Roma. Si parla dei Ds e del caso Unipol.
Della barca di D’Alema, del collateralismo e dei silenzi degli amici.
La premessa è che Pierluigi Bersani non è mai stato titolare di un conto corrente presso la Banca popolare lodigiana di Gianpiero Fiorani. “E’ così, rassicuriamo subito i lettori”, dice al Foglio l’europarlamentare e responsabile economico dei Ds.
Stabilito questo, a giudicare dalle ultime puntate che i maggiori quotidiani italiani dedicano alle relazioni incrociate fra gli ex scalatori di Antonveneta (Fiorani e Chicco Gnutti per citare i più noti) e il presidente di Unipol Giovanni Consorte, oggi diventa più difficile sostenere l’incomunicabilità tra i così detti “furbetti” e la banca d’affari delle cooperative rosse. Bersani risponde che “una netta separazione fra persone che lavorano nel mondo degli affari certamente non c’è. E’ evidente”. Però poi aggiunge: “Non significa che non ci sia una netta separazione tra l’affare Bnl e le vicende riguardanti Antonveneta, che sono sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria”.
Malgrado Consorte figuri nel registro degli indagati (gli contestano aggiotaggio informativo, manipolazione del mercato e ostacolo all’autorità di vigilanza), secondo Bersani l’Opa su Antonveneta e quella su Bnl restano “operazioni completamente diverse, una delle quali si è conclusa come sappiamo. L’altra è ancora in ballo ed è sbagliato metterle insieme in un unico frullatore. Fermo restando che le relazioni personali e d’affari tra i protagonisti andranno sottoposte a tutte le verifiche possibili e immaginabili. Mantenendo però le distinzioni, che sono nei fatti. Altrimenti possiamo pure prendere la normativa sull’Opa e gettarla via”. A voler insistere un poco su certi legami in base ai quali il Foglio ha definito i Ds come “soci occulti” del paesaggio impegnato nelle scalate estive, da Bersani si ricava molta cautela e una speranza di lunga durata:
“Non ho nessuna nozione in più rispetto a quanto appare nelle intercettazioni, di cui francamente non so comprendere che rilievo abbiano”.
Si può dire che il distillato delle intercettazioni stia per lo meno caratterizzando il clima di questi giorni. “Certo, lo vedo. Ma si tratta appunto di un frullatore in cui tutto viene messo sullo stesso piano e invece io credo che alla fine le differenze tra un caso e l’altro verranno fuori”.
C’è un fido da 4 milioni di euro concesso da Fiorani a Consorte nel dicembre
del 2004. “Non so come avvengano le relazioni fiduciarie fra soggetti miliardari. Naturalmente siamo di fronte ad affidamenti avvenuti secondo criteri che vanno verificati, e che certo non potrebbero dare a me, con quello che guadagno. Siamo in presenza di persone che hanno fonti di reddito e patrimoniali di un certo tipo. Non ho altre idee in materia”.
A modo suo anche Bersani fa parte di quel gruppo dirigente diessino che, accusato di aver indirettamente messo su una “bicamerale degli affari” con alcuni finanzieri in odore di centrodestra, risponde che non vede “nulla di tutto ciò e anzi allo stato attuale emergono soltanto connessioni con ambienti politici di centrodestra. Da approfondire, ovviamente”.
Dal lato di centrosinistra sarebbe tutta un’altra faccenda e Bersani, che “a differenza di altri” si ritiene “sereno e tranquillo” dice:
“Voglio denunciare che nello stesso tritacarne servito all’opinione pubblica finiscono insieme chi ha preso dei soldi e chi non c’entra assolutamente nulla”.
Il pensiero si posa su Massimo D’Alema, che come Bersani è molto attento alle performance delle Coop, ma si manifesta decisamente impaurito.
L’ha scritto in una lettera sull’Unità, piena d’inquietudine per la grande enfasi che circonda il suo conto corrente lodigiano su cui versa denari per pagarsi la barca. Quasi non sembra D’Alema.
“Qui succedono cose abbastanza singolari. Uno si vede pubblicato dai giornali gli estremi di un normalissimo conto corrente, e cosa deve pensare? Certamente c’è qualcosa che si muove nel sottoscala e che cerca di propinare delle pillole avvelenate”. Il Corriere della Sera ci ha costruito una pagina piena di particolari. “E’ a questo punto che può scattare il meccanismo del cosiddetto cane bastonato. Quando comincia ad apparire evidente a ognuno che altri hanno preso i soldi, ma sui giornali ci siamo sempre noi Ds, finiamo per reagire come nell’estate scorsa. Perché il troppo è troppo”.
Non sembra che i Ds abbiano reagito a una sola voce sul tema della questione morale sollevato da Arturo Parisi e irradiato per contagio. Bersani non è d’accordo.
“Non mi risulta, possono esserci opinioni diverse su questo o quell’aspetto.Per esempio sul fatto che noi, come partito, dovessimo o meno stigmatizzare il comportamento di alcuni attori economici. Ma mi pare che nelle ultime quarantott’ore si sia notata con nettezza la corale reazione di difesa nei confronti di D’Alema. Chi distribuisce pillole avvelenate non sottovaluti che siamo abbastanza allenati”.
Forse c’è un sospettato speciale, forse è il Corriere della Sera, e non solo.
“E’ ora che qualcuno guardi da dove arriva il veleno. Dico che tirare fuori dei conti correnti normali per trattarli in un certo modo, vuol dire fare qualcosa al limite dell’illecito, e bisogna che qualcuno provveda”.
Se pure non esiste un disegno contro i Ds, per Bersani “la tesi circolata in alcuni ambienti editoriali secondo la quale noi Ds saremmo parte in causa di operazioni mirate a chissà quale architettura di potere o di controllo su giornali come il Corriere della Sera, noi che non abbiamo mai visto Ricucci, fa pensare al tentativo di ridurci al silenzio”.
Uniti contro il supercartello
Non è soltanto una parte dell’establishment economico a mettere sotto accusa la Quercia. Come negare che la Margherita, spaventata dall’idea di un super cartello Ds-Unipol- Bnl, adesso cerca di trarre dalla questione morale un vantaggio sugli alleati più grandi e più grossi? E che lo fa pensando alla prospettiva del matrimonio con la Quercia nella chiesa del partito democratico. Bersani ha un’opinione particolare sulla contiguità tra soldi e politica.
“Ci tengo a chiarirla: sarebbe finalmente opportuno cambiare registro quando si giudica il rapporto tra soldi e politica. Ho lodato di recente il modello americano. Perché mi sembra abbastanza logico e scontato che, negli Stati Uniti, imprese che si occupano di industria pesante o armamenti siano tradizionalmente filorepubblicane.
Mentre imprese che si occupano di tecnologie, Internet o risparmio energetico siano filodemocratiche. Allo stesso modo, il movimento cooperativo, che raggruppa imprese nate cent’anni fa per far lavorare braccia o distribuire il latte, sono culturalmente vicine alla sinistra. Dobbiamo darlo per acquisito. Il difetto è nell’occhio di chi guarda, non in quello dei protagonisti”.
Bersani vagheggia un collateralismo trasparente. Ma proprio di collateralismo politico-finanziario vengono accusati i Ds, che si difendono negandone l’esistenza.
“Collateralismo è una parola con cui si può alludere che Consorte sia organico al partito, mentre non si è mai visto in una sezione. Se vogliamo parlare di collateralismo per come lo intendo io, allora diciamo che tutti, compresa la Margherita, hanno un coté finanziario di riferimento. Quando dico che il meccanismo deve essere regolato in modo chiaro, mi accusano, per esempio Barbara Spinelli sulla Stampa, di dare risposte astute ed elusive. E fra tante domande, nessuno mi chiede cosa penso di certe stock options a beneficio dei manager: al netto di fatti giuridici, i codici etici devono essere formulati dalle imprese. Loro devono fare coming out, rivelarsi. Io, politico, devo occuparmi di fatti regolativi. Tipo: è giusto che i manager guadagnino tanto? E semmai intervengo fiscalmente”.
Resta il dubbio sul perché questi ragionamenti non li faccia Piero Fassino. Bersani non risponde in modo diretto e sembra volersi spiegare meglio con il segretario ds. “Approfondisco: ho avuto la possibilità di lavorare in Emilia-Romagna dove la mia visione del collateralismo è abbastanza digerita. Come avremmo fatto sennò a governare con livelli di consenso crescente, in una delle Regioni economicamente più dinamiche? Abbiamo trovato un punto di equilibrio tra la comunanza di antiche radici e la necessità di non fare discriminazioni”.
Se pure altrove e con dimensioni differenti, il modello di governo di Walter Veltroni ricalca lo schema indicato da Bersani. Però Veltroni, culturalmente distante dall’orizzonte della cooperazione emiliana, tace sugli attuali guai dei Ds e forse potrebbe dire molte cose utili.
“Assolutamente sì. Ma sa cosa c’è, di queste cose avverti l’esigenza di discutere solo quando si manifestano situazioni critiche”.
E tuttavia, secondo l’europarlamentare diessino, è importante che siano le imprese a confessare le loro predilezioni politiche.
“C’è l’impresa che non vuole saperne della politica e la evita come gli scogli; c’è quella che bordeggia il Palazzo senza stare a guardare quali siano le sue coste (pure i gruppi editoriali lo fanno, non solo le industrie); e c’è quella che si percepisce come attore protagonista di una politica. Tutto questo avviene secondo meccanismi che pretenderebbero il coming out”.
Vale a dire dichiarare a quale categoria si appartiene e verso quale costa politica si fa rotta più volentieri.
Bersani ammette che, nello stato di emergenza, un gesto di limpidezza esemplare sui collegamenti economici “deve farlo il politico”.
E torniamo alle polemiche della Margherita, peraltro mai attenuate da un’iniziativa pubblica del candidato premier Romano Prodi. Bersani scavalca l’immobilità prodiana perché concede che nel partito di Francesco Rutelli “prevarrà l’esigenza ovvia di non compromettere una battaglia da condurre insieme, nella stessa lista elettorale. Voglio dire che non colgo da parte della Margherita la tentazione di lasciarci da soli a fare il partito unitario”.
Un poco di solitudine però sopraggiunge lo stesso – e qui la Margherita, se non sorride un poco, è per lo meno neutrale – lì dove la tendenza dei post-comunisti a rivendicare la loro storica “diversità morale” viene appannata dalle inchieste della magistratura sulla banca delle cooperative.
“Ho sempre sostenuto le seguenti cose. Quello morale è un tema che sintetizzo nella formula di ‘spirito civico rigoroso’. Una componente fondamentale perché un paese si tiri fuori dai guai. Vale per la politica, e per il mondo degli affari. Detto questo, non ho mai creduto che la diversità morale debba essere brandita come un oggetto di battaglia politica”. E’ un punto di vista impegnativo, soprattutto se espresso nel momento in cui si discute sull’opportunità di restringere con facilità le libertà personali, com’è avvenuto per Fiorani e può avvenire per altri. “Voglio credere che quelle manette siano riconducibili a una necessità assoluta, che certe cose avvengano in modo sorvegliatissimo. Io penso debba esserci una sobrietà enorme nell’applicazione di misure come la carcerazione”.
Si chiude ritornando al problema d’origine, al caso Unipol.
Conclude Bersani: “Come partito siamo meno nervosi e più solidi di quanto si possa credere leggendo i giornali. Abbiamo le nostre antenne orientate sull’opinione pubblica, non cogliamo segnali rilevanti di smarrimento proporzionali allo spazio che ci riservano i mezzi di comunicazione”.
Più un segnale lascia credere che magari siamo solo all’inizio.
Breve pausa. Sospiro. “E’ possibile, non sottovaluto. Vedremo”.
(ag) su il Foglio del 23 dicembre 2005
saluti




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