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Discussione: Terre… Nostre!

  1. #1
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito Terre… Nostre!

    Terre… Nostre!



    Dal numero di febbraio di “TerreNostre”, inserto di PolliceVerso.

    Il 10 febbraio 1947 è una data su cui non è consentito il lusso dell’oblio. Non dovrebbe essere moralmente permesso soprassedere sul calvario di circa 400.000 italiani. Quel 10 febbraio gli accordi di Parigi stabilivano la cessione dell’Istria, della Dalmazia e delle valli dell’Isonzo alla Jugoslavia comunista. Ironia della storia, soltanto i rapporti non proprio idilliaci del dittatore iugoslavo, Tito, con quello sovietico, Stalin, fecero in modo che Trieste restasse italiana, benché il suo cosiddetto “territorio” subisse un’ulteriore frammentazione a vantaggio degli iugoslavi. E ancora, il Trattato di Osimo nel 1975, confermerà la ferita inferta alla Nazione, stabilizzando definitivamente le questioni di confine ancora insolute.

    Viaggiando a ritroso del tempo, troveremmo illustri antecedenti a questa sciagura. In fondo, essa si ripete nella storia con inquietante, e insolita, regolarità. Il sacrificio della Patria è consumato, scriveva Foscolo sotto le spoglie autobiografiche dell’Ortis nell’omonimo romanzo. Era il 1797, e già allora quel pezzo d’Italia, la cui colpa maggiore è nell’essere collocato in una zona di confine non-naturale (li le Alpi finiscono, e diventa più complesso regolamentare le differenze etniche), subiva l’onta di una dequalificazione ad oggetto di compravendita.
    Era il famigerato Trattato di Campoformio in cui Napoleone cedeva l’intero Triveneto all’Austria. Dunque, già nella percezione foscoliana l’italianità di quella regione faceva vibrare intensamente le corde della commozione. Quindi, era già percepita come italiana, ed ogni suo negazione era ritenuta illegittima.

    Ma occorre muoversi ancora più indietro nel tempo. Occorre recuperare la memoria storica del glorioso passato di Venezia. La Repubblica di San Marco acquisiva quelle terre già nell’alto medioevo, sottraendole ad un Impero bizantino in permanente stato di decomposizione.
    Il sentimento di quei popoli, come ci confermano i documenti, fu sempre nettamente orientato ad una concezione “latina” piuttosto che “greca” della propria fisionomia politica-culturale: la religione Cattolico Romana ha sempre costituito la Fede più ampiamente professata (quasi esclusivamente), l’italiano era fin da allora la lingua dei documenti ufficiali (e dunque le parlati locali ritenute alla stregua di vernacoli, riproducendosi la stessa condizione di qualsiasi altra parte d’Italia).
    Storicamente l’appartenenza dalmato-istriana alla comunità dei parlanti la lingua italiana è talmente inequivocabile che (e questo forse non tutti lo sanno…) è proprio li che nasce la codificazione della grammatica italiana. Potrebbe apparire gusto fatuo della provocazione, ma è storicamente fondato: il nostro vocabolario-base matura dal lavoro di un folto gruppo di intellettuali dalmati, fra cui spicca Niccolò Tommaseo, intenti a raccogliere e sistematizzare le molteplici forme espressive delle parlate italiane.
    E tuttavia gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Prendiamo, perché paradigmatico, il caso di Ragusa.
    E’ una fiorente Reppublica marinara, formalmente libera, temutissima per le sue agili “galere speronanti”, capaci di aggredire il nemico su più fianchi quasi simultaneamente per via della prodigiosa celerità nei movimenti.
    Ebbene, questa Repubblica libera da secoli, più prossima alla Grecia che all’Europa latina, è fin dal Medioevo pienamente italofona, precocemente orientata ad una politica linguistica di marginalizzazione ed esautoramento delle influenze e dei condizionamenti lessicali slavi. I documenti lasciatici dagli intraprendenti ragusei non danno aditi a dubbi: l’italiano, nella sua forma trecentesca (che è quella base per ogni successivo sviluppo teorico della lingua italiana), costituisce l’unico idioma consentito in Senato, ne è obbligatoria la conoscenza per l’accesso ai pubblici impieghi, ed è l’unica forma di espressione artistica consentita nei luoghi di produzione della cultura.
    Quello che preme qui puntualizzare, cioè, è la vocazione atavica della fascia geopolitica istrio-dalmata a muoversi in direzione dell’italianità e dell’italofonia. E questo non può essere agevolmente liquidato come un processo caratteristico delle aree di confine, etnicamente miscelate, che si muoverebbero verso un apparentamento con i soggetti politici limitrofi ritenuti più forti.
    Questo, che sarebbe il caso, ad esempio, della Savoia, tesa da secoli (e quindi, ad onor del vero, ben prima della cessione alla Francia) verso l’assimilazione della più potente francofonia, non è pensabile nel contesto raguseo ed istrio-dalmato poiché si tratta di un’area etnica in cui l’appartenenza italiana vive di profonde risonanze antropologiche, radicate nella coscienza civile di quelle popolazioni da sempre.
    Infatti, nel solco di un recupero del procedimento a ritroso che stavamo tracciando poco sopra, l’elaborazione concettuale dell’appartenenza ai destini della penisola italiana, individua il suo mito di fondazione probabilmente addirittura nel III secolo dopo Cristo.
    E’ il secolo dei cosiddetti “Imperatori illirici”, in cui si verifica un determinante e irreversibile coinvolgimento della classe dirigente illirica nella gestione politica dell’Impero.
    Gli illirici saranno chiamati ad una co-responsabilità istituzionale con Roma che ha pochi precedenti storici apprezzabili per intensità e impegno (forse solo le oligarchie galliche sollecitate da Cesare).
    Questo fenomeno ha lentamente, ma inesorabilmente, aperto la regione illirica all’assimilazione, prima, della corruzione romanza del latino che si stava diffondendo in Italia (da cui procederà l’italiano propriamente detto), poi alla confessione Romano-Cattolica, rendendosi in questo modo impermeabile all’Ortodossia greco-orientale, quindi alla frammentazione in comuni indipendenti (vedi l’esempio di Ragusa), in opposizione strutturale ai processi autocratico-centripeti messi in moto dai bizantini prima e dai turchi dopo. Insomma, la sua storia è la storia di Italia.

    Ma ad un certo momento arrivarono i Croati. Gli slavi non sono autoctoni. E tuttavia la loro presenza non è neppure il frutto di un processo migratorio. “Slavo”, molto semplicemente ma anche molto significativamente, deriva dalla struttura semantica del lessico veneto “sclavon”, ossia “schiavo” da cui l’inglese “slave”.
    Esiste, é vero, un’identità slava formatasi in origine, ma le sue caratteristiche sono inerenti proprio ad un’assenza di omogeneità primitiva.
    Erano giudicate “slave”, in poche parole, tutte quelle popolazioni del bacino mitteleuropeo che non potevano accreditare una coerente composizione etnica, ma che si componevano di una commistione fluttuante di residui germanici, latini, celtici, greci, ungari.

    Nella prospettiva veneta, centro di formazione culturale della coscienza dalmata, erano gli “schiavi” delle classi dirigenti occidentali.
    Anche i turchi, nella loro ossessiva volontà di emulazione della Cristianità, adibivano gli slavi prigionieri alle vili mansioni domestiche nei Serragli.

    Tito, è fin troppo noto, procedette all’infoibamento di circa 20.000 italiani istriano-dalmati, ponendo così un sigillo di lutto all’unica ed autentica autoctonia che quelle regioni avessero mai conosciuto.
    Quegli italiani erano e restano i soli legittimi eredi della tradizione illirica, quindi i più antichi abitatori dell’Istria e della Dalmazia.
    Eppure, l’intelligenza con il nemico per tanto tempo si è nascosta in casa nostra: non fu Togliatti a regalarci il contentino dell’Amnistia per distrarci dall’olocausto degli italiani?

    Quando una Nazione smarrisce la Mistica del Confine sceglie, sono parole di Sua Altezza il Principe Junio Valerio Borghese, il lento suicidio dell’Anti-nazione.

  2. #2
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    In rilievo.
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  3. #3
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  4. #4
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    Per Alfredoibba quelle terre sono di questo qui



  5. #5
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    un momento che ridimensiono il jpg

  6. #6
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  7. #7
    ennerre
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    hai sfondato il cassetto?

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da ennerre
    hai sfondato il cassetto?
    Ho scannerizzato stasera 56 foto...le sto mettendo on line poi vi dò il link

  9. #9
    ennerre
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    Ottimo!

  10. #10
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    D'Annunzio tra i marinai
    (con la seconda freccetta rossa è mio nonno)



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