Speranza e paura
NON c’è speranza senza paura , e paura senza speranza.
Nel 1960 Karol Wojtyla, da due anni vescovo ausiliare di Cracovia , pubblicava “La Bottega dell’orefice” , un’opera teatrale che in seguito sarebbe stata rappresentata in tutto il mondo. Quella che proponiamo è una battuta desunta da quel testo che spontaneamente ci riporta alle parole bibliche con cui Giovanni Paolo II aveva quasi inaugurato il suo pontificato :”Non abbiate paura!”.
Primaria è , dunque, la speranza, una virtù affascinante ma delicata : non per nulla per raffigurarla simbolicamente si ricorre al verde tenero e fragile dei germogli.
Eppure essa è quasi il tramite di sostegno tra le altre due virtù teologali: è alimentata dalla Fede che, come dice la Lettera agli Ebrei, è “fondamento delle cose che si sperano” (11,1) e fiorisce nell’Amore.
Lo scrittore Wojtyla , allora, ci ricordava che in essa permane il fremito della paura. La speranza, infatti, non è ancora pienezza, è attesa ed è per questo che vibra anche di timore. Ma è curioso il parallelo che il Papa introduceva: anche la paura non è mai priva di un seme di speranza. Tant’è vero che è stato coniato – sulla base di una frase di Cicerone ( Dum anima est, spes est) – il proverbio secondo cui “ finchè c’è vita c’è speranza”. Basta solo il soffio dell’esistere, anche nell’incubo atroce, per continuare ad attendere una luce e una sorpresa di pace.
In ogni tempo – ed è questa l’eredità spirituale di Giovanni Paolo II – è necessario alimentare in noi il respiro della speranza, soprattutto quando la paura sembra prevalere.
“La speranza è un rischio da correre, anzi è il rischio dei rischi”
(G.Bernanos - La libertà , perché?)





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