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    Notizie dalla libertà d’espressione

    Notizie dalla libertà d’espressione
    Maurizio Blondet
    18/02/2005



    L'attrice palestinese Lubna Azabal durante le riprese di «Paradise Now»



    Il 5 marzo prossimo, la Academy Award distribuirà gli Oscar del cinema.
    E' in concorso per la nomination come «miglior film straniero» un film palestinese, «Paradise Now»: la storia, amara e ironica, di due giovani della Cisgiordania occupata che devono arrivare a Tel Aviv per farsi esplodere.
    Ebbene: la Reuters rende noto che «gruppi ebraici», insieme ai governi di «Israele e USA», stanno «facendo lobby» (letteralmente così la Reuters) perché il film sia espulso dal concorso (1).
    Dietro le quinte, e possiamo immaginare con quali potenti pressioni, conoscendo i modus operandi della lobby ebraica.
    La lobby teme che la cerimonia in sé, essendo vista da milioni di telespettatori nel mondo, richiami l'attenzione sul popolo che Israele perseguita.
    Per questo esige che il film - che ha un produttore israeliano - se proprio deve essere presentato, non sia indicato come un prodotto culturale della Palestina.
    Vogliono che sia premiato come film israeliano.



    Un diplomatico, sotto anonimato, ha spiegato all'agenzia di stampa: «il consolato israeliano a Los Angeles, insieme a varie organizzazioni ebraiche, sostengono che nessuno, nemmeno gli stessi palestinesi, ha ancora dichiarato formalmente l'esistenza di uno Stato chiamato 'Palestina', sicchè definire il film palestinese sarebbe ingiusto».
    Dalle sale di Israele, ad ogni buon conto, «Paradise Now» è stato bandito: censura completa.
    Con tanti saluti alla libertà d'espressione in nome della quale l'Occidente difende le indifendibili vignette danesi.
    La manovra occulta dietro le quinte dell'Academy Award è tanto più meschina, in quanto opere, attori e registi ebraici faranno il pieno degli Oscar di quest'anno.
    Non lo diciamo noi ma la Jewish Telegraphic Agency (JTA), che orgogliosamente segnala: «un aroma ebraico permea gli Oscar» (sic) (2).
    Steven Spielberg sarà premiato per «Munich», il film che dipinge un kidon, squadra di assassini professionali del Mossad intendi a trucidare i palestinesi che attentarono ad undici atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel '72, come esseri pieni di umanità e dubbi morali: creature più fantastiche dei tirannosauri di Jurassic Park.



    «Munich» avrà altri quattro Oscar, per la miglior fotografia, il miglior adattamento, il miglior editing e la musica migliore: tutti i premiati sono ebrei.
    Inoltre: miglior attore per il film «Walk theLine» è nominato Joaquin Phoenix, «nato da famiglia ortodossa di New York».
    Jake Gyllenhaal, «di madre ebrea» (a notarlo è la JTA) sarà il miglior attore non protagonista per «Brokeback Mountain».
    Rachel Weisz, miglior attrice non-protagonista per «The Constant Gardner», è «nata a Londra da genitori ebrei ungheresi e austriaci».
    Si aggiungano Woody Allen per il soggetto più originale («Match Point»), Noah Baumbach per «The Squid and the Wale», e Dan Futterman come soggettista del film «Capote»: praticamente tutti gli Oscar importanti vanno ad ebrei, il che non stupisce se si sa chi controlla la cinematografia USA.
    Se verrà premiato un film tedesco, sarà «Sophie Scholl, the final days», perché parla di una cellula di resistenza antinazista durante la seconda guerra mondiale.



    Ma non basta ancora: «due personalità ebraiche», segnala ulteriormente la JTA, «avranno un ruolo centrale nella cerimonia degli Oscar, sia sul palco sia dietro le quinte: Jon Stewart, che sarà il presentatore, e Gil Cates, che dirigerà la diffusione televisiva della cerimonia per la tredicesima volta».
    Figurarsi se c'è posto, in quel contesto, per un film palestinese.
    Ma come si vede, l'Oscar sarà un'orgia di «libertà di espressione».
    Per loro soli.
    Ma non tutti gli ebrei hanno la stessa libertà d'espressione.
    Così ad esempio ben pochi giornali riprendono le precise notizie che sull'oppressione dei palestinesi diffonde la B'tselem, benemerita organizzazione israeliana per i diritti umani.
    In questi giorni, B'tselem denuncia: «Israele si è annessa di fatto la valle del Giordano, bloccando duramente i movimenti dei palestinesi nell'area».
    Silenziosamente, dietro le quinte. In piena libertà d'espressione, i grandi media hanno deciso di non dare la notizia.



    A ben 200 mila palestinesi viene impedita l'entrata nella valle del Giordano: residenti dei Banchi Orientali che devono andare nella valle per coltivare i loro uliveti, e i loro operai agricoli.
    Solo quelli registrati come residenti nella valle del Giordano vengono lasciati entrare.
    La vallata occupa un terzo dei Banchi Orientali.
    I palestinesi vedono restringersi ogni giorno di più il territorio loro destinato.
    Da anni l'armata israeliana ostacola il percorso dei palestinesi sulla Strada numero 90 che percorre la valle del Giordano, in cui ha disposto ben sei posti di blocco; ma, denuncia B'tselem, i controlli sono diventati più pesanti e restrittivi dal marzo 2005, da quando è stata restituita ai palestinesi la cittadina di Gerico.
    Ormai occorrono speciali permessi per l'ingresso, che sono stati dati a poche centinaia di persone.
    Con ciò, i molti palestinesi che hanno nella valle campi e coltivazioni sono stati tagliati fuori dalla loro fonte di reddito.
    Coloro che abitano nei villaggi a nord di Gerico non possono raggiungere i parenti che vivono fuori dalla valle o nella città.



    Ci sono casi numerosi di donne che hanno sposato uomini abitanti nella valle ma, come accade in Palestina, non hanno chiesto il cambiamento dei loro documenti e lasciapassare: se vanno a trovare i familiari fuori dalla vallata, si vedono rifiutare il ritorno a casa perché non hanno i documenti «giusti».
    Solo chi ha visto i luoghi - si tratta di percorsi di pochi chilometri - sa cosa questo significhi: una residenza coatta per centinaia di migliaia di esseri umani, un carcere a cielo aperto che si restringe ogni giorno di più.
    Lo scopo finale è di indurre i palestinesi, che non riescono più a vivere e lavorare murati in quel lager sempre più piccolo, ad emigrare definitivamente.
    E' la tecnica dell'espulsione a rate, con spese a carico dei deportati.
    E dall'altro del loro «muro», gli israeliani sparano di tanto in tanto sui prigionieri.
    Il 14 febbraio è morta una palestinese di 25 anni, Nafia Abu Musaed, colpita al petto dall'eroico esercito israeliano.
    Il quale ha sparato per aver giudicato «sospetti» i movimenti della ragazza a 50 metri dal Muro (3).



    Ma ai palestinesi è rimasta una grande libertà: quella di votare.
    Bush li ha incoraggiati, vuole «la democrazia nel Medio Oriente».
    I palestinesi hanno votato, ma - purtroppo per loro - hanno votato Hamas.
    E allora, ecco: «gli Stati Uniti e Israele stanno esaminando come destabilizzare il nuovo governo palestinese, in modo che Hamas fallisca, e si facciano nuove elezioni».
    A dare la notizia non è un qualunque foglio antisemita, ma il New York Times (4).
    Ed è il giornale americano a usare la parola «destabilizzare», e a descrivere la vicenda come complotto.
    «L'intenzione», scrive il New York Times, «è di affamare l'Autorità Palestinese in denaro, e farle il vuoto attorno in fatto di rapporti internazionali, fino al punto che, fra qualche mese, il presidente Mahmoud Abbas sia costretto a indire nuove elezioni».
    Il complotto mira a rendere ai palestinesi così «difficile la vita sotto il governo di Hamas, da indurli a votare per Fatah, ormai riformato e non più aggressivo».

    Rendere la vita difficile ai palestinesi: non sarà facile, non è che ora gozzoviglino.
    Ma le democrazie ce la stanno mettendo tutta.
    Come farlo, è oggetto di discussione «ai più alti livelli del Dipartimento di Stato e del governo israeliano», informa il New York Times.
    Diplomatici americani, sempre sotto anonimato (libertà d'espressione occidentale!), hanno spiegato al giornale che il piano si basa soprattutto sul blocco dei fondi che gli israeliani devono ai palestinesi.
    L'Autorità deve ricevere ogni mese 50-55 milioni di dollari in tasse e dazi riscossi per suo conto da Israele, che controlla i confini; e nonostante ciò, ha un deficit di cassa di 60-70 milioni di dollari mensili.
    Basta dunque far mancare i fondi dovuti, per mettere il governo di Hamas alle corde: Israele ha già cominciato.
    «A cominciare dal mese prossimo l'Autorità Palestinese avrà un deficit di cassa di 110 milioni di dollari al mese, più di un miliardo di dollari l'anno, di cui ha bisogno per pagare i salari ai suoi 140 mila dipendenti, che portano il pane a casa per un terzo delle famiglie palestinesi».



    Quanto agli USA, cesseranno di corrispondere i fondi di assistenza che destinano ai palestinesi, e stanno facendo pressione sull'Unione Europea perché faccia altrettanto.
    Israele, aggiunge il New York Times, sta valutando di usare gli altri mezzi di pressione che ha in mano: «controlla infatti le entrate e le uscite di uomini e merci da Gaza e dalla Cisgiordania, il numero degli operai palestinesi lasciati entrare in Israele ogni giorno per lavoro, e anche la moneta usata dai palestinesi, che è lo shekel israeliano».
    E così, «i capi militari israeliani stanno meditando di chiudere completamente ogni passaggio fra Gaza e la Cisgiordania, facendo della frontiera fra Israele e Gaza un confine internazionale» (per passare, ci vorrà il passaporto).
    Inoltre, «non consentiranno ai parlamenti di Hamas di muoversi liberamente» fra le due enclaves palestinesi.
    Insomma: siete liberi di votare, ma se non votate come vogliamo noi, vi mettiamo alla fame.
    Gli arabi imparano così a valutare per quel che valgono le luminose libertà occidentali.



    Il tutto, dice il New York Times, deve essere fatto di nascosto, perché Hamas non possa «accusare di fronte al mondo Israele e gli USA per i suoi guai, mostrando che il popolo palestinese viene fatto soffrire per una libera scelta democratica».
    Specialmente l'Unione Europea, che è d'accordo sul complotto, vuole che le cose siano fatte in modo che «il fallimento di Hamas venga visto dall'opinione pubblica come un fallimento di Hamas, non dell'Occidente».
    Ma questo non sarà difficile.
    Non esiste forse in Occidente la libertà di stampa?
    Liberamente, i grandi media sceglieranno di tacere su questa storia vergognosa: di un intero popolo messo alla fame per decisione occidentale.
    Ecco un buon motivo per non premiare con un Oscar un film palestinese.
    Non si vorrà richiamare l'attenzione sul genocidio in corso.
    E' lo scontro di civiltà; e la nostra civiltà si mostra in Palestina nella sua bella, generosa luce.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Dan Williams, «Israel lobbies against 'Palestine' tag at Oscars», Reuters, 12 febbraio 2006.
    2) Tom Tugend, «Led by Spielberg's 'Munich', Jewish flavor permeate Oscar nods», 31 gennaio 2006.
    3) Donald Macintyre,. «Israel 'has annexed Jordan Valley an shut out Palestinians'», Independent, 14 febbraio 2006. Macintyre è il coraggioso corrispondente da Gerusalemme per il giornale britannico. Il solo a dare la notizia diffusa da B'tselem.
    4) Steven Erlanger, «US and Israel are said to talk of Hamas ouster», New York Times, 14 Febbraio 2006.




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    Ibrahim

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    Incuriosito dalle nomination al film di Spielberg, la settimana scorsa sono andato a vederlo.

    Un film noioso. Una storia che non riesce ad avvincere nonostante il tema sia stato dibattuto molto. Molta gente non è riuscita ad arrivare alla fine del lungometraggio.

    Io ho resistito solo per vedere e constatare di cosa siano capaci per sponsorizzare uno Spielberg ben lontano dai tempi di "Schindler's List" (1993), che, anche se poco attinente alla realtà, riusciva almeno a rendere onore ad un cinema finto ma di gran classe.

    Se Steven Spielberg sarà premiato per «Munich», vorrà dire che tutti i dubbi e le perplessità che avevo in mente non erano semplici fantasie ma pura realtà.
    Ma solo il fatto che Spielberg abbia fatto passare una spietata banda di killer in personaggi buoni, patriottici, con grossi dubbi morali e, soprattutto, con la figura centrale di un padre premuroso e coscienzioso, varrà almeno due oscar...

    Siamo in piena dittatura mediatica sui più deboli di mente. E quest'ultimi non mancano mai.


    p.s. una piccola nota per chi vedrà questo mediocre film: la raffigurazione di Golda Meyr è, a dir poco, uno spasso. E' la nonna che tutti avremmo voluto... fuori dai piedi!
    Ibrahim

 

 

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