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Discussione: PIR contro la MAFIA

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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Il Patto (tra la mafia e lo Stato). Intervista a Nicola Biondo.

    I confini tra una parte (quanta?) dello Stato e la mafia sono sottili, spesso inesistenti. Viene persino il dubbio che l'Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale sia stata liberata dai mafiosi americani guidati da Lucky Luciano e non dagli Alleati (ma forse da tutti e due insieme alla CIA...). L'intervista a Nicola Biondo è sconvolgente, ma anche surreale. Ne emerge un gioco di specchi in cui scompare qualunque regola, ogni credibilità delle Istituzioni. Biondo descrive un girone infernale senza nessuna speranza di purgatorio o paradiso nel quale non precipitano i malvagi, ma i cittadini onesti: magistrati, poliziotti, politici, giornalisti in una mattanza nella quale la mafia è spesso il braccio armato di poteri protetti dallo Stato.

    Intervista a Nicola Biondo

    Il Patto tra Stato e mafia
    "Mi chiamo Nicola Biondo, sono un giornalista freelance scrivo per L’Unità, con Sigfrido Ranucci, un inviato RAI abbiamo scritto un libro per Chiare Lettere, si intitola: “Il Patto. Da Ciancimino a Dell’Utri, la trattativa segreta tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato”. Raccontiamo una storia straordinaria, molto poco conosciuta, quella di Luigi Ilardo, nome in codice Oriente.
    Luigi Ilardo dal 1994 al 1996 ha smesso di essere un mafioso e è diventato un infiltrato, tutto quello che ascoltava e vedeva non era più a beneficio della sua famiglia mafiosa, ma a favore degli uomini dello Stato.
    Luigi Ilardo è un caso eccezionale della lotta a Cosa Nostra, in pochi mesi fa decapitare le famiglie mafiose di tutta la Sicilia orientale, ma cosa più incredibile, inizia un rapporto epistolare con Bernardo Provenzano, Ilardo è il primo che racconta il metodo dei pizzini che consentiva a Bernardo Provenzano di comunicare all’esterno con i suoi uomini, Ilardo è il primo a raccontarcelo. Ilardo incontra Bernardo Provenzano il 31 ottobre 1995, e da infiltrato informa i Carabinieri del Ros, che però incredibilmente non arrestano il boss e soprattutto non mettono sotto osservazione il suo covo che per sei anni Bernardo Provenzano continuerà a frequentare indisturbato.
    La storia di Luigi Ilardo ci ha consentito di vedere in diretta questo Patto, di farci quelle domande che ci si è sempre fatti, come mai Cosa Nostra, una banda di criminali, sia riuscita a durare così tanto, sia riuscita a imporre il proprio dominio non soltanto in Sicilia, ma nel nord Italia, ha investito, si è esportata in mezzo


    Bernardo Provenzano e la pax mafiosa
    La storia di Luigi Ilardo incrocia tanti misteri, tanti segreti che ormai forse non sono più né misteri né segreti, la verità è lì, basterebbe poco per poterla raccontare, per poterla vedere. Luigi Ilardo per primo fa il nome di Marcello Dell’Utri, lo definisce un insospettabile esponente dell’entourage di Silvio Berlusconi.
    Lo fa nel gennaio del 1994, racconta in diretta il patto politico – elettorale che il Gotha di Cosa Nostra avrebbe fatto con la nascente Forza Italia, fa i nomi e non è solo quello di Marcello Dell’Utri, noi li possiamo fare, ciò non significa che siano colpevoli queste persone di cui adesso racconterò, ma l’infiltrato Luigi Ilardo li fa, sono i nomi di Salvatore Ligresti, di Raul Gardini, fa in maniera particolare dell’entourage di Raul Gardini i nomi di famosi imprenditori a lui legati che poi saranno definitivamente processati e condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, fa il nome di politici, a parte Dell’Utri, come quello del papà dell’attuale Ministro della difesa La Russa e di suo fratello Vincenzo e lega questo contatto che la famiglia La Russa avrebbe avuto con Cosa Nostra, insieme con la famiglia Ligresti. Tutto questo ci porta a vedere in maniera chiarissima quello che per Ilardo era normale, un patto tra Stato e mafia, quel patto che noi oggi vediamo chiaramente nei processi, la mancata cattura di Bernardo Provenzano, come la racconta Ilardo è finita in una processo che oggi abbiamo su tutte le prime pagine nei giornali, il processo al generale Mori, proprio perché quest’ultimo era l’ufficiale di più alto rango, responsabile di quell’operazione che avrebbe dovuto consentire l’arresto di Provenzano 11 anni prima di quando effettivamente è accaduto.
    Il racconto di Massimo Ciancimino ci permette ancora di più di scendere nei particolari e i personaggi sono sempre gli stessi, in questo caso il generale Mori che nel 1992 incontra Vito Ciancimino, i contorni di questi incontri sono ancora sfuggenti per molti, sono chiarissimi per le sentenze, quella è stata una trattativa, l’obiettivo era di catturare alcuni capi latitanti e lasciarne altri fuori, come Bernardo Provenzano per esempio, quella mafia invisibile, affaristica che ripone nel fodero l’arma delle stragi, per portare avanti una vera e propria pax mafiosa, quindi la mancata cattura di Provenzano che raccontiamo attraverso questo racconto inedito dell’infiltrato Luigi Ilardo, non è altro che un tassello del patto tra Stato e mafia, noi ti lasciamo libero, tu non fai più le stragi, noi ti consentiamo di fare affari, anzi li facciamo insieme!


    Omicidi di Stato e di mafia
    Quella che abbiamo raccontato non è soltanto una storia di patti, di accordi, è anche una storia scritta con il sangue, il sangue di molti poliziotti uccisi, Ilardo racconta che un ruolo importantissimo hanno avuto i servizi segreti italiani in molti omicidi politici e non avvenuti in Sicilia, lui racconta che alcuni poliziotti sono stati traditi e uccisi da un misterioso agente dei servizi, Ilardo lo chiama “faccia da mostro” noi ci siamo chiesti: quante facce da mostro hanno girato indisturbate in Sicilia, commettendo delitti che come dice Ilardo non erano nell’interesse di Cosa Nostra? Di questi delitti adesso noi possiamo individuarli, sono il delitto di Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Sicilia ucciso nel 1980, il delitto di Pio La Torre, il capo dell’opposizione comunista alla Regione Sicilia, ci sono delitti di poliziotti che Ilardo individua come delitti non di mafia, ma di Stato, c’è una frase agghiacciante che Luigi Ilardo avrebbe detto nell’unico incontro avuto con il Generale Mori e la frase è questa: "Molti attentati addebitati a Cosa Nostra non sono stati commessi da noi, ma dallo Stato e voi lo sapete benissimo!".


    Il palazzo scomparso
    E’ anche una storia di sangue quella dei magistrati, seguendo Luigi Ilardo, ci siamo imbattuti nell’ennesima storia incredibile, cioè quella di un palazzo che scompare, il palazzo è quello di via D’Amelio, in questo palazzo appena ultimato il 20 luglio 1992, a 24 ore dalla strage che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi ragazzi di scorta, due poliziotti e la Criminalpol salgono e si imbattono nei due costruttori, gli chiedono se hanno visto qualcosa, poi chiedono alla centrale via telefono se hanno precedenti penali, quei due costruttori sono due costruttori mafiosi, a quel punto sta per scattare l’arresto o quantomeno un interrogatorio in questura.
    Uno dei due poliziotti sale sulla terrazza e vede che il teatro della strage è lì, a due passi, c’è una visuale perfetta, nota anche delle cicche a terra, un mucchio di cicche a terra, il tempo di prepararsi a portare questi due costruttori in centrale per un interrogatorio, arriva un’altra volante, l’interrogatorio non si fa, i due poliziotti stilano un verbale e per 17 anni credono che quella pista sia stata abbattuta, invece no, oggi noi abbiamo riportato nel nostro libro la testimonianza, quel verbale di quei due poliziotti su quel palazzo gestito da costruttori mafiosi è sparito dalla Questura di Palermo. La Procura di Caltanissetta che indaga non l’ha trovato, c’è di più, i nomi di quei due costruttori finiranno da lì a poche settimane nei verbali di due importanti pentiti che accusavano Bruno Contrada n° 3 del Sisde e ex capo della Questura di Palermo, diranno questi pentiti: questi due costruttori hanno fornito a Bruno Contrada un appartamento, la loro versione ha retto in Cassazione, le indagini hanno appurato che questi due costruttori erano confidenti di Bruno Contrada e per conto di Cosa Nostra gli fornivano un appartamento. Quel palazzo di Cosa Nostra che dà su Via D’Amelio non è mai stato attenzionato dalle indagini, anzi a 48 ore dalla strage, in quel palazzo ritorna una squadra di Carabinieri, scrive un rapporto e dicono che è tutto a posto, strano, perché quel palazzo con quei costruttori era il primo luogo che si sarebbe dovuto indagare, ancora oggi, com’è noto, noi non sappiamo dove gli attentatori della strage di Via D’Amelio si sono piazzati, nessun pentito ce lo racconta, probabilmente perché davvero non è solo un segreto di mafia ma è anche un segreto di Stato.


    Luigi Ilardo viene tradito, viene ucciso, i suoi racconti rimangono blindati, il colonnello Michele Riccio che li raccoglie subisce un arresto, una serie di disavventure, ma finalmente la verità di Ilardo, della mancata cattura di Bernardo Provenzano arriva in un’aula di giustizia e è quell’aula di giustizia dove oggi stanno venendo fuori tanti particolari su una trattativa tra Stato e mafia!"


    Blog di Beppe Grillo - Il Patto (tra la mafia e lo Stato). Intervista a Nicola Biondo. - Commenti più votati
    Ultima modifica di Razionalista; 13-02-10 alle 19:54
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Inchiesta terremoto: procuratore, ''All'Aquila la mafia c'e'''

    Lo afferma il procuratore del capoluogo abruzzese, Alfredo Rossini, facendo il puntosull'attivita' relativa a prevenzione e repressione delle infiltrazioni mafiose negli appalti post terremoto, anche alla luce dell'allarme dei servizi segreti.
    ''Stiamo svolgendo con grande velocita' indagini con risultati piu' problematici di quelli dell'inchiesta sui crolli, utilizzando le strutture piu' avanzate di Polizia, Ros della Guardia di Finanza e anche quelli che lavorano per la Prefettura'' ha spiegato il procuratore capo.
    ''I risultati ci saranno di sicuro, grazie ai dati che verranno anche da fuori, che ci permetteranno di organizzarci per andare avanti''. Rossini ha sottolineato che ''fondamentale in questa attivita' e' la collaborazione con la Procura nazionale antimafia, perche' ci permette di avere, attraverso la banca dati, eventuali situazioni mafiose. Avendo tali dati possiamo rapidamente inserirli in questa grande struttura, e attraverso questa arrivare a conclusioni per sapere se, sotto il profilo processuale, ci sono processi di mafia da fare''.
    ''Questo - ha proseguito Rossini - nella considerazione che l'infiltrazione mafiosa o la presenza di una persona con padre mafioso in una societa', di per se' e' un punto per partire, quindi noi, per poter lavorare al fine di addebitare il reato di associazione di stampo mafioso, dobbiamo avere tutti gli elementi dell'associazione, che non sono certamente la presenza di un figlio di un mafioso nella societa'''.
    Come ha fatto nei giorni scorsi il prefetto dell'Aquila, Franco Gabrielli, anche il procuratore Rossini ha evidenziato la collaborazione ''che fin dall'inizio c'e' stata con la Prefettura, perche' il prefetto ha una struttura di polizia per fare le indagini per accertare precedenti mafiosi''.
    ''Ci danno queste carte e noi forniamo tutto quello che ci risulta, dobbiamo anche cercare di ottenere vantaggi immediati, prima che si verifichino situazioni criminogene, quindi nel momento stesso in cui operiamo, forniamo alla Prefettura quei dati che risultano importanti per impedire il compimento dei reati''.

    Antimafia Duemila - Inchiesta terremoto: procuratore, ''All'Aquila la mafia c'e'''

    ANSA
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    N CORSO 40 PERQUISIZIONI IN TUTTA ITALIA, SEQUESTRATE ALCUNE AZIENDE DI RISTORAZIONE
    Terra bruciata attorno a Messina Denaro
    Arrestati 19 fedelissimi del boss mafioso

    Tra loro anche il fratello. Si occupavano degli affari di famiglia e gestivano la latitanza del padrino trapanese

    TRAPANI - Terra bruciata intorno a Matteo Messina Denaro, il boss latitante dal 1993 indicato come il nuovo capo di Cosa Nostra. È l'obiettivo dell'operazione "Golem 2" in cui sono stati impegnati più di 200 agenti delle squadre mobili di Palermo e Trapani nella zona di Castelvetrano, paese natale del capomafia. Diciannove i fermi emessi dalla Procura distrettuale antimafia. Il boss si serviva di fiancheggiatori insospettabili incaricati di gestirne la latitanza e di occuparsi degli affari della famiglia.
    MARONI: PASSO DECISIVO - «Si sta stringendo il cerchio attorno al latitante numero uno - afferma il ministro dell'Interno Maroni -. L'operazione dello Sco della polizia a Trapani è un passo decisivo perché si è fatta terra bruciata attorno al boss dei boss: sono ottimista che al più presto sapremo catturare anche lui». Apprezzamento per i risultati dell'operazione è stato espresso anche dal presidente del Senato Schifani e dal ministro della Giustizia Alfano.

    PRESO IL FRATELLO - Tra i fermati il fratello di Messina Denaro, Salvatore, e uno dei componenti della banda di Salvatore Giuliano, l'ottuagenario Antonino Marotta, "decano" della mafia trapanese. E poi Maurizio Arimondi, Calogero Cangemi, Fortunato e Lorenzo Catalanotto, Tonino Catania, Andrea Craparotta, Giovanni Filardo, Leonardo Ippolito, Antonino Marotta, Marco Manzo, Nicolò Nicolosi, Vincenzo Panicola, Giovanni Perrone, Carlo Piazza, Giovanni Risalvato, Paolo Salvo, Salvatore Sciacca e Vincenzo Scirè. Alcuni sono parenti del boss. L'indagine ha evidenziato come Cosa Nostra continui ad assoldare uomini d'onore storici che, scontata la pena e usciti dal carcere, tornano a dare il loro contributo. È il caso di Filippo Sammartano, Antonino Bonafede e Piero Centonze. In cella sono finiti diversi elementi di spicco di Cosa Nostra trapanese, tra cui i reggenti delle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna e Marsala che avrebbero svolto un ruolo di raccordo tra Messina Denaro e i suoi affiliati nonché con i vertici delle cosche palermitane. Tutti gli arrestati devono rispondere di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamenti e trasferimento fraudolento di società e valori. In corso anche 40 perquisizioni in diverse regioni italiane: nel mirino in particolare le province di Trapani, Palermo, Caltanissetta, Torino, Como, Milano, Imperia, Lucca e Siena.

    PRESI I "POSTINI" - Le indagini sono state coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Messineo, dall'aggiunto Teresa Principato e dai pm Marzia Sabella e Paolo Guido (leggi l'intervista). Gli arresti costituiscono il seguito dell'operazione "Golem 1", condotta a giugno con l'obiettivo di disarticolare la rete di complicità che ha favorito la latitanza del boss. I fedelissimi avevano il ruolo di "postini": recapitavano corrispondenza contenente ordini e disposizioni. Gli investigatori sono arrivati a loro intercettando dei pizzini attribuiti a Messina Denaro, che in passato ha avuto un fitto scambio epistolare anche con Bernardo Provenzano e i boss Lo Piccolo. Fondamentali nell'indagine alcune intercettazioni. «Da alcuni passaggi si desume il penetrante controllo del territorio da parte del gruppo criminale capeggiato dal superlatitante - spiegano gli inquirenti -, il ricorso sistematico alla violenza per la realizzazione degli obiettivi, il programma di gestione di alcune risorse economiche della zona, l'assoggettamento delle imprese, in molti casi titolari di importanti appalti pubblici, al sistema delle estorsioni (come quella subita dall'imprenditore Luigi Spallina cui è stata chiesta una tangente di 100mila euro, ndr) e il sistema di riscossione delle relative tangenti, le attività di sostegno alle famiglie dei detenuti con il pagamento delle spese legali e di quelle personali attraverso i proventi delle estorsioni, la ricerca di consenso, di disponibilità e mutua assistenza tra i membri dell'organizzazione e verso il capomafia latitante».

    SEQUESTRO AZIENDE - L'indagine riguarda anche un grosso giro d'affari che, come detto, interessa regioni sparse in tutta Italia. Gli inquirenti hanno chiesto il sequestro di alcune aziende che operano nel settore della ristorazione e della distribuzione alimentare, risultate fittiziamente intestate a prestanome di parenti di Messina Denaro e di affiliati al mandamento di Castelvetrano. L'obiettivo era sottrarre il patrimonio accumulato illecitamente ai provvedimenti di confisca e sequestro. Gli investigatori hanno accertato numerose estorsioni nei confronti di imprese impegnate in appalti nel comune di Castelvetrano, come quello per la costruzione di serbatoi e condotte dell'acquedotto Bresciana o le opere di completamento del Polo tecnologico integrato nella contrada Airone.

    «COLPO SIGNIFICATIVO» - «È stato scoperto e disarticolato quello che era un verso e proprio servizio postale utilizzato negli ultimi 14 anni dal superlatitante Messina Denaro per comunicare, attraverso i pizzini, gli ordini del boss divenuto ormai il capo di Cosa Nostra» ha commentato il funzionario del Servizio centrale operativo della polizia Vincenzo Nicolì. Il questore di Trapani Giuseppe Gualtieri sottolinea che «l'operazione ha indebolito il tessuto di fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro e dato un colpo significativo al fenomeno mafioso della provincia. L'appoggio in termini economici conta moltissimo perché significa capacità di dare lavoro, di condizionare Consigli comunali e operazioni finanziare».

    Terra bruciata attorno a Messina Denaro Arrestati 19 fedelissimi del boss mafioso - Corriere della Sera
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    La deposizione al processo di Palermo contro l’ex comandante Mori

    Martelli: «Mi lamentai dei Ros con Mancino»

    Palermo - «Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni, ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato». Lo ha detto l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli deponendo al processo al generale dell’Arma, Mario Mori, già alla guida del Ros, imputato di favoreggiamento nei confronti della mafia. «Sono convinto – ha aggiunto durante il controesame dei legali dell’imputato – che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato, contattare Ciancimino senza informare l’autorità giudiziaria, fosse inaccettabile». «Mi lamentai del comportamento del Ros col ministro dell’interno dell’epoca – ha detto ancora l’ex Guardasigilli -. Ora, alla luce delle date e ricordando meglio, credo si trattasse di Mancino»

    «Se avessi avuto sentore che c’era una trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia – ha poi commentato Martelli -, avrei fatto l’inferno. Invece l’iniziativa del Ros finalizzata a contattare Vito Ciancimino mi parve solo un atto di insubordinazione, quindi trattai la questione riferendone alle persone competenti come l’ex capo della Dia e l’allora ministro dell’Interno». Rispondendo al pm Nino Di Matteo che gli chiedeva perchè avesse riferito quanto a sua conoscenza sui contatti tra il Ros e l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino solo dopo 17 anni Martelli ha aggiunto: «All’epoca non c’erano indagini sulla trattativa, non se ne parlava neppure e mi sembrò opportuno risolvere quelli che mi sembravano atti di insubordinazione del Ros nelle sedi competenti».

    L’arresto di Riina – L’ex ministro ha spiegato anche che l’arresto di Totò Riina era stato in qualche modo preannunciato dai militari: «Il generale dei carabinieri Francesco Delfino, nell’estate del ‘92, vedendomi preoccupato, mi disse che dovevo stare tranquillo perchè mi avrebbero fatto un bel regalo di Natale e aggiunse che Riina me lo avrebbero portato loro». All’epoca del dialogo con Delfino, che era comandante della Regione dei carabinieri in Piemonte, Riina era latitante e sarebbe stato arrestato dopo pochi mesi. «Lì per lì – ha aggiunto Martelli – mi parve solo un auspicio». L’arresto, invece, arrivò davvero e proprio ad opera dei carabinieri del Ros nell’ormai celebre operazione guidata dal «capitano Ultimo» il 15 gennaio 1993.

    Mancino - Ma in una nota, il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, commentando la deposizione resa a Palermo dall’ex Guardasigilli Claudio Martelli smentisce: «Ho sempre escluso, e coerentemente escludo anche oggi, che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli, mi abbia mai parlato della iniziativa del colonnello Mori del Ros di volere avviare contatti con Vito Ciancimino. Ribadisco che, per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, nessuno mi parlò mai di possibili trattative con la mafia». «L’on. Martelli – aggiunge il numero due di Palazzo dei Marescialli – fra Scotti e Mancino usa la forma dubitativa: ma se uno non si ricorda bene è inutile fare nomi. Quando la dottoressa Ferraro avrebbe incontrato il colonnello De Donno si era nel giugno 1992, ed io mi insediai al Viminale il 1° luglio successivo». Inoltre, aggiunge Mancino, «col Ros non avevo alcuna relazione istituzionale e, perciò, non c’era bisogno di dire a me un fatto che poteva interessare, semmai, il ministro della Difesa dell’epoca, da cui il colonnello Mori dipendeva». Mancino, poi, ricorda che «l’anticipata attuazione della Dia al dicembre 1992 fu inserita nel decreto-legge all’esame del Parlamento su mia proposta, così come fu previsto in anticipo lo scioglimento della gestione straordinaria della Commissione antimafia allora diretta dal prefetto Finocchiaro».
    (da Corriere della Sera.it)

    La deposizione al processo di Palermo contro l’ex comandante Mori « II FENDENTE
    Ultima modifica di Razionalista; 12-04-10 alle 11:37
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    "Dell'Utri il tramite della mafia"
    Oggi si conclude la requisitoria


    "Il boss Vittorio Mangano era in contatto con Marcello Dell'Utri, che fu il tramite per l'assunzione del mafioso nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi". Così dice il sostituto procuratore generale Nino Gatto alla ripresa della requisitoria contro il senatore Marcello Dell'Utri, imputato in corte d'appello di concorso esterno in associazione mafiosa
    di SALVO PALAZZOLO



    In apertura d'udienza, il presidente della corte, Claudio Dall'Acqua, ha annunciato che questa mattina la Procura generale concluderà il suo intervento, che già si protrae da diverse udienze, con la richiesta finale.

    Ad ascoltare l'ultima parte della requisitoria ci sono i legali di Marcello Dell'Utri, Nino Mormino, Giuseppe Di Peri, Pietro Federico e Sandro Sammarco. Poco prima delle 11 arriva in aula anche il senatore di Forza Italia, condannato in primo grado a nove anni.

    Il procuratore generale accusa: "Il processo ha evidenziato una propensione dell'imputato a inquinare le prove". Nino Gatto affronta il capitolo della requisitoria riguardante i rapporti che Marcello Dell'Utri avrebbe intrattenuto con un falso pentito, Cosimo Cirfeta: "Tramite l'avvocato difensore di Cirfeta, Dell'Utri ha promesso soldi e un lavoro. In cambio, chiedeva delle dichiarazioni che avrebbero dovuto scagionarlo". Secondo il procuratore generale, nel complotto del falso pentito avrebbe avuto un ruolo anche "l'agente Betulla, ovvero il giornalista Renato Farina - spiega Nino Gatto - che è stato giudicato in altra sede per aver aiutato alcuni agenti segreti ad eludere le investigazioni nei loro confronti, nell'ambito delle indagini sul rapimento di Abu Omar". In aula, il procuratore legge il capo d'imputazione riguardante Farina, coinvolto nelle azioni di spionaggio organizzate dall'ex agente del Sismi Pio Pompa, fra Roma e Milano.

    "Questa vicenda - dice Nino Gatto - ci dice dei mezzi istituizionali di cui l'imputato si è servito per deviare le indagini".

    Mentre il pg parla del caso Farina, Dell'Utri esce dall'aula della corte d'appello e fa una dichiarazione ai giornalisti che lo raggiungono: "Se mi lasciano in pace, se mi assolvono sono disposto a lasciare tutte le cariche politiche, non mi interessa fare politica. Io faccio il senatore per difendermi dal processo. Io mi difendo dall'attacco politico perché il mio è un processo politico, per questo faccio politica. Sì, vi sembra strano? - ribadisce - Sono entrata in politica per difendermi".

    16 aprile 2010

    "Dell'Utri il tramite della mafia" Il pm chiede 11 anni di carcere - Palermo - Repubblica.it
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    INCHIESTA ITALIANA
    Addaura, nuova verità
    sull'attentato a Falcone
    Così lo Stato si divise. Nel commando non c'erano solo i boss di Cosa nostra ma anche presenze estranee: uomini dei servizi segreti

    di ATTILIO BOLZONI


    Addaura, nuova verità sull'attentato a Falcone La casa al mare di Falcone, teatro del fallito attentato del 1989

    È tutta da riscrivere la storia delle stragi siciliane. Le inchieste sono partite con quasi vent'anni di ritardo per disattenzioni investigative e deviazioni, un depistaggio che ha voluto Totò Riina e i suoi Corleonesi come unici protagonisti del terrore. Tutto era riconoscibile già allora: bastava indagare su quelle "presenze estranee" a Cosa Nostra. Ma nessuno l'ha fatto.

    Vent'anni dopo è stata capovolta tutta la dinamica del fallito attentato dell'Addaura. Ci sono testimonianze che rivelano un'altra verità e che irrobustiscono sempre di più l'ipotesi di un "mandante di Stato".

    La scena del crimine è da spostare di ventiquattro ore: la borsa con i candelotti di dinamite è stata sistemata sugli scogli non il 21 giugno del 1989 ma la mattina prima, il 20 giugno. E, da quello che sta emergendo dalle investigazioni, sembra che fossero due i 'gruppì presenti quel giorno davanti alla villa di Falcone. Uno era a terra, formato da mafiosi della famiglia dell'Acquasanta e da uomini dei servizi segreti. E l'altro era in mare, su un canotto giallo o color arancio con a bordo due sub. I due sommozzatori non erano di "appoggio" al primo gruppo: erano lì per evitare che la dinamite esplodesse. Non c'è certezza sull'identità dei due sommozzatori ma un ragionevole sospetto sì: uno sarebbe stato Antonino Agostino, l'altro Emanuele Piazza.

    Il primo, Agostino, ufficialmente era un agente del commissariato San Lorenzo ma in realtà un cacciatore di latitanti. Venne ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989, nemmeno due mesi dopo l'Addaura. Mai scoperti i suoi assassini. Anche Totò Riina ordinò una "indagine" interna a Cosa Nostra per capire chi avesse ucciso il poliziotto: "Anche lui non riuscì a sapere nulla", ha riferito il pentito Giovanbattista Ferrante. "È stato ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi con alcuni della questura di Palermo. Anche sua moglie sapeva: per questo hanno ucciso anche lei", ha raccontato invece il collaboratore di giustizia Oreste Pagano. Per l'uccisione di Antonino Agostino, la squadra mobile di Palermo seguì per mesi un'improbabile "pista passionale".

    Qualche mese fa i magistrati di Palermo hanno ascoltato un testimone - un funzionario di polizia - che ha raccontato di avere ricevuto una confidenza proprio dal giudice Falcone, andato a trovarlo una sera nel suo commissariato: "Questo omicidio l'hanno fatto contro di me e contro di lei". Parlava dell'agente Antonino Agostino.

    Il secondo sommozzatore, Piazza, era un ex agente di polizia che aveva anche lui cominciato a collaborare con i servizi segreti (il Sisde) nella ricerca dei latitanti. Emanuele Piazza è stato ucciso il 15 marzo del 1990. Una "talpa" avvisò i mafiosi che l'ex agente di polizia stava lavorando per gli apparati di sicurezza. I boss lo attirarono in una trappola e lo strangolarono. Anche per il suo omicidio, la squadra mobile di Palermo indirizzò inizialmente le ricerche su "una fuga della vittima in Tunisia, in compagnia di una donna".

    Un depistaggio nelle indagini sul primo omicidio, un altro depistaggio nelle indagini sul secondo omicidio. Sul fallito attentato dell'Addaura sta affiorando un contesto sempre più spaventoso: un pezzo di Stato voleva Falcone morto e un altro pezzo di Stato lo voleva vivo. Ma chi ha deviato le indagini sugli omicidi di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza? Chi ha voluto indirizzare i sospetti verso la "pista passionale" per spiegare le uccisioni dei due poliziotti?

    Un giallo nel giallo è nascosto fra altre pieghe del fascicolo sull'Addaura: si stanno cercando da mesi gli identikit dei due sommozzatori, ricostruiti attraverso le indicazioni di alcuni bagnanti che il 20 giugno del 1989 erano nella zona di mare dove volevano uccidere Giovanni Falcone. Quotidiani e agenzie di stampa avevano, al tempo, dato ampio risalto alla notizia di quegli identikit: oggi c'è il sospetto che non siano mai stati consegnati alla magistratura. Entrare nelle indagini dell'Addaura è come sprofondare nelle sabbie mobili.

    Se l'affaire dell'Addaura è il punto di partenza di tutte le indagini sulle altre stragi siciliane, è un affaire con troppi morti. E molti interrogativi. Ad esempio, perché le indagini sull'attentato al giudice sono partite con vent'anni di ritardo? E chi ha ucciso tutti i testimoni dell'Addaura?

    Morto è Francesco Paolo Gaeta, un piccolo "malacarne" della borgata dell'Acquasanta, che il giorno del fallito attentato aveva casualmente assistito alle manovre militari intorno alla villa del giudice. Qualche tempo dopo, Gaeta fu ucciso a colpi di pistola: il caso fu archiviato come regolamento di conti fra spacciatori.

    Morto è il mafioso Luigi Ilardo. Era un informatore del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, e all'ufficiale aveva detto: "Noi sapevamo che a Palermo c'era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino". Il mafioso Luigi Ilardo è stato assassinato qualche giorno prima di mettere a verbale le sue confessioni.

    Morto Ilardo. Morto Falcone. Morto l'agente Nino Agostino. Morto il collaboratore del Sisde Emanuele Piazza.

    È caccia aperta all'uomo con la faccia da mostro. Qualcuno dice che si è vicini a un riconoscimento, qualcun altro giura che quell'uomo non si troverà mai perché anche lui è morto da anni. Così come è caccia aperta ad altri "agenti dei servizi" legati ai boss di Corleone. Uno, in particolare, chiamato di volta in volta "Carlo" o "signor Franco": un uomo degli apparati che per una ventina di anni è stato al fianco dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Trattava con lui e con Totò Riina nell'estate del 1992.

    Sono due i livelli del coinvolgimento degli apparati di sicurezza all'ombra delle stragi: ci sono i servizi sospettati di aver trattato con la mafia e ci sono i servizi sospettati di avere avuto un ruolo attivo negli attentati. Se non si scopriranno queste trame, non sapremo mai chi davvero ha ucciso Falcone e Borsellino e perché. C'è puzza di spie in ogni massacro siciliano. Misteri di mafia che si confondono con misteri di Stato.

    Addaura, nuova verità sull'attentato a Falcone - Repubblica.it
    Ultima modifica di Razionalista; 07-05-10 alle 12:14

  7. #27
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    CAPACI, GRASSO: DIFENDERE L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA. ALFANO: MAI STATA IN DISCUSSIONE

    Il procuratore nazionale antimafia scende in campo contro la riforma della giustizia proposta dal ministro.

    Nell’anniversario della strage di Capaci, Piero Grasso, procuratore antimafia, sente la necessità di difendere l’indipendenza dei pubblici ministeri dalla politica, “perché non sia sprecata l’opera di Falcone e Borsellino”. “Crediamo ancora che in Italia si possano processare i colletti bianchi – ha detto Grasso nel corso della commemorazione nell’Aula bunker dell’Ucciardone – l’indipendenza della magistratura non è un privilegio di una casta”.
    Falcone e Borsellino hanno insegnato che, se si vuole realmente estirpare la mafia, si devono recidere quei legami politici che da sempre la proteggono, per proteggere i propri interessi. Ma se i pm vengono controllati dall’esecutivo, è il pensiero dei procuratori italiani ora ripreso da Grasso, quelle indagini saranno impossibili. Più che una riforma per migliorare la giustizia italiana, una mossa per garantirsi la definitiva impunità. “L’anticamera del regime”secondo il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia.
    Il Ministro Alfano, presente al Convegno, è rimasto spiazzato da questo attacco diretto e ha dichiarato che “mai l’indipendenza della magistratura è stata messa in dubbio”, anche se è suo il progetto del doppio Csm, abbinato alla separazione di carriere che dovrebbe sancire la fine dell’attuale equilibrio costituzionale. Sarebbe il culmine della partitocrazia: la politica che controlla la politica.
    Il Presidente Napolitano ha inviato una lettera a Maria Falcone, dove promette la massima attenzione delle istituzioni agli ultimi sviluppi delle indagini sugli attentati. Anche la sorella del giudice si è detta convinta che “siamo più vicini alla verità, abbiamo la certezza che a farle non fu solo la mafia”.

    Corriereweb.net | Capaci, Grasso: difendere l’indipendenza della magistratura. Alfano: mai stata in discussione
    Ultima modifica di Razionalista; 24-05-10 alle 10:54
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
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  8. #28
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    Palermo, busta con proiettile al Giornale di Sicilia

    La lettera, arrivata anche alla redazione di Repubblica, contiene minacce a magistrati e collaboratori di giustizia, oltre che ai giornalisti Santoro e Ruotolo

    4 maggio 2010

    PALERMO - Due buste con proiettili e nuove minacce a magistrati e collaboratori di giustizia sono state recapitate ieri nelle redazioni palermitane del Giornale di Sicilia e Repubblica. Le missive, spedite direttamente da Firenze e che adesso si trovano in mano agli agenti della Digos per essere analizzate, sono state scritte al computer e in lettere maiuscole. Nella lettera inviata al direttore del Giornale di Sicilia, si legge: “Non analizzi il contenuto di questo comunicato come un minaccia, i grandi eventi vanno annunciati. Lo si era fatto in passato, con scarsi risultati. Il malessere e sotto gli occhi di tutti”. Così, si passa a fare cenno a “operazioni di sostegno della nostra democrazia” e vengono presi di mira i tre magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari e Nino Di Matteo. Accanto a loro, si fa riferimento anche ai collaboratori di giustizia Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza. “Soggetti che – si legge – direttamente o indirettamente subiranno le conseguenze di operazioni già pianificate”. Scorrendo avanti quanto scritto nella lettera, si arrivano a leggere le minacce lanciate a Michele Santoro e Sandro Ruotolo, per i quali si è “in attesa di decisioni” dal momento che, secondo l’autore del testo, avrebbero avuto “il triste ruolo come giornalisti in appoggio ad un disegno eversivo intrapreso da (parte incomprensibile) comunisti…”



    http://www.gds.it/gds/sezioni/cronac.../gdsid/108587/
    Ultima modifica di Razionalista; 27-05-10 alle 16:59
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Ecco la foto del "signor Franco" lo 007 accusato da Ciancimino


    IL CASO
    E' indagato nell'ambito delle inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio dalla procura di Caltanissetta


    ROMA - Questa che pubblichiamo è la foto del signor "Franco", l'uomo dei servizi segreti che per anni è stato in contatto con l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e che avrebbe gestito molti dei misteri di Palermo, delle stragi mafiose e del "papello" al centro della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. Il "signor Franco" è stato indagato nell'ambito delle inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio dalla procura di Caltanissetta: fino ad ora era solo un nome, ora è satato identificato proprio grazie a questa fotografia trovata su una rivista romana e mostrata a Massimo Ciancimino che lo ha riconosciuto. L'agente segreto era presente alla presentazione di un'auto. L'evento era stato ripreso dalla rivista gratuita romana "Parioli Pocket".

    Secondo le dicharazioni di Massimo Ciancimino, il "signor Franco" avrebbe aviuto rapporti col padre anche quando era in galera e, dopo, ai domiciliari. Era a conoscenza anche della storia del "papello" e, prima che Massimo decidesse di raccontarla, fino a qualche mese fa lo andava a trovare consigliandolo di non parlare troppo con i magistrati perché "sarerbbe stato protetto". Lo stesso "signor Franco" avrebbe consigliato a Cincimino un viaggio all'estero nel periodo in cui fui catturato Bernardo Provenzano.

    Gli investigatori non escludono che il funzionari dei servizi abbia avuto rapporti anche con Riina e Provenzano. Ora le procure di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Roma stanno scandagliando i filoni investigativi non solo sull'uccisione di falcone e Borsellino, ma anche sugli attentati del '93 a Milano, Firenze, Roma.

    (27 Maggio 2010)

    Ecco la foto del "signor Franco" lo 007 accusato da Ciancimino - Repubblica Mobile
    Ultima modifica di Razionalista; 27-05-10 alle 21:09
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    Esplosivo militare, stragi mafiose.




    Una preziosa testimonianza di Alfio Caruso, collaboratore per anni di Indro Montanelli, autore di "Milano ordina uccidete Borsellino", spiega che per l'omicidio di Paolo Borsellino e della sua scorta e per gli attentati a Carlo Palermo a Trapani e a Giovanni Falcone all'Addaura fu usato lo stesso esplosivo militare proveniente dal Nord Italia. Ci sono quindi due scenari: la mafia sottraeva di quando in quando esplosivi dagli arsenali militari o i militari fornivano esplosivi alla mafia. Quest'ultimo sembra il più plausibile (il primo onestamente è ridicolo), così come che la mafia operasse come braccio armato di interessi superiori. Alfio Caruso parla anche di filo conduttore tra le inchieste di Carlo Palermo sul traffico d'armi, che ricostruirono un quadro con partecipanti eterogenei, dai servizi segreti israeliani del Mossad, al PSI di Craxi, a esponenti dell'imprenditoria e alla mafia, e le inchieste successive di Falcone e Borsellino. La domanda, alla fine, è sempre la stessa? Chi comanda veramente in Italia? Non il governo, non i cittadini. E allora chi, se le stesse mafie sono spesso solo esecutrici? Quanti servizi segreti operano nel nostro Paese e con quali finalità?

    Intervista a Alfio Caruso:

    Il filo rosso dei tre attentati
    Caruso:Buongiorno, mi chiamo Alfio Caruso, forse qualcuno di voi ricorderà che ci siamo già incontrati in occasione della pubblicazione del mio libro “Milano ordina uccidete Borsellino” e oggi siamo qui per i nuovi elementi che sono emersi sull’attentato di Via D’Amelio, si è infatti scoperto che l’esplosivo utilizzato a Via D’Amelio è un esplosivo proveniente dal nord Italia, è un esplosivo militare, si sospetta che sia uscito da un arsenale militare e soprattutto l’elemento più sconvolgente è che questo esplosivo fu utilizzato già nel 1985 per la strage di Pizzolungo dove morirono la giovane Signora Asta e i suoi due gemelli e anche per la strage mancata, l’attentato fallito all’Addaura contro Falcone.
    C’è un filo rosso che lega queste 3 vicende, il filo rosso è quello che unisce le inchieste di Carlo Palermo, di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, Carlo Palermo era un giovane magistrato che indagando a Trento su quello che sembrava all’epoca un normale traffico d’armi, aveva viceversa ricostruito un quadro assai inquietante di complicità riguardante sia dei faccendieri legati al Partito Socialista, sia esponenti del Mossad, sia esponenti dell’imprenditoria italiana e soprattutto alcuni boss mafiosi. Carlo Palermo fu definito un visionario, fu attaccato da più parti, soprattutto fu il Partito Socialista a scatenarsi contro Palermo e quando Palermo chiese di essere trasferito a Trapani, molti pensarono che avesse gettato la spugna, in realtà Palermo aveva capito che il cuore della sua inchiesta era in Sicilia, purtroppo per lui l’avevano capito anche i mafiosi e infatti provvidero a tentare di eliminarlo imbottendo questa auto di esplosivo, se non ché quando Palermo si trovò a transitare in prossimità dell’autobomba, a fargli tragicamente da protezione fu l’utilitaria alla guida della quale c'era la signora Barbara Asta con i suoi due gemellini di 6 anni e furono le vittime assolutamente innocenti di questa micidiale macchinazione.
    Anni dopo sia Falcone, sia Borsellino individuarono lo stesso schema già portato alla luce da Carlo Palermo e non casualmente a muoversi contro di loro sono più o meno gli stessi personaggi, ce ne è uno infatti che collega i 3 attentati e è Gino Calabrò detto il Lattoniere dal mestiere che faceva in gioventù, ma poi in realtà uno dei più importanti, feroci, sanguinari capi della mafia del trapanese, Calabrò fu implicato per Pizzolungo, Calabrò più o meno è presente anche all’Addaura, ma soprattutto incombe su Via D’Amelio.
    Nei giorni precedenti la strage dal suo cellulare clonato partirono infatti diverse telefonate dirette sia a un villino di Villa Grazia di Carini dove poi Borsellino avrebbe trascorso la domenica mattina, il giorno dell’attentato, ma soprattutto nei minuti a cavallo dell’attentato ci sono diverse telefonate con l’Hotel Villa Igea.
    Gioacchino Genchi, il superperito che prima di imbattersi casualmente nella strage di Via D’Amelio, effettuando delle perizie per conto di De Magistris era ritenuto uno dei più validi e dei più brillanti poliziotti italiani, poi all’improvviso dopo che si è imbattuto nella strage di Via D’Amelio hanno fatto di tutto per dipingerlo come il cattivo per antonomasia, quest’ultimo ha sostenuto in diverse occasioni ma l’ha ripetuto anche nella sua testimonianza in Tribunale, che il giorno in cui scopriremo chi era l’ospite misterioso dell’Hotel Villa Igea al quale erano dirette le telefonate di Calabrò, avremmo trovato il regista o quantomeno uno dei registri della strage di Via D’Amelio. Una strage sulla quale sempre più si intravede l’ombra dei servizi segreti e una strage in cui forse bisogna mettere a fuoco la figura di Bruno Contrada, quest’ultimo all’epoca era il N. 3 del S.I.S.De., aveva lavorato per tanti anni alla Questura di Palermo, era stato l’amico del cuore di Boris Giuliano, Contrada del quale chi vi parla ha sempre sostenuto e pensato che fosse sostanzialmente innocente, che avesse praticato il male per difendere il bene, nel 1994, il 25 novembre durante la seconda udienza del processo dal quale uscirà condannato, chiede di rendere dichiarazioni spontanee, quel giorno Contrada dichiara che nel luglio 1992 quando il Dott. Tinebra aveva appena preso possesso della sua carica di Procuratore a Caltanissetta, era stato convocato dal Dott. Tinebra che gli aveva chiesto di mettere insieme una cellula molto segreta, molto discreta per indagare sulla strage di Via D’Amelio e riferito soltanto a lui.
    All’epoca sia sulla strage di Via D’Amelio, sia sulla strage di Capaci, indagava la squadra guidata dal Commissario La Barbera anche essa una squadra speciale e quindi ci troviamo in presenza di un procuratore che domanda al N. 3 dei servizi segreti e quindi al capo dei servizi segreti in Sicilia di condurre un’indagine sulla testa di altri poliziotti che stanno indagando e di riferire soltanto a lui, delle confluenze abbastanza strane, ma le sorprese non sono ancora finite, perché sempre quel giorno, il 25 novembre 1994, Contrada afferma che nel settembre 1992 inviò al Dott. Tinebra una relazione in cui sosteneva di avere individuato in Vincenzo Scarantino un mafioso di spessore che aveva, secondo lui, avuto un ruolo in Via D’Amelio, che Scarantino era legato ai Madonia e che quindi secondo le conclusioni della cellula segreta di Contrada, erano loro i protagonisti della strage di Via D’Amelio. Ecco chi porta Scarantino agli onori del mondo, dobbiamo forse qui ricordare che Scarantino è stato l’imputato testimone su cui per 17 anni e mezzo si sono retti 3 processi, che Scarantino alcuni mesi fa ha totalmente ritrattato tutto, che Scarantino aveva già ritrattato nel 1998 ma non era stato creduto, che la madre, la moglie di Scarantino da subito avevano detto che il proprio congiunto si era inventato ogni vicenda che le sue chiamate avevano in realtà rovinato tanta povera gente che non c’entrava nulla, ma dicevamo prima quindi che è Contrada che porta Scarantino agli onori del mondo dicendo cosa? Che è un mafioso di spessore, totalmente falso, Scarantino non è mai stato affiliato alla mafia, Scarantino addirittura era preda di turbe psichiche che fecero sì che venisse scartato alla visita di leva e Scarantino poi, se vogliamo in anticipo sui tempi, era solito frequentare i trans, a quei tempi non si usava molto e soprattutto queste sue frequentazioni mandavano ai matti i boss mafiosi perché con il loro mito della mascolinità, dell’eterosessualità, figurarsi come potevano vedere un signore, una delle cui fidanzate, per esempio si chiamata Tania,questo per rappresentare quello che era il clima dell’epoca.
    Quindi Scarantino era soltanto un delinquentello di mezza tacca, un cui parente, Profeta, era sì vicino al clan dei Madonia, ma come poi abbiamo imparato in realtà su Via D’Amelio il clan che incombeva era quello dei Graviano.


    Nominato Procuratore sotto inchiesta
    Cosa ottiene questa relazione di Contrada? Di offrire Scarantino come futuro protagonista, di portare in primo piano i Madonia e di lasciare sullo sfondo i Graviano che viceversa avevano avuto un ruolo e poi in queste convergenze il ruolo del procuratore di Caltanissetta Tinebra che farà, grazie alle sue indubbie capacità una bella carriera, diventerà direttore del DAP e poi nel 2006 il Procuratore generale di Catania, ma questa nomina, come si è scoperto recentemente ha un contorno singolare,
    Tinebra all’insaputa di tutti era sottoposto a un’indagine da parte della Procura di Catania sin dal 2005 perché un suo sostituto procuratore ai tempi di Caltanissetta Tescaroli, aveva sostenuto che il giorno prima di archiviare a Caltanissetta l’indagine contro i mandanti esterni delle stragi, dire: Berlusconi e Dell’Utri, Tinebra aveva avvisato un Avvocato di Berlusconi di quanto sarebbe accaduto il giorno dopo.
    Tescaroli ne aveva parlato per competenza con la Procura di Catania che aveva aperto questa inchiesta. Quando Tinebra viene nominato Procuratore generale di Catania il primo giugno 2006, abbiamo scoperto recentemente che Tinebra era ancora sottoinchiesta perché la richiesta da parte del Procuratore dell’epoca Busacca e del suo vice D'Agata l’attuale procuratore di Catania di archiviare l’inchiesta su Tinebra del 23 giugno 2006, e il Decreto di archiviazione viene firmato il 13 luglio 2006, Tinebra è stato prosciolto dalla Procura che lui andava a guidare 43 giorni dopo la sua nomina, poi in realtà Tinebra credo che prenderà possesso della Procura a novembre, ma evidentemente le leggi italiane consentono che un Magistrato venga nominare Procuratore generale di una Procura che lo ha in quel momento sottoinchiesta, ma se volete in questa storia non è l’unico comportamento abbastanza singolare.
    Vi dicevo prima che nel 1998 Scarantino aveva provato a ritrattare e uno dei PM di Caltanissetta dove per competenza si tenevano i processi legati al caso Borsellino aveva stigmatizzato la sua ritrattazione affermando che si trattava dell’ennesima sottile manovra della mafia per mandare a carte quarantotto un’inchiesta importante, questo sostituto procuratore, questo PM era la Dott.ssa Anna Maria Palma, la quale da PM del Borsellino Ter, durante la requisitoria affermerà di ritenere sufficientemente provate le affermazioni di Cancemi. Cancemi è stato un importante capo mafioso e è stato anche un controverso collaboratore di giustizia perché aveva il vizietto di non raccontare mai le vicende che lo riguardavano, non aveva mai raccontato di avere fatto parte del nucleo che sulla collina di Capaci aveva partecipato materialmente alla fase conclusiva dell’attentato, si era dimenticato di essere stato l’autore di una famosa rapina alle poste di Palermo, era un collaboratore di giustizia che soltanto davanti all’evidenza ammetteva le proprie responsabilità, ma a cosa si riferiva quel giorno la Dott.ssa Anna Maria Palma quando affermava che le accuse di Cancemi erano sufficientemente provate?
    Si riferiva alla dichiarazione di Cancemi che alla vigilia delle stragi Berlusconi e Dell’Utri si erano recati a Palermo e si erano messi d’accordo con Riina, è inutile dirvi il cancan che venne fuori dopo le affermazioni della Dott.ssa Palma, Berlusconi protestò in maniera virulenta si dichiarò indignato e una delle poche conseguenze delle dichiarazioni della Dott.ssa Palma fu che l’inchiesta contro i mandanti esterni aperta a Caltanissetta della quale abbiamo parlato poco fa, venne immediatamente chiusa.
    Il primo agosto 2008 la Dott.ssa Anna Maria Palma è stata nominata Capo di Gabinetto del Presidente del Senato Schifani che come noi sappiamo, non soltanto è uno dei berlusconiani più convinti, ma è un signore che deve completamente a Berlusconi la propria carriera perché finché non è stato folgorato dal verbo berlusconiano, Schifani era un oscuro Avvocato della sezione fallimentare di Palermo, considerato quindi l’ossequio totale che Schifani porta a Berlusconi e ricordandoci delle vecchie affermazioni della Dott. Ssa Palma, credo sia lecito chiedersi: chi tra la Dott.ssa Palma e Schifani ha cambiato idea?

    Blog di Beppe Grillo - Esplosivo militare, stragi mafiose. - Commenti più votati
    Ultima modifica di Razionalista; 06-06-10 alle 13:00
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