cosa che ha sempre destato dispetto nel francese, che ha sempre sostenuto di riferire la dottrina delle singole tradizioni spirituali cui si è riferito, in accordo con i rispettivi “maestri”), ma pure particolarmente orientati politicamente ed ideologicamente: i temi che tanto hanno fornito al nazismo in termini di immaginario mitico-ideologico (dagli ariani/indeuropei, al Graal, ai “poteri occulti”, all’antisemitismo, al “neospiritualismo” delle sette pangermaniste prenaziste (Thule etc), allo strisciante nazi-misticismo-eso-paganeggiante”); molta filosofia tedesca (il concetto di Weltanschaung da Dilthey, un certo superomismo e nichilismo pseudo-niciani, la visione storica da Spengler, il razzismo - seppure declinato “spiritualmente” - da De Gobineau e da Gunther, e poi Hegel, Weininger - italiano ma tedesco di formazione e così via…); una retorica decadente aristocratico-viril-eroica e, soprattutto, l’identificazione dei regimi fascista e nazista (in virtù di tutte quelle parole d’ordine “autorità”, “ordine”, “gerarchia” che a Evola, diciamocelo, glielo fanno drizzare) come Ipostasi, seppur imperfette, del “mondo della Tradizione”.
Tutto questo fornirà, nel secondo dopoguerra, vasto materiale ad una parte delle settucole neofasciste. Ora, ognuno è libero di “adorare le icone” che preferisce, ma per onestà intellettuale nei confronti del pensiero di G., bisogna riconoscere che, senza il ponte che Evola ha costruito, Guénon non sarebbe mai stato considerato, suo assoluto malgrado, un destrorso reazionario.
Verso la fine, anzi, avanzerò provocatoriamente la tesi per cui Guénon è di sinistra.
Ma torniamo a Preve. Le sue obiezioni al pensiero tradizionalista (quindi a quello di Evola), sono complessivamente sottoscrivibili, ma l’errore è mettervi di mezzo Guénon, che non è responsabile dei deliri di chi legge Evola e lo chiama “Il Pensiero Tradizionale” (con pure la punteggiatura maiuscola).
Ora, considerata la Grande Mistificazione, dobbiamo avere il coraggio di confrontarci con Guénon attraverso Guénon stesso, e non attraverso Evola o Freda. E confrontarci con il suo pensiero significa anche considerare le somiglianze, le convergenze e le possibili contaminazioni con il fecondo pensiero del novecento del secondo dopoguerra.
Perché Guénon non è di destra, e perché lo si può leggere da “sinistra”
Tagliato il cappio che lega Guénon, per motivi congiunturali e per bassissimi giochi politici, ad un ambiente che è quanto di più lontano possa esistere dal “suo” pensiero, possiamo leggere e guardare con occhi nuovi tutta la sua opera.
Così, i suoi scritti contro il neospiritualismo, il teosofismo e la massoneria deviata sono un monito ancora attuale contro le perversioni new-age e le varie sette-aziende multimiliardarie, tipo Scientology, che offrono un surrogato di spiritualità per porre una pezza sul bisogno di “spiritualità” delle masse, naturalmente una pezza funzionale alla prosecuzione del sistema di produzione-consumo; la critica alle basi filosofiche e culturali dell’Occidente moderno (che, non dimentichiamolo, costituiscono la genesi ed il coronamento del capitalismo e dell’imperialismo) è imprescindibile per la comprensione delle caratteristiche in cui sono potuti nascere tutti i fenomeni che, in quanto Antiamericanisti, ci troviamo a combattere; la visione che propone dell’Altro, delle altre culture, società, religioni, può essere estremamente feconda per costruire una nuova visione dell’interculturalità, attraverso quella particolare forma di relativismo culturale che vedremo un po’ meglio più avanti.
E capiremo che i significati che Guénon dà a “gerarchia” sono lontani anni luce da ogni forma di sfruttamento classista, che “Tradizione” significa semplicemente Trasmissione, e nulla ha a che fare con conservazione e tradizionalismo (in quanti articoli ne ha denunciato la completa opposizione!), e così via: non è questa l’ occasione per continuare.
Così, possiamo finalmente vedere Guénon discorrere amabilmente assieme alla scuola di Francoforte (Benjamin, Marcuse, Adorno, Orckheimer), al situazionismo, a Marx, alla triade dell’epistemologia post-positivistica (Kuhn, Lakatos, Feyerabend, Heidegger, Gadamer, Lyotard ed alcune intuizioni del postmoderno, in un fecondo dialogo con tutte le teorie interpretative della realtà.
Le prospettive per un pensiero di Liberazione: Interculturalità-Relativismo Culturale-Antiimperialismo.
In maniera sintetica, senza i pur necessari approfondimenti, elenchiamo tutta una serie di prospettive emananti da capisaldi del pensiero di Guénon, prospettive radicalmente rivoluzionarie, e che segnano una necessaria ritorsione contro i capisaldi teorici, ideali e politici dell’Occidente Moderno, terreno di cultura e di nascita di tutti i fenomeni più deleteri in tutta la storia umana, in termini di sfruttamento, alienazione, omologazione, controllo, repressione, inquinamento e così via.
Il discorso di Guénon sulla comune origine metafisica delle diverse forme religiose (e non solo strettamente tali) pone in essere una visione radicalmente diversa da quella attuale (che ricordo essere, per G., l’unica civiltà non legittima), dà vita ad una sorta di relativismo culturale che si sostanzia nella pari, contemporanea, legittimità di tutte le forme culturali. Legittimità che toglie il terreno da sotto le gambe ad ogni pretesa di incarnare e la Civiltà da esportare ai Diversi, di rappresentare il supremo punto di arrivo di un progresso che, dopo essersi inventato, l’occidente pretende anche di imporre in tutto il mondo, arrogandosi il diritto-dovere di un’ingerenza – umanitaria o a suon di missili – in realtà culturali “altre”, pretendendo di esportare i diritti dell’uomo, la democrazia, e tutti quei parti - frutto di determinate situazioni e processi storici in seno alla civilizzazione euro-occidentale –, che si pretende pure arrogantemente siano universali e perciò sia escatologicamente necessario esportarli ovunque, parodiando “satanicamente” la vera universalità, universalità che si trova nell’origine metafisica delle forme legittime di civiltà.
Tutto questo annulla la pretesa della civilizzazione occidentale di essere superiore e proclamarsi unica legislatrice dei diritti universali, uccide Kipling, stritolato dal suo “fardello dell’uomo bianco”, annulla il messianesimo sionista-puritano, ridicolizza i pretesi “diritti naturali”, arbitrarie universalizzazioni borghesi.
Come abbiamo già detto, la pervasività delle Cassandre islamofobe e dei Pinocchi della repressione “obbliga”, in qualche modo, e rende necessario sdoganare la visione guénoniana del rapporto Occidente-altre civiltà su un piano anche solo antropologico e sociale, ferma restando la mia personale convinzione della veridicità su tutti i piani del messaggio veicolato da G. Questo perché, di fronte alle sirene dello scontro di civiltà, alla distruzione di tutte le culture altre, si possa offrire un pensiero che, come abbiamo visto, offre un paradigma mai altrimenti formulato di relativismo culturale, e questo sdoganamento deve essere offerto pure a chi non crede in un piano metafisico. Per questo si può spostare il piano del discorso a quello antropologico-interculturale, per offrire una visione dei rapporti occidente-resto del mondo che mantenga e le peculiarità negative dell’occidente, e il diritto ad esistere secondo i propri paradigmi di ogni civiltà.
Quindi, se pure non si crede in Dio, la visione di una pari legittimità delle diverse forme culturali ha una potenzialità grandissima di fronte all’aggressività dell’ideocrazia imperiale americana ed alla pervasività del modello occidentale; il relativismo culturale – che vedremo meglio nel prossimo paragrafo -, è una trincea irrinunciabile di fronte al giano bifronte Nichilismo/Morale Unica Occidentale, che apre rispettivamente al dominio - preteso avaloriale - della Merce, da una parte, ed alla demonizzazione del Diverso ed alla distruzione dell’Altro da Sé in quanto Incivile - avendo come unico metro di civiltà la propria – dall’altra); la “genealogia” delle categorie filosofiche occidentali offrono materiale preziosissimo per l’anticapitalismo e l’analisi delle dinamiche della società occidentale, ed in primis quella americana; la rinuncia a credersi facenti parte dell’Unica-e-Migliore-Civiltà danno un contributo fondamentale per l’anticolonialismo, l’antiimperialismo e la lotta dei popoli oppressi.
Va da sé che tutti questi principi si possono definire assolutamente di “Sinistra”, se intendiamo quel filone rivoluzionario, non dogmatico, antiimperialista e terzomondista, sganciato da quei rozzi ideali di determinismo storicistico e dalla triade Materia, Storia, Lavoro che, come ben spiega Preve4, nascono di “destra”.
Un esempio di applicazione del pensiero guénoniano alla dinamica interculturale.
Ho finora parlato di relativismo culturale senza precisare cosa intendessimo. E’ venuto il momento di chiarirlo, fornendo contemporaneamente un esempio concreto delle potenzialità “interculturali” che si possono sviluppare da una lettura feconda dell’opera di Guénon e dei suoi discepoli (A.K Coomaraswamy, F. Schoun, T. Burckhardt, M. Valsan, M.Lings, M. Pallis…).
Prendiamo ad esempio una struttura fondamentale e diamentralmente presente in ogni civiltà, in forme diversissime, come la famiglia. Il pensiero moderno, di fronte a questa, si muove o attraverso la svalutazione a semplice struttura biologica, svuotandola del significato che ogni forma culturale dà ad essa (e quindi muovendo da concetti frutto della società occidentale che, nello “spiegare razionalmente” quello che i superstiziosi selvaggi non hanno capito, si presume superiore); oppure, dà vita ad una sacralizzazione ed ipostatizzazione di una particolare forma di famiglia, ad esempio quella cristiana-monogamica, che si pretende sia naturale (e anche qui, in barba a decine, centinaia di altre culture, si decide arbitrariamente che le proprie consuetudini siano normali e naturali, sempre partendo dal presupposto mentale che la propria sia la civiltà normale e naturale. E, per averlo compreso, pure migliore e superiore..). Il nostro particolare concetto di Relativismo culturale, che non è quello contro cui si scaglia Ratzinger (mi scuso per non averlo precisato prima), sostiene invece la validità di tutte le concezioni,in questo caso, della famiglia, ed ognuna è vera perché parte da una determinata prospettiva che permea ogni singola civiltà in modo diverso, nelle sue forme, dall’altra. In questo modo si salva sia la considerazione delle culture altre, che la prima mette in dubbio ponendosi al capolinea di un presunto progresso inevitabile divinizzato ed esportabile, sia le differenze, le varietà, senza alcuna moralizzazione ed entità aprioristicamente “naturale”, ed evitando la riduzione razionalistica, che dà vita al giusnaturalismo, alla pretesa che le proprie leggi siano “naturali” e quindi che le altre siano contronatura. Altra cosa, naturalmente, è la “giustificazione razionale” di un dato concetto o struttura, necessaria per “spiegare” una determinata prescrizione.
Così le strutture, per quanto diverse e magari anche formalmente opposte di civiltà in civiltà, acquisiscono tutte pari dignità e legittimità, in quanto tutte adattamente spaziotemporali di un’unica essenza avente origine o originario significato metafisico. Altrimenti, per la vulgata atea, si tratta semplicemente di rispettare forme culturali altre senza pretendere di avere il monopolio della civiltà. Il che, se pure è la base della “civile convivenza”, mi sembra non sia, attualmente, abbastanza chiaro a tutti.
1)Comunitarismo, Luglio 2003
2) Pauwels e Bergier, Il Mattino dei Maghi, 1960, Gallimard
3) C. Preve, Filosofia del Presente, Roma, 2004
4) Ibidem.




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