Vi segnalo un interessante articolo di Blondet, sbalorditivo per la domanda finale "Ora che Marx non è più comunista, sarebbe il caso di adottarlo noi?".



Dov’è la classe lavoratrice?
Maurizio Blondet
02/03/2006

Una volta c'erano i lavoratori in cammino; "Quarto Stato", Pellizza da Volpedo, (1898-1901)

Al London Institute of Contemporary Arts comincia un mese di «dibattiti ed eventi» su questo tema: «Whatever happened to the working class?».
Dov'è finita la classe operaia?
E' una domanda esemplare della specifica ipocrisia britannica: fu la Thatcher a demolirla, oltre vent'anni fa, sbaragliando le rappresentanze collettive del lavoro.
A suo tempo, Meg fece bene: i sindacati rossi del Labour avevano bloccato la società inglese in una povertà semi-sovietica, e il rinnovamento della Thatcher fu una vittoria intellettuale di prima grandezza.
Poi, venne la caduta del Muro, e la sconfitta operaia divenne disfatta.
Ricordo ancora lo sgomento umorismo con cui un docente inglese, in un convegno italiano, lesse la sua relazione intitolata «What is left?» - bel gioco di parole che significa insieme «che cos'è la sinistra?» (ossia poneva l'esigenza di ripensarla fuori dagli schemi sovietici) e «che cosa è rimasto?».
Perché la sinistra operaia britannica era forte, con forti radici storiche: come era potuta sparire?

Fatto sta che è scomparsa.
Il «nuovo» laburismo di Tony Blair è servo degli speculatori della City, essendo la finanza l'unica attività rimasta in Gran Bretagna. Il sindaco di Londra, detto «Ken il rosso» per le sue radici socialiste, viene sospeso come uno scolaretto per aver dato del kapò a un ebreo (e frequenta locali gay): se la «classe» esistesse ancora, non l'avrebbe permesso.
Del resto, da gran tempo i posti di lavoro industriali sono emigrati in Cina, dove la formazione di una classe operaia è impedita dai plotoni d'esecuzione.
Ma bisogna riconoscere che un certo ceto intellettuale britannico progressista si pone i problemi con sguardo lungo.
Ieri: «what is left?» era la domanda giusta, anche se non venne la risposta.
Oggi, al London Institute, si discute su una realtà che le nostre sinistre si guardano bene dall'affrontare: con la sparizione della classe lavoratrice, è la democrazia politica che muore.

L'apatia politica e l'assenteismo del voto hanno raggiunto proporzioni allarmanti.
Ma quel silenzio fa paura ai politici, perché vi cova una velenosa insoddisfazione per il loro operato (da decenni tutto a favore dei capitalisti).
In Gran Bretagna come da noi si propongono sciroppi dolciastri del politicamente corretto per restituire vita, appetito democratico al corpo sociale: abbassare l'età del voto a 16 anni (perché non a 12?); retrocedere più poteri ai governi locali (quante volte l'abbiamo sentito?, ma l'effetto è portare il centralismo tassatorio più vicino al cittadino); portare al parlamento
«più donne» e, immancabilmente, più rappresentanti delle «minoranze etniche».
Ma in Gran Bretagna, diversamente che da noi, si ha il coraggio di dire che questi pannicelli caldi non funzionano.
Si rileva il tono falso con cui Tony Blair propone lo sciroppo della partecipazione con lo scopo di vincere «l'esclusione sociale», o di far partecipare di più il «capitale sociale»: tutte formule per evitare accuratamente di dire le parole proibite dal pensiero unico globalista: «i lavoratori», «i cittadini lavoratori».

Erano infatti i sindacati e i lavoratori organizzati a costituire le istituzioni di mediazione fra i cittadini e lo Stato: e i cittadini, intesi come «massa» maggioritaria, che pone i reali problemi che riguardano tutti.
Perché oggi, il vuoto lasciato dal lavoro organizzato lo occupano le lobby, i gruppi d'interesse speciale, le organizzazioni non governative: gruppi spesso minimi che promuovono cause o discutibili (come le lobby d'affari) o minoritarie e senza dignità politico-sociale, le nozze gay, lo spinello libero, la difesa della foca monaca.
E i politici eletti (spesso con «maggioranze» che sono minoranze rispetto al corpo elettorale, massicciamente astenuto) sono fin troppo felici di ascoltare questi gruppuscoli speciosi e artificiali fingendo che siano «la voce delle istanze dal basso».
Anzi, spesso creano loro stessi organizzazioni «di base» e ONG per farsene gli interlocutori privilegiati, inserirli in commissioni consultive, decentralizzare loro alcune funzioni.
Interlocutori di comodo.
Più facili da accontentare, perché chiedono cose che vogliono pochi.
Ben altra cosa era trattare con la classe lavoratrice che chiedeva qualcosa per tutti.

La democrazia muore soprattutto a forza di ONG, lobby e gruppuscoli usurpatori della volontà popolare.
Perché infine erano le organizzazioni del lavoro e la religione organizzata e sociale a introdurre gli individui alla democrazia; attraverso le lotte sociali si arrivava ai partiti.
Ora, ammette il Financial Times (1), persino nei consigli d'amministrazione si bisbiglia che il padronato sente la mancanza di una controparte di dipendenti fortemente organizzati; se non altro, per difendere la produzione dagli ecologisti.
Naturalmente questa è forse solo nostalgia kitsch.
Ormai i posti di lavoro sono andati in Cina, è la globalizzazione ragazzi.
La classe lavoratrice è superata per sempre come conseguenza della nuova struttura economica, la terziarizzazione (servizi al posto delle industrie), l'edonismo consumistico, il gran mercato che non vende più merci utili alla vita ma sogni, illusioni di prestigio sociale.
Nulla farà tornare «le masse operaie».
Vero; ma i risultati del capitalismo globale sono, è il meno che si possa dire, deludenti.

La teoria di Adam Smith prometteva che la libertà di merci-uomini-capitali avrebbe giovato al consumatore, che avrebbe comprato oggetti al minor prezzo possibile.
Il lavoratore ha accettato di farsi declassare a consumatore: ma le merci invece diventano più care, anche perché il suo potere d'acquisto cala.
E una sorda, rabbiosa sensazione d'impotenza cova nel corpo sociale dell'Occidente.
Per forza la democrazia non funziona.
Il «consumatore», avvolto in abiti griffati fatti in serie, circondato di oggetti «di prestigio» da shopping-center e indebitato per pagarsi le vacanze, non è tanto cittadino quanto il «lavoratore».
In Occidente, la presenza politica del cittadino veniva da due cose: la leva obbligatoria (la difesa della patria non poteva essere appaltata a mercenari, era compito di tutti) e la dignità del lavoro: qualunque lavoro, per quanto modesto, dava diritti.
Se i diritti erano negati, era la «lotta»: e la classe era temuta perché era lei che manovrava le macchine in fabbrica, e poteva bloccare la produzione; e nella tragica estrema necessità, era lei che prendeva le armi.
Poiché questo potere concreto operaio era fondato sulla fatica e sul tragico della difesa, era un potere «responsabile».
E conscio della propria dignità duramente guadagnata.

Provo a immaginare i vecchi operai della Breda stalinisti: che soddisfazione a sentirsi rappresentati da Vladimiro Guadagno, alias Vladimir Luxuria.
Menerebbero le mani: la politica non è avanspettacolo.
E poi ci stupiamo che i voti siano andati a Berlusca, il padrone dello spettacolo?
Ora non c'è più la fabbrica, e dunque il potere operaio non esiste più.
Oggi, sono possibili solo ribellismi di gruppetti come i no-global di Caruso e i no-Tav: ma poiché non sono dentro il processo economico produttivo, costoro non contano realmente nulla.
Possono creare sedizione, non progetto sociale.
E infatti la cifra della società post-industriale è l'insubordinazione generale di pullulanti, minimi gruppetti in rivendicazione permanente.
Però, la scoperta amarissima che la globalizzazione ha portato alla gente solo perdite - di dignità, non solo di potere d'acquisto, ma di vera voce in capitolo - ha qualcosa di promettente.
O lo avrebbe, se non ci fosse in atto un gigantesco tradimento.

In Italia, è il tradimento della sinistra.
La CGIL, svuotata del suo popolo, sopravvive come ente inutile: il che significa che ha raggiunto l'immortalità delle burocrazie sopravvissute alla loro utilità.
Situazione abbastanza simile a quella della Chiesa che, abbandonata dal popolo (o è stata lei ad abbandonarlo?, si chiedeva don Giussani), campa meravigliosamente con il suo sostituto: l'8 per mille, 1800 miliardi annui, i due terzi dei quali presi da cittadini che non hanno scelto di darli.
Così, CGIL (E CISL e UIL campano riccamente del prelievo sulle paghe (il popolo intero aveva bocciato questo prelievo con referendum); la CGIL mantiene ancora come può la peggiore delle sue funzioni: quella leninista di cinghia di trasmissione con il Partito Comunista, oggi DS. L'altra, la difesa organizzata dei lavoratori, l'ha disertata.
E proprio nel momento in cui tutte le profezie di Marx si stanno avverando grazie al mondialismo capitalista: la «legge ferrea» dei salari che abbassa le paghe a quella del meno pagato del mondo (il cinese); il liberismo che, scatenato, anziché produrre concorrenza, crea monopoli privati planetari; il capitale che si auto-retribuisce con illimitata avidità a spese del lavoro; l'iniquità sociale sempre più divaricata tra pochissimi molto ricchi e tantissimi che impoveriscono.

Eppure, mai una volta che ad uno dei politici del partito ex-operaio capiti qualche volta di citare Marx.
Fanno finta di non averlo mai conosciuto?
Io temo una cosa peggiore: non l'hanno mai studiato; nelle interminabili sessioni della scuola-quadri dormivano o tramavano a tutt'altre faccende.
Ora D'Alema non ha più tempo di rileggere, le regate veliche lo occupano troppo.
Piero Fassino dichiara che non bisogna rispondere alla Francia con ritorsioni protezionistiche: parla già come fosse un membro della Goldman Sachs.
Questo tradimento non è solo grave moralmente, è pericoloso per tutti noi.
La mancata sorveglianza della classe lavoratrice sta infatti mandando alla deriva la più grande conquista della classe: lo Stato sociale.
Qualche esempio: una mia conoscente mi dice che nella prima elementare della sua bambina (15 alunni, i due terzi extracomunitari che non parlano l'italiano) la classe è gestita da sette insegnanti: palesemente, sei sono in sovrappiù, ma la loro lobby è intoccabile, per lei niente esuberi e licenziamenti.

Incidentalmente, la bambina non è ancora in grado di leggere dopo un anno.
Dove sta andando la scuola pubblica?, si sarebbero chiesti gli operai stalinisti della Breda: serve a educare i figli, o a mantenere delle cretinette?
Ma il «consumatore» non se lo chiede.
E' lieto che la scuola fornisca diplomi, allo stesso modo in cui il supermarket gli fornisce merci. Ora, in Francia (2), sull'istruzione pubblica si cominciano a porre domande scottanti: è proprio vero che un elevato titolo di studio a più ragazzi possibile è fonte di progresso economico e di giustizia sociale?
Prolungare lo stazionamento nelle scuole per il maggior numero possibile serve davvero a qualcosa?
«Passare dal 60 all'80 % di diplomati liceali non produce nulla».
E' vero che un diplomato trova lavoro più facilmente che un non-qualificato; ma l'utopia del diploma per la totalità di una generazione non segnala altro che l'inflazione di diplomi; crea aspettative irrealistiche, e il declassamento dei titoli: molti dei diplomati troveranno lavoro a un livello di qualificazione più basso di quello cui hanno «diritto» in base al pezzo di carta.

Non ci sono tanti posti impiegatizi per diplomati del liceo, in una società; e intanto mancano operai di manutenzione e infermieri, lavori per cui l'affiancamento con chi sa «fare» (l'apprendistato) conta più dell'imparare sui libri.
Non ci pare che di questo si discuta mai in Italia.
Men che meno si è detto a che deve servire la scuola che tutti paghiamo: a dare cultura?
Al mercato del lavoro?
A ridurre le disparità sociali?
Nella elementare di cui parla la mia conoscente, ci sono 37 computer per «i corsi d'informatica»: ma le sette insegnanti per classe conoscono il computer meno dei bambini.
O pensiamo al sistema sanitario e pensionistico: la classe operaia lo volle per assicurarsi garanzie basilari, la libertà dalla miseria primaria.
Ma nella società del «consumatore», lo stato sociale operaio è diventato la mamma protettiva per figli perennemente infantili.
Il consumatore esige che le medicine - o il trapianto cardiaco - siano «gratis» perché vuole spendere i soldi nello schermo piatto e nel telefonino ultimo modello: gratis dunque l'essenziale, ma per il superfluo si è disposti a pagare, e tanto.

Un sistema sociale così, che protegge la gente dalle conseguenze delle proprie decisioni irresponsabili, diffonde irresponsabilità.
E alla fine, fa marcire i valori su cui si fondava la dignità della classe lavoratrice.
Per esempio, in Inghilterra, il ragguardevole sussidio per le ragazze madri ha questo effetto: sostituisce l'impegno dei padri, che si sottraggono più facilmente alle loro responsabilità.
E la pensione di vecchiaia ha indebolito nelle famiglie (o in quel che ne resta) l'impegno ad allevare figli che siano in grado di aiutare i genitori nella tarda età.
Papà e mamma, spesso single e riaccompagnati, se ne infischiano se i figli si drogano o si mettono nelle gang di strada: tanto c'è la previdenza sociale.
Così, non solo la quantità, ma anche la qualità delle future generazioni decade.
E tutto questo dà forza all'argomento - falso - dei privatizzatori estremi del globalismo, secondo cui lo stato sociale è «insostenibile», e la gente deve cominciare a pagare per scuole e medicine per quel che costano, e nello stesso tempo accettare «flessibilità», ossia precariato.

Una classe operaia forte e sicura della sua dignità potrebbe opporsi a questa sirena privatista: accettando le riforme necessarie dello Stato sociale.
Fra cui la gratuità non «per tutti» miliardari compresi, ma per chi ha davvero bisogno.
Ma la classe non c'è più.
Anche a noi che non siamo mai stati comunisti, comincia davvero a mancare.
Ora che Marx non è più comunista, sarebbe il caso di adottarlo noi?
Di formare un sindacalismo nazionale, o una nuova realtà popolare organizzata, che si metta alla prova in nuove «lotte» per i problemi di tutti, e si riprenda il potere democratico usurpato dalle lobby gay o rosa-nel-pugno e dalle burocrazie inadempienti?
Proviamo a pensarci.
In Inghilterra, hanno già cominciato.

Maurizio Blondet

Note
1) James Harkin, «Meddlers, keep your hands off the working class», Financial Times, 1 marzo 2006.
2) Marie Duru-Bellat, «L'inflation scolaire - Les désillusions de la méritocratie», Edizioni Seuil.


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