LA LEGA L’AVEVA PREVISTO
Il dominio «della tecnocrazia», di una macchina «burocratica apolide», di «un processo discutibile che mette in pericolo le nostre libertà». A Umberto Bossi e alla Lega questo modello di Europa «Superstato» e «giacobina» non è mai andato giù. Doveva partire dal basso, magari da un referendum. Ma così non è stato. E da un giorno all’altro anche il nostro Paese si è ritrovato con una moneta e un pensiero unico. Con le preoccupazioni del leader leghista diventate realtà davanti agli occhi della gente.
In questi cinque anni di governo proprio la Lega è stata la voce critica verso l’Europa «senza più Stati» dove a decidere sono i commissari, nemmeno il Parlamento. L’atteggiamento di rifiuto nei confronti dei palazzi di Bruxelles, troppo spesso arroganti, ha esposto il partito di Bossi a scontri, anche violenti, all’interno della maggioranza. Eppure la scelta di porre dei paletti non solo a «Forcolandia» ma anche alla stessa politica europea del centrodestra, era «una battaglia di libertà».
«Faremo una resistenza civile all’Europa dell’invasione normativa», aveva tuonato il Senatur nel 2002. Sarà così.
Dal mandato di cattura alla dose minima di pedopornografia; dall’euro all’allargamento dell’Europa a 25; dall’ingresso della Turchia passando per il reato di razzismo e xenofobia fino a quote e dazi. Tante, tantissime le sfide lanciate dal Carroccio da dieci anni a questa parte perché «la sovranità popolare sia padrona in Europa».
IL POPOLO DECIDA SU ANKARA
L’ultima, in ordine di tempo, è la battaglia contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europa. La Lega non ne vuole sapere. L’ha spiegato a chiare lettere con tanto di cortei di protesta a Milano e in tutto il Nord del Paese. La decisione di Bruxelles di ammettere Ankara alle trattative per l'ingresso nell'Unione è «un atto di arroganza contro il popolo». Tanto che l’anno scorso il Carroccio ha chiesto lo svolgimento di un referendum per autorizzare il via libera dell'Italia all'ingresso della Turchia. Una decisione quest’ultima sponsorizzata ad alta voce soprattutto dal premier Berlusconi. Ma che comunque non piace alla Lega. «Una scelta così importante - ricordava tempo fa il ministro Roberto Maroni - non mi sento di prenderla senza aver dato la parola al popolo. Il primo referendum europeo potrebbe essere questo e sarebbe un esercizio di democrazia utile e intelligente».
Bossi, sulla libertà degli europei, è sempre stato esplicito, ribadendo più volte la necessità di sottoporre a consultazione popolare «le future decisioni che riguardino l’Ue». «La sovranità - evidenziava il leader leghista - è del popolo, non di Berlusconi o di Bossi».
Secondo il partito leghista «la maggioranza della popolazione è d’accordo con il nostro no alla Turchia» e «porteremo avanti la battaglia anche contro i 25 palazzi dell’Ue». Un concetto ben spiegato dal deputato bergamasco Giacomo Stucchi, presidente della commissione Politiche Ue: «La Turchia è un Paese “altro” rispetto all’Europa, e le riforme citate come esempio di una democratizzazione del Paese nascondono una realtà che si islamizza sempre di più, come dimostra ad esempio il fatto che ai cristiani è impedito l’accesso ai ruoli civili e militari». L’Unione Europea «non dovrebbe festeggiare per l’ingresso della Turchia, ma fare mea culpa», aveva poi aggiunto Stucchi. «Non ce l’abbiamo con i turchi, con cui ci auguriamo rapporti di buon vicinato, ma la Turchia è un’altra cosa - ha sottolineato -. Dubitiamo che rispetterà mai tutti i criteri di Copenhagen». Ankara non ha riconosciuto il genocidio degli Armeni e tutt’oggi discrimina le minoranze etniche. Distanze sociali, culturali e economiche che porteranno all’esposizione a Montecitorio di uno striscione contro l’entrata della Turchia da parte dei deputati della Lega.
Il Carroccio dunque è pronto a tutto. È «un tema epocale» che può incidere «sullo sviluppo futuro dell'Europa per secoli», aveva detto il Guardasigilli Castelli. Per questo la Lega chiederà che prima di prendere una decisione definitiva venga interrogato il popolo attraverso un referendum consultivo.
MISURE ANTI-DUMPING
A chiedere aiuto alla Lega sono stati invece nel 2003 migliaia di imprenditori italiani “purgati” dalla concorrenza sleale cinese. Il Carroccio, che per primo evidenziò i rischi per la nostra economia davanti al dilagare delle importazioni di merce contraffatta e sottocosto, avanzò una proposta che molti, allora, definirono choc: quote e dazi oltre alla creazione di un alto commissariato nella lotta alla contraffazione (oggi nelle mani del sottosegretario leghista Roberto Cota).
«Si parla di libero mercato, ma per essere libero un mercato deve avere regole identiche per tutti», ricordavano i dirigenti leghisti. Stati Uniti e Cina applicano dazi rispettivamente del 15 e del 40% alle nostre merci, mentre «da noi si ritengono i dazi antistorici». In questo quadro la Lega iniziò il pressing sui colleghi della maggioranza per portare le ragioni di una difesa delle aziende italiane sui tavoli di Bruxelles. La richiesta era semplice quanto efficace: stesse clausole di salvaguardia già vigenti in Francia e Germania, che permettono di contingentare le importazioni. Ossia misure anti-dumping per contrastare la concorrenza sleale dei paesi asiatici. Una crisi che in questi anni ha colpito tutti i comparti produttivi italiani. In particolare quello tessile che nell’ultimo quinquennio ha perso qualcosa come 100 mila posti di lavoro.
Del pericolo “gigante giallo” per le nostre Pmi ne parlò Bossi per la prima volta ad inizio legislatura. Lo presero per matto. Oggi la musica è cambiata. Con il Governo che, seppur in ritardo, è intervenuto a difesa del “Made in Italy” e a tutela dei posti di lavoro. Meno l’Europa. Caduto l’accordo multifibre (poi parzialmente rivisto), l’invasione cinese ha assunto aspetti drammatici. La Lega puntò così i piedi sul provvedimento sulla competitività per una difesa nazionale sul confine contro contraffazioni, frodi, abusi sul marchio. Ma sapeva che non sarebbe bastato. La difesa della produzione può essere soprattutto europea: forme di protezionismo, controlli di quantità e di qualità, rapporti di cambio tra euro e valuta cinese. Uno spazio coperto dalle iniziative della Lega a cui l’Europa, dopo le iniziali ritrosie, ha dovuto dar ragione. Segno della bontà delle prese di posizione del Carroccio su temi così delicati. Ma anche un campanello d’allarme per un’Europa dove cittadini e imprese sono diventati ostaggi. In questi anni l’unica forza politica che ha denunciato le malformazioni democratiche di questa Unione è stata la Lega Nord. Non solo sulle importazioni contraffatte o sul possibile ingresso della Turchia.
Tante le sfide lanciate da Bossi contro l’Europa superstato. Ne parleremo ancora domani. A partire da quella del 2001 quando la Lega, grazie al ministro Castelli, si oppose alla “dose minima di pedopornografia” introdotta dal Belgio.
E lo faremo senza dimenticare le sfide ancora in corso: dalla moneta unica fino al mandato di arresto internazionale passando per il reato di razzismo e xenofobia.
LE BATTAGLIE LEGHISTE IN EUROPA
In difesa della sovranità popolare
SIMONE GIRARDIN
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«L’Europa? Un modello nato «dal pensiero mondialista, quello della massoneria». Un sistema fatto a piramide dove una ristretta cerchia di potenti «vuole tutti omologati al pensiero unico. Noi come Lega abbiamo sempre combattuto contro questo modello. E qualche risultato l’abbiamo portato a casa». A parlare così era, un paio di mesi fa, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, uno che ha dovuto lottare non poco per opporsi a scelte che rischiavano di scardinare la società.
CASTELLI CONTRO I PEDOFILI
A partire dalla battaglia in Consiglio d’Europa, nel lontano 2001, contro la dose minima di pedopornografia che il Belgio cercò di introdurre. Tra le tante vergogne si tentò di far passare un rapporto che autorizzava gli omosessuali ad adottare i bambini orfani o abbandonati. Allora, grazie all’impegno della Lega e al potere di veto di un ministro, l’Italia riuscì a far decadere il provvedimento in aula a Strasburgo. Una battaglia epocale, per la difesa della famiglia e dei figli. Così come non è stato semplice vincere un’altra sfida importante lanciata contro l’arroganza di Bruxelles: quella contro la legge quadro sul razzismo e la xenofobia.
IL CARROCCIO STOPPA FORCOLANDIA
Il Carroccio - come ricorda ancora uno dei protagonisti di quella vicenda, il Guardasigilli Castelli - riuscì a portare a casa quella vittoria «sulla scia del referendum francese che bocciò la costituzione europea».
Sono gli anni in cui l’Europa era «Forcolandia» quando si trattava di opporsi al mandato di cattura europeo. «Vedo benissimo il piano che sta venendo avanti in Europa. Il mandato d’arresto sui reati di razzismo e xenofobia. Nei prossimi mesi - tuonava Castelli - tenterò di smontare questo piano». Detto, fatto. L’Italia, grazie a Castelli è stato l’unico paese a mettere il veto e bloccare il pacchetto di misure destinate a mettere nelle mani dei giudici il futuro dell’Europa.
Alla Lega l’Europa dei trattati non è mai piaciuta. Gabbie, vincoli, li ha sempre considerati. L’Europa? «Noi siamo per dare a Bruxelles il meno possibile» è sempre stato l’imperativo bossiano.
Oggi gli eurodelusi sono molti davanti al fallimento politico e economico dell’Unione. Tanto da far ricordare a castelli come «la nostra linea, su preciso input di Bossi, un tempo guardata con scetticismo, oggi è diventata quella di tutto il governo».
E nel mirino della Lega c’è anche quella moneta unica mai digerita dagli italiani e di cui oggi va orgoglioso soltanto Prodi.
PONTIDA E IL REFERENDUM
All’ultima Pontida, durante lo storico raduno sul prato della Bergamasca, il Carroccio allestì una serie di gazebo dove era possibile esprimere un giudizio sull’euro. Scontato il risultato: un coro di no. Un risultato che spinse i vertici leghisti a confermare l’intenzione di proporre un referendum per tornare alla doppia circolazione euro e lira e in particolare un progetto per legare quest’ultima all’andamento del dollaro. Un’idea che scatenò le reazioni negative di una parte del Polo (Udc in testa) e di tutto il centrosinistra.
A oggi l’ipotesi di uscire dall’euro è difficilmente percorribile. Ma di certo i benefici per le nostre imprese dall’entrata in vigore della moneta unica sono impalpabili. Un’economia europea che rischia, con il futuro allargamento a Est, di subire un nuovo contraccolpo. Un’espansione dell’Unione mal vista dal Carroccio secondo cui potrebbe offrire «a chi ha una visione centralista ed omogeneizzante della società, lo spunto per avanzare proposte volte a costruire un’Europa burocratizzata e tecnocratica». I pericoli sono principalmente due: il primo è che nessun burocrate europeo sa quanto guadagnerà l’Ue dall’allargamento in termini di competitività e produttività dell'industria. La seconda questione è di dover affrontare una forte immigrazione interna dove i cittadini rumeni o bulgari saranno interessati a spostarsi in altri Paesi più industrializzati. Per questo la Lega ha più volte chiesto di porre precisi paletti in materia di immigrazione. In questi anni la Lega ha combattuto e sta lottando contro le storture di un’Europa incapace di ascoltare i suoi cittadini. Di un’Unione sorda e cieca davanti alla sovranità popolare. Gli ultimi referendum, quello danese sull’euro, quello irlandese sul trattato di Nizza, quello svizzero sull’avvicinamento all’Unione e quelli sulla costituzione in Francia e Olanda, hanno visto popoli differenti rispondere no a questa Europa. Se solo lo avessero chiesto anche agli italiani, come voleva la Lega, siamo certi che molti eurodelusi sarebbero usciti allo scoperto.




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