Cazzo, sono passati decenni.
Che due coglioni...


Cazzo, sono passati decenni.
Che due coglioni...
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Gli zeri, per valere qualcosa,
devono stare a destra.


Che c'entrerebbe Igor Marini?Originariamente Scritto da Nelson


Il dossier Mitrokin è più recente, sono appena 5 anni che rispunta fuori sempre più taroccato. Neanche Telekom-Serbia è tanto consumata.Originariamente Scritto da marcejap
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E perchè dovrebbe essere taroccato, è un dossier che riguarda una classe politica corrotta quanto e èprobabilmente ancor piu' della vituperata DC, e questo è un fatto documentato.Originariamente Scritto da Nelson


Dunque su queste cose il professor Donno ci mangia, e bene, immagino.Originariamente Scritto da tigermen
Comprensibile abbia tutto l'interesse a non farle passare sotto silenzio, a prescindere dalla consistenza dei fatti e degli eventuali addebiti.
Ci avevi pensato?


Documentato da cosa? Dal dossier Mitrokin? Il faldone più taroccato e manipolato della storia?Originariamente Scritto da tigermen
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D'alema, quante ne ha combianate eh questo ex-Comunista, dall'occultamento di fatti riguardantio la loro coalizione al complottismo contro il suo stesso premier, alla guerra contro un popolo Europeo; poinqualcuno si arrabbia o fa dell'ironia quando ci facciamo delle domande su questi luridi figuri.Originariamente Scritto da Capitancoraggio
Borghesi piccoli piccoli.
La riforma del commercio del governo Prodi. Il centrosinistra compie per conto delle classi dominanti il lavoro "sporco" di riduzione della consistenza del lavoro autonomo. Dal mensile REDS. Gennaio 1998.
I fatti
Il 16 gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge che riforma il commercio al dettaglio. Chi vorrà aprire un negozio (sino a 300 mq di superficie) non dovrà più chiedere (e comprare) una licenza. Spariranno le 14 tabelle merceologiche e ne resteranno in vigore solo due: l'alimentare e il non alimentare: con la riforma dunque un negozio potrà vendere dischi insieme a vestiti. Ogni negoziante potrà decidere liberamente i tempi di apertura e chiusura tra le 7 e le 22 con il solo vincolo di non superare le 13 ore giornaliere; saranno possibili inoltre aperture di domenica per 8 settimane l'anno. Verrà soppresso il registro esercenti del commercio (rec). Sono esclusi dalla riforma, tra gli altri, bar e ristoranti, farmacie, tabaccai, benzinai, artigiani (come i parrucchieri), edicole. Sarà bloccata l'apertura di grandi centri di distribuzione per almeno un anno dal momento in cui entrerà in vigore la legge.
Sino ad oggi chi voleva aprire un negozio doveva comprare una licenza da un altro commerciante che smetteva l'attività: questa compravendita era illegale, ma tollerata. Una licenza per un bar nel milanese ad esempio gira intorno ai 200 milioni di lire. I Comuni vegliavano affinché due negozi dello stesso settore merceologico non sorgessero l'uno vicino all'altro. I Comuni fissavano inoltre gli orari di apertura e chiusura..
I maggiori organi di stampa (in Italia proprietà diretta di settori della borghesia) hanno salutato con entusiasmo la riforma, chiamata, in senso positivo, "rivoluzione". Il Corriere della Sera (proprietà del gruppo HdP, a sua volta controllato da Mediobanca e FIAT) del 18 gennaio ha ospitato in prima pagina un editoriale di Mario Monti, economista, membro italiano della Commissione Europea: la riforma "avvicina l'Italia all'Unione economica e monetaria concepita nel 91" in modo "non meno profondo di quello determinato dal risanamento in corso nella finanza pubblica". La Repubblica (proprietà del finanziere De Benedetti) del 17 titola "Commercio, la grande svolta", mentre La Stampa (quotidiano di proprietà FIAT) nello stesso giorno inneggia alla fine della "schiavitù delle chiusure rigide" e pubblica in prima pagina un editoriale di Luciano Gallino, che si affida alla lirica: "e pochi aspetti della vita urbana sono più deprimenti del contrasto fra il movimento, le voci, la sfilata dei volti, i colori, gli odori di una moderna zona commerciale, e lo scenario di appena un quarto d'ora dopo, quando tutte le saracinesche sono state abbassate insieme per legge: silenzio, la folla sparita nel nulla, un cane che rincorre una cartaccia , il furgone delle pulizie che arranca in fondo alla strada. È possibile che un po' di queste tristezze ci vengano risparmiate se verrà attuata, senza esserne snaturata nel tragitto parlamentare, la proposta di riforma del commercio approvata ieri dal governo". Si noti l'incitamento al governo perché non ceda alle pressioni dei commercianti.
Gli stessi giornali confinano nelle pagine interne, per farle sparire nei giorni successivi, le reazioni delle organizzazioni dei commercianti. Sergio Billé, presidente della Confcommercio, la maggiore organizzazione del settore, afferma che "questa non é una riforma: é il ritorno al Far West, se nei prossimi giorni non riusciremo a modificare almeno qualcosa, sarò costretto, mio malgrado, a trasformare la Confcommercio in un'associazione di Cobas per difendere il mercato e tutelare i consumatori". Billé ed altri esponenti minacciano proteste clamorose, denunciano il rischio della sparizione del commercio al dettaglio, lo scippo del valore patrimoniale della licenza ("la liquidazione dei commercianti").
Perché questo governo ha deciso di sfidare la categoria dei commercianti? Qual é l'obiettivo che vuole raggiungere? C'é un qualche legame con le clamorose proteste dei produttori di latte contro le multe?
Gli obiettivi della riforma
In Italia vi é un negozio ogni 99 abitanti contro i 220 della Germania e i 230 della Francia. In generale il lavoro autonomo ha in Italia una forza molto superiore agli altri Paesi industrializzati. Secondo i dati dell'OIT all'inizio degli anni novanta la percentuale di popolazione economicamente attiva "indipendente" (la somma dunque della borghesia e dei lavoratori autonomi) in Francia era del 10,2%, in Germania del 8,4%, negli USA del 8,3%, ma in Italia era del 21,4%: una percentuale più che doppia rispetto agli altri Paesi. Questa distanza é un segno dell'arretramento economico del capitalismo italiano, povero di capitali e di grandi gruppi, con un tessuto economico disperso, una popolazione economicamente attiva ristretta ed una ipertrofica piccola borghesia.
La forza strutturale della piccola borghesia é anche frutto però della politica. Dal '48 alla fine degli anni ottanta l'Italia é stata dominata da una borghesia debole che, dovendo affrontare un movimento operaio troppo forte e combattivo, ha dovuto stringere un'alleanza di ferro con una serie di soggetti, tra i quali la piccola borghesia (un altro: la gerarchia ecclesiastica). L'espressione politica di questa alleanza é stata la Democrazia Cristiana. Ciò ha comportato una crescita atipica del capitalismo. Ad esempio l'esigenza di garantirsi il serbatoio di voti moderati della piccola borghesia agricola (la Coldiretti, come anche la Confcommercio, é stato uno dei pilastri del dominio democristiano) ha determinato un potente freno alla modernizzazione capitalistica delle campagne (da qui la polverizzazione dei produttori di latte). Anche i commercianti hanno così goduto di un trattamento di favore e non sono mai venuti a scontrarsi con il capitalismo reale, che significa inanzitutto concorrenza. Un negoziante godeva di una rendita di posizione che gli derivava dal fatto che tutti i suoi vicini non potevano vendere la sua stessa tipologia di merci. In questo modo la psicologia sociale della piccola borghesia in Italia é sempre stata fortemente improntata al corporativismo: il negoziante che fallisce addebita la sua sconfitta allo stato e alle sue tasse, non ai prezzi più bassi del suo vicino. Inoltre per tutto il dopoguerra i commercianti hanno goduto di una sorta di impunità fiscale, che ha favorito la loro sopravvivenza e ritardato l'effetto delle implacabili leggi del capitalismo. Molti Comuni hanno ad esempio ostacolato sotto pressione dei commercianti l'apertura di nuovi supermercati. Fino ad oggi la piccola borghesia é stata protetta dallo stato anche dalla concorrenza internazionale: é sempre di gennaio la protesta dei produttori di arance in Sicilia, in rivolta perché il governo ha tolto dazi protezionistici nei confronti delle arance africane. Una miriade di esercizi sopravvivono con risicati margini di profitto, spesso integrati da altre entrate, comunque garantiti dall'autosfruttamento (specie delle donne). La protesta della piccola borghesia negli ultimi anni si é indirizzata a destra, anche perché i dirigenti del movimento operaio italiano hanno sempre preferito dirottare la rabbia operaia verso i negozianti ("evasori fiscali") invece che contro il padronato.
L'alleanza tra borghesia e piccola borghesia in Italia é finita all'inizio degli anni novanta. Già nel corso degli anni ottanta si registravano i primi timidi attacchi da parte di vari governi alla piccola borghesia, ma sempre rientrati e ridimensionati. L'attuale governo di centro sinistra é il primo che si é seriamente posto il compito di attaccare la piccola borghesia (purtroppo per noi lavoratori non si é limitato a quella classe sociale). Prima ha cominciato con gli edicolanti protagonisti di lotte durante il governo Berlusconi per impedire la vendita dei quotidiani nei supermercati: Prodi e Bersani, ministro dell'industria, hanno chiuso un accordo che permette la vendita dei quotidiani nei supermercati, ma anche la possibilità da parte delle edicole di vendere varie tipologie di merci. Poi é stata la volta dei benzinai coi quali é stato raggiunto un compromesso che prevede la chiusura assistita di un terzo dei distributori. Finita l'epoca degli accordi consensuali il governo ha resistito ai produttori di latte che non vogliono pagare le multe ed ora propone la riforma del commercio.
La logica é la stessa. E la logica si chiama Maastricht. Come dice Mario Monti con una punta di disprezzo "ha impiegato più di sei anni, ma la logica di Maastricht é arrivata fin sul banco del salumiere". Nell'Italia che vuole competere con le altre potenze nello spazio della moneta unica governo e borghesia non vogliono più trascinarsi dietro il fardello di una gigantesca e improduttiva piccola borghesia. L'obbiettivo é ridurre seccamente i suoi ranghi, in modo che rimangano: imprese capitalistiche in grado di affrontare la concorrenza e non negozietti. Non si tratta solo di supermercati: pensiamo ad esempio allo spazio che si stanno sempre più conquistando le catene di negozi (Benetton, Prenatal, ecc.). È la stessa logica apertamente difesa dal ministro Bersani per i benzinai: basta con le piccole pompe con un risicato giro d'affari: meglio pochi distributori ma che offrano molti più servizi (ricambi, ristorazione, pulizia, ecc.), imprese insomma. Ecco di nuovo Monti: la riforma "accresce i connotati di mercato del settore del commercio e indirettamente dell'intera economia. Che poi non vi sia particolare entusiasmo nelle associazioni interessate non sorprende: accade quasi sempre così, quando le liberalizzazioni comportano l'eliminazione di barriere all'entrata e accrescono la concorrenza."
Il settore del commercio é tra i più arretrati in Italia rispetto al capitalismo internazionale. Il numero di ipermercati e supermercati é inferiore della metà rispetto a quelli di Germania, Francia, Gran Bretagna. Un cambiamento si sta registrando a partire dagli anni novanta (non a caso, epoca del crollo del vecchio sistema politico). Dal '91 al '96 gli ipermercati sono aumentati del 26,4%, i super del 50,3% e conseguentemente i negozi al dettaglio sono diminuiti del 33,6%. Ma il ritmo é ancora insufficiente per raggiungere gli altri Paesi concorrenti.
La riforma prevede un anno di moratoria delle domande di nuovi supermercati, ma solo dal momento in cui entrerà in vigore la legge e dunque dà tutto il tempo ai vari gruppi economici di presentare le domande. Del resto la grande distribuzione é in mano ad amici dell'attuale governo: FIAT, Benetton, Coop. L'unica eccezione é la Standa del gruppo Berlusconi, capo dell'opposizione di destra. L'Amministratore delegato della Standa, Stefano Ferro, ha rilasciato una intervista al Corriere della Sera del 18, dove si dichiarava insoddisfatto: preoccupazione per i piccoli commercianti? Ma figuriamoci: "viene impedita l'espansione di super e ipermercati, della grande distribuzione insomma. Ed é proprio la grande distribuzione la via per favorire i consumatori e per far crescere l'occupazione nel commercio". Si lamenta degli ostacoli che ancora subisce la grande distribuzione, dice insomma quel che il suo capo non può dire per ragioni politiche.
Si preparano tempi duri per i commercianti. Aumenterà l'autosfruttamento della piccola borghesia, che dovrà affrontare concorrenti grandi e piccoli. Alcuni negozi si ingrandiranno e si collegheranno, evolvendo in imprese capitaliste, molti chiuderanno, la grande distribuzione riceverà una spinta decisiva.
Borghesi piccoli e soli
Le reazioni del mondo politico alla riforma sono estremamente significative della fase politica che stiamo attraversando. Berlusconi parla di "estorsione" a danno dei commercianti. Ma il suo partito, Forza Italia, é diviso: Antonio Martino, ex ministro del governo Berlusconi, sul Corriere della Sera del 18 si dissocia: "avremmo dovuto proporre noi questa riforma e non lasciarla al governo dell'Ulivo" e rincara la dose su La Repubblica del 19: "ci si schiera con i commercianti perché si ritiene che siano i nostri elettori ma, secondo me, si tradirebbe l'ispirazione liberista del nostro partito". Le cose non migliorano dentro ad AN, spaccata tra il settore liberista e quello "sociale". La Sicilia governata dal Polo, e che ha uno statuto autonomo, non applicherà la nuova normativa. Qual é l'origine di queste oscillazioni?
Il Polo si trova, come destra, in una situazione abbastanza paradossale: da un lato deve guadagnare consensi di massa e può sperare di farlo mantenendo l'egemonia sulla piccola borghesia; dall'altro deve dimostrare alla borghesia di saper governare il capitalismo, e nell'attuale fase ciò significa anche ridurre drasticamente il numero e la forza della piccola borghesia, declassandone una bella fetta nel proletariato e un'altra guadagnandola alla borghesia. Il governo Prodi non deve invece dimostrare un bel nulla al grande capitale. Sotto la guida del personale della Banca d'Italia, cui é stata affidata dal PDS e dal PPI la gestione dell'economia, lo stato italiano ha ottenuto grandi successi sul piano del cosiddetto "risanamento economico", con buonissime chances di essere ammesso alla moneta unica. La Confindustria elogia il governo (in compagnia di FMI, Commissione Europea, ecc.) e continua a non fidarsi di una opposizione di destra guidata da un capitalista, Berlusconi, che pensa a difendere i propri interessi e non quelli generali della propria classe e sorretta da un partito come AN, considerato di tradizioni non liberali. Il Polo dunque da un lato deve provare di essere in grado di pilotare l'Italia nell'arena della concorrenza mondiale, dall'altro deve tenersi stretta la piccola borghesia con l'acqua alla gola a causa della stessa concorrenza mondiale. Un giornalista della Stampa commenta: ciò poteva accadere solo in Italia "dove la sinistra é condannata a fare la destra e la destra é condannata e basta".
A causa di queste esitazioni e divisioni la destra si vede passare sotto il naso, impotente, succose occasioni per allargare la propria audience. Non ha per queste ragioni potuto cavalcare la protesta dei produttori di latte contro le multe, e oggi si ritrova divisa ed esitante di fronte alla possibilità di guidare una rivolta dei commercianti. La borghesia gli toglierebbe ogni residuo credito.
Solo la Lega Nord da destra difende a spada tratta gli interessi della piccola borghesia del Nord. Sulla Padania si accumulano pagine su pagine di cronaca sulla rivolta del latte e su quella incipiente dei commercianti; vistosi titoli denunciano "i gruppi monopolistici della grande distribuzione". Sulla Padania del 21 Giuseppe Vivace, responsabile area economia della Confederazione Nazionale dell'Artigianato lombarda (altra ex "organizzazione di massa" della DC), si lamenta contro "la globalizzazione dei mercati" che schiaccia "in particolare il tessile e il calzaturiero. Soffriamo la concorrenza della Polonia, del Sud Est asiatico, perché i nostri settori ad alto valore di manodopera non ricevono aiuti." La Lega dunque, incurante del disprezzo della grande borghesia, prosegue nel suo disegno di mettere sotto il segno di una strategia reazionaria importanti settori di massa, tra i quali prosegue la sua lenta ed efficace opera di radicamento.
Per il resto i commercianti hanno registrato un totale e inusitato isolamento. Liberazione giornale del PRC ha balbettato qualcosa contro la riforma: il 17 appare un editoriale di Dario Ortolano contrario alla riforma, ma piuttosto confuso, dove si dice favorevole a "un'offerta pluralistica, competitiva e vantaggiosa". Del resto é ben difficile che il PRC, che ha fatto ben poco per difendere la classe lavoratrice dagli attacchi di questo governo, si lanci ora in una strenua battaglia a favore della piccola borghesia. Il PDS ha speso un editoriale il 19 sull'Unità: "Cari commercianti non fate muro contro la riforma" a firma di Paolo Leon, evidentemente preoccupato dei negozianti del centro Italia, spesso elettori del PDS. La loro organizzazione, la Confesercenti, imbocca da subito la strada delle trattative con il governo. Il segretario del PPI, Marini, dichiara che "il provvedimento potrà ricevere qualche correzione, ma non c'é dubbio che va nella direzione giusta". Persino la Chiesa ha abbandonato i commercianti: l'Avvenire del 17 in prima pagina titola: "Ventata di libertà nel commercio".
Maastricht sul banco del salumiere
Maastricht segna il calendario della vita economica, sociale e politica dell'Italia intera. A sua volta Maastricht é frutto dell'accresciuta concorrenza mondiale, che oggi per una moda interessata viene chiamata "globalizzazione". Prodi può permettersi di dichiarare: "Questo paese lo smonteremo pezzo per pezzo, abbiamo tanti interessi corporativi da rompere". Il nostro Primo Ministro non si é minimamente scomposto davanti a reazioni dei commercianti che solo dieci anni fa, in quanto democristiano, lo avrebbero fatto immediatamente retrocedere. Ma allora non c'era la Bundesbank a controllare la lista della spesa. Ogni aspetto della vita dovrà essere rivoluzionato in funzione della lotta al coltello che si scetenerà all'interno dello stesso spazio europeo: é finita per il capitalismo italiano l'epoca delle rendite di posizione. Monti afferma che la riforma si deve vedere "come un passo che, per coerenza, ne richiederà sollecitamente altri" ed in effetti altri pezzi di piccola borghesia dovranno essere "smontati": libere professioni, bar e ristoranti, farmacie (le medicine a più largo consumo in molti paesi sono vendute nei supermercati, ad esempio).
Maastricht sta provocando nella società italiana un sordo risentimento ed un montare della rabbia sociale che non trova alcuna espressione politica se non nel Nordest con la Lega. Ma vi é una larghissima disponibiltà a livello di massa al populismo di destra, basti pensare al clamoroso successo di Castellaneta a Genova, un outsider che in una città politicizzata ed operaia ha rischiato di divenire sindaco. Le masse cercano un caudillo, ma nessuna forza politica nazionale é disponibile a fornirlo. Di Pietro potrebbe incarnare un simile personaggio e non a caso é bersagliato dai media della borghesia. Un caudillo sarebbe costretto per guadagnarsi il consenso a bloccare le controriforme liberali e salvare la piccola borghesia dalla rovina. Nulla di peggio per il nostro capitale. Cresce l'irrazionalità di massa nella società italiana. Basti pensare alla pressione popolare che ha costretto il governo a cedere di fronte alle sperimentazioni senza basi scientifiche del dottor Di Bella. Un'irrazionalità che é solo il segno della drammatica crisi di rappresentanza politica degli oppressi.
La borghesia, forse in Italia per la prima volta nella sua storia, può muovere guerra alla piccola borghesia. La ragione é semplice: a portare avanti il suo programma é un governo sostenuto dai due maggiori partiti della sinistra, che hanno già sacrificato sull'altare di Maastricht gli interessi della propria classe sociale di riferimento. Il movimento operaio dall'insediamento del governo Prodi é caduto in una fase di completa paralisi. I piccoli borghesi hanno sempre visto nel movimento operaio un proprio nemico. Difficile spiegare loro che i privilegi di cui hanno goduto sino alla fine degli anni ottanta rispetto agli altri paesi capitalisti, li dovevano proprio alla forza del movimento operaio organizzato. Ora questo non fa più paura e la borghesia può liberarsi del suo esoso alleato sociale. Maastricht arriva sul tavolo del salumiere, ed ha la forma di una pistola.
Mario Adinolfi
D'Alema e il suo benessere turbano il centrosinistra
"Alcuni dicono che veniamo da una tradizione storica e culturale diversa, che viveva più sobriamente. Rispondo: anch'io sono stato un funzionario del vecchio Pci. Oggi c'è un maggiore benessere di allora. Riguarda molti italiani, me compreso". E poi una sfilza di punti interrogativi sul suo conto sulla banca che fu di Fiorani per pagare 8.068 euro al mese di leasing per la barca: "Chi ha diffuso la notizia? Com'è possibile violare la tradizionale riservatezza che caratterizza i conti correnti bancari?". Finale classico: "C'è una campagna contro il nostro partito e i suoi dirigenti".
Nella sua intervista di oggi all'Unità, Massimo D'Alema gioca tutto in difesa. Si arrocca, dice "c'è chi si fa la casa in campagna, io con i risparmi mi sono fatto la barca", non si affaccia nelle sue parole il benché minimo barlume di autocritica. Facendo così fa male al centrosinistra. Qui non si discute l'onestà personale del signor D'Alema. Qui si discute dell'opportunità o meno di una serie di comportamenti, che sconfinano nella sindrome di onnipotenza e quella sindrome in politica fa combinare guai.
Mi spiego.
Il presidente dei Ds si considera il più grande statista della sinistra mondiale e probabilmente anche interplanetaria. Per questo crede che non debba rendere conto a nessuno dei suoi comportamenti. Crede che se a lui va di benedire la scalata dei "capitani coraggiosi" alla Colaninno a Telecom, nessuno debba osare esprimere dubbi; che se lui passa l'estate a dare interviste a sostegno della Unipol di Consorte e della sua scalata alla Bnl, nessuno possa permettersi di avanzargli critiche; che se il suo amico banchiere De Bustis, dopo aver combinato i guai che sappiamo a Banca 121, ora apre fidi di centinaia di milioni di euro dalla Deutsche Bank di Londra a Stefano Ricucci, che poi li usa per favorire la scalata in Antonveneta della Bpi di Fiorani, nessuno debba permettersi di costruire collegamenti e avanzare ipotesi; che se poi si scopre che D'Alema ha il conto in Unipol e accede ad un leasing Bpi di sedici milioni di vecchie lire al mese, nessuno possa vedersi accendere una lampadina; che se si scoprono fidi milionari in euro concessi a Consorte da Bpi, non si debba mollare il dirigente Unipol ma si debba continuare a tacere e difendere con il silenzio il compagno assicuratore. Qui non si discute l'onestà personale di Massimo D'Alema. Qui si discute il suo non rendersi conto che gridare al "complotto", invece di spiegare e permettersi il piacere di una comunistissima autocritica, danneggia gravemente la coalizione di centrosinistra. Poi, se ritiene opportuno per un dirigente di un popolo che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, proporsi con il diciotto metri privato più costoso della storia della nautica italiana e con le scarpe da tre milioni di vecchie lire al paio, fatti suoi.
Ma la sindrome di onnipotenza è una malattia.
Presidente D'Alema, è ora di guarire.
La vigilia della guerra Come gli Usa hanno operato, attraverso la Cia, per trascinare l'Italia nell'aggressione contro la Jugoslavia di Domenico Gallo La sera del 24 marzo 1999, quando si sono levati in volo i bombardieri della Nato e sono partiti i primi missili Cruise dalle navi militari americane schierate nell’Adriatico, si è consumato un evento che ha segnato una drammatica rottura dell’ordine internazionale, come delineato dalla Carta delle Nazioni Unite.
Un gruppo di potenze, unite sotto la "leadership" degli Stati Uniti, attraverso una avventura bellica, ha aperto una nuova avventura nelle relazioni internazionali, rivendicando, manu militari, il "diritto" della cosiddetta ingerenza umanitaria. In realtà il diritto di regolare unilateralmente le situazioni di crisi internazionale attraverso la coercizione fondata sulla geometrica potenza delle armi occidentali.
Quando il pomeriggio del 24 marzo il Parlamento italiano è stato informato dal Governo che l’azione della Nato era iniziata, i bombardieri erano già in volo, la macchina da guerra si era messa in moto secondo un progetto predisposto e reso operativo da tempo, e la politica non avrebbe potuto fare niente per arrestarla: ormai si era consumato un evento (anche politicamente) irreversibile. In quel frangente, nessuna forza di maggioranza o di opposizione contraria alla guerra, nessun sindacato, nessuna mobilitazione popolare, nessuno sciopero generale (che non c’è stato), avrebbe potuto fermare i bombardieri in volo ed impedire che oltrepassassero quella soglia, destinata a produrre quegli eventi disastrosi per il Kosovo e la Serbia che si sono sviluppati come vicende ineluttabili.
Se il 24 marzo la macchina bellica della Nato non poteva più essere arrestata dalla politica, allora v’è da chiedersi quando è maturata questa irreparabilità, quando e da chi sono stati fatti i passi, sono state compiute le scelte politiche che hanno reso, prima, il ricorso alla guerra possibile e, poi, ineluttabile?
Sebbene, a quella data, ormai irreversibile, l’evento della guerra è stato frutto di un processo politico il cui esito, per niente scontato, è stato costruito tenacemente, dai soggetti interessati, giorno per giorno, manovrando diversi tasselli sullo scacchiere internazionale, compreso quello della crisi di governo in Italia e del rimpasto del governo in Germania con l’allontanamento di La Fontaine. Se tutti noi conosciamo la data di inizio della guerra e possiamo collocarla in uno spazio temporale e in una dimensione politica, altrettanto non può dirsi per la vigilia della guerra.
La vigilia della guerra: il punto di svolta
Crista Wolf in Cassandra ricostruisce il passaggio della società di Troia da uno stato di pace ad uno stato di guerra ed il conseguente degrado delle istituzioni, della politica, del linguaggio di fronte all’avanzata dell’immagine del nemico e si pone appassionatamente questa domanda: quando è iniziata la vigilia della guerra?
Parafrasando Crista Wolf vogliamo chiederci anche noi: quando è iniziata la vigilia della guerra del Kosovo? Dove, e quando, e da chi, sono state fatte le scelte politiche che hanno spianato la strada alle armi e che hanno fatto fallire ogni tentativo di soluzione politica del conflitto, a cui tanto la Jugoslavia, quanto la leadership albanese non UCK, erano seriamente interessate?
Orbene, per quanto si tratti di un processo politico, nel quale gli avvenimenti sono concatenati fra di loro, un punto di svolta c’è ed è possibile risalire ad esso.
È la decisione assunta dal Consiglio dei Ministri del Governo Prodi, dopo la sfiducia, (votata dalla Camera il 9 ottobre), qualche ora prima di fare le valigie e di sloggiare da Palazzo Chigi, relativa adesione dell’Italia all’activation order.
Un comunicato di Palazzo Chigi del 12 ottobre 1998 informa che il Consiglio dei Ministri ha deciso di autorizzare il rappresentante permanente dell’Italia presso il Consiglio Atlantico ad aderire al c.d. Activation order. "Di conseguenza – recita il comunicato – l’Italia metterà a disposizione le proprie basi qualora risulterà necessario l’intervento militare da parte dell’Alleanza atlantica per fronteggiare la crisi del Kosovo… Nell’attuale situazione costituzionale – conclude il comunicato - il contributo delle forze armate italiane sarà limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale. Ogni eventuale ulteriore impiego delle Forze armate italiane dovrà essere autorizzato dal Parlamento."
Il giorno successivo, il 13 ottobre, il Segretario Generale della Nato, Solana, emana l’activation order e conferisce al Comandante militare (SACEUR), generale Clark, il potere di ordinare attacchi armati contro la Repubblica federale Jugoslava. È il 13 ottobre del 1998 che la macchina da guerra della Nato accende (non solo in senso simbolico) i suoi motori. Non li spegnerà più, malgrado l’accordo fra Milosevic ed Hoolbroke del 14 ottobre, ed il conseguente dispiegamento dell’OSCE nel Kosovo e malgrado i negoziati intavolati a Rambouillet. Inizia così la vigilia della guerra.
Come e attraverso quali percorsi politici si è arrivati a questa svolta?
Il nuovo ruolo strategico della NATO
Il retroterra è costituito dal conflitto nato dalla dissoluzione della ex Jugoslavia, ed in particolare dalla guerra nella Bosnia e dal nuovo ruolo strategico militare che gli Stati Uniti hanno concepito per la Nato dopo la fine della guerra fredda e che è stato ufficialmente proclamato a Washington il 24 aprile, proprio mentre veniva sperimentato in vivo.
Pochi ricordano che nell’estate del 1993, durante una delle fasi più oscure del conflitto in Bosnia, si verificò un durissimo braccio di ferro fra la Nato (che minacciava di intervenire in Bosnia con bombardamenti contro le forze serbo-bosniache) e l’Unprofor (i caschi blu dell’Onu) che si opponeva con tutte le sue forze. Il braccio di ferro si concluse con la stipula di un memorandum d’intesa, siglato nell’agosto dall’ammiraglio americano Jeremy Borda (Comandante delle operazioni Nato) e dal generale francese Jean Cot (Comandante delle forze Unprofor) con quale fu stabilito il principio che la Nato non poteva bombardare senza il consenso della missione dell’Onu, sebbene astrattamente autorizzata all’intervento dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avevano stabilito alcune misure interdittive della guerra e coercitive per i belligeranti. E quando la Nato finalmente intervenne nella fase finale della guerra in Bosnia, nella notte fra il 29 ed il 30 agosto del 1995, ciò accadde soltanto per effetto di una legittima (ma inopportuna) richiesta di intervento dell’Onu, che faceva seguito allo sconcerto ed all’indignazione provocata dalla strage del mercato di Sarajevo occorsa il giorno precedente (28 agosto).
Furono proprio le vicende della guerra di Bosnia e la possibilità – e per un limitato verso anche l’esigenza – che la Nato giocasse un ruolo nel contesto delle garanzie della sicurezza internazionale a far si che venisse messa a punto nell’ambito della Nato una strategia operativa di intervento per la gestione delle crisi, includendovi dentro tanto le tradizionali (per l’Onu) missioni di peacekeeping (mantenimento della pace), quanto le missioni di peacebuilding (ricostruzione della pace), di cui la missione militare dispiegata in Bosnia, a seguito degli accordi di Dayton costituisce un esempio classico, che le missioni di peaceenforcing (per esempio, sorveglianza degli embarghi delle armi) e le missioni di peacemaking (costruire la pace attraverso un vero e proprio intervento bellico).
La posizione dell'Italia
In questo contesto, per la decisa posizione assunta dall’Italia, durante il Governo Dini, fu stabilito che la Nato non aveva legittimità a ricorrere a misure comportanti l’uso della forza senza la preventiva autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, come del resto prevede la Carta delle Nazioni Unite. Addirittura in questo periodo il ministro degli esteri del Governo Dini, Susanna Agnelli, diede platealmente uno schiaffo agli Stati Uniti, vietando – per qualche tempo – che fossero dislocati ad Aviano i cacciabombardieri invisibili Stealth, (che saranno i principali protagonisti della guerra del 99), fino a quando l’Italia non fu inclusa nel Gruppo di contatto, da cui l’amministrazione americana voleva tenerla fuori.
Questa posizione assunta dal Governo Dini fu ereditata dal Governo Prodi e lo stesso Dini, come ministro degli esteri la mantenne in piedi, come posizione ufficiale della Farnesina, in dichiarazioni pubbliche e comunicati stampa, fino al settembre del 1998.
Nel frattempo la crisi della convivenza interetnica fra serbi ed albanesi nel Kosovo si aggravò in quanto qualcuno decise di soffiare sul fuoco del conflitto armato, appoggiando una banda armata (l’Uck) che aveva avuto oscure origini e che fino a quel momento non aveva giocato un ruolo effettivo.
È il 1° marzo 1998 la data che segnò l’inizio della guerriglia dell’Uck, con l’uccisione di due poliziotti serbi a Drenica, a cui fece seguito una reazione inconsulta che provocò la morte di venti albanesi. Nella primavera del 1998 si accesero i fuochi di sporadiche azioni di guerriglia a cui fecero seguito drastiche azioni di repressione.
A questo punto la Nato, sotto la spinta dell’amministrazione americana, decise di intervenire "politicamente" nel conflitto lanciando, con un comunicato del Consiglio atlantico del 28 maggio, un duro monito a Belgrado, in cui lasciava intravedere la possibilità di un intervento militare. Questa posizione, in realtà, più che favorire un self restraint da parte dell’apparato militare jugoslavo, non poteva che incoraggiare l’Uck sulla strada della guerriglia che, seppure perdente sul terreno, in prospettiva diventava vincente, potendo giocare un ruolo di detonatore per l’intervento militare occidentale.
I furiosi combattimenti che ne sono seguiti durante l’estate del 98 e la durissima repressione scatenata dalle forze di sicurezza serbe (peraltro ingigantita dalla stampa internazionale con la fabbricazione di notizie false) hanno sollecitato lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale, creando l’humus politico favorevole per l’intervento della Nato.
Un problema da risolvere
C’era, però, un problema da risolvere.
La carta delle Nazioni Unite non consente che gruppi di Stati possano ricorrere all’uso della forza per regolare le crisi internazionali e, conseguentemente, la Nato non aveva alcuna legittimità per effettuare un intervento militare per regolare la crisi del Kosovo, aggredendo una delle parti in conflitto ed alleandosi con l’altra.
Nel corso della primavera, dell’estate e del mese di settembre del 1998 si sviluppò un dibattito sulla possibilità che la Nato intervenisse militarmente nel Kosovo, anche in assenza di una formale autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza. Tale dibattito nascondeva un conflitto politico durissimo fra Stati Uniti e Gran Bretagna (che sostenevano la tesi della legittimità del ricorso alla forza) e l’Italia che continuava ad opporsi.
Tale posizione, peraltro, non era affatto scontata all’interno del Governo italiano, in quanto il Ministro della difesa Beniamino Andreatta, propugnava l’allineamento totale dell’Italia alle esigenze degli Stati Uniti, secondo la tradizionale politica di "fedeltà atlantica"; tuttavia gli equilibri politici di maggioranza escludevano che il Governo Prodi potesse assumere una posizione differente senza rischiare una crisi.
È sorta a questo punto per l’Alleato americano l’esigenza di provocare un mutamento di Governo in Italia per ottenere una maggioranza più omogenea alle esigenze belliche della Nato. Poiché non si poteva correre il rischio di nuove elezioni, il cui esito non sarebbe stato prevedibile, è sorta l’esigenza di trovare una maggioranza di ricambio che potesse fare accrescere il tasso di "fedeltà atlantica" dell’Italia, sostituendo Rifondazione comunista con forze più omogenee alla Nato.
Il ruolo di Cossiga
A questo punto è stato attivato il più autorevole dei terminali della Cia nel sistema politico italiano, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’uomo di Gladio.
Cossiga, fino all’inizio del 1998, aveva svolto un ruolo di tutore del centro destra e sembrava che volesse contendere a Berlusconi la leadership della destra.
Nella primavera del 1998 Cossiga ha fatto un revirement e, utilizzando la sua influenza politica occulta ma reale sul sistema politico italiano, è riuscito a staccare una frazione di deputati e senatori dal centro destra, fondando l’Udeur, con il dichiarato scopo di far nascere una nuova maggioranza politica che sostituisse quella basata sull’alleanza dell’Ulivo più Rifondazione e guidata da Prodi.
Quasi tutti hanno commentato l’operazione Udeur guidata da Cossiga come una manifestazione del peggiore costume trasformistico italiano. Ed invece tale operazione, che si avvaleva si della tendenza al trasformismo esistente nel sistema politico italiano, aveva uno specifico significato ed un preciso obiettivo di natura internazionale: quello di provocare un mutamento della posizione internazionale dell’Italia e di ottenere la legittimazione della Nato al ricorso alla guerra, come strumento della politica di potenza americana. Operazione perfettamente riuscita.
Perso il condizionamento di Rifondazione comunista, indeboliti i Verdi, indebolita la posizione autonomistica di Dini, il 12 ottobre 1998 il Governo Prodi, sebbene sfiduciato, ha compiuto l’atto politicamente più rilevante dalla sua nascita, e più gravido di conseguenze per il futuro, accettando l’adesione dell’Italia all’activation order.
La svolta
In sede politica la svolta dell’Italia sulla liceità del ricorso all’uso della forza da parte della Nato era stata propugnata dall’allora segretario del partito dei DS - l’on. D’Alema - e dal sottosegretario alla Difesa, Brutti, i quali si erano affrettati a dichiarare che la concessione dell’uso delle basi italiane (nella imminente guerra contro la Jugoslavia) costituiva un "atto dovuto" ed un effetto "automatico" della partecipazione italiana alla Nato.
Era ormai alle porte un Governo D’Alema, con la benedizione di Cossiga e con l’uomo giusto, Carlo Scognamillo, al posto giusto, il Ministero della Difesa.
Sul Foglio del 4 ottobre 2000 proprio Carlo Scognamiglio, polemizzando con James Rubin, l’ex portavoce di Madeleine Albright, si lascia sfuggire:
A Rubin sfugge che in Italia avevamo dovuto cambiare governo proprio per fronteggiare gli impegni politici-militari che si delineavano in Kosovo… Prodi ad ottobre aveva espresso una disponibilità di massima all’uso delle basi italiane, ma per la presenza di Rifondazione nella sua maggioranza non avrebbe mai potuto impegnarsi in azioni militari. Per questo il senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo chiaro con l’on. D’Alema.
In che cosa consisteva questo accordo? Due parti. La prima era il rispetto dell’impegno per l’euro... la seconda era il vincolo di lealtà alla Nato: l’Italia avrebbe dovuto fare esattamente ciò che la Nato avrebbe deciso di fare. Questo è esattamente ciò che l’Italia ha fatto. Adesso che la missione è compiuta Cossiga può rientrare nel centro destra. D’Alema è già tornato a casa.
(Tratto da: L'ERNESTO, ottobre 2000)