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    Predefinito Interessante rileggersi....

    Roma. Si parla dei Ds e del caso Unipol.
    Della barca di D’Alema, del collateralismo e dei silenzi degli amici.
    La premessa è che Pierluigi Bersani non è mai stato titolare di un conto corrente presso la Banca popolare lodigiana di Gianpiero Fiorani. “E’ così, rassicuriamo subito i lettori”, dice al Foglio l’europarlamentare e responsabile economico dei Ds.
    Stabilito questo, a giudicare dalle ultime puntate che i maggiori quotidiani italiani dedicano alle relazioni incrociate fra gli ex scalatori di Antonveneta (Fiorani e Chicco Gnutti per citare i più noti) e il presidente di Unipol Giovanni Consorte, oggi diventa più difficile sostenere l’incomunicabilità tra i così detti “furbetti” e la banca d’affari delle cooperative rosse. Bersani risponde che “una netta separazione fra persone che lavorano nel mondo degli affari certamente non c’è. E’ evidente”. Però poi aggiunge: “Non significa che non ci sia una netta separazione tra l’affare Bnl e le vicende riguardanti Antonveneta, che sono sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria”.
    Malgrado Consorte figuri nel registro degli indagati (gli contestano aggiotaggio informativo, manipolazione del mercato e ostacolo all’autorità di vigilanza), secondo Bersani l’Opa su Antonveneta e quella su Bnl restano “operazioni completamente diverse, una delle quali si è conclusa come sappiamo. L’altra è ancora in ballo ed è sbagliato metterle insieme in un unico frullatore. Fermo restando che le relazioni personali e d’affari tra i protagonisti andranno sottoposte a tutte le verifiche possibili e immaginabili. Mantenendo però le distinzioni, che sono nei fatti. Altrimenti possiamo pure prendere la normativa sull’Opa e gettarla via”. A voler insistere un poco su certi legami in base ai quali il Foglio ha definito i Ds come “soci occulti” del paesaggio impegnato nelle scalate estive, da Bersani si ricava molta cautela e una speranza di lunga durata:
    “Non ho nessuna nozione in più rispetto a quanto appare nelle intercettazioni, di cui francamente non so comprendere che rilievo abbiano”.
    Si può dire che il distillato delle intercettazioni stia per lo meno caratterizzando il clima di questi giorni. “Certo, lo vedo. Ma si tratta appunto di un frullatore in cui tutto viene messo sullo stesso piano e invece io credo che alla fine le differenze tra un caso e l’altro verranno fuori”.
    C’è un fido da 4 milioni di euro concesso da Fiorani a Consorte nel dicembre
    del 2004. “Non so come avvengano le relazioni fiduciarie fra soggetti miliardari. Naturalmente siamo di fronte ad affidamenti avvenuti secondo criteri che vanno verificati, e che certo non potrebbero dare a me, con quello che guadagno. Siamo in presenza di persone che hanno fonti di reddito e patrimoniali di un certo tipo. Non ho altre idee in materia”.
    A modo suo anche Bersani fa parte di quel gruppo dirigente diessino che, accusato di aver indirettamente messo su una “bicamerale degli affari” con alcuni finanzieri in odore di centrodestra, risponde che non vede “nulla di tutto ciò e anzi allo stato attuale emergono soltanto connessioni con ambienti politici di centrodestra. Da approfondire, ovviamente”.
    Dal lato di centrosinistra sarebbe tutta un’altra faccenda e Bersani, che “a differenza di altri” si ritiene “sereno e tranquillo” dice:
    “Voglio denunciare che nello stesso tritacarne servito all’opinione pubblica finiscono insieme chi ha preso dei soldi e chi non c’entra assolutamente nulla”.
    Il pensiero si posa su Massimo D’Alema, che come Bersani è molto attento alle performance delle Coop, ma si manifesta decisamente impaurito.
    L’ha scritto in una lettera sull’Unità, piena d’inquietudine per la grande enfasi che circonda il suo conto corrente lodigiano su cui versa denari per pagarsi la barca. Quasi non sembra D’Alema.
    “Qui succedono cose abbastanza singolari. Uno si vede pubblicato dai giornali gli estremi di un normalissimo conto corrente, e cosa deve pensare? Certamente c’è qualcosa che si muove nel sottoscala e che cerca di propinare delle pillole avvelenate”. Il Corriere della Sera ci ha costruito una pagina piena di particolari. “E’ a questo punto che può scattare il meccanismo del cosiddetto cane bastonato. Quando comincia ad apparire evidente a ognuno che altri hanno preso i soldi, ma sui giornali ci siamo sempre noi Ds, finiamo per reagire come nell’estate scorsa. Perché il troppo è troppo”.
    Non sembra che i Ds abbiano reagito a una sola voce sul tema della questione morale sollevato da Arturo Parisi e irradiato per contagio. Bersani non è d’accordo.
    “Non mi risulta, possono esserci opinioni diverse su questo o quell’aspetto.Per esempio sul fatto che noi, come partito, dovessimo o meno stigmatizzare il comportamento di alcuni attori economici. Ma mi pare che nelle ultime quarantott’ore si sia notata con nettezza la corale reazione di difesa nei confronti di D’Alema. Chi distribuisce pillole avvelenate non sottovaluti che siamo abbastanza allenati”.
    Forse c’è un sospettato speciale, forse è il Corriere della Sera, e non solo.
    “E’ ora che qualcuno guardi da dove arriva il veleno. Dico che tirare fuori dei conti correnti normali per trattarli in un certo modo, vuol dire fare qualcosa al limite dell’illecito, e bisogna che qualcuno provveda”.
    Se pure non esiste un disegno contro i Ds, per Bersani “la tesi circolata in alcuni ambienti editoriali secondo la quale noi Ds saremmo parte in causa di operazioni mirate a chissà quale architettura di potere o di controllo su giornali come il Corriere della Sera, noi che non abbiamo mai visto Ricucci, fa pensare al tentativo di ridurci al silenzio”.

    Uniti contro il supercartello
    Non è soltanto una parte dell’establishment economico a mettere sotto accusa la Quercia. Come negare che la Margherita, spaventata dall’idea di un super cartello Ds-Unipol- Bnl, adesso cerca di trarre dalla questione morale un vantaggio sugli alleati più grandi e più grossi? E che lo fa pensando alla prospettiva del matrimonio con la Quercia nella chiesa del partito democratico. Bersani ha un’opinione particolare sulla contiguità tra soldi e politica.
    “Ci tengo a chiarirla: sarebbe finalmente opportuno cambiare registro quando si giudica il rapporto tra soldi e politica. Ho lodato di recente il modello americano. Perché mi sembra abbastanza logico e scontato che, negli Stati Uniti, imprese che si occupano di industria pesante o armamenti siano tradizionalmente filorepubblicane.
    Mentre imprese che si occupano di tecnologie, Internet o risparmio energetico siano filodemocratiche. Allo stesso modo, il movimento cooperativo, che raggruppa imprese nate cent’anni fa per far lavorare braccia o distribuire il latte, sono culturalmente vicine alla sinistra. Dobbiamo darlo per acquisito. Il difetto è nell’occhio di chi guarda, non in quello dei protagonisti”.
    Bersani vagheggia un collateralismo trasparente. Ma proprio di collateralismo politico-finanziario vengono accusati i Ds, che si difendono negandone l’esistenza.
    “Collateralismo è una parola con cui si può alludere che Consorte sia organico al partito, mentre non si è mai visto in una sezione. Se vogliamo parlare di collateralismo per come lo intendo io, allora diciamo che tutti, compresa la Margherita, hanno un coté finanziario di riferimento. Quando dico che il meccanismo deve essere regolato in modo chiaro, mi accusano, per esempio Barbara Spinelli sulla Stampa, di dare risposte astute ed elusive. E fra tante domande, nessuno mi chiede cosa penso di certe stock options a beneficio dei manager: al netto di fatti giuridici, i codici etici devono essere formulati dalle imprese. Loro devono fare coming out, rivelarsi. Io, politico, devo occuparmi di fatti regolativi. Tipo: è giusto che i manager guadagnino tanto? E semmai intervengo fiscalmente”.
    Resta il dubbio sul perché questi ragionamenti non li faccia Piero Fassino. Bersani non risponde in modo diretto e sembra volersi spiegare meglio con il segretario ds. “Approfondisco: ho avuto la possibilità di lavorare in Emilia-Romagna dove la mia visione del collateralismo è abbastanza digerita. Come avremmo fatto sennò a governare con livelli di consenso crescente, in una delle Regioni economicamente più dinamiche? Abbiamo trovato un punto di equilibrio tra la comunanza di antiche radici e la necessità di non fare discriminazioni”.

    Se pure altrove e con dimensioni differenti, il modello di governo di Walter Veltroni ricalca lo schema indicato da Bersani. Però Veltroni, culturalmente distante dall’orizzonte della cooperazione emiliana, tace sugli attuali guai dei Ds e forse potrebbe dire molte cose utili.
    “Assolutamente sì. Ma sa cosa c’è, di queste cose avverti l’esigenza di discutere solo quando si manifestano situazioni critiche”.
    E tuttavia, secondo l’europarlamentare diessino, è importante che siano le imprese a confessare le loro predilezioni politiche.
    “C’è l’impresa che non vuole saperne della politica e la evita come gli scogli; c’è quella che bordeggia il Palazzo senza stare a guardare quali siano le sue coste (pure i gruppi editoriali lo fanno, non solo le industrie); e c’è quella che si percepisce come attore protagonista di una politica. Tutto questo avviene secondo meccanismi che pretenderebbero il coming out”.
    Vale a dire dichiarare a quale categoria si appartiene e verso quale costa politica si fa rotta più volentieri.
    Bersani ammette che, nello stato di emergenza, un gesto di limpidezza esemplare sui collegamenti economici “deve farlo il politico”.
    E torniamo alle polemiche della Margherita, peraltro mai attenuate da un’iniziativa pubblica del candidato premier Romano Prodi. Bersani scavalca l’immobilità prodiana perché concede che nel partito di Francesco Rutelli “prevarrà l’esigenza ovvia di non compromettere una battaglia da condurre insieme, nella stessa lista elettorale. Voglio dire che non colgo da parte della Margherita la tentazione di lasciarci da soli a fare il partito unitario”.
    Un poco di solitudine però sopraggiunge lo stesso – e qui la Margherita, se non sorride un poco, è per lo meno neutrale – lì dove la tendenza dei post-comunisti a rivendicare la loro storica “diversità morale” viene appannata dalle inchieste della magistratura sulla banca delle cooperative.
    “Ho sempre sostenuto le seguenti cose. Quello morale è un tema che sintetizzo nella formula di ‘spirito civico rigoroso’. Una componente fondamentale perché un paese si tiri fuori dai guai. Vale per la politica, e per il mondo degli affari. Detto questo, non ho mai creduto che la diversità morale debba essere brandita come un oggetto di battaglia politica”. E’ un punto di vista impegnativo, soprattutto se espresso nel momento in cui si discute sull’opportunità di restringere con facilità le libertà personali, com’è avvenuto per Fiorani e può avvenire per altri. “Voglio credere che quelle manette siano riconducibili a una necessità assoluta, che certe cose avvengano in modo sorvegliatissimo. Io penso debba esserci una sobrietà enorme nell’applicazione di misure come la carcerazione”.
    Si chiude ritornando al problema d’origine, al caso Unipol.
    Conclude Bersani: “Come partito siamo meno nervosi e più solidi di quanto si possa credere leggendo i giornali. Abbiamo le nostre antenne orientate sull’opinione pubblica, non cogliamo segnali rilevanti di smarrimento proporzionali allo spazio che ci riservano i mezzi di comunicazione”.
    Più un segnale lascia credere che magari siamo solo all’inizio.
    Breve pausa. Sospiro. “E’ possibile, non sottovaluto. Vedremo”.

    (ag) su il Foglio del 23 dicembre 2005

    saluti

  2. #2
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    Predefinito D’Alema la pianti di piangere miseria

    D’Alema è in cocente imbarazzo, quel conto Bpl è un incidente banale e penoso, la barca troppo lunga è una gaffe a tormentone, è viva la paura dell’incomprensione da parte della base e dell’apparato postcomunista educati alla demagogia moraleggiante, e anche nel vertice del partito e del sindacato e delle cooperative non tutti saranno sempre disponibili a immolarsi per lui, per la sua strafottenza.
    La strumentalizzazione dell’avversario è dietro l’angolo, i grandi giornali e l’establishment economico e finanziario non sopportano il potere di chi cerca di rendersi autonomo dai quattrini veri mettendo o tenendo insieme soldi e politica (come Craxi, come Berlusconi, come Schröder, come Blair, come Gonzalez, come Strauss-Kahn, come tutti in Europa). Grandi ambizioni istituzionali coltivate per il dopo-elezioni si dissolvono nell’aura di scandalo, gli alleati infidi (compreso Giuliano Amato) profittano della situazione e sermoneggiano e manovrano e proteggono pelosamente, Romano Prodi se la gode parecchio, Francesco Cossiga ci scherza su con la sua emerita irresponsabilità.
    L’esposizione estiva a fianco dei banchieri del popolo di sinistra, Consorte & Sacchetti, è stata devastante anche se obbligata.
    Ora quei conti a reddito predeterminato, le stock option dei poveri, diciamo, sono un casino.
    Ora i pm si vanno a riguardare perfino le carte dell’opa Telecom del ’99, quando la “merchant bank” di Palazzo Chigi e di Pierluigi Bersani sfidò i Guido Rossi e compagnia finanziaria alta di gamma con i capitani coraggiosi e gli stessi personaggi e quartierini della triplice scalata di questa estate (compreso l’oggi dannato Fazio, I presume), e ne ricevette in cambio quel bel nomignolo.
    E’ la solita sindrome dell’ousider in trappola, pussa via, lasciaci lavorare, non toccare il caveau, giù le mani dalla legge Cuccia che attribuisce i ruoli e distribuisce le parti. D’accordo: solidarizziamo, lo abbiamo già fatto e subito, prima ancora del guaio grosso, possiamo permettercelo perché non siamo andati appresso agli sgherri di D’Alema quando azionavano la gogna contro i nemici, e solidarizziamo in modo meno peloso di quel cappionista di Castelli, ministro della giustizia per gli altri.
    Sappiamo anche decrittare la goliardia maligna con cui Pierlugi Battista nel Corriere finge di difendere il presidente dei Ds e gli morde il calcagno, mentre in Transatlantico scoppia la rissa tra i deputati dalemiani rabbiosi e i cronisti del giornale di via Solferino, già querelati e banditi dall’entourage del baffino di ferro.
    D’Alema lo sa: ci è sempre per principio simpatico chi in questo paese scende in politica per limitare il potere dei magistrati e dei ricchi e dei proprietari di giornale, che sono sempre unanimi anzi un sol uomo quando c’è da picchiare, quando è in ballo una tessera n°1 di qualcosa di grasso e promettente, magari il partito democratico. Per difendere questa nostra predilezione per la politica e per la sua funzione in democrazia siamo addirittura diventati berlusconiani, e non ce ne pentiamo affatto e lo rimarremo fino alla fine (con un sospetto: la fine è già alle nostre spalle).
    Ma non si azzardi, D’Alema, a prenderci in giro con quelle lettere all’Unità dal titolo “mi spiano e mi minacciano”.
    La smetta di dire che non sopporta paragoni con quelli della destra, che la destra lo attacca per sordidi scopi politici, che il partito e i militanti devono reagire come reagivano quando il settimanale fascista-qualunquista “Il Borghese” se la prendeva con le ville dei “papponi rossi”, con la residenza della Iotti, con i gioielli di Marisa Rodano, vicepresidente comunista della Camera e membro di una ricca famiglia cattolico-comunista, con l’isoletta piana del compianto Enrico Berlinguer, lo scoglio affiorante davanti a Stintino.
    Siamo anche noi lettori dell’Unità, e dagli anni Cinquanta, da quando eravamo piccoli, ma quella condizione non è un certificato di analfabetismo storico, politico e culturale.
    Siamo della scuola di Antonello Trombadori, che al compagnuccio ingenuo infuriato per i lussi della casa di Togliatti a Montesacro, rispondeva spavaldo: “Ma Togliatti che cos’è? E’ un tesoro per la classe operaia. E un tesoro dove lo metti, compagno? In uno scrigno, no?”.
    Anche D’Alema è un tesoro per la classe operaia, diciamo, solo che molto è cambiato da allora, e D’Alema non deve permettersi di usare un linguaggio antichizzato come certi specchi dei rigattieri di serie B, deve riconoscere la realtà se vuole la lealtà di chi lo circonda, e perfino di chi lo avversa ma non confonde politica, gogna e manette.
    A parte il fattore gusto, cioè come spendi i soldi del tuo salario; a parte i profili personali e i caratteri o lo stile, elementi spesso decisivi: è vero che in termini di sistema e di cultura la corruttibilità è liberale, l’incorruttibilità è rivoluzionaria, giacobina.
    Anche i nostri amici Miriam Mafai e Emanuele Macaluso, con D’Alema al loro seguito, dovrebbero riflettere su dati di fatto di un’evidenza solare.
    La sobrietà e il pauperismo del funzionario comunista vecchia maniera esprimono una visione totalizzante della vita, il primato del partito e dell’ideologia, di un progetto di stato e di società perfetti, emancipati da qualsivoglia forma di subordinazione dell’uomo all’uomo, redenti dal dio della forza e del denaro, dallo scambio stercorario di oggetti e merci al posto del loro valore d’uso. Pauperismo ed egualitarismo sono pressappoco sinonimi e significano, indicano un punto di contatto religioso tra l’esperienza comunista e quella di altri monoteismi (con la differenza che il dio di questa terra è fallito clamorosamente, gli altri no o non ancora perché hanno basi meno avventizie, più solide, letterature e narrative più affascinanti e tenaci lungo i millenni).
    La stanzetta di Pajetta è tutta in questi concetti. La stanzetta dei vecchi coperatori che passavano dalla coop al partito e viceversa è tutta in questi concetti. Liberali, socialisti all’antica e democratici di ogni risma possono essere onesti personalmente, nel senso di rigorosi e osservanti delle regole, ma il loro problema non è l’uomo nuovo o una nuova società, bensì la correzione graduale e disincantata del presente, con le armi dello stato di diritto e nella consapevolezza che gli interessi fanno il mercato, e la regola li addomestica ma non li espropria, anzi li fa valere in un confronto che determina sviluppo e squilibri e differenze sociali accettate. La pianti, D’Alema, di civettare con la sua vecchia immagine di pioniere del socialismo. Riconosca che il partito ha bisogno di una banca amica, punto. Che per avere una banca amica ci si allea con quel gentiluomo ingenuo di Fazio, salvo tradirlo dolcemente, passo a passo, sotto l’incalzare degli eventi, e anche con i furbetti vari e pasticcioni vari dell’antisistema.
    Che per avere una banca amica, e sottrarla a nemici e alleati-rivali, si è disposti anche a convergere con il Cav., con i suoi advisor, con le sue furbate simpatiche e disinvolte e con le sue insoddisfazioni verso i grandi giornali, originate dalla comune sensazione craxo-dalemiana-berlusconiana di un’aggressione sistematica all’autonomia della politica.
    Che l’appoggio governativo alla scalata Telecom dei centomila miliardi di vecchie lire era uno scambio di potere fruttuoso di un presidente del Consiglio che intendeva comandare nel salotto buono o sul salotto buono della finanza e dell’industria.
    Non faccia il craxiano grintoso che odia i giornali e non li legge e li querela addrittura, ma con le cautele, le distinzioni, gli atteggiamenti da demi-vierge per cui noi dobbiamo credere che i quattrini di sinistra non sono quattrini, la minchia dei Lanza non è minchia, e gli alberi in carbonio sono alberi di Natale.
    Buon Natale.

    Ferrara su il Foglio del 23 dicembre 2005

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Roma. In attesa di cogliere il suggerimento che gli arriva persino dal forum dell’Unità (“incazziamoci”), Massimo D’Alema si fa, oltre che velista, latinista: “Ex malo bonum”.
    Non che l’epopea dell’Ikarus potrà mai avere fine (hai voluto la barca? adesso veleggia!), ma le condizioni in cui si trova in questi giorni il presidente dei Ds, secondo alcune analisi, sono ben diverse da come appaiono sui giornali. Insomma, D’Alema avrebbe in mano ben più carte di quanto la cronaca faccia credere.
    Per cominciare, se non l’accordo, almeno una tacita ma solida intesa con il Cav., che infatti non ha partecipato all’assalto al commodoro diessino, ha dato disposizione ai suoi di stare zitti o, nel caso, di solidarizzare.
    Beh, certo, una battutina sul leasing ieri gli è scappata, ma a parte i Ds ridotti a “partito proletario”, per il resto si è detto “felice” di incontrare D’Alema in mare aperto e che nella storia del conto alla Bpl “non c’è nulla di irregolare”.
    Che questo ha di curioso D’Alema in tale frangente: (quasi) tutti ne parlano bene.
    A parte Prodi che non ne parla affatto e la qual cosa, dicono gli amici dell’ex premier, molto lo addolora e molto lo fa infuriare.
    A sfogliare le cronache di questi giorni, è quasi soltanto un complimentarsi e un felicitarsi con D’Alema, manco al tempo del varo del veliero.
    I forzisti comandati dal Cav., i leghisti comandati da Bossi, la Padania, il Tempo, il segretario della Dc Rotondi, persino il senatore Franco Debenedetti non è stato da meno.
    E Clemente Mastella (“una cosa ingiusta tutto questo volume di fuoco”).
    E il presidente Cossiga, e l’Unità (una delle cose che fa più impressione, vista la presenza travagliesca).
    Ieri, su Europa, a fianco di D’Alema si schierava Enrico Letta (“le accuse a D’Alema sono strumentali”), e su Liberazione Rina Gagliardi (“è evidente che è in atto una campagna, feroce e incivile, contro il presidente dei Ds”).
    Si sono fatti vivi quelli di Altroconsumo, pronti a tutelare il leader Ds da eccessive spese rispetto al conto corrente della Bpl.
    Mai, tanto popolare, D’Alema, mai tanto allargato su fronti diversi il partito dalemiano.
    E cosa accadrebbe se – come mormorano con insistenza certe voci – la Consob dovesse dare lo stesso, inchiesta a parte, il via libera all’Opa dell’Unipol?

    Nella Margherita prevale la linea Marini
    D’Alema – che non si sente per niente in disarmo, e ieri mattina a La7 ha fatto sapere, parlando del futuro governo: “Io ci sarò comunque da qualche parte” – segue molto anche la partita del nuovo governatore di Bankitalia – con tempi quasi berlusconiani – che chissà quando e come potrebbe intrecciarsi con i fatti dell’Unipol.
    E ora che Ciampi ha firmato la nuova legge elettorale, D’Alema sa, e il Cav. pure sa, e Letta non si stanca di ripeterlo, che forse nessuna partita si chiuderà definitivamente la sera del 9 aprile, a urne chiuse.
    E perciò, molto D’Alema pubblicamente si lamenta – ed evoca la crocifissione e parla di minacce –ma decisamente la parte del cane bastonato non è la sua.
    Dilaga, il dalemismo, dritto come l’albero di carbonio.
    Tutto sta se D’Alema regge fino in fondo alla “tempesta perfetta” che per ora lo avvolge, se farà tesoro di tutte le solidarietà avute e se saprà distinguere tra silenzio (il Cav.) e silenzio (Prodi).
    Il momento è obiettivamente complicato e difficile, e la sfiga di avere il conto a Unipol e il leasing alla Bpl potrebbe atterrare un carattere di ferro.
    Ma la partita in corso va ben oltre la sorte di Consorte (che del resto D’Alema, dopo le ferventi difese estive ieri ha rubricato al ruolo di “manager”, non “di padrone” delle coop).
    Il partito è compatto dietro di lui. Fassino si è subito precipitato in difesa del presidente, anche con una battuta efficace:
    “D’Alema i soldi alla Bpl non li prende, li dà”.
    Una linea che per ora nessuno mette in discussione, a meno che “non peggiori la sorte di Consorte”. Si teme, nelle stesse file diessine che tifano D’Alema, un ritorno a Mani Pulite, “al politico non poteva non sapere”.
    Si segnala pure “l’atteggiamento rispettoso del vertice del centrodestra”, e si fa notare “una diminuzione della conflittualità da parte della Margherita, dove pare prevalere la linea di Marini, che non vuole innalzare lo scontro con noi”. E invece, quel silenzio di Prodi irrita e impensierisce.
    “Fa venire in mente alcune posizioni di Parisi, anzi sembra di vedere un certo compiacimento”.
    Una cosa i dalemiani già a D’Alema rimproverano: di avercela tanto (solo) con il Corriere:
    “Non ha fatto caso a Repubblica? Pubblica la sua intervista e, subito dopo, due pagine di intercettazioni a Consorte che ci massacrano”.

    Da il Foglio del 24 dicembre 2005

    saluti

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    Predefinito Una guerra vinta. Punto

    Milano. Il 14 novembre 2004, due mesi e mezzo prima del voto iracheno del 30 gennaio 2005, Eugenio Scalfari scrisse su Repubblica questa frase: “Elezioni a gennaio? Come si potrà organizzare, in regime di coprifuoco e in presenza di una guerra civile che miete vittime in tutto l’Iraq centrale, una campagna elettorale? Almeno un simulacro di campagna elettorale? Le liste degli aventi diritto al voto? I seggi e gli scrutatori? I comizi? Le liste dei candidati? Di tutto ciò nessuno parla”.
    La campagna elettorale invece ci fu, e grazie a essa il 60 per cento degli iracheni, vale a dire otto milioni di persone, si presentarono alle urne e votarono, evidentemente informati – a differenza di Scalfari –sia dei seggi sia delle liste dei candidati.
    A quel voto, come i lettori del Foglio sanno bene, ne sono seguiti altri due, un referendum costituzionale il 15 ottobre e poi un’altra elezione, il 15 dicembre scorso, questa volta per eleggere il primo Parlamento democraticamente eletto di tutto il medio oriente.
    Israele escluso.
    Pensate che Scalfari o qualche testa d’uovo di Repubblica ne abbia preso atto? Pensate male. Nemmeno una ruga sulla fronte. Eppure il 60 per cento del 30 gennaio 2005, meno di un anno dopo è diventato il 70 per cento. Gli otto milioni sono diventati 11 milioni. Agli sciiti e ai curdi si sono aggiunti anche i sunniti di quell’Iraq centrale che tempo fa stava tanto a cuore al fondatore di Repubblica.
    Nonostante tre consultazioni seguite ad altrettante partecipate campagne elettorali, centinaia di comizi, migliaia di manifesti e una robusta articolazione di liste e di alleanze politiche, Scalfari non ha offerto ulteriori riflessioni a quelle sue opinioni poi smentite dai fatti e dagli iracheni.
    Con l’eccezione di Khaled Fouad Allam e del suo articolo intitolato “E’ esportata, ma è democrazia”, gli ideologi dell’impossibilità di esportare la democrazia in Iraq, da Bernie Valli a Guido Rampoldi, da Vittorio Zucconi a Lucio Caracciolo, da Mario Pirani a Gabriele Romagnoli, hanno scelto di non intervenire sull’argomento, una volta che la loro tesi è stata colorata di viola tre volte in un anno prima da otto milioni di persone, poi da altri otto e, infine, da 11 milioni di iracheni. Fouad Allam è stato l’unico, anche perché in precedenza aveva tentato in tutti i modi di spiegare ai colleghi republicones che le previsioni di tipo scalfaresco non erano fondate sulla realtà, ma su pregiudizi. Pregiudizi antibushiani, se non antiamericani, e magari anche nei confronti degli arabi in quanto impreparati a poter godere della libertà e della democrazia.

    L’avvertenza mancante
    Il voto in sé, anche se ripetuto tre volte in un anno, ovviamente non trasforma dal giorno alla notte un’ex dittatura brutale durata 35 anni in una società liberale, ed è perfino ragionevole pensare che la democrazia a Baghdad non sarà mai la copia conforme del modello Westminster. Però, almeno, quel voto dovrebbe far riconoscere a Scalfari &Co. quanto i progressi democratici compiuti in Iraq siano straordinari e come, per la prima volta, lo scontro etnico, territoriale e religioso sia diventato politico e istituzionale. Il dibattito ora è in Parlamento tra i legittimi rappresentanti del popolo, anziché una guerra civile tra una tribù sunnita golpista che torturava i dissidenti, gasava i curdi, massacrava gli sciiti, sterminava gli arabi delle paludi, bombardava Israele e invadeva i paesi vicini. Una parolina o un pensierino sull’effetto benefico dell’intervento americano e magari anche sul positivo sommovimento dell’asfittico status quo mediorientale, dal Libano all’Egitto, da Gaza alla Siria, i lettori di Repubblica probabilmente se li meriterebbero. Se perfino un antiamericano di rango come il leader libanese Walid Jumblatt ha riconosciuto che grazie ai marines di George W. “è caduto il muro di Berlino” del medio oriente, perché Scalfari non si smuove da affermazioni, come quella del 24 luglio 2005, secondo cui il “terrorismo qaidista” conta “sull’appoggio di un buon terzo della popolazione irachena”?
    Perché il fondatore di Repubblica non prende carta e penna per rivalutare la sua perentoria analisi secondo cui “la guerra preventiva irachena è stata oggettivamente perduta dall’America di Bush”? Libero di non farlo, ovviamente, ma in quel caso almeno aggiunga ai suoi editoriali l’avvertenza che “ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale”.

    Su il Foglio del 23 dicembre 2005

    saluti

  5. #5
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    Predefinito

    Roma. Senti il cattivo odore che fanno certi pezzi, quando li tiri fuori dal cassetto.
    “Sono ormai naufragati gli schemi grandiosi e velleitari inventati dalla diplomazia angloamericana per incentivare i regimi arabi a intraprendere il cammino verso una qualche democrazia”.
    Schemi velleitari. Schemi inventati. Ma ormai naufragati.
    Questo è Guido Rampoldi su Repubblica, maggio del 2004, in un editoriale in cui irrideva “L’effetto domino e la road map” e la tenace inconsistenza della politica americana in medio oriente.
    “Eppure non possiamo – si deprime, ma si capisce che ride sotto i baffi, Rampoldi – procedere al buio in questa bolgia, né evitare di fare i conti con il fiasco d’una politica appoggiata, e con quale entusiasmo, dal governo italiano. Dovunque volgiamo lo sguardo vediamo insuccessi che ridicolizzano le esuberanti profezie dei neoconservatori americani”.
    Procedere al buio. Nella bolgia. Il fiasco. Gli insuccessi che ridicolizzano le esuberanti profezie. C’era lo sfiato amarognolo di un certo compiacimento – per i casini in cui si sono cacciati gli americani e da cui sembrano incapaci di tirarsi fuori, secondo la vulgata – a fare da bordone a tutta la cronaca di Repubblica sulla guerra in Iraq.
    Ma anche certi articoli più freschi tradiscono un certo disorientamento da “eravamo comodi, quassù in cattedra, e non intendiamo scendere adesso”, soltanto perché undici milioni, quasi dodici, di iracheni si sono messi a camminare fino a un seggio per ficcare il proprio voto in un’urna.
    Un mese fa, di nuovo Rampoldi scriveva che gli americani sono benvoluti soltanto dal 6 per cento degli iracheni. “Nel complesso il verdetto dell’Iraq nationwide trending poll, ovvero l’indagine sulle tendenze dell’opinione pubblica in Iraq, conferma quanto è evidente anche a chi non crede ai sondaggi: malgrado elezioni e referendum l’avventura irachena procede verso il fiasco. Nella migliore delle ipotesi la Coalizione si lascerebbe alle spalle molto più rancore che gratitudine”. Come se – invece che togliere di mezzo gli ostacoli a un sistema rappresentativo capace di reggersi sulle proprie gambe – i marine avessero il compito di riscuotere la simpatia della popolazione. Non che l’America non ci tenga a farsi amare, anzi, ma lo fa soprattutto permettendo a chi crede più al voto che alle pallottole di esprimersi.
    Quando non ci vuoi stare, non va bene nulla.
    Gli uomini di al Qaida compiono una carneficina in tre grandi alberghi di Amman, capitale della Giordania, non distante dall’Iraq? Colpa del presidente americano George W. Bush. “E’ la conferma che negli ultimi quattro anni l’Amministrazione Bush ha privato il terrorismo islamico della sua università afghana soltanto per offrirgliene una molto più centrale in Iraq”, scrive sempre Rampoldi su Repubblica dello scorso 11 novembre (“Esportazione del terrore”).
    Funziona così. Se al potere c’è Saddam che premia, sigaro in bocca, i “martiri suicidi” con i soldi del petrolio, non c’è connessione tra il regime di Baghdad e il terrorismo.
    Ma gli sforzi civili, militari e politici, la collaborazione cercata e ottenuta dagli americani con le diverse forze ed etnie presenti sul campo, per rompere la successione degli attentati, quelli sono soltanto un altro scivolone maldestro dei neocon.
    E’ l’innaffiatore impazzito che bagna il presidente, che ha deciso di portare elezioni e invece, sostiene Rep., esporta i terroristi fino in Giordania.

    Da il Foglio del 24 dicembre 2005

    saluti

  6. #6
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    Predefinito S&P e la politologia insensata

    L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha dato sull’Italia un giudizio molto simile a quello del settimanale inglese Economist.
    Standard & Poor’s sostiene che il governo Berlusconi non ha fatto le riforme necessarie al paese, tranne alcune minori, e che il centrosinistra, probabile vincitore delle prossime elezioni, dovendo governare con Rifondazione comunista non potrà fare meglio.
    Per l’agenzia la situazione italiana è ulteriormente complicata dalla riforma elettorale che reintroduce il voto proporzionale e dalla riforma costituzionale, due provvedimenti che accresceranno la frammentazione.
    Detto questo, però, Standard & Poor’s non declassa il rating del debito pubblico italiano. Annuncia che lo potrebbe fare il prossimo anno, dopo le elezioni politiche. Una botta all’attuale maggioranza e una ancora più forte per l’attuale opposizione, a cui viene assegnato in anticipo un abbassamento del rating. Giochi di magia.
    Standard & Poor’s ha deragliato dai binari. Standard & Poor’s non è l’Economist, che fa un lavoro giornalistico, con la sua ottica politica “partigiana” di organo di stampa indipendente (che non vuol dire neutrale).
    Standard & Poor’s, come agenzia di rating, ha un compito diverso, dovrebbe essere il più possibile oggettiva, neutrale, apolitica. Dovrebbe occuparsi dell’oggetto che valuta, il debito pubblico italiano, sulla base di indicatori tecnici, non dell’Italia nel suo complesso.
    Non ha titolo per giudicare politologicamente che cosa farà Bertinotti, quanti deputati avrà, come si comporterà. Per valutare il debito pubblico italiano occorre tenere presente che l’Italia fa parte dell’area dell’euro ed è sottoposta alle procedure di infrazione della Commissione europea.
    E il debito pubblico italiano fa parte dell’offerta di moneta fiduciaria e della struttura finanziaria dell’area euro, quindi va valutato in relazione alle politiche monetarie della Bce.
    Standard & Poor’s appartiene a un’impresa che fa parte dell’area del dollaro.
    E, tendenzialmente, dovrebbe cercare di non dare l’impressione di avere un certo pregiudizio nei riguardi dei titoli denominati in euro. Il tasso di risparmio degli italiani è molto elevato, le banche internazionali sono interessate al mercato italiano data la solidità patrimoniale delle famiglie, che secondo gli ultimi dati del Censis è pure aumentata. Anche le famiglie tedesche hanno una elevata propensione al risparmio, a differenza di quelle americane e inglesi. Tutto ciò è fondamentale per la valutazione del debito.
    La riforma delle pensioni, ad esempio, andrebbe valutata per gli effetti sul volume di risparmi. Infatti la previsione di basse pensioni contributive sta aumentando la propensione al risparmio delle famiglie, anche se in forme disordinate. L’Italia, per merito della riforma Dini (a cui Berlusconi ha apportato dei miglioramenti per il periodo transitorio) è l’unico paese in cui il sistema contributivo nel lungo periodo sarà in equilibrio, data la regola di pensioni corrispondenti ai contributi pagati. Comunque, la possibilità che lo Stato italiano non onori il suo debito appare remota. Semmai Standard & Poor’s avrebbe dovuto occuparsi della solvibilità dei debiti degli enti locali, cresciuti in misura anomala: ammesso che lo Stato italiano non continui a ripianare le perdite di Asl ed enti locali in dissesto. Vizio nato quando lo Stato era centralizzato.

    Più tagli e più privatizzazioni
    Ora, Standard & Poor’s, profetizzando il vincitore delle prossime elezioni, ne giudica in anticipo l’attività di governo. Sono giudizi che non si confanno a una agenzia di rating. E d’altra parte le espressioni “non è stato capace di fare le riforme” e “non saranno capaci di fare le riforme” andrebbero qualificate, dal punto di vista della particolare ottica di Standard & Poor’s, affinché non si pensi che il solo compito di un governo, nel riformismo, sia sempre quello di ridurre il deficit di bilancio anche a costo di incrementi drammatici della disoccupazione e di oppressioni fiscali.
    Per noi Berlusconi avrebbe dovuto ridurre le imposte e tagliare le spese correnti, fermo restando l’attuale deficit di bilancio; e contrastando la crescita del debito con drastiche e coraggiose privatizzazioni. E pensiamo che così avrebbe generato in Italia più crescita e più benessere.
    Ma questo è un dissenso politico.
    Standard & Poor’s maneggia invece la scienza delle finanze, e si avventura nella politologia predittiva.
    Insomma, dà i numeri.

    Ferrara su il Foglio del 30 dicembre

    saluti

  7. #7
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    Predefinito

    grazie, mustang. fa bene rileggere.
    farebbe bene a molti in questo Pol rileggersi.
    ;-)
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  8. #8
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    Predefinito ...e rileggendosi si incontra Bettino Craxi

    Roma. Quattro giorni fa in una intervista al Corriere della Sera, alla domanda “Se le dicessero che dietro tutte le querelle sul collateralismo c’è una storia di finanziamento ai partiti, si stupirebbe?”, Francesco Rutelli rispondeva: “Sì, ma visto che dobbiamo tenere la guardia alta benedico il finanziamento pubblico. La politica non deve dipendere dai ricchi e i partiti devono registrare minuziosamente ogni contribuzione liberale che ricevono”.
    Dunque non è cambiato nulla, si ricomincia da quello che sin dall’inizio era chiaro, da uno scontro di potere tra Ds e Margherita (che sostituisce la competizione politica elettorale); si ricomincia da una guerra bancaria che sostituisce i ricordi gloriosi di Eni-Sai, l’asse Signorile-Andreotti contro Craxi; si ricomincia proprio da lui, da Bettino Craxi, dal 3 luglio 1992
    .
    “Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso, e in certi casi, hanno tutto il sapore della menzogna (…) I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.

    Tredici anni e mezzo dopo, a sentire Rutelli, siamo ancora lì. Secondo quanto è emerso dalle indiscrezioni relative alle sue dichiarazioni, Gianpiero Fiorani avrebbe confessato che parte dei soldi malversati venivano utilizzati per finanziare uomini politici. Soldi che venivano fatti scontare a volte ai soci e ai clienti della ex Popolare di Lodi, altre volte al mercato. Un concetto altrettanto impersonale quanto quello di pubblica amministrazione sulla quale ricadde il peso economico delle ruberie di Tangentopoli.
    La sensazione è che, come all’epoca di Manipulite, anche oggi possa esistere un fenomeno di omertà sociale che coinvolge anche il sistema di potere dei partiti sopravvissuti a Tangentopoli. L’inchiesta milanese va a ritroso. L’attenzione dei magistrati non si sta concentrando solo sui fatti più recenti ma anche su alcuni del recente passato, come la prima Opa Telecom, quella ideata da Roberto Colaninno.
    La madre di tutte le scalate, così venne definita la conquista della società telefonica da parte della razza padana, ha avuto fra i suoi protagonisti molti soggetti coinvolti nelle operazioni Bnl e Antonveneta. Il punto di contatto più evidente è dato, chiaramente, dalla presenza di Emilio Gnutti che, nelle operazioni Telecom e Antonveneta, ha svolto un prezioso ruolo di buttadentro.
    Ma questo è solo l’aspetto più evidente. Rileggendo le cronache dell’epoca ecco che troviamo nomi noti alle due scalate bancarie come Unipol, Giovanni Consorte, Banca agricola mantovana (istituto di cui fu a lungo consigliere Colaninno, poi confluito nella Monte dei Paschi di Siena), i fratelli Lonati e Finsoe. E anche in quel caso, come accaduto con l’offerta di Unipol su Bnl, i newcomers hanno avuto una sponda politica legittimante nei Ds.

    “Una rapina in pieno giorno”?
    Massimo D’Alema definì audacemente “capitani coraggiosi” gli autori della scalata Telecom che, secondo il Financial Times, fu invece “una rapina in pieno giorno”.
    E quello fu l’inizio di un percorso collaterale con alcune operazioni finanziarie non prive di opacità. Alcuni osservatori disincantati ritennero che l’intero meccanismo del finanziamento della politica a partire dalla seconda metà degli anni Novanta fu affidato interamente a meccanismi di insider trading – anche questi già visti in un certo senso.
    Li aveva già utilizzati e – poi descritti – Fiorio Fiorini, uno dei maghi finanziari del decennio precedente. Le notizie privilegiate servivano a drenare risorse sui mercati. E’ la bellezza delle cosiddette asimmetrie informative.
    Quando D’Alema arrivò al governo molti ebbero la sensazione che sarebbe stato un leader asimmetrico, se necessario. Nacque quella definizione di merchant bank di Palazzo Chigi, che avrebbe segnato la successiva immagine del capo dei diesse. La sua strategia puntava alla costituzione di cinque poli importanti, a struttura diversificata, ognuno con dimensioni sufficienti a reggere il passo della concorrenza:
    Telecom, Eni, Enel, Benetton, Finmeccanica.
    Del progetto originale solo Benetton, il cui compito era quello di presidiare il settore della grande distribuzione, ha mantenuto fede allo schema dalemiano unendo, da poco, Aeroporti di Roma ad Autogrill e Autostrade.
    Ma l’attivismo diessino in materia di politica finanziaria è stato incessante. A volte poco felice. Come il caso della Banca del Salento, la principale banca privata che operava nella zona elettorale di D’Alema, guidata da un uomo a lui vicino, Vincenzo De Bustis.
    Banca del Salento, poi Banca 121, confluì in Monte dei Paschi di Siena (e incappò in uno scandalo finanzario, quello dei prodotti My Way e For You, pseudo-piani di accumulazione denunciati da una associazione dei consumatori, l’Adusbef, che costò il primo avviso di garanzia per Antonio Fazio).
    Nel 1999, Siena comprò la Banca 121 per 2.500 miliardi dell’epoca, 900 in cash e il resto – dopo l’approvazione dell’assemblea di cui è magna pars la Fondazione controllata dagli enti locali diessini –in carta, cioè azioni Mps.
    Oggi una parte degli ex azionisti leccesi di Banca del Salento sono legati da un patto di consultazione: controllano il 3,24 per cento del capitale del Monte per un valore di circa 300 milioni di euro, cioè, 600 miliardi di lire di allora.
    Altri ex azionisti di 121 fuori dal patto di consultazione detengono quote inferiori al 2 per cento che, dunque, non sono segnalate alla Consob, neppure nel caso in cui venissero vendute, o fossero già state vendute negli anni scorsi.
    C’è chi ritiene che nella differenza tra 2.500 e 600 miliardi ci sia abbastanza spazio di collateralismo.
    Il legame con De Bustis, ora capo delle attività italiane di Deutsche Bank, è stato importante in molte delle operazioni di cui si è parlato in questi mesi: la banca tedesca ha avuto un ruolo nella vicenda Parmalat e, più recentemente, nell’Opa Unipol su Bnl, con la Consob che sospetterebbe l’esistenza di un patto occulto fra la compagnia di Giovanni Consorte e la banca tedesca, e naturalmente nell’operazione Ricucci-Rcs (con una linea di credito aperta per il giovane finanziere pari a 800 milioni di euro, probabilmente non garantita da asset immobiliari sufficienti).

    Fu molto imbarazzante anche la vicenda relativa alla concessione delle sale Bingo date a due società, Formula Bingo e Formula Bingo Service entrambe con sede nello stesso palazzo dove si trova la fondazione di dalemiana Italianieuropei, e poi risultate partecipate da alcuni uomini legati al leader diessino.
    Oggi il problema del collateralismo riguarda innanzitutto Unipol e Consorte, intervenuti per dare una mano al partito indebitato o per aiutare l’edilizia emiliana in crisi.
    Di tutte queste avventurose operazioni, di questi legami grigi come grigi sono gli intrecci tra finanza e politica, i diesse, partito nato su una duplice ipocrisia – la storia del secolo scorso perduta (e rovesciata) e la negazione del problema del finanziamento alla politica e del suo impatto sull’economia di mercato – non hanno mai saldato il conto politico.
    Rischiano di pagare a un altro sportello.
    Alla cassa non c’è il povero Romano Prodi, però.
    Egli già quest’estate mentre l’offensiva dei marrazzoni sulle banche e Rcs era in pieno corso, dopo avere ruminato due o tre banalità sulla questione morale – abdicando alla sua funzione politica e preferendole uno schemino di potere semplice semplice – dichiarava che, ove vi fossero i presupposti, era arrivato il momento dei pm.
    Così, alla cassa ad aspettare i diesse, c’è Francesco Greco.

    Su il Foglio del 24 dicembre 2005

    saluti

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    Predefinito Un giorno in pretura

    Roma. Oggi pomeriggio il presidente di Unipol, Giovanni Consorte, sarà interrogato dai pm milanesi per l’inchiesta sulla scalata di Bpi ad Antonveneta (reati contestati: aggiotaggio, manipolazione del mercato e ostacolo all’autorità di vigilanza). Prende consistenza l’ipotesi che l’uomo forte della finanza legata alle cooperative rosse stia per dimettersi dal proprio incarico, ammaccato dall’iniziativa della procura e sfiduciato dai Ds.
    La notizia non coglierebbe infatti di sorpresa i vertici della Quercia, che hanno intensificato i segnali di distacco nei confronti di Consorte.
    E’ la “strategia della distinzione” riproposta venerdì da Pierluigi Bersani su questo giornale, e confermata sia dal presidente Massimo D’Alema (venerdì) sia dal segretario del partito Piero Fassino (sabato), nelle interviste rispettivamente concesse a Repubblica e all’Unità.
    Hanno difeso finché possibile la figura del banchiere delle coop, ma senza spingersi oltre la soglia di là dalla quale il destino di Consorte potrebbe compromettere quello dell’opa di Unipol sulla Bnl.
    “La decisione di Unipol di acquisire Bnl non ha dato luogo a nessuna irregolarità o violazione di legge”, ha premesso Fassino sull’Unità, ma “se nel perseguire gli obiettivi ci sono stati comportamenti di singoli non corretti, o che hanno rappresentata una violazione di legge, risponderà chi li ha messi in opera”.
    La dichiarazione si sposa alla perfezione con la sopraggiunta ovvietà dalemiana secondo cui “Consorte è un manager, mica il padrone delle cooperative”.
    Se fino a pochi giorni fa poteva reggere la difesa a oltranza dell’autonomia nella catena di comando delle cooperative, le ultime intercettazioni telefoniche, come quelle pubblicate da Repubblica quattro giorni fa, sottraggono argomenti al vertice della Quercia e inducono a un silenzio attendista. Cos’altro può fare la classe dirigente di un partito il cui tesoriere, Ugo Sposetti, risulta aver detto per telefono a Consorte:
    “Il governatore ha dovuto prendere le distanze dai vari Fiorani e Geronzi. Ora si trova con delle persone perbene. Siamo noi dell’Unipol”?.
    A complicare la linea di difesa si aggiungono i contatti diretti tra Fassino e Consorte e quelli indiretti tra Consorte e il ministro Tremonti.
    Tanto basta perché Rep. ricominci ad attaccare con la bicamerale degli affari e i dirigenti della Quercia scelgano di zittirsi affidandosi alle dichiarazioni di Fassino. Nessuna consegna esplicita, ma in via informale gli esponenti della segreteria sono stati invitati a parlare il meno possibile.
    Un po’ nervosi, gli uomini di Fassino consigliano di contattare Consorte per ogni chiarimento ulteriore sulla vicenda bancaria: “Noi non abbiamo più niente da dire”.
    Il senatore dalemiano Nicola Latorre – lui più ironico però - “da vecchio bolscevico” qual è sottoscrive “parola per parola quanto detto dal segretario all’Unità”. E ribadisce “quanto ho sostenuto col Foglio e altri giornali”. Vale a dire che l’operazione Unipol è sacrosanta.

    L’accusa di “gregantismo”
    Stabilito che Consorte non può essere trattato dai diessini come un comune estraneo (ma sacrificato forse sì), per comprendere la distanza che ormai lo separa dalla Quercia si può ascoltare uno come Peppino Caldarola, che è deputato e amico di Fassino, ma non fa parte della segreteria.
    “Premetto che ogni decisione riguarda soltanto la dirigenza delle cooperative, però è chiaro che la posizione di Consorte si è appesantita e a questo punto sarebbe auspicabile una separazione dei destini”.
    Separare il destino di Consorte da quello della banca che presiede.
    “Proprio così – dice Caldarola – per aiutarlo a difendersi meglio e per salvaguardare l’immagine della Lega delle cooperative e le chance dell’opa su Bnl”.
    Caldarola considera “eccessiva” l’identificazione tra cooperative e partito, però riconosce che i Ds “si sono spinti molto nel rivendicare il diritto di Unipol a trasformarsi in un grande gruppo bancario e assicurativo”.
    Conseguenza: “Dobbiamo essere disposti a pagarne il prezzo”.
    Ma non quello delle operazioni personali di Consorte, che “inquietano molti di noi, soprattutto quando emergono conti esteri e se verrà dimostrata l’esistenza di un reticolo affaristico che coinvolge il banchiere delle coop”.
    Caldarola non teme per i Ds l’accusa di “gregantismo” (dal nome del silenziosissimo dirigente del Pci-Pds, Primo Greganti, arrestato nel ’93 per violazione della legge sul finanziamento ai partiti):
    “I rapporti con le coop non sono quelli di vent’anni fa. Anche i tempi sono cambiati, sebbene il garantismo appaia di nuovo ingolfato”.
    Quasi identica l’opinione di Salvatore Buglio: “E’ brutto non poter difendere la presunzione d’innocenza di un indagato, e però, nel caso siano accertate sue responsabilità, è bene che le coop e i Ds chiedano a Consorte di fare un passo indietro”.

    Da il Foglio del 27 dicembre 2005

    saluti”.

  10. #10
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    Predefinito Botti di fine anno 1

    Milano. Settimana cruciale per il destino di due banche: la Banca popolare italiana e la Banca nazionale del lavoro.
    A otto giorni dalle dimissioni del governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, i due istituti finanziari al centro delle cronache giudiziarie degli ultimi otto mesi rischiano – nuovamente – di diventare oggetto di diatribe politiche legate all’evolversi della intricata situazione.
    Esperti del settore bancario europeo sottolineano infatti come il mercato italiano sia diventato realmente contendibile grazie all’uscita di scena di Fazio e come il 2006 possa essere l’anno del consolidamento, in primis nel settore delle banche popolari.
    A Bologna la scalata di Unipol su Bnl sembra compromessa. L’annuncio di venerdì sera dell’accertamento del concerto da parte della Consob nei confronti del gruppo assicurativo bolognese e della Deutsche Bank sommato all’interrogatorio del numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, presso la Procura di Milano pesa sul futuro della scalata. Gli advisor della società bolognese e i legali di fiducia di Consorte hanno cercato di mettere a punto una sorta di controffensiva per affrontare l’ultima, e più impegnativa, settimana dell’anno. L’ipotesi che gli spagnoli del Banco Bilbao Vizcaya lancino una seconda offerta pubblica sulla banca capitolina prende corpo di ora in ora, nonostante le smentite provenienti dal quartier generale iberico.
    Gli spagnoli hanno dichiarato diverse volte negli ultimi tempi di voler continuare il piano di espansione in Europa. Sul fronte politico e finanziario italiano, intanto, s’intensificano le voci di imminenti dimissioni di Consorte, una sorta di cesura con il passato in vista di una possibile complicazione, dal punto di vista giudiziario, della sua posizione. “Una situazione estremamente fluida”, spiegano alcuni analisti statunitensi che stanno monitorando l’evoluzione delle banche italiane.
    Non è trascurato neppure il ruolo giocato dall’istituto tedesco nelle recenti vicende finanziarie: dalla scalata ad Antonveneta a quella tentata o ipotizzata su Rcs, società che controlla il Corriere della sera.
    Banchieri di Deutsche Bank sono già stati ascoltati nei mesi scorsi per l’opa sulla banca patavina e il faro delle autorità di vigilanza, dall’accertamento del concerto su Antonveneta in poi, non si è spento.

    Su il Foglio del 27 dicembre 2005

    saluti

 

 
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