66 DOMANDE E RISPOSTE SULL'OLOCAUSTO
pubblicate dall'Istituto di Ricerche Storiche
1822 ½ Newport Blvd. - suite 191 - COSTA MESA - California 92627 - USA
1) Quali prove abbiamo che i nazisti hanno praticato il genocidio o che hanno deliberatamente sterminato 6 milioni di ebrei?
Nessuna. Le uniche prove sono le testimonianze di singoli "sopravvissuti". Queste testimonianze sono estremamente contraddittorie e nessun "sopravvissuto" afferma di essere stato testimone di una gasazione. Non ci sono prove concrete di nessun tipo: nessun mucchio di ceneri, né forni crematori in grado di eseguire il lavoro richiesto, né mucchi di vestiti, né sapone fatto con grasso umano, né paralumi in pelle umana, né dati precisi, né statistiche demografiche.
2) Abbiamo prove che dimostrino che 6 milioni di ebrei NON sono stati sterminati dai nazisti?
Disponiamo di numerose prove - di natura giudiziaria, analitica e comparativa - che dimostrano quanto tale cifra sia assurda. Si tratta di una esagerazione di forse il 1000%.
3) Il famoso "cacciatore di nazisti" Simon Wiesenthal ha scritto che "sul suolo tedesco non ci sono stati campi di sterminio"?
Sì, nel mensile intitolato "Books & Bookmen" (Libri e amatori di libri) dell'aprile 1975. Ivi dichiara che le gasazioni degli ebrei hanno avuto luogo in Polonia.
4) Dato che Dachau si trova in Germania e che Simon Wiesenthal ha detto che non era un campo di sterminio, perché migliaia di ex soldati dell'esercito americano hanno dichiarato che lo era?
Perché a migliaia di soldati americani, condotti a Dachau.dopo che gli "alleati" ebbero liberato il campo, furono mostrate delle costruzioni che, fu detto loro, erano camere a gas; inoltre i mass-media hanno diffuso la falsa notizia che Dachau era un campo in cui la gente veniva "gasata".
5) Auschwitz è in Polonia e non in Germania.Ci sono prove dell'esistenza di camere a gas destinate allo sterminio di esseri umani ad Auschwitz?
No. E' stata offerta una ricompensa di 50.000 dollari a chi avesse portato una prova del genere; il denaro era tenuto in custodia da una banca, ma nessuno si è presentato con prove concrete.
Occupato dai Sovietici, Auschwitz è stato considerevolmente modificato dopo la Guerra e gli obitori sono stati ricostruiti in modo da assomigliare a grandi "camere a gas". Attualmente Auschwitz rappresenta una grande attrazione turistica per il governo polacco.
6 ) Se Auschwitz non era un "campo di sterminio", qual era allora il suo vero scopo?
Era un vasto complesso industriale.Vi si fabbricava del caucciù sintetico ("Buna") e gli internati erano utilizzati come manodopera. Il processo di fabbricazione della Buna era adoperato anche negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale.
7) Chi istituì i primi campi di concentramento? E dove e quando furono impiegati per la prima volta?
Probabilmente, i primi campi di concentramento apparvero nel mondo occidentale negli Stati Uniti, durante la Guerra di indipendenza nord-americana. Gli inglesi internarono migliaia di nord-americani, parecchi dei quali morirono in seguito ad epidemie o sevizie. Il futuro presidente americano Andrew Jackson e suo fratello,che vi morì, furono tra questi sventurati. Alla fine dell'Ottocento, gli Inglesi installarono dei campi di concentramento in Sudafrica, per potervi detenere donne e bambini olandesi durante la conquista di quel territorio (Guerra contro i Boeri).Decine di migliaia di persone morirono negli infernali campi sudafricani, che furono ben peggiori di qualsiasi campo di concentramento tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
8) In che cosa si differenziano i campi di concentramento tedeschi e i campi di deportazione nord-americani in cui furono internati,durante la Seconda Guerra Mondiale,i tedeschi e i giapponesi residenti negli Stati Uniti?
A parte la diversa denominazione,l'unica differenza significativa è che i tedeschi internavano le persone che costituivano una minaccia - reale o presunta - alla sicurezza dello sforzo bellico della Germania,mentre gli americani internavano le persone basandosi unicamente sulla loro origine razziale.
9) Perché i tedeschi hanno internato gli ebrei nei campi di concentramento?
Perché ritenevano che gli ebrei rappresentassero una diretta minaccia alla sovranità e alla sopravvivenza della Germania e perché ebrei erano la maggior parte degli affiliati alle organizzazioni sovversive comuniste.Comunque, tutti quelli che erano considerati un rischio per la sicurezza dello Stato nazionalsocialista - quindi non solamente ebrei - rischiavano l'internamento.
10) Quale drastica misura aveva preso l'ebraismo internazionale nei confronti della Germania fin dal 1933?
Un boicottaggio internazionale di tutti i prodotti tedeschi.
11) E' vero che gli ambienti ebraici internazionali "dichiararono guerra alla Germania"?
Si. I giornali di quel periodo ostentavano titoli come " L'Ebraismo mondiale dichiara guerra alla Germania".
12) Questo accadde prima o dopo che incominciassero a circolare voci sui "campi della morte"?
Circa sei anni PRIMA. Gli ambienti ebraici mondiali dichiararono guerra alla Germania nel 1933.
13) Qual è la nazione che cominciò ad effettuare, durante la Seconda Guerra Mondiale, bombardamenti massicci sulla popolazione civile?
La Gran Bretagna,l'11 maggio 1940.
14) Quante camere a gas, per sterminare persone, esistevano ad Auschwitz?
Nessuna.
15) Quanti ebrei c'erano, prima della guerra, nei territori che poi furono occupati dai tedeschi?
Meno di 4 milioni.
16) Se gli ebrei europei non sono stati sterminati dai nazisti,che ne è stato di loro?
Dopo la guerra,gli ebrei europei si trovavano ancora in Europa - eccetto forse 300.000 di loro che erano morti in diversi modi durante la guerra - e quelli che erano emigrati in Israele (Palestina), negli Stati Uniti, in Argentina, in Canada etc.
La maggior parte degli ebrei avevano lasciato l'Europa dopo e non durante la guerra. Ciò non impedisce che li si includa nel presunto "Olocausto".
17) Quanti ebrei si rifugiarono nelle regioni più interne dell'Unione Sovietica?
Più di 2 milioni. I tedeschi non poterono entrare in contatto con questa popolazione ebraica.
18) Quanti ebrei erano emigrati prima della guerra, sottraendosi in questo modo ai nazisti?
Più di un milione (senza contare quelli che vennero assorbiti dall'URSS).
19) Se Auschwitz non è stato un campo di sterminio,per quale ragione il suo comandante Rudolf Hoess (da non confondersi con Rudolf Hess, delfino di Hitler) ha detto che lo era?
Con Hoess furono utilizzati metodi molto persuasivi per costringerlo a "confessare", esattamente quello che i suoi carcerieri volevano ascoltare.
20) Esistono prove che gli americani, gli inglesi e i russi ricorressero alla tortura per estorcere delle "confessioni" ad alcuni ufficiali tedeschi?
Ci sono prove in abbondanza che la tortura è stata usata sia prima che durante il famoso "processo di Norimberga"- ma anche in seguito, durante i processi per "crimini di guerra".
21) In che modo la storia dell' "Olocausto" giova agli ebrei oggi?
Come gruppo sociale, li pone al riparto da ogni critica. Stabilisce un "legame comune" che torna utile ai suoi dirigenti. Si è dimostrato uno strumento estremamente efficace nelle campagne destinate a raccogliere fondi e a giustificare il sostegno accordato ad Israele: il che, in cifre, si traduce in 10 miliardi di dollari l'anno.
22) In che modo la storia dell'"Olocausto" giova allo Stato di Israele?
E' servita a giustificare i miliardi di dollari, versati a titolo di "riparazioni" che Israele ha ricevuto dalla Germania Occidentale (la Germania Orientale si è sempre rifiutata di pagare).Viene utilizzata dal gruppo di pressione sionista per tenere sotto controllo la politica estera statunitense nei confronti di Israele,e per costringere i contribuenti americani a versare tutti i fondi desiderati da Israele. E l'ammontare di questi contributi aumenta ogni anno.
23) In che modo la storia dell' "Olocausto" giova al clero?
Corrisponde all'idea espressa nell'Antico Testamento secondo la quale gli ebrei
sono il "popolo eletto" perseguitato. Permette, inoltre, di continuare a rendere la Terra Santa, che è sotto il controllo di Israele, accessibile al clero.
24) In che modo la storia dell' "Olocausto" ha giovato all'Unione Sovietica?
Le ha consentito di tenere nascoste le atrocità e i crimini commessi prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.
5) In che modo la storia dell' "Olocausto" giova alla Gran Bretagna?
Nello stesso modo in cui ha giovato all'Unione Sovietica.
26) C'è qualche prova che Hitler fosse al corrente dello sterminio in massa degli ebrei?
No.
27) Che tipo di gas venne usato dai nazisti nei campi di concentramento?
Lo Zyklon-B,un gas cianidrico.
28) A quale scopo questo gas era - ed è tutt'ora - prodotto?
Per sterminare i pidocchi - portatori del virus del tifo. E' inoltre usato per la disinfezione di vestiti ed abitazioni.E' facilmente reperibile anche al giorno d'oggi.
29) Perché venne utilizzato questo prodotto anziché un gas più adatto ad uno sterminio in massa?
Ottima domanda. In effetti, se i nazisti avessero avuto veramente l'intenzione di effettuare stermini di massa, avrebbero avuto a disposizione dei gas molto più efficaci. Lo Zyklon-B è adatto soltanto alla disinfezione.
30) Quanto tempo ci vuole per aerare completamente un locale che è stato disinfettato con Zyklon-B?
Circa venti ore. Il procedimento è molto complesso e richiede personale specializzato; inoltre sono d'obbligo le maschere antigas.
31) Hoess,comandante del campo di Auschwitz,ha dichiarato che i suoi uomini entravano nelle camere a gas dieci minuti dopo che gli ebrei che le occupavano erano morti e ne estraevano i cadaveri.Come si può spiegare questo?
E' del tutto inspiegabile,per il fatto che se gli uomini di Hoess avessero veramente agito così, avrebbero subito lo stesso destino degli ebrei.
32) Nelle sue confessioni, Hoess ha affermato che i suoi uomini erano soliti fumare sigarette mentre estraevano i cadaveri degli ebrei dalle camere a gas. Ma non è lo Zyklon-B un gas esplosivo?
Infatti lo è. Le "confessioni" di Hoess sono, evidentemente,false.
33) In che modo i nazisti avrebbero praticato lo sterminio degli ebrei?
Svariate sono le versioni fornite in merito: si va dalla storia del gas versato in un locale pieno di gente da un buco praticato nel soffitto a quello del gas spruzzato sulle persone dalle "cipolle" delle docce.
Milioni di ebrei sarebbero stati uccisi in questo modo.
34) Un simile programma di eliminazione di massa avrebbe potuto essere tenuto nascosto agli ebrei destinati allo sterminio?
Non era possibile. Il fatto è che non ci furono stermini di massa col gas da nessuna parte. L'origine di queste dicerie è esclusivamente ebraica.
35) Se gli ebrei destinati allo sterminio erano al corrente della sorte che li aspettava, perché si sono arresi al loro destino senza combattere né protestare?
Non hanno lottato né protestato semplicemente perché sapevano che nessuno aveva intenzione di ucciderli. Gli ebrei venivano soltanto internati e costretti a lavorare. (n.d.t. la lobby sionista si è resa conto di questa contraddizione all'interno del mito dell'"Olocausto"; così da un po' di anni a questa parte, parallelamente all' "Olocausto", è sorto il mito addizionale della "eroica resistenza opposta allo sterminio").
36) Quanti ebrei morirono nei campi di concentramento?
Circa 300.000.
37) Come morirono?
Principalmente a causa delle epidemie di tifo che imperversavano periodicamente nell'Europa devastata dalla guerra. Sono morti anche per mancanza di nutrimento e di cure mediche verso la fine della guerra, quando la quasi totalità dei trasporti stradali e ferroviari era stata distrutta dai bombardamenti "alleati".
38) Cos'è il tifo?
E' una malattia che si manifesta regolarmente allorché molte persone sono radunate in uno spazio ristretto per lungo tempo, senza potersi lavare. La malattia viene propagata dai pidocchi che infestano i capelli e i vestiti. E' a causa del pericolo rappresentato dal tifo che gli eserciti di tutti il mondo hanno sempre imposto ai soldati un taglio dei capelli corto.
39) Che differenza c'è se 6.000.000 o 300.000 ebrei sono morti durante la Seconda Guerra Mondiale?
5.700.000. Inoltre,contrariamente a quanto affermato dalla propaganda dell' "Olocausto", non ci fu alcun deliberato tentativo di sterminare gli ebrei.
40) Molti ebrei, sopravvissuti ai cosiddetti "campi di sterminio", affermano di aver visto montagne di cadaveri gettati in fosse comuni, cosparsi di benzina, e bruciati. Quanta benzina sarebbe stata necessaria per effettuare un lavoro del genere?
Molta di più di quanto potesse disporne la Germania in quel momento, in cui le scorte si andavano rapidamente esaurendo.
41) Si possono cremare dei cadaveri nelle fosse?
No. E' impossibile che dei cadaveri possano venire integralmente bruciati dal fuoco, perché il calore prodotto in fosse a cielo aperto non è sufficiente.
42) Gli autori di opere sull' "Olocausto" affermano che i nazisti erano in grado di ridurre dei cadaveri in cenere in circa dieci minuti. Secondo gli specialisti del mestiere, quanto tempo è necessario per cremare un cadavere?
Circa due ore.
43) Perché i campi di concentramento avevano dei forni crematori?
Per disfarsi, in modo pratico ed igienico, dei cadaveri provocati dalle epidemie di tifo.
44) Supponendo che i forni crematori situati nei campi di concentramento abbiano funzionato 24 ore su 24 per tutto il tempo della guerra, quanti cadaveri, al massimo, sarebbe stato possibile cremare?
Circa 430.000.
45) E' possibile far funzionare un forno crematorio 24 ore su 24?
No. La metà del tempo (12 ore al giorno) sarebbe già molto. I forni crematori devono essere puliti bene e con regolarità quando vengono usati continuativamente.
46) Quanta cenere lascia un corpo umano che è stato cremato?
Dopo che le ossa sono state ridotte in polvere,le ceneri possono essere contenute in una scatola da scarpe.
47) Se sei milioni di persone sono state cremate dai nazisti, che ne è stato delle ceneri?
Questo non si sa. Sei milioni di cadaveri avrebbero prodotto tonnellate di ceneri. Ma non si sono trovati depositi abbastanza grandi da poter contenere una tale quantità di ceneri.
48) Le foto di Auschwitz scattate dagli Alleati durante la guerra (quindi nel periodo durante il quale si presume che le "camere a gas" funzionassero a tempo pieno) rivelano l'esistenza di camere a gas?
No. Infatti, queste fotografie non rivelano la minima traccia dell'enorme quantità di fumo che, pare, ricopriva costantemente il campo.Non mostrano nemmeno le "fosse a cielo aperto" nelle quali si dice che i cadaveri venivano bruciati.
49) Qual era lo scopo principale delle "Leggi di Norimberga", promulgate in Germania nel 1935?
Le "Leggi di Norimberga", così come quelle in vigore attualmente in Israele, impedivano matrimoni misti e rapporti sessuali tra tedeschi ed ebrei.
50) Sono mai state promulgate in America delle leggi simili a quelle di Norimberga?
Molto tempo prima della promulgazione delle "Leggi di Norimberga", in molti stati degli U.S.A. erano state adottate leggi che proibivano matrimoni e rapporti sessuali tra razze diverse.
51) Quale è stata la posizione della Croce Rossa Internazionale nei confronti dell' "Olocausto"?
Un rapporto sull'ispezione condotta ad Auschwitz nel settembre 1944 da un delegato della Croce Rossa Internazionale,segnala che agli internati era permesso ricevere pacchi dall'esterno e che non era stato possibile avere conferma dell'esistenza delle camere a gas.
52) Quale è stato il ruolo del Vaticano nel periodo in cui si dice che siano stati sterminati i sei milioni di ebrei?
Se ci fosse stato un piano di sterminio,il Vaticano ne sarebbe venuto senz'altro a conoscenza e avrebbe preso una posizione in merito. Il Vaticano non potè sollevare proteste semplicemente perché non esisteva nessun piano di sterminio.
53) Che cosa prova che Hitler sapeva che era in corso lo sterminio degli ebrei?
Niente.
54) I nazisti hanno collaborato con i sionisti?
Si.Sia i nazisti che i sionisti avevano interesse ad allontanare gli ebrei dall'Europa,quindi mantennero relazioni amichevoli durante tutto il periodo della guerra.
55) Che cosa ha causato la morte di Anna Frank soltanto qualche settimana prima della fine della guerra?
Il tifo.
56) Il "Diario di Anna Frank" è autentico?
No: lo scrittore ebreo svedese Ditlieb Felderer e il professore francese Robert Faurisson hanno raccolto prove che dimostrano in modo inequivocabile che il celebre "Diario" non è che un falso.
57) Cosa pensare delle innumerevoli fotografie e dei filmati girati nei lager (campi) nazisti.che mostrano cataste di cadaveri emaciati? Sono fotomontaggi?
Indubbiamente non è difficile truccare delle fotografie.Ma è di gran lunga più semplice aggiungere una didascalia ad una foto o un commento tendenzioso a un filmato che dicano il falso riguardo a quello che la foto o il filmato mostrano effettivamente.Per esempio:un mucchio di cadaveri emaciati significa necessariamente che si tratta di persone che sono state "gasate" o lasciate deliberatamente morire di fame? O significa,invece,che sono state vittime di una epidemia di tifo,o che sono morte per mancanza di cibo nei lager verso la fine della guerra?Fotografie di mucchi di cadaveri di donne e bambini tedeschi morti sotto i bombardamenti "alleati" sono state fatte passare per foto di ebrei "vittime dell'Olocausto" .
58) Chi coniò la parola "genocidio"?
Lo scrittore ebreo polacco Raphael Lemkin, in un libro pubblicato nel 1944.
59) I film-TV "Olocausto" e "Venti di guerra" sono film storici?
No: nessuno di questi due sceneggiati ha la pretesa di essere rigorosamente storico.Si tratta di film che si basano,più o meno,su eventi storici realmente accaduti. Disgraziatamente, troppi spettatori li hanno presi per resoconti fedeli di fatti realmente svoltisi.
60) Quanti libri che contestano alcuni aspetti della versione ufficiale dell'"Olocausto" sono stati finora pubblicati?
Circa 60. Altri sono in corso di pubblicazione.
61) Cosa è successo quando un Istituto di Ricerche Storiche ha offerto 50.000 dollari a chiunque fosse in grado di provare che gli ebrei erano stati gasati ad Auschwitz?
Nessuno è stato in grado di portare delle prove tali da meritare la ricompensa promessa. Tuttavia,l'Istituto è stato querelato per 17 milioni di dollari da un cosiddetto "sopravvissuto all'Olocausto", il quale ha affermato che questa offerta di una ricompensa gli ha fatto perdere il sonno, ha pregiudicato i suoi affari e che comunque rappresenta una "ingiuriosa negazione di fatti stabiliti".
62) E' vera l'affermazione secondo la quale chi dubita dell' "Olocausto" è un antisemita o un neonazista?
Si tratta di una vera e propria calunnia,avente lo scopo di sviare l'attenzione dai fatti reali.Tra coloro che dubitano della veridicità delle asserzioni sull'"Olocausto" ci sono democratici, cristiani e non cristiani, socialisti ed altri.Non c'è nessuna relazione tra il rifiuto dell' "Olocausto" e l'antisemitismo o il neonazismo. Difatti, un numero sempre maggiore di storici revisionisti ebrei riconosce apertamente che non ci sono prove per stabilire con certezza che l'"Olocausto" ha avuto luogo.
63) Che cosa è capitato agli storici che hanno messo in dubbio la veridicità dell' "Olocausto"?
Sono stati vittime di campagne diffamatorie; hanno perso il loro posto di lavoro nelle scuole o nelle università e si sono visti sospendere il diritto alla pensione. Le loro proprietà sono state oggetto di vandalismi e le loro persone di minacce e violenze fisiche.
64) L'Istituto di Ricerche Storiche (Institute for Historical Review ) è stato vittima di rappresaglie a causa dei suoi sforzi per salvaguardare il diritto alla libertà di parola e alla libertà accademica?
Per tre volte questo Istituto è stato vittima di attentati dinamitardi;per due volte è stato circondato da un cordone di manifestanti che ne impedivano l'accesso.In questa occasione vi fu una manifestazione di dimostranti del gruppo estremista "Lega per la Difesa Ebraica" (Jewish Defense League) che sventolavano la bandiera israeliana proferendo insulti e minacce di morte. Il 4 luglio 1984 gli uffici e gli archivi dell'Istituto sono stati completamente distrutti da un incendio doloso.
65) Perché viene data così poca pubblicità alle vostre opinioni?
Perché, per ragioni politiche,il sistema non permette la minima discussione approfondita sui fatti che riguardano il "mito dell'Olocausto ebraico".
66) Dove posso procurarmi altre informazioni riguardanti "l'altra versione" della storia dell' "Olocausto",così come anche riguardo alle cause e allo svolgimento della Seconda Guerra Mondiale?
L'Istituto di ricerche, il cui indirizzo è quello in alto nel titolo offre una grande varietà di opere, audio e videocassette, che trattano importanti problemi storici.
da www.kommandofascista.cjb.net
A nome dell'AESPI trasmetto il testo di questa lettera aperta, di cui siamo venuti a conoscenza e della quale condividiamo i contenuti.
Luca Lattanzi, Segretario Nazionale dell'AESPI
Le "amnesie" della Storia
Lettera aperta
alla Prof.ssa Pervinca Giulietta Paccini
Preside delle Scuole Pubbliche di Milano 2 e Redecesio;
a tutti i Docenti;
al Signor Sindaco Dr. Bruno Colle
e agli Assessori del Consiglio Comunale di Segrate
Gli italiani hanno preso coscienza che l'Olocausto sia stata una delle grandi tragedie del XX° Secolo. Per oscuri giochi di potere e convenienze politiche, altre tragedie consumatesi nel dopoguerra sono invece cadute nell'oblio e nell'indifferenza. Con quasi sessant'anni di ritardo l'opinione pubblica incomincia solo oggi a sentir parlare degli eccidi delle foibe e della pulizia etnica messa in atto dagli slavi di Tito ai danni della popolazione giuliano-dalmata, autoctona da secoli sulla loro terra. La barbarie titina fu programmata e attuata scientificamente con lo scopo di balcanizzare la frontiera orientale italiana, prima latina, poi bizantina e veneta per oltre due millenni. Quei tristi eventi si sono conclusi con un esodo di massa, poiché gli italiani dell'Istria di Fiume e della Dalmazia dovettero subire, senza che nessuno muovesse un dito in loro difesa, la violenza slava. Il diktat imposto dai vinc itori costrinse la popolazione ad abbandonare la loro terra per non sottostare alla schiavitù di un regime totalitario che imponeva un'altra lingua, cancellava i diritti umani e decretava l'ateismo di stato. La maggior parte degli esuli furono accolti in Patria con ostilità da connazionali male informati, ma soprattutto non preparati a ricevere un'ondata di profughi di proporzione biblica: un esercito di disperati che per sopravvivere alle soperchierie della storia dovette sperdersi in tutto il mondo. Con il suo sacrificio la gente giulia ha pagato di tasca propria il debito di guerra per la sconfitta degli italiani.
Ma, mentre l'Olocausto ha sempre avuto l'onore del ricordo, com'era giusto che fosse, le Foibe e l'Esodo sono state dimenticate con colpevoli silenzi.
Un istriano ignoto ha scritto: "...le candele per noi accese si stanno spegnendo ad una ad una. La notte volge al termine, né ci sarà l'alba. Un giorno, forse, si parlerà di un popolo che per vivere libero andò a morire lontano; lontano dal proprio mare e dalla propria terra, che vista dall'alto sembra un cuore insanguinato".
A quasi sessant'anni dalla fine del conflitto e dell'esodo, gli istriani, i fiumani e i dalmati chiedono il diritto di entrare nella Storia ufficiale del nostro Paese e di essere ricordati il 10 febbraio. Data in cui, nel 1947 firmando a Parigi il Trattato di Pace, l'Italia cedette alla Jugoslavia di Tito parte della Venezia Giulia e della Dalmazia. A coloro che lì erano nati e vissuti per generazioni fu chiesto di optare se diventare jugoslavi e rimanere sulla propria terra o continuare a essere italiani e lasciarla per sempre.
Oltre 350.000 persone intrapresero la via dell'esilio come un scelta di libertà.
Noi, Barbara Tarticchio Narri e Simona Tarticchio Mottola, con l'orgoglio di figlie, sentiamo il dovere di onorare nostro padre Piero Tarticchio (pittore e scrittore, esule da Pola) l'uomo che ci ha insegnato i veri valori della vita, nonostante le sofferenze da lui patite per la perdita di suo padre, nostro nonno Lodovico, il quale dovette subire il martirio della foiba unicamente perché era italiano; chiediamo, a nome delle centinaia di migliaia di esuli dimenticati, che anche le scuole di Segrate, alle quali abbiamo affidato la formazione culturale dei nostri figli, rendano onore ai Martiri delle Foibe e ricordino il 10 febbraio quale Giornata della Memor ia dell'Esodo degli istriani, fiumani e dalmati. Chiediamo inoltre un momento di riflessione, in attesa che quella pagina di Storia tenuta nascosta per oltre mezzo secolo -quasi fosse una vergogna nazionale- possa essere riscritta nella sua drammatica verità e fatta conoscere a tutti gli italiani.
Con stima.
Barbara Tarticchio Narri, madre di Alessandro Narri alunno della Ia classe nella Scuola Media di Redecesio e di Francesca Narri alunna presso la Scuola Materna di Redecesio; Simona Tarticchio Mottola, madre di Martina Mottola alunna della Ia classe nella Scuola Media di Milano 2.
Segrate, 4 febbraio 2003
Da: "Centro Studi La Runa" <centrostudilaruna@libero.it>
Data: martedì 10 febbraio 2004 22.17
Circolare n.° 109
Runa - Raido - Ernst e Friedrich Georg Jünger - Réflechir & Agir - Franck
Tavernier
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Come preannunciato nello scorso numero della newsletter, negli scorsi giorni è stato riattivato il sito del Centro Studi La Runa, pubblicato all'indirizzo http://www.centrostudilaruna.it
D'ora innanzi, sarà fatto oggetto di costante aggiornamento, come già avveniva nella precedente versione.
Esso contiene tutto il materiale già presente al vecchio indirizzo, più alcune novità. Il trasferimento ha causato una serie di disfunzioni, quasi tutte rettificate.
Saremo grati a chi ci vorrà segnalare eventuali problemi riscontrati nella
consultazione o inviare nuovo materiale per la pubblicazione.
In particolare ringraziamo tutti coloro che gestiscono siti internet se vorranno inserire un collegamento al nuovo indirizzo del nostro sito, eventualmente correggendo il precedente.
* * *
Dalla newsletter dell'associazione culturale Raido apprendiamo delle seguenti tre interessanti manifestazioni:
Sabato 14 Febbraio 2004 - ore 17.30
Presentazione editoriale Fascisti Immaginari - "tutto quello che c'è da
sapere sulla Destra"
incontro con gli autori Luciano Lanna e Filippo Rossi
Sabato 20 Marzo 2004 - ore 17.30
L'educazione spartana
La Costituzione di Licurgo attraverso gli occhi di un ateniese: Senofonte.
Incontro con il Prof. Nello Gatta
Sabato 17 Aprile 2004 - ore 17.30
Mito e Simbolo del significato di Roma
Incontro con il Prof. Ernesto Roli
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Riceviamo da Ugo di Felice e comunichiamo:
Associazione Amici dei fratelli Ernst e Friedrich Georg Jünger
[Freundeskreis der Brüder Ernst und Friedrich Georg Jünger e. V.]
Invito di iscrizione all'Associazione
Il 24 ottobre 1998 amici ed appassionati dei due autori hanno fondato a
Wilflingen l'Associazione Amici dei fratelli Ernst e Friedrich Georg Jünger
[Freundeskreis der Brüder Ernst und Friedrich Georg Jünger e. V.]. Sede dell
'Associazione è la vecchia abitazione dell'ispettore forestale, dimora per
lunghi anni di Ernst Jünger e trasformata in museo da parte della Fondazione
Ernst Jünger.
L'Associazione Amici dei fratelli Ernst e Friedrich Georg Jünger costituisce
un'unione di persone, in Germania e all'estero, che si sentono vicendevolmente legate da un rispettoso ricordo ed interesse nei confronti di Ernst e Friedrich Georg Jünger e delle loro opere. Essa si propone l'approfondimento dei loro scritti e delle loro idee, promuovendo sia l'incontro di lettori, interpreti, artisti, ricercatori ed appassionati nella Casa-Museo Ernst Jünger, trasformata in fondazione dalla Cassa di Risparmio distrettuale di Biberach, sia facendo conoscere ad un pubblico il più amplio possibile il valore dell'opera di Ernst e Friedrich Georg Jünger grazie a convegni su argomenti letterari, artistici e di scienze naturali.
L'Associazione è stata riconosciuta quale associazione senza fini di lucro dall'Ufficio delle Imposte di Riedlingen in data 30/11/1998.
Per questa ragione eventuali donazioni sono deducibili a livello fiscale.
Dell'organo direttivo fanno parte:
Il Presidente: Franz Schenk von Stauffenberg
Il Vicepresidente: Georg Knapp, preside di scuola secondaria superiore
Il Tesoriere: Christopher Selg, perito tecnico ed architetto
Freundeskreis der Brüder Ernst und Friedrich Georg Jünger, Postfach 1208,
D - 88492 Riedlingen, Deutschland
L'indirizzo del museo è il seguente:
Casa-Museo Ernst et Friedrich Georg Jünger
Stauffenbergstrasse 11
D - 88515 Wilflingen
Tel. 075 761333 fax: 073 761540
Apertura dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 11 o su appuntamento
www.juenger-haus.de
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Riceviamo e comunichiamo (ancora da Ugo di Felice):
E' uscito il numero invernale della rivista francese "Réflechir & Agir",
quadrimestrale di disintossicazione ideologica.
Dal sommario.
- editoriale
- eredità: l'imperatore Giuliano
- dossier: liberiamoci dalle colonie
- intervista con Jean Raspail
- riflessioni: Codreanu l'arcangelo folgorato
- spiritualità: il significato del solstizio d'inverno
- filosofia: Cioran tra ironia e nichilismo
- libri: La torche et le glaive di Jean Mabire
- musica: Richard Wagner, una mistica della rivoluzione
- musica: il Black Metal
- pittura: Franz von stuck
le consuete rubriche di recensioni bibliografiche e musicali.
Abbonamento annuale 20 euro da inviare a:
Réfléchir & Agir - CREA
BP 227
F - 31004 Toulouse Cedex 6
E-mail: reflechiretagir@yahoo.com
http://reflechiretagir.chez.tiscali.fr
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Da: "informazioni" <liste@gawab.com>
Data: domenica 29 febbraio 2004 15.40
Milizie Ebraiche:
Quindici anni (e piu')
di Terrorismo in Francia
Una denuncia apparsa in Francia (giugno 1995)
sotto la responsabilità del prof. R. Faurisson
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Il mensile Le Choc du mois pubblicava, nel suo fascicolo del giugno 1991, uno studio intitolato: «Milizie ebraiche - Quindici anni di terrorismo», del seguente tenore: «Gruppo ebraico d'azione, Organizzazione ebraica di combattimento, Organizzazione ebraica di difesa Attivisti ebrei, sotto queste diverse sigle, da quindici anni non cessano di seminare il terrore nella più completa impunità. Provocazioni che non hanno altro fine che quello di provocare rappresaglie. Come se qualcuno volesse che la comunità ebraica si debba sentire minacciata».
Lo studio passa in rassegna, dal 19 giugno 1976 al 20 aprile 1991, cinquanta casi di aggressioni fisiche commesse da gruppi di ebrei organizzati. Non sono dunque menzionate le aggressioni fisiche, comunque assai rare, commesse da singoli ebrei.
Nei cinquanta casi passati in rassegna da Le Choc du mois, le vittime si contano a centinaia. Si sono riscontrati: omicidi, ferimenti seguiti da coma profondo, infermità permanenti, così come gravi postumi per ustioni da vetriolo, «compimento d'atti di barbarie», perdite di occhi, pestaggi in piena regola in presenza di guardie o agenti di polizia che si sono rifiutati d'intervenire, numerosi ricoveri ospedalieri, numerosi agguati -- di cui almeno uno con la complicità degli organi di stampa (il caso del quotidiano Libération). Queste aggressioni sono state per lo più taciute dai media o brevemente annotate. Alcune sono state approvate da pubblicazioni o da organizzazioni ebraiche che, in generale, dopo vaghe frasi di condanna, davano ad intendere che le vittime avevano meritato la loro sorte, che è «naturale e normale» e che non ci si deve attendere, per l'avvenire, nessuna indulgenza se mai di nuovo si suscitasse la «collera» degli ebrei.
Degno di nota è il fatto che, in compenso, non un solo ebreo è stato vittima di un solo attacco da parte di un solo gruppo cosiddetto «d'estrema destra» o «revisionista» (poiché, dopo tutto, la stampa ha fatto tutt'uno tra «revisionismo» ed «estrema destra», mentre il revisionismo storico è, in realtà, un fenomeno che interessa tutti i gruppi di pensiero, dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per tutti i partiti, escluso quello comunista, senza contare gli apolitici (Paul Rassinier, fondatore del revisionismo storico in Francia, era socialista).
Tra gli attacchi e le aggressioni compiute da milizie od organizzazioni ebraiche, ci limiteremo a citare quelle di cui sono stati vittima, di volta in volta, François Duprat, un convegno del GRECE, Marc Fredriksen, Charles Bousquet, ancora Marc Fredriksen, Michel Caignet, Pierre Sidos, Olivier Mathieu, Pierre Guillaume, gli «Amici di Saint-Loup» e Robert Faurisson. Si potrebbero citare molti altri casi, dal 1976 (quando, il 2 novembre, lo stabile in cui abitava JeanMarie Le Pen fu interamente distrutto dopo essere stato lesionato su cinque piani da un attentato dinamitardo rivendicato da un «Gruppo della memoria ebraica») fino al 1991 (quando, il 2 aprile, Fabrice Benichou, strillone di un giornale di Jean-Edern Hallier, morì nella sua casa dopo essere stato brutalmente pestato nel quartiere ebraico del Sentier a Parigi).
François Duprat
Membro della direzione del Fronte Nazionale, autore e diffusore di scritti revisionisti, F.è stato ucciso il 18 marzo 1978 nella sua auto dall'esplosione di un sofisticato ordigno. Sua moglie è rimasta gravemente ferita. L'attentato è stato rivendicato da un «Commando della Memoria». Patrice Chairoff aveva pubblicato, nel Dossier neo-nazismo (Ramsay, 1977), d'accordo con Serge e Beate Klarsfeld, il nome e l'indirizzo di F.insieme a quello di numerose altre persone sospettate di fascismo, neo-nazismo o revisionismo (Le Monde, 23 marzo 1978, p. 26 aprile 1978, p.-9).
Nel Le Droit de vivre, organo della Lega contro il razzismo e l'antisemitismo (LICA, divenuta in seguito LICRA), Jean Pierre-Bloch, direttore di quest'organo e di questa pubblicazione, commenta l'assassinio di F.senza neanche un accenno alla sorte della signora Duprat. Il suo commento riflette una mentalità cabalistica: J.-Pierre-Bloch finge di condannare un crimine «inqualificabile» ma, per lui, questo crimine è dovuto al fatto che -- a sentir lui -- fra il 1977 e il 1978 in Francia si sarebbe instaurato un clima di «anarchia» e il «regno dei regolamenti di conti politici»; inoltre, in quegli stessi anni «appelli criminali vengono lanciati contro gli immigrati, gli ebrei o gli zingari». Si sarà notato che J.-Pierre-Bloch mette qui a confronto delle incontestabili azioni criminali con degli «appelli criminali» di cui non indica né il tenore, né le reali conseguenze. Ancor più rivelatore è il seguente passaggio della sua dichiarazione: «si, è vero: noi siamo pronti a batterci e a morire per permettere ai nostri avversari di dire ciò che pensano in tutta libertà, a meno che non facciano apologia di reato o non alimentino l'odio razziale». Collocate nel contesto di un preciso assassinio, queste parole costituiscono un avvertimento verso coloro che potrebbero risultare sgraditi agli ebrei seguendo l'esempio di F. (Le Monde, 7/8 maggio 1978).
D'altronde, qualche mese più tardi, J.-Pierre-Bloch, descrivendo il professor Faurisson come un emulo di Louis Darquier de Pellepoix, già commissario generale agli Affari ebraici nel Governo di Vichy, annunciava: «Darquier sarà estradato. Coloro che ricalcano le sue orme non vivranno a lungo. Presto o tardi troveranno gli antirazzisti sulla loro strada» (Le Droit de vivre, dicembre 1978, p.-23). La LICRA è stata fondata nel 1927 da Bernard Lecache, con il nome di «Lega contro i pogrom», per difendere un ebreo russo che, l'anno precedente, aveva assassinato a Parigi il generale ucraino Simon Petlioura. Il baccano fatto in favore dell'assassino condurrà alla sua assoluzione; lo stesso genere di baccano doveva più tardi condurre ad altre assoluzioni di assassini (per esempio, il 5 maggio 1976, l'assoluzione dell'assassino Pierre Goldman).
In una cronaca di Le Monde il giornalista Pierre Viansson-Ponté s'abbandonerà ad una operazione puramente delatoria nei confronti di un opuscolo revisionista inglese che era stato diffuso in Francia da F. in questa cronaca non faceva alcun riferimento all'assassinio di F. («Le mensonge - seguito», Le Monde, 3/4 settembre 1978, p.-9).
Un convegno del GRECE
Il 9 dicembre 1979, il XIV convegno nazionale del GRECE (Gruppo studi e ricerche sulla civilizzazione europea) viene attaccato da un centinaio di individui muniti di caschi che saccheggiano gli stands dei libri. Questi individui sfoggiavano degli strisconi con il nome dell' «Organizzazione ebraica di difesa» (OJD); una quindicina di partecipanti rimangono feriti, uno di loro perderà un occhio. Diversi assalitori sono arrestati dalla polizia, ma la sera stessa vengono rilasciati per l'intervento di Jean-Pierre Pierre Bloch, figlio di J.-Pierre-Bloch e amico di Jacques Chirac. Jean-Pierre Pierre-Bloch è stato, e sarà in seguito, implicato in altre aggressioni o in altri interventi in favore di identici aggressori.
Marc Fredriksen
Il 19 settembre 1980, un commando dell' «Organizzazione ebraica di difesa» (OJD) attacca al Palazzo di giustizia di Parigi simpatizzanti di Marc Fredriksen, responsabile della FANE (Federazione d'azione nazionalista ed europea). Si contano sei feriti, di cui due gravi. In questa come in tutte le altre circostanze identiche, le guardie del Palazzo di giustizia, pur incaricate di mantenere l'ordine, in pratica lasciano agire le milizie ebraiche più o meno liberamente. Quanto a Jean Pierre-Bloch, questi dichiarerà: «La legge del taglione potrebbe tornare [] Se uno solo dei nostri viene toccato, noi applicheremo la formula "occhio per occhio, dente per dente" [] Se bisogna organizzarsi militarmente, lo faremo» (Le Monde, 1 ottobre 1980). La formula «Se uno solo dei nostri viene toccato» significa che nei fatti mai un solo ebreo è stato toccato. Ciò che era vero nel 1980 lo resta nel 1995. Nel quadro della loro lotta contro i nazionalisti o i revisionisti, gli ebrei toccano, feriscono o uccidono ma non sono né toccati, né feriti, né uccisi; se ciò fosse accaduto, i media di tutto il mondo avrebbero pubblicato con tutta evidenza le didascalie delle fotografie (non sospette) che avrebbero attestato lo stato delle vittime: ebrei accecati, con la faccia sfigurata dal vetriolo, in coma, dilaniati, ospedalizzati, portati all'obitorio, etc. Qualcuno riesce a immaginare come e quanto sarebbero stati sfruttati questi orrori nei cinque continenti?
Charles Bousquet
Marc Fredriksen
Il 3 ottobre 1980, a Parigi, un attentato contro la sinagoga di rue Copernic causa quattro morti e ventisette feriti. I quattro morti sono semplici passanti; tra questi si trova un' israeliana la cui presenza non è mai stata chiarita. Il giorno stesso, Christian Bonnet, ministro degli Interni, riceve informazioni che gli permettono di identificare nella circostanza un attentato palestinese, ma, sotto la pressione delle organizzazioni ebraiche e d'intesa con la grande stampa, lascia credere ad un'azione dell'estrema destra. Si saprà poi che l'attentato è stato effettivamente compiuto da un palestinese venuto da Cipro. La sera stessa dell'attentato, i locali della FANE sono devastati e la Librairie française, in rue de l'AbbéGrégoire, è fatta oggetto di un nuovo tentativo d'incendio. Questa libreria, di proprietà di Jean-Gilles Malliarakis, subirà in pochi anni più di dieci attacchi o attentati. La sede dell'_uvre française di Pierre Sidos viene mitragliata. Scene di linciaggio si svolgono a Parigi dove gruppi di manifestanti ebrei se la prendono con giovani passanti isolati, purché alti, biondi e con i capelli corti (Le Monde, 9 ottobre 1980, p.-12).
Il 7 ottobre, a Neuilly, Charles Bousquet, 84 anni, è attaccato e vetrioleggiato in casa sua da un gruppo di sconosciuti che lo avevano verosimilmente confuso con il militante nazionalista Pierre Bousquet (fra i due non esiste alcun rapporto). Dovrà essere ricoverato per un mese all'ospedale Foch nel reparto grandi ustionati, e riporterà postumi delle ferite. Bousquet rinuncia a sporgere denuncia perché suo figlio Pierre, professore di Storia all'Università Paris-IV, gli chiede di farlo «a causa degli israeliti»: «Quelli che l'hanno fatto sono a Gerusalemme o a Tel-Aviv. Sarà tutto inutile. Voglio dimenticare» (intervista concessa a R.il 2 maggio 1984).
Il 12 ottobre 1980, Marc Fredriksen viene pestato e ricoverato, in gravi condizioni, all'ospedale di Rambouillet. In sua assenza il suo appartamento viene devastato. In terapia a Berk-sur-Mer per fratture multiple, rischia di subire una nuova aggressione: tre giovani si presentano e domandano di vederlo; la loro descrizione corrisponde a quella del gruppo Aziza che, pochi mesi dopo, colpirà col vetriolo un ragazzo di 26 anni, Michel Caignet (vedere sotto).
Il 20 ottobre, lo scrittore André Figueras è attaccato nella sua casa.
Michel Caignet
Il 29 gennaio 1981 lo studente Michel (Miguel) Caignet, 26 anni, che sta preparando un dottorato di linguistica anglo-tedesca, lascia la sua abitazione di Courbevoie per recarsi all'Università quando quattro individui lo affrontano, lo gettano a terra e lo immobilizzano: uno gli cosparge di vetriolo il volto e la mano destra.
M.era stato nel FANE ed era revisionista. Era stato denunciato dal settimanale VSD. In seguito all'azione devastante del vetriolo il suo volto è diventato così orribile che soltanto due giornali hanno osato pubblicarne la fotografia. L'autore principale dell'aggressione, Yves Aziza, studente di medicina, figlio di Charles Aziza (aiuto farmacista a Montreuil), è stato individuato dalla polizia subito dopo l'attentato, ma la polizia e la giustizia francesi, in condizioni scandalose delle quali sono conosciuti anche i dettagli, hanno lasciato a Y.tutto il tempo di fuggire verso la Germania e di qui verso Israele. Al ministero della Giustizia, un certo Main, appartenente alla direzione degli Affari criminali (direttore Raoul Béteille), glissa con tono sarcastico su tutte le domande relative al notevole ritardo (quattordici giorni) nell'apertura di un'inchiesta giudiziaria. Fra i corrispondenti di Y.-Aziza, si scopre il nome di Daniel Ziskind, figlio di Michèle Ziskind, sorella di Jean-Pierre Pierre-Bloch, lui stesso figlio di Jean Pierre-Bloch.
Pierre Sidos
Il 18 settembre 1981, duecento membri dell" «Organizzazione ebraica di combattimento» (OJC) dettano legge al Palazzo di giustizia di Parigi dove si tiene il processo per diffamazione intentato da Pierre Sidos, presidente dell'_uvre française, contro Jean Pierre-Bloch. Gli ebrei, come al solito, si dedicano al pestaggio di diversi spettatori.
Il 25 novembre, i locali della libreria Etudes et documentations sono incendiati da un commando.
L'8 maggio 1988, in piazza Saint-Augustin a Parigi, commandos della OJC attaccano a sprangate i militanti dell'_uvre française che partecipano al tradizionale corteo in onore di Giovanna d'Arco; fanno una quindicina di feriti, di cui due molto gravi. Quattro aggrediti devono essere ricoverati in ospedale; un settantenne rimarrà in coma per diverse settimane. Dieci membri dell'OJC sono interrogati dalla polizia. La sera stessa, Jean-Pierre Pierre-Bloch interviene in loro favore presso la polizia giudiziaria. Alcuni procedimenti penali sono intentati nei confronti di qualche aggressore: vengono abbandonati con la seguente motivazione del giudice istruttore: «Istruttoria inopportuna». Altri aggressori sono processati non senza che pressioni venute dal più alto livello politico siano state esercitate sulla Procura della Repubblica. In totale, solo tre aggressori saranno giudicati e condannati a due anni di prigione con il beneficio della condizionale!
Olivier Mathieu
Il 6 febbraio 1990, milioni di telespettatori hanno potuto assistere all'aggressione commessa sulla persona di Olivier Mathieu durante una trasmissione condotta da Christophe Dechavanne. Jean-Pierre Pierre-Bloch è in platea con un gruppo di militanti dell'OJC. Mathieu ha giusto il tempo di gettare un grido: «Faurisson ha ragione!». Una decina di energumeni lo picchiano insieme alla sua fidanzata e a Marc Botrel. E` presente un esponente di spicco delle milizie ebraiche: Moshe Cohen, vecchio tenente dell'esercito israeliano, all'epoca responsabile del Tagar, vale a dire l'organizzazione studentesca del Betar (59, boulevard de Strasbourg, Paris Xème). Le aggressioni continuano fuori della platea e fin nella strada. Uno degli aggressori sarà interrogato dalla polizia e rilasciato qualche ora più tardi per l'intervento di JeanPierre Pierre-Bloch.
Pierre Guillaume
Pierre Guillaume, di estrema sinistra, è il responsabile della casa editrice La Vieille Taupe, che ha pubblicato opere revisioniste di svariati autori e, in particolare, del professor Faurisson. Guillaume è stato vittima di numerose aggressioni, sia contro la sua persona -- alla Sorbona, nella sua libreria di rue d'Ulm, al Palazzo di giustizia di Parigi (dove gli agenti in servizio non sono intervenuti) -- sia contro i suoi beni (depositi di libri, materiale video e librario). Nel 1991, gruppi di manifestanti, principalmente ebrei, hanno regolarmente assediato la sua libreria in rue d'Ulm ed hanno finito per ottenerne la chiusura nel 1992 dopo numerose violenze (rottura di vetrine, imbrattamento dei locali, tentativi d'incendio, intimidazioni fisiche ed altro).
Gli «Amici di Saint-Loup»
Il 20 aprile 1991, alla «Maison des Mines», a Parigi, una cinquantina di individui definitisi appartenenti al Gruppo d'azione ebraica (GAJ), armati di spranghe di ferro e di mazze da baseball, attaccano in occasione di un incontro organizzato in onore dello scrittore Saint-Loup (Marc Augier). Si contano tredici feriti, in maggior parte persone anziane, di cui due gravi. Juliette Cavalié, 67 anni, trasportata all'ospedale Beaujon, rimarrà in coma per circa tre mesi; dopo aver ripreso conoscenza, sarà condannata per il resto dei suoi giorni a non poter più mangiare da sola, né a camminare. Il giornalista Alain Léauthier, di Libération, parente del deputato socialista e massimalista ebreo Julien Dray, ha assistito, passo dopo passo, ai preparativi e alla perpetrazione dell'attacco. Ne fornisce un rendiconto ironico e soddisfatto («Un commando sionista si invita a un meeting neonazista», Libération, 22 aprile 1991, p.-28).
Robert Faurisson
Il professor Faurisson è stato vittima di dieci aggressioni fisiche tra il 20 novembre 1978 e il 31 maggio 1993 (due a Lione, due a Vichy, due a Stoccolma e quattro a Parigi). Sette di queste aggressioni sono dovute ad organizzazioni o a milizie ebraiche francesi (due a Lione, una a Vichy, una a Stoccolma da parte di ebrei francesi venuti in aereo da Parigi ed unitisi a ebrei svedesi, una alla Sorbona ed una al Palazzo di giustizia di Parigi).
La prima di queste sette aggressioni ha avuto luogo il 20 novembre 1978: è stata annunciata su Libération-Lyon dal giornalista ebreo Bernard Schalscha, che ha indicato il giorno, il luogo e l'ora del corso tenuto dal professore. Membri dell'Unione degli studenti ebrei venuti in treno da Parigi, in prima classe, attaccano il professore all'Università; il dottor Marc Aron, cardiologo, presidente del comitato di coordinamento delle istituzioni e delle organizzazioni ebraiche di Lione, è presente sulla scena.
La seconda aggressione ha avuto luogo quando il professore, qualche settimana più tardi, ha tentato di riprendere i suoi corsi; quel giorno il dottor Marc Aron era di nuovo presente all'università.
Il 12 settembre 1987, alla Sorbona, membri di una milizia ebraica hanno attaccato Henry Chauveau (ferito gravemente), Michel Sergent, Pierre Guillaume e Freddy Storer (belga), nonché il professor Faurisson, ferendo tutti. Le guardie della Sorbona hanno arrestato uno degli aggressori, ma un responsabile della polizia, in borghese, ha fatto rilasciare l'aggressore ed ha espulso con violenza il professore dall'aula dell'università. Ricordiamo che R.aveva insegnato alla Sorbona.
Il 16 settembre 1989, R.è stato vittima di un'imboscata vicino a casa sua, in un parco di Vichy, da un gruppo di tre giovani: senza l'intervento di un passante, sarebbe stato finito a calci in testa. Ferito, ha dovuto subire una lunga operazione chirurgica; l'inchiesta della polizia giudiziaria confermerà che l'aggressione era imputabile a «giovani attivisti ebraici parigini». La sera dell'aggressione, R.aveva notato con sorpresa la presenza, in prossimità del parco, di un certo Nicolas Ullman (nato nel 1963); il 12 giugno 1987, quest'ultimo aveva violentemente colpito il professore allo Sporting-Club di Vichy. Alla polizia giudiziaria, N.-Ullman, interrogato sulle ragioni della sua presenza nei luoghi sopraddetti, forniva risposte vaghe e contraddittorie; inoltre, pretendeva di aver partecipato, lo stesso giorno dell'aggressione, ad un «ballo mascherato» che avrebbe avuto luogo a Parigi -- di qui l'evidente impossibilità per chiunque, se non per il suo amico e ospite, di confermarne per quel giorno la presenza a Parigi. Si deve notare che il giudice istruttore di Cusset (vicino Vichy), Jocelyne Rubantel, non ha mai convocato il professore per ascoltarlo: lo ha ricevuto nel suo ufficio come un criminale, solo per informarlo che avrebbe chiesto un non luogo a procedere, che infatti ha finito per ottenere. Non c'è stata alcuna perquisizione alla sede del Betar-Tagar a Parigi. Una tale perquisizione avrebbe provocato troppa «collera» nella comunità ebraica.
Il 16 ottobre 1989, giusto un mese dopo l'attentato di Vichy, una bomba esplode, devastandoli, davanti ai locali del periodico Le Choc du mois di Parigi. L'attentato è rivendicato dall'OJC e da gruppi di estrema sinistra. Eric Letty, che aveva dedicato un articolo al caso del professor Faurisson, sarebbe stato ucciso dalla bomba se non avesse, per miracolo, scoperto in tempo l'imminenza dell'esplosione.
Ci manca lo spazio per elencare qui tutte le altre aggressioni di cui il professore è stato bersaglio.
Altri casi
Si potrebbero citare molti altri casi di attacchi o di aggressioni in gruppo perpetrati da ebrei: bisognerebbe prendere in considerazione, oltre ai casi elencati nell'articolo di Le Choc du mois per gli anni 1976-1991, quelli non citati e, infine, quelli avvenuti dopo il 1992.
Ripetiamo: il totale delle vittime ammonta a diverse centinaia mentre, per contro, non un solo ebreo è mai stato bersaglio di attacchi fisici concertati.
Il 14 gennaio 1988, a Lione, il professor Jean-Claude Allard è stato ricoverato in ospedale dopo l'attacco di un gruppo rivendicato dall'OJC che gli aveva teso un'imboscata nel parcheggio dell'università di Lyon-III; nel giugno 1985, egli aveva presieduto la commissione esaminatrice della tesi del revisionista Henri Roques su «Le confessioni di Kurt Gerstein» (la discussione della quale è stata annullata, fatto senza precedenti negli annali dell'Università francese, sotto la pressione degli ebrei «in collera»).
Il 13 aprile 1994, durante l'interruzione di una seduta del processo agli «hooligans del Parco dei Principi» (di cui almeno uno appartenente alla comunità ebraica), miliziani ebrei armati si abbandonano a nuove violenze; tuttavia questi hooligans avevano fatto vittime tra la polizia e non tra degli ebrei. I miliziani si erano introdotti nel Palazzo di giustizia con armi e spranghe di ferro. «Dettaglio interessante: non è stata decisa alcuna inchiesta per chiarire questa vicenda ed il solo arresto compiuto è stato nei confronti di uno dei "militanti nazionalisti" aggrediti e che aveva osato difendersi» («Le milizie ebraiche dettano legge», Le Libre Journal, 27 aprile 1994, p. vedere anche «Il Betar detta legge al Palazzo di Giustizia», Rivarol, 22 aprile 1994, p.-5).
Il 28 aprile 1994, il tedesco Ludwig Watzal, invitato ufficiale dell'Università di Nanterre, è colpito da membri di organizzazioni ebraiche o di sinistra.
Numerosi sono i saccheggi di librerie: oltre ai casi di Bleu-Blanc-Rouge, di Ogmios, della Libreria francese, della Libreria della Vieille Taupe, si possono contare quelli della Libreria Gregori e della Joyeuse Garde (in quest'ultimo caso, rottura di vetrine, colla per bloccare la saracinesca, escrementi, etc.). Uffici, immobili, una chiesa (Saint-Nicolas-du-Chardonnet, a Parigi, il 21 dicembre 1978), alcune esposizioni, un deposito di libri -- sono stati tutti bersaglio di attentati rivendicati dalle organizzazioni ebraiche.
Il luogo più pericoloso di Francia:
il Palazzo di giustizia di Parigi e le sue vicinanze
La città più pericolosa, per le vittime designate di queste milizie, è Parigi. E, a Parigi, uno dei distretti più pericolosi è il primo distretto. Qui, il punto più pericoloso è il Palazzo di giustizia e le sue immediate vicinanze. Tuttavia questo luogo è sotto particolare sorveglianza di polizia perché il Palazzo ha un suo proprio «presidio» dotato di centinaia di guardie armate, dal momento che di fianco al Palazzo si trova il «Quai des Orfèvres», sede della polizia giudiziaria. Ma proprio guardie e polizia, durante questi ultimi anni, lasciano che vengano perpetrate numerose violenze, in particolare contro i revisionisti convocati in tribunale o venuti ad assistere ai processi.
Quando una milizia ebraica decide di fare irruzione al Palazzo, lo scenario è invariabilmente il seguente: i sicari, il cui comportamento ne tradisce le bellicose intenzioni, non sono in alcun modo tenuti lontani dalle guardie dalle vittime designate; nessun ufficiale delle guardie tenta di prendere contatto con i capi di queste squadre d'assalto per notificargli che nessuna violenza sarà tollerata; si lascia che gli assalitori insultino, provochino e poi colpiscano; alcune guardie si sforzano di proteggere le vittime; se un militante si segnala per qualche atto eclatante di violenza, tre guardie lo portano via precipitosamente, poi lo liberano; le vittime, sulle quali piovono i colpi, non possono far fermare i bruti, ne conoscere la loro identità. Una volta che la milizia ha fatto il suo lavoro e che si eclissa, le guardie si dirigono verso le vittime peste o sanguinanti e simulano un comportamento da tate in lacrime.
Il 9 maggio 1995, un processo al professor Faurisson si è svolto senza la presenza delle suddette milizie. Niente di sorprendente in questo, poiché l'avvocato Jean-Serge Lorach, rappresentante delle associazioni delle parti civili, dichiarava nella sua arringa di aver chiesto ai «sopravvissuti» (e ai giornalisti) di non venire ad assistere al processo. Ma, nei fatti, il responsabile del Betar-Tagar, Moshe Cohen in persona, era presente con qualche complice davanti alla XVII camera correzionale. Poi, all'uscita del Palazzo di giustizia, sorvegliava con altri quattro uomini, di cui uno munito di telefonino, il professor Faurisson, il suo avvocato e le persone che li accompagnavano. Questa squadra aveva a disposizione un'auto «civetta» (una R19 targata 356 JEK 75) accostata sul marciapiede della grande cancellata del Palazzo (in posizione di partenza). Moshe Cohen, l'uomo di tutti i bassi traffici del Betar-Tagar, era dunque là con l'autorizzazione del commissario del primo distretto di Parigi, Robert Baujard, e con il consenso del colonnello Roger Renault, comandante delle guardie del Palazzo, le quali avevano per consegna di rispondere ai curiosi che quella vettura apparteneva «alla polizia».
Collusioni tra il ministero degli Interni e le milizie ebraiche
La signora Françoise Castro e suo marito, Laurent Fabius, sono entrambi ebrei. Nel 1986, all'epoca in cui L.era primo ministro di Francia, F.ha rivelato che il ministero degli Interni e le milizie ebraiche lavoravano in piena intesa. Ha dichiarato: «Straordinaria novità nel comportamento politico, la sinistra ha permesso a milizie ebraiche di installarsi in alcuni quartieri di Parigi, come anche di Tolosa, Marsiglia e Strasburgo [e di avere] contatti regolari con il ministero degli Interni» (Le Monde, 7 marzo 1986, p.-8).
Per una sorta di consenso generale sembra convenuto che in Francia gli ebrei debbano essere trattati come una minoranza privilegiata, di cui si deve perdonare la «collera» (questa parola ritorna in maniera tormentosa nella stampa). Le loro milizie sono le sole in Francia a beneficiare del diritto di essere armate (il 14 ottobre 1986 il giornale Libération pubblicava a p.la fotografia di un ebreo armato di una pistola mitragliatrice sul tetto di un immobile in rue de Nazareth). La polizia giudiziaria francese è paralizzata nelle sue inchieste sui crimini commessi da queste milizie («i giovani attivisti ebrei parigini», come si è arrivato pudicamente a definirli).
In Francia, queste milizie godono di una garanzia d'immunità almeno parziale. Il peggio che i suoi membri possano temere è di rimanere per qualche tempo in esilio in Germania o in Israele.
Gli apologeti della violenza ebraica
Simone Veil, già segretario generale del Consiglio superiore della magistratura ed ex ministro, rappresenta l'esempio stesso di quegli esponenti della comunità ebraica francese che incitano all'assassinio. Nel 1985 ha dichiarato a proposito di Klaus Barbie: «Guardate, molto sinceramente penso che non sarei stata scioccata da un'esecuzione sommaria [di Klaus Barbie]» (Le Monde, 24 dicembre 1985, p.-14). E` stata recidiva il 22 aprile 1992 durante una trasmissione del secondo canale televisivo consacrato a «Vichy, la memoria e l'oblio», dove ha dichiarato, a proposito del processo Touvier del quale era rimasta delusa (malgrado la condanna all'ergastolo di un ottuagenario malato di cancro): «Se si voleva un processo nel quale si parlasse veramente delle cose, e che non finisse come il processo Touvier, allora, ci sarebbe voluto in fondo che qualcuno, come me per esempio, in un momento qualsiasi assassinasse freddamente qualcuno». Questo assassino sarebbe allora stato in grado, secondo S.-Veil, di spiegare pubblicamente le ragioni del suo atto. S.è stata recidiva una seconda volta in occasione dell'omicidio di René Bousquet, compiuto da un illuminato inebriato dagli appelli alla vendetta che si moltiplicavano su tutta la stampa francese e negli ambienti ebraici, allorché ha dichiarato: «D'altronde, se ne avessi avuto il coraggio, sarei andata io stessa ad ucciderlo» (Globe Hebdo, 11-17 maggio 1994, p.-21).
Il 14 dicembre 1992, sulle onde di una radio americana, si è potuto ascoltare il professor Pierre Vidal-Naquet dichiarare in inglese: «Io odio Faurisson. Se potessi lo ucciderei personalmente».
Lunga sarebbe la lista delle dichiarazioni incendiarie dei responsabili ebrei francesi che si appellavano alla violenza fisica. L'assassinio politico è una pratica che non ripugna affatto gli ebrei. Si può leggere, sul soggetto, la recente opera di Nachman Ben-Yehuda, Political Assassination by Jews. A Rhetorical Device for Justice (New York, State University of New York Press, 1993, XXII+527 pagg.). E` conosciuto il considerevole ruolo giocato dagli ebrei nella Rivoluzione bolscevica: Lenin e Trotsky altro non essendo se non i due ebrei più sanguinari della polizia politica dei bolscevichi. In Francia, l'inno dei partigiani è stato scritto da due ebrei, Joseph Kessel (1898-1979) e Maurice Druon, entrambi divenuti poi membri dell'Accademia Francese; il ritornello di quest'inno è ben noto: «Ohe! Assassini con la pistola o con il coltello-/ Uccidete velocemente!».
Il caso dei coniugi Klarsfeld
Nel suo Lettera a un kepi bianco (Robert Laffont, 1975), Bernard Clavel scrive: «La guerra avvelena lapace. Guardate questa tedesca, Beate Klarsfeld, che passa la sua vita nell'odio, che non vive se non per la vendetta» (p.-93).
In seguito all'incriminazione di Kurt Lischka, a Colonia, il 24 luglio 1978 Serge Klarsfeld dichiarava, nel corso di una conferenza tenuta a Parigi: «Noi non cerchiamo la vendetta. Se tale fosse il nostro fine, ci sarebbe stato facile abbattere tutti i criminali nazisti di cui si fosse trovata traccia». Alla domanda: «E se il tribunale di Colonia rifiutasse di processare Lischka?», Serge Klarsfeld rispondeva: «Avrebbe in qualche modo firmato la sua condanna a morte» (Le Monde, 26 luglio 1978, p.-4).
Nel 1982, i Klarsfeld lodavano i servigi di un sicario, un socialista boliviano di origine indiana e di nome Juan Carlos, per uccidere Klaus Barbie (Life, febbraio 1985, p.-65), ma l'operazione doveva fallire.
Nel 1986, Beate Klarsfeld si abbandona a rivelazioni su di un giornale americano: «[Racconta] come lei abbia dato la caccia ad almeno tre vecchi nazisti fino a che essi non sono morti o si sono suicidati; come abbia organizzato tentativi di rapirne altri; come abbia fatto ricorso a trucchi per ottenere dalla stampa grossi titoli che permettessero di trascinare in tribunale persone convinte che il mondo si fosse dimenticato di loro e di rovinare la loro carriera [] di come abbia schiaffeggiato in pubblico il cancelliere [tedesco] Kurt Kiesinger nel 1968 []. Una volta, con altri amici, aveva deciso di rapire Kurt Lischka» ma la vettura prevista sfortunatamente aveva due soli sportelli invece che quattro. Quanto a Ernst Ehlers «tormentato dalle manifestazioni che i Klarsfeld organizzavano davanti alla sua casa, prima si è dimesso dalla sua carica [di giudice] poi si è suicidato». I Klarsfeld avevano trovato traccia di Walter Rauff in Cile: manifestarono davanti alla sua casa e ruppero le sue finestre. L'uomo «morì qualche mese più tardi. Ero felice perché questa gente, vivendo per cosi tanto tempo, rappresentava un'offesa alle loro vittime [] Mio marito ed io non siamo dei fanatici [] Un giorno, mio marito ha messo una pistola alle tempie di Rauff solo per mostrargli che noi potevamo ucciderlo, ma non ha premuto il grilletto» (The Chicago Tribune, 2 giugno 1986).
Nel 1988 S.dichiarava: «Nessuno si è mai veramente mobilitato contro Le Pen. Si sarebbe dovuto affrontarlo per [] fargli portare all'estremo le sue posizioni» (Le Soir, Bruxelles, ed in seguito Rivarol, 1 giugno 1988, p.-5).
Nel 1990, in occasione dell'assemblea dell'Unione degli studenti ebrei di Francia tenutasi a Lione dove aveva insegnato il professor Faurisson, S.dichiarava agli studenti: «Nella vostra vita di ebrei, passate all'azione per difendere la memoria, per difendere lo Stato ebraico» (Le Progrès de Lyon, 2 novembre 1990, p.-6).
Nel 1991, Beate Klarsfeld s'introduceva in Siria con documenti falsi per rinnovare, davanti al presunto domicilio di Alois Brunner (già sfigurato e senza più due dita per l'esplosione di lettere-bomba), il tipo di operazione condotto davanti alle case di vecchi nazionalsocialisti o davanti alla casa (scassinata, saccheggiata e devastata) di Paul Touvier nel 1972.
Nel 1992, i Klarsfeld organizzavano ciò che Le Monde doveva chiamare «La squadra selvaggia del Betar a Rostock»«seminando il terrore sulla piazza centrale del municipio di Rostock, drappelli sparsi di francesi ed ebrei, trattando i passanti come "sporchi tedeschi, sporchi nazisti"» (Le Monde, 21 ottobre 1992, p.-4).
In seguito Beate Klarsfeld approvava l'assalto al Goethe Institut di Parigi compiuto dal Betar, e vi ravvisava una «violenza legittima», i poliziotti di Rostock essendo colpevoli di aver interrogato qualche aggressore, per poi rilasciarlo (Der Standard, Vienna, 23 ottobre 1992). Si erano contati nove feriti fra i poliziotti; molti di essi, colpiti con mazze da baseball e spranghe di ferro e irrorati di gas «da difesa», avevano dovuto farsi ricoverare in ospedale.
L'8 giugno 1993, René Bousquet, già segretario generale della Polizia ai tempi del governo di Vichy, poi deportato dai tedeschi, veniva ucciso nella sua abitazione da un illuminato; quest'ultimo, rigurgitante dei propositi alla Klarsfeld, spiegava il suo gesto come quello di un giustiziere che, prima, aveva tentato di uccidere Paul Touvier. Annick Cojean, del giornale Le Monde, scriveva a proposito di Serge Klarsfeld: «Non era poi lui che faceva lo spaccone nei confronti di Bousquet? Colui che gli ha dato la caccia, che lo ha perseguitato, attaccato e costretto a dimettersi da tutte le sue responsabilità tra il 1978 e il 1989? E non gli hanno così rubato [per questo assassinio] un processo atteso, preparato da lunga data? L'avvocato sorride dolcemente: "Perché negarlo? Ciò che oggi provo è soprattutto un senso di sollievo. E tanto peggio se ciò va contro gli interessi della causa! Io non posso desiderare la vita di quella gente. E` più forte di me"» (Le Monde, 10 giugno 1993, p.-28).
Già il 16 settembre 1989, apprendendo la notizia dell'attentato perpetrato contro il professor Faurisson, S.aveva dichiarato sulle onde di Radio-J (la «J» sta per «Juive»): «Non è poi così sorprendente, perché qualcuno che provoca da tanti anni la comunità ebraica si deve attendere questo genere d'eventi. Non si può insultare la memoria delle vittime senza subirne le conseguenze. E` qualcosa, direi, forse di increscioso, ma anche di normale e naturale».
Da parte sua, Beate Klarsfeld affermava: «Cosa c'è di più normale che in qualche giovane sia cresciuta una tale collera e che abbia deciso di dare una lezione a Faurisson?» (Le Monde, 19 settembre 1989, p.-14).
L'avvocato S. Klarsfeld, ufficiale dell'Ordine nazionale del Merito, non ha mai nascosto il suo gusto per l'azione violenta da quando ritiene di avere a che fare con coloro che lui chiama dei «criminali». Il suo ricorso alla menzogna e al ricatto non lo nasconde neanche (vedere Arno Klarsfeld, «Perché sono ebreo», Information juive, giugno 1994, p. e Serge Klarsfeld, «Lettera a François Mitterrand», Libération, 12 settembre 1994, p.-6, dove si legge la seguente frase diretta al Presidente della Repubblica: «Da dove mi è venuta l'insolenza di evocare il Suo passato a Vichy e di manipolarLa [con un'informazione falsa] per dirigerLa nel senso giusto: a una vera lettura dei crimini consentiti da Vichy?»).
Nel 1989, in seguito all'attentato di cui era stato vittima a Vichy, il professor Faurisson aveva confidato allo Choc du mois (dicembre 1989, pp.-42-43) delle riflessioni che, a distanza di tempo e, in particolare, dopo l'assassinio di R.-Bousquet, hanno un certo rilievo come, per esempio, questa: «[] è facile [per i Klarsfeld o per un certo consigliere dell'ambasciata israeliana a Parigi] eccitare gli animi e suscitare l'azione dei giustizieri». Il professore concludeva: «Penso [] che esista un terrorismo ebraico; è "lamentoso"; le lamentele coprono i colpi e le grida delle vittime []. Per farmi tacere, bisognerà uccidermi. Allora, in Francia e all'estero, una schiera di revisionisti mi darà il cambio».
Violenze non solo fisiche
La presente relazione è incentrata sulle violenze fisiche perpetrate dalle milizie ebraiche. Prova che, nel nostro paese, la comunità ebraica, «felice come Dio in Francia» (proverbio yiddish), beneficia di privilegi esorbitanti.
Questi privilegi sarebbero anche ben illustrati dal resoconto di violenze non certo fisiche. Prendiamo solo due esempi: Robert Faurisson all'Università di Lyon-II, e Bernard Notin all'Università di Lyon-III, avevano entrambi il diritto -- incontestabile agli occhi della legge -- di esercitare la loro professione e di riprendere i loro corsi. Il dr.Aron ha deciso altrimenti, e, con lui, le organizzazioni come l'Unione degli studenti ebrei di Francia che, cinicamente, hanno dichiarato che, per loro, questi insegnanti non dovrebbero mai più lavorare. A questo perentorio ordine si sono piegati, senza profferir parola, tutti i futuri presidenti della Repubblica, tutti i primi ministri, tutti i ministri per l'educazione, tutti i rettori dell'università e tutti i sindacati. R.ha saputo, a mezzo posta ordinaria, molti mesi dopo la decisione e senza alcuna spiegazione, che la cattedra d'insegnamento, di cui era titolare, era stata soppressa. Quando, nel giugno 1994, Bernard Notin ha creduto di trovare una via d'uscita e quando Le Monde ha annunciato: «Bernard Notin va ad insegnare in Marocco» (9 giugno 1994,p.-14), si è potuto leggere che l'annuncio della sua partenza per l'Università di Oujda «aveva provocato una reazione "scandalizzata" dell'Unione degli studenti ebrei di Francia che domandava l'annullamento della convenzione siglata tra le due istituzioni [marocchina e francese] e "la definitiva radiazione di Notin dal corpo insegnante"» (Le Monde, 11 giugno 1994, p.-6). Non si è levata una sola voce, tra la grande stampa, per sottolineare che il dr.Aron e le sue istituzioni o organizzazioni ledevano gravemente i diritti dei funzionari, impedivano la libera esplicazione della professione e causavano un danno considerevole non solo ad alcune persone, ma anche al normale funzionamento delle istituzioni di questo paese. Il dr.Aron e le sue milizie si fanno obbedire seminando il terrore et la paura. In un primo tempo, vigilano sul fatto che i professori che suscitano la loro «collera» non potessero più fare il loro lavoro; in un secondo tempo, possono contare sul Canard enchaîné per denunciare lo scandalo di questi professori che sono pagati (lo stretto necessario) e invece non lavorano!
I rappresentanti della comunità ebraica e i loro organi di comunicazione trionfano nella repressione giudiziaria o mediatica. «La forza ingiusta della legge» si esercita a profitto di questa comunità e a spese di persone tacciate di essere «anti-ebrei»; questi, per la minima parola, per il minimo pensiero giudicato eretico, si vedono condannare pesantemente. Ammende, pagamenti per risarcimento di danni, pene detentive spezzano le vite, distruggono le famiglie, opprimono i figli. I media, le cui ghiandole velenifere non si seccano mai, danno il loro contributo a questa isteria vendicativa.
All'estero, il terrorismo ebraico sembra presentare le medesime caratteristiche: gli ebrei, eccezion fatta per il particolare quadro della guerra tra israeliani e palestinesi, si comportano da aggressori senza essere, da parte loro, aggrediti fisicamente da alcun gruppo anti-ebreo o ritenuto tale.
Conclusione
Nel periodo qui preso in esame (1976-1995), la Francia non ha mai conosciuto gruppi, commandos, milizie che abbiano esercitato violenze fisiche sugli ebrei (gli attentati arabo-palestinesi sono un'altra cosa). Ma tanta evidenza sembra sfuggire agli osservatori politici di tutte le tendenze. Il bilancio, sin qui, è il seguente: da una parte, una cinquantina di aggressioni organizzate e perpetrate da milizie armate con, come risultato, centinaia di vittime, e, dall'altro lato, zero aggressioni fisiche subìte!
Con il Betar-Tagar, la minoranza ebraica francese possiede, d'accordo con il ministero degli Interni, formazioni paramilitari di cui non esiste l'equivalente per nessun'altra parte della popolazione francese e per nessun'altra minoranza straniera sul suolo di Francia.
Così come notava lo Choc du mois nel suo dossier su tali milizie (giugno 1991, p.-11), il quinto canale della televisione francese diffondeva, il 4 aprile 1990, un servizio sui militanti del Betar-Tagar. Si vedeva uno studente pestato dai «Tagarim» all'uscita della Facoltà di Assas, a Parigi. Il 18 maggio dello stesso anno, il solito canale televisivo diffondeva un secondo servizio consacrato all'addestramento, «ricalcato su quello del soldato israeliano», che i militanti del Betar-Tagar ricevevano due volte alla settimana in un castello nei pressi di Sarcelles (periferia di Parigi): esercitazioni paramilitari e addestramento al combattimento corpo-a-corpo sotto gli ordini del drappello israeliano. Prese a sé, esercitazioni di questo tipo possono costituire, per gli spiriti deboli, una sorta di rappresentazione o forse «cinema», ma, con il Betar-Tagar queste attività trovano espressione sia negli attentati criminali, sia nelle azioni di commandos che beneficiano dell'appoggio del ministero degli Interni, del sostegno (nei fatti se non nelle parole) delle leghe o organizzazioni cosiddette antirazziste e di un trattamento di favore da parte dei media.
Già nel 1990 Annie Kriegel denunciava «una insopportabile polizia ebraica del pensiero» (Le Figaro, 3 aprile 1990, p.e L'Arche, aprile 1990, p.-25). Effettivamente, questa polizia ha forza della legge -- grazie al rabbino Sirat, colui che ha lanciato l'idea di una legge antirevisionista (Bulletin de l'Agence télégraphique juive, 2 giugno 1986, p.-1), e grazie a Laurent Fabius che ne ha a giusto titolo rivendicato l'iniziativa del voto in sede parlamentare. La ripugnante montatura mediatica organizzata intorno alla profanazione delle tombe ebraiche nel cimitero di Carpentras (profanazione in cui sembra implicato il f1glio di un officiante della sinagoga) ha poi paralizzato ogni opposizione al voto f1nale della legge Sirat-Fabius-Gayssot.
Ma, a fianco di questa insopportabile polizia del pensiero, esiste in Francia una insopportabile polizia armata, di stile israeliano, che si esercita alla forza aperta.
Il 7 maggio 1995, a Toronto (Canada), l'abitazione del revisionista Ernst Zündel è stata devastata da un incendio criminale. Qualche giorno dopo, lo stesso E.-Zündel riceveva un pacco-bomba (finalmente consegnato alla polizia che lo ha fatto esplodere). Ci sarebbero da segnalare molti altri esempi di questa violenza -- preceduti da un'odiosa campagna di stampa. Sul soggetto, si può leggere l'opuscolo di Mark Weber: The Zionist Terror Network. Background and Operations of the Jewish Defense League and other Criminal Zionist Groups. A Special Report (Institute for Historical Review, P.O. Box 2739, Newport Beach, Ca. 92659, USA, Revised and Updated Edition 1993). In Francia tali violenze rischiano di moltiplicarsi, se la minoranza ebraica continua a disporre di milizie armate.
Noi reclamiamo la fine dei privilegi di cui beneficia questa minoranza.
Nell'attesa che venga presa una decisione politica in questo senso, noi esigiamo, come prima misura d'urgenza, che il Palazzo di giustizia di Parigi e le sue immediate vicinanze siano interdette a tutti i gruppi o tutti i responsabili di gruppi (à la Moshe Cohen) dei quali siano chiare le intenzioni terroristiche. E` inammissibile che una certa categoria di persone in attesa di giudizio e chi le accompagna debbano aver paura di passare direttamente dai dintorni della XVII camera correzionale (presieduta da Martine Ract-Madoux e da Jean-Yves Monfort) o della XI camera della corte d'appello (presieduta da Françoise Simon e da Violette Hannoun) all'ospedale. E` odioso che responsabili delle milizie si accampino al Palazzo con tutti i privilegi accordati ai membri dei differenti corpi della polizia nazionale. «I piccoli nazistaldi hanno ricevuto la bastonatura che si meritavano davanti al Palazzo di giustizia», sentenziava nel 1980 Jean Pierre-Bloch a proposito dei linciaggi avvenuti dentro e davanti al Palazzo di giustizia (Libération, 24 settembre 1980). Nessuno può pretendere di ignorare queste violenze f1siche che il presidente della LICRA approvava pubblicamente quindici anni fa, e che, dopo quindici anni, si ripetono con la complicità delle forze dell'ordine. Dopo quindici anni, né i magistrati, né gli avvocati e neppure i loro rispettivi sindacati sono stati capaci di esigere la fine di questo stato di fatto che disonora la giustizia francese. Quanto al summenzionato Moshe Cohen, sarebbe tempo di ricordargli le dichiarazioni che ha fatto a L'Evénement du jeudi (26 settembre 1991), secondo le quali ogni ebreo avrebbe le sue radici e il suo avvenire in Israele e così sarebbe, in Francia, «una persona fuori posto» [profugo - NdT] (sic). Dopo mezzo secolo, M.che, nel momento stesso in cui noi scriviamo, è in Israele in attesa di tornare in Francia, avrebbe tutte le ragioni per compiere definitivamente il suo aliyah, sarebbe a dire la sua «ascesa» (sic) in Israele.
Il presente testo ha valore puramente informativo. E` stato indirizzato alle autorità francesi e, in particolare, a quelle citate di seguito. Tradotto in inglese, è stato diffuso presso le organizzazioni internationali.
Destinatari:
Jacques CHIRAC, Presidente della Repubblica
Jacques TOUBON, ministro della Giustizia
Jean-Louis DEBRÉ, ministro degli Interni
Pierre DRAI, primo presidente della Corte di Cassazione di Parigi
Myriam EZRATTY, primo presidente della Corte d'appello di Parigi
Colonnello Roger RENAULT, comandante militare del Palazzo di giustizzia di Parigi
Robert BAUJARD, commisario di polizia del primo distretto di Parigi
Moshe COHEN, responsabile del Betar-Tagar
Henri HAJDENBERG, presidente del Consiglio dei rappresentanti delle istituzioni ebraiche di Francia (CRIF)
Jean-Marc SAUVÉ, segretario generale alla Censura e del governo.
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Orion, nr 155, agosto 1997, p. 23-39.
La ricerca storica e i miracoli concettuali della Commissione Europea
Banalizzare una banalità: è impossibile ma diventerà reato
di Mr Hyde
In un clima da "Giornata della Memoria" 365 giorni l'anno, giovedì 19 febbraio il Parlamento europeo ha ospitato l'ennesima puntata di una telenovela che va in onda da sessant'anni, ma che in questi ultimi tempi viene riproposta - con sempre nuove ed inedite trovate ad effetto - ad un ritmo parossistico, intollerabile anche per il più misurato dei caratteri.
Di fronte ad un'assemblea riformata in Gran Sinedrio dell'ebraismo internazionale (che, da apolide qual era quando la telenovela ebbe inizio a fine 800, oggi dispone di una base territoriale, il cosiddetto "Stato d'Israele"), il Mortadellone di Bologna - sul cui capo pende l'accusa di aver maneggiato con leggerezza certi sondaggi (ammesso che tutta la storia non sia stata una pantomima per sollevare il "caso"), il Mortadellone, dicevamo, ha condannato per la milionesima volta l'"antisemitismo" assimilandogli talune critiche allo Stato d'Israele e rassicurando i molti rabbi presenti che presto l'UE adotterà "provvedimenti concreti" (come già promesso dall'omino omonimo dei tortellini nel corso dell'epocale vergognosa tournée) affinché non sia più possibile "banalizzare l'olocausto", "pietra fondante" (assieme alle "radici giudaico-cristiane"?) dell'Europa che egli e i suoi burocrati stanno
massacrando per conto di chi li ha insediati sul seggiolone di
Bruxelles (senza che nessuno li abbia mai eletti).
"Provvedimenti concreti" affinché non sia più possibile "banalizzare l'olocausto", in parole povere significa Eurogalere a fauci spalancate per tutti coloro che - a discrezione di chi dovrà
stabilire l'avvenuto reato di "banalizzazione" - saranno indicati di
volta in volta al pubblico ludibrio quali perturbatori della Morale
Unica Europea, ovvero della Religione dell'Olocausto; religione
parodistica ricalcata sul concetto di Messia che presto - dopo le
prove tecniche liturgiche - avrà anche il suo tempio in Roma, ovvero il Museo dell'Olocausto, per il cui finanziamento - caso unico nella storia - la televisione di Stato, nel corso della "Partita della memoria", ha fatto scorrere in sovrimpressione gli estremi bancari per far versare l'obolo a "gentili" cotti a puntino: mica se lo fanno con i loro soldi il museo. Chiamali scemi!
Chi ha già sentito parlare di "Mandato di cattura europeo" (agognato dai masochisti malati di antiberlusconite cronica) avrà già fatto due più due, e cioè che non ci sarà neppure bisogno che il reato di "banalizzazione dell'olocausto" venga introdotto nei codici penali di ogni singolo Paese incluso nell'UE; basterà così che il sig. Rossi, autore di studi sulle persecuzioni antiebraiche nella Germania hitleriana non dotati dell'imprimatur della casta degli storici cortigiani, si trovi a spasso per Parigi o Berlino e che un magistrato locale punti a far carriera, e per lui avrà inizio
un'autentica Via Crucis. Il sig. Rossi dell'esempio, è bene dirlo, vive in un Paese che al momento ha `solo' la Legge Mancino, la quale non permette - pena la galera - d'intavolare alcun discorso politico impostato sulle differenze etniche o religiose, o semplicemente di esprimere pubblicamente un rifiuto della cosiddetta "società multietnica" made in Usa, oppure la superiorità di una religione rispetto ad un'altra (anche se per la denigrazione dell'Islam pare esistere un'eccezione.). Ma a tutt'oggi, per fortuna (probabilmente perché il Vaticano tiene duro), in Italia uno studioso può affrontare il tema delle persecuzioni antiebraiche nella Germania hitleriana giungendo sano e salvo alle conclusioni cui la sua ricerca lo conduce; e se alla fine dell'esame di tonnellate di documenti, di studi demografici, di testimonianze e di perizie tecnico-chimiche giunge alla conclusione che gli ebrei morti furono al massimo alcune centinaia di migliaia e, per di più, non per l'utilizzo delle famigerate camere a gas, nessun giudice lo spedisce in galera. Per lui, adesso, c'è solo la morte civile: nessuna cattedra universitaria, nessuna grande casa editrice, nessun finanziamento, diffamazione della propria persona e travisamento dei risultati delle proprie ricerche, rischi per l'incolumità fisica sua e dei suoi familiari. Ma per i fautori della Religione dell'Olocausto questo è ancora poco.
Naturalmente la maggioranza del gran pubblico non conosce una riga degli studi degli storici "revisionisti" (e non "negazionisti",
poiché nessuno nega che persecuzioni vi siano state). La situazione non migliora neanche tra gli studenti universitari, che, anzi, portati come sono a credere di essere dei gran cervelloni, sono quanto mai refrattari ad ogni cosa venga ad intaccare questa loro certezza inculcata sin dall'asilo a colpi di proiezioni, ricerche,
seminari, deportazioni ad Auschwitz (e mai ad altri campi dove gli
ebrei non erano maggioranza, per non parlare dei campi sovietici o
delle città rase al suolo dai "liberatori" democratici). Il tutto si
consuma a danno della formazione di una cultura degna d'esser
chiamata tale, perché non si venga a dire che la scuola, rimpinzando di banale propaganda i nostri ragazzi, svolge il ruolo di dispensatrice di cultura. In queste fabbriche d'indottrinamento della nostra gioventù s'insegna perciò che una sequela di banalità quali i 6 milioni 6, le camere a gas e i dogmi accessori del mito
dell'olocausto ebraico è giusto che vengano sottratti ad ogni
discussione razionale e messi sotto chiave, per legge, mentre per
tutto il resto dello scibile umano si dice che è ammessa la critica,
anche radicale.
In questo teatro dell'assurdo, ogni banalità, dalle testimonianze più inverosimili alle impossibilità pure e semplici, assurge al rango di prova documentale, con buona pace del metodo storico. Con il reato di "banalizzazione dell'olocausto" i magistrati lavoreranno a braccetto con gli storici di regime, consulenti dell'accusa per giustificare il già deciso in partenza (questo, a dire il vero, è già accaduto alcuni anni nel processo contro il Fronte Nazionale), e non si capisce quindi perché, a quel punto, su Napoleone non saranno abilitati scrivere la parola definitiva ed indiscutibile solo i suoi discendenti, sul Fascismo solo i reduci della Rsi, sull'Islam solo dei gran mufti nominati direttamente alla Mecca. Logica conseguenza sarebbe la fine della Storia, consegnata per sempre in volumi pieni zeppi di banalità. Banalità per gente che serve banale in un mondo dov'è reato anche l'impossibile: la banalizzazione di una banalità.
Da: "Daca" <sapras@tiscalinet.it>
Il metodo revisionista applicato alla storia
Data: sabato 6 marzo 2004 22.44
Il governo americano si ritiene in stato di guerra mondiale contro ciò che lui definisce il terrorismo internazionale.
Ha fatto la guerra all'Irak perchè, secondo lo stesso governo, Saddam Hussein possedeva armi di distruzioni di massa che minacciavano gli Stati Uniti.
In appoggio a quest'accusa, gli americani, fino ad ora, non hanno esibito la minima prova ma soltanto dimostrazioni fumose.
Alcuni osservatori pensano che questa mancanza di vere prove deve imbarazzare sia la Casa Bianca che coloro i quali, nella comunità internazionale, hanno appoggiato George W. Bush e Tony Blair per assicurarci che Saddam Hussein era in possesso di tali armi.
Questi osservatori si sbagliano. Non conoscono la storia della propaganda di guerra. Al riguardo essi dovrebbero consultare gli autori revisionisti. Imparerebbero quindi che, per il pubblico in generale, la miglior prova dell'esistenza di queste armi, è esattamente la mancanza di traccia o di prove.
Menzogne d'altri tempi.
Ricordiamoci i processi di stregoneria, i processi ai "criminali di guerra nazisti" e i processi intentati ai revisionisti.
Nei secoli scorsi, in particolare dal 1450 al 1650, ma anche verso la fine del XVIII secolo, se si credeva a certi tribunali ecclesiastici e a dei sapienti, sul corpo di una donna esistevano sessanta punti dove potevano celarsi le tracce di una copulazione col Maligno.
Tuttavia, altri tribunali e altri saggi non meno sapienti giudicavano che, a dispetto delle precisazioni riportate da questi esperti, la miglior prova in materia stava nel fatto che il Maligno aveva cancellato ogni traccia del suo passaggio; altrimenti, non sarebbe stato il Maligno.
Nel secolo scorso, specialmente a partire dal 1945-1946, al processo-farsa di Norimberga, fino a quelli odierni, contro le "guardie dei campi", i "criminali di guerra", i "collaborazionisti dell'occupante" e infine nel corso dei processi intentati ai revisionisti, si è osservato un fenomeno analogo in merito al preteso genocidio degli ebrei e delle pretese camere a gas naziste.
I dotti hanno innanzitutto sostenuto che, vista l'abbondanza di prove e di testimoni, era sufficiente affermare che questi orrori erano di "pubblica notorietà " (Art. 21 dello statuto del Tribunale militare internazionale di Norimberga).
Altri dotti hanno persino voluto procedere ad una dimostrazione, ma alla fine ne è uscito che, secondo il parere di questi esperti, non si poteva, tutto sommato, che scoprire degli "indizi " accompagnati da testimonianze da prendere con cautela (vedi il caso di Jean-Claude Pressac, ad esmpio, autore di un'opera voluminosa, in inglese, dedicata alle camere a gas di Auschwitz, nonchè il caso di Robert Jan van Pelt, autore di due libri sull'argomento).
Infine, quelli più scaltri scelsero di affermare: «tutti sanno che i nazisti hanno distrutto queste camere a gas e soppresso sistematicamente tutti i testimoni». Tale dichiarazione fu fatta, questa volta, da Simone Veil (France-Soir Magazine, 7 Maggio 1983, pag. 47) la quale ci faceva capire che Hitler non sarebbe stato Hitler se avesse lasciato una minima traccia del suo gigantesco crimine. Difatti, nei milioni di documenti che il nuovo Satana si sarebbe lasciato dietro, non fu trovato nessun ordine di uccidere gli ebrei, nessun piano per sterminarne milioni (ivi compreso nel verbale di una certa riunione tenutasi a Berlin-Wannsee), nessuna istruzione di dover eliminare fisicamente gli ebrei (ivi compreso nel caso delle Einsatzgruppen), nessuna traccia di budget finanziario per un'impresa così vasta, nessun camion a gas e nessuna camera a gas, se non delle grottesche camere a gas Potemkine maldestramente "ricostruite" dopo la guerra.
È a tale insegna che il più dotto degli esperti, un signore ebreo di nome Raul Hilberg, ha finito per spiegare, come ultima risorsa, che la gigantesca carneficina fu messa in opera grazie ad «un incredibile (sic) associazione di idee, una trasmissione di pensiero consensuale in seno ad una vasta burocrazia», ben inteso, la burocrazia tedesca.
Ancora più cornuto di Belzebù, Adolf Hitler non si era accontentato di cancellare tutte le prove del crimine ma, per poter meglio imbrogliare il mondo, aveva lasciato delle prove destinate a far credere che non aveva mai voluto sterminare gli ebrei.
Prendendo tre esempi, all'inizio egli aveva garantito la salvezza a milioni di essi, poi, così come dicono i documenti, non aveva cercato altro, per risolvere «la questione ebraica in Europa», che una «soluzione finale territoriale» (vedi progetto del Madagascar), e alla fine le sue corti marziali avrebbero fatto fucilare dei tedeschi che si erano resi colpevoli dell'assassinio di ebrei. E così via.
Quanto alle magiche camere a gas, egli le fece sparire così bene che nessuno poteva rilevare la sfida dei revisionisti che esigevano che venisse loro mostrata, o comunque, descritta o disegnata l'arma del delitto e che venisse loro spiegato come questi mattatoi chimici potevano funzionare senza uccidere il personale incaricato di sgomberare le camere a gas delle loro migliaia di cadaveri impregnati di cianuro e quindi resi intoccabili. Questa impossibilità nella quale gli ebrei sono stati messi per provare la loro accusa principale, conferma il carattere completamente diabolico di Adolf Hitler.
Menzogne di oggi.
In questo inizio di XXI secolo, sembra che ci venga riproposto lo stesso scenario con le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Dico "sembra", poichè qui è meglio sottolineare una differenza di spessore.
Mentre la copulazione col Diavolo era fisicamente impossibile e che la camera a gas nazista era chimicamente inconcepibile, bisogna riconoscere che le terrificanti armi di Saddam Hussein sono, in linea di massima, perfettamente possibili, dal punto di vista fisico e chimico, se non altro perchè i suoi accusatori, a partire da Ariel Sharon, ne possiedono loro stessi un grande numero, descritte con l'innocente dicitura di "armi di dissuasione di massa".
L'eterna grande menzogna.
In tempo di guerra, tutti i regimi politici, qualsiasi essi siano, quello di Saddam Hussein come quello di G. W. Bush, usano le menzogne più grossolane.
Per lanciare un paese in una guerra o per mantenere l'ardore guerriero oppure per giustificare una crociata militare, solamente la vecchia e grande menzogna parlerà alle folle. Una menzogna ingegnosa o di un nuovo tipo non otterrebbe lo scopo. Esistono delle ricette per provocare in una massa l'indignazione, la rabbia, la voglia di menare le mani e per suscitare, almeno temporaneamente, l'aspirazione ad impegnarsi corpo e anima in una causa guerriera.
L'uomo politico che è pratico di masse conosce le virtù del semplicismo e che il colmo dei colmi consiste nel ricamare sui temi: «Io vi amo; amatemi!» oppure: «Io sono buono, Voi siete buoni e gli altri sono cattivi».
Il televangelista intona: «Dio è amore, Dio è con noi ed è contro i cattivi».
La prima arma del normale truffatore non è l'ingegnosità nell'imbroglio ma la capacità di rendersi simpatico nell'approccio della sua vittima e fargli un discorso fra i più semplici.
Nel responsabile di un paese in tempo di guerra, si ritrovano indubbiamente questi tratti e questi espedienti del politico, del televangelista e dell'imbroglione. Da questo punto di vista, nel XX secolo, Franklin D. Roosevelt è forse stato il più subdolo dei belligeranti. Bush figlio gli ruberà lo scettro?
La comodità della credulità
Il crimine perfetto non lascia alcuna traccia, alcuna prova. D'altronde l'accusa perfetta non si appoggia su nessuna vera prova. Colui che fa propaganda di guerra lo sa. Gli basterà recitare le eterne solite atrocità sul conto di un avversario che verrà descritto come un qualcuno che passa il suo tempo ad uccidere bambini, a usare armi invisibili, a gestire mattatoi umani. Queste recite riusciranno a sedurre solamente se non sono accompagnate da alcuna prova, o, al limite, se sono appoggiate da "indizi", da "testimonianze" o da riferimenti a "fonti" non identificate: delle solide prove presentano l'inconveniente di tenere a freno l'immaginazione e le passioni.
Gli indizi hanno invece il vantaggio di dare l'impulso alla folla. Per quanto riguarda le testimonianze, toccano gli animi più sensibili, specialmente se sono accompagnate da lacrime o da scene di svenimento (specialità dei testimoni israeliani).
Una calunnia gratuita e stereotipata avrà più successo di un'accusa circostanziata e sostenuta da prove.
La ricetta preferita è quella di una fotografia vera accompagnata da una didascalia falsa. Ad esempio, la fotografia mostrerà dei morti ma la didascalia parlerà di uccisi, assassinati, sterminati.
Il testimone ideale, circa il crimine non fornisce altro che delle precisazioni imprecise e ciò consente a colui che gli presta fede di costruire lo scenario in base alla sua fantasia e di ricostruire la scena del crimine a modo suo.
Senza alcuna difficoltà e come su di un magico tappeto volante, la fantasia volerà verso Auschwitz, verso Timisoara o verso quell'ospedale di Kuwait City dove, secondo Bush padre, nel 1991 gli irakeni staccarono le incubatrici dei neonati kuwaitiani.
Colui che ascolta o vede quel testimone si sente inondato di compassione, si diletta, egli appaga in un colpo solo il suo gusto inconfessabile per lo spettacolo horror, il suo bisogno di odiare e la sua aspirazione ai buoni sentimenti.
Il propagandista oculato, inoltre, lascia a colui di cui abusa, l'illusione di una certa libertà personale.
Il bisogno di credere.
La massa è semplice e non si può immaginare come lo spirito semplice possa gustare i ragionamenti elementari e, in particolare, il ragionamento circolare.
Gli verrà detto, ad esempio, che la prova che quel tale è cattivo, è quella che è cattivo. La prova che quest'ultimo è cattivo, è quella che non ci ama. Se non ci ama, è perchè è barbaro. Se è barbaro, è perchè lui non vede le cose come le vediamo noi. Questo barbaro cattivo appartiene ad un altro mondo, che non può essere che un mondo inferiore. Se è un mondo inferiore, ne consegue che il nostro è un mondo superiore.
Ecco che ci viene confermato che, se noi siamo buoni, il nostro nemico è per forza cattivo. Il cerchio si chiude, è perfetto. Qualsiasi altra prova è superflua, come il cavallo bianco di Enrico IV che è bianco perchè è bianco. E così non bisogna chiedersi come il crimine di massa attribuito a Hitler è stato tecnicamente possibile; «esso è stato tecnicamente possibile perchè si è verificato».
Questa mirabolante asineria è stata proferita in una dichiarazione comune, da Leon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Fernand Braudel e da una trentina di storici francesi i quali nel 1978-1979 erano stati da me pregati di rivelare in che modo le gasazioni degli ebrei, così come ci sono state raccontate, sarebbero state tecnicamente possibili ("Le Monde", 21 Febbraio 1979, pag. 23).
Per quel che riguarda le armi di Saddam Hussein, se non le ha lui, vuol dire che sono da un'altra parte. Se non sono in Irak, è perchè si trovano in Siria, o in Iran, o sulla Luna. Il Diavolo sa dove. Ma cosa importa? Le masse hanno la memoria corta. Esse non chiederanno alcun rendiconto ai bugiardi. Per loro, con o senza armi, con o senza prove, il crimine del vinto resta il crimine ed il criminale vinto resta un criminale.
Il ragionamento circolare trova deliziosamente posto nelle circonvoluzioni cerebrali del semplice. Ci si arrotola.
Rettiliano o meno, il cervello non è una massa relativamente molle, spugnosa, informe?
Il cuore non è una pompa che aspira e rifluisce senza che ci si badi? La pigrizia non è voluttuosa? La riflessione non è stancante? Lo sforzo di memoria non è doloroso?
Allora, perchè in una società consumistica complicarsi la vita quando è sufficiente ricevere, assorbire, rigurgitare e poi a pancia piena e col cervello pieno di aria, sentirsi di animo buono al fianco del killer vincitore?
La terza guerra mondiale ricicla le vecchie menzogne.
I dirigenti americani non hanno mai mostrato troppo interesse per la sfumatura o il dettaglio.
Almeno fin dal 1898, per giustificare le loro incessanti spedizioni militari, hanno impiegato le stesse invenzioni.
Perchè dovrebbero cambiare? Queste invenzioni hanno coperto con successo gli orrori che i boys hanno collezionato durante la seconda guerra mondiale, durante la loro guerra del Vietnam e in occasione di almeno altre venti spedizioni militari. Queste stesse imposture sono servite a giustificare la mascherata del processo di Norimberga e si ritrovano nell'orrenda propaganda olocaustica, della quale, gli ebrei americani, sono diventati maestri.
Proprio recentemente, la Casa Bianca ed il suo contorno giudeo-israeliano, non hanno fatto altro che riciclare le più scalcinate invenzioni della propaganda di guerra, creando e sfruttando questa favola delle armi di distruzione di massa presumibilmente in possesso di Saddam Hussein, il quale, al momento buono, si è dimenticato di farne uso.
La loro seconda guerra in Irak ha illustrato agli americani i progressi delle loro invenzioni in ogni campo tranne, da una parte, nella fabbricazione degli orrori prestati all'avversario e, dall'altra, nella fabbricazione delle presunte prodezze dei loro soldati. La loro propaganda è cambiata nella forma, ma il contenuto è lo stesso.
In via accessoria, ci sono stati propinati i sosia di Saddam Hussein, nonchè la fiction eroica del presunto salvataggio della giovane Jessica Lynch.
I revisionisti hanno fortuna. Per la nuova guerra mondiale, il loro compito sarà agevolato. La propaganda bellica resterà imperturbabilmente la stessa. Jean Norton Cru per la prima guerra mondiale e Paul Rassinier per la seconda guerra mondiale, ci hanno, in qualche modo, già descritto le grandi imposture di questa terza guerra mondiale.
Sarà sufficiente rileggere questi autori. Possiamo osare dire che essi hanno fatto un repertorio anticipato delle menzogne di Bush padre, di Bush figlio, di Blair e di Sharon.
La terza guerra mondiale sarà diversa dalle due grandi guerre che l'hanno preceduta, sarà innovativa per alcuni settori, ma la sua propaganda a base di racconti di atrocità continuerà ad obbedire alla tradizione.
Grossolana e pesantemente cinica, essa continuerà a illustrare una verità: in tempo di febbre guerriera, l'accusa che viene portata verso le masse è quella che non è accompagnata da prove.
A quest'assenza di prove autentiche, gli americani porranno rimedio con sceneggiature di scaltri manipolatori, con delle pagliacciate alla Powell (fingendo di agitare davanti alle telecamere un contenitore di gas irakeno) o ancora con delle infami messe in scena hollywoodiane nella tradizione del business della Shoah e dell'Industria dell'Olocausto.
Applicato alla storia della terza guerra mondiale, il metodo revisionista offrirà almeno il vantaggio di stanare questo genere di imposture.
Prof. Robert Faurisson
Da: "Edizioni all'insegna del Veltro" <insegnadelveltro1@tin.it>
Magdi Allam
Magdi Allam: un perfetto esempio d’integrazione…
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di Mr Hyde
Sul nostro sito ci sono anche altri articoli riguardanti le imprese di Magdi Allam:
"Vogliono fare l'Islam religione di Stato!" - di Miguel Martinez
"Il Pinocchio d'Egitto" - di Valerio Evangelisti
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All’inizio, lo ammetto, aveva fregato anche me. La prima volta che vidi Magdi Allam in tv pensai che la musica era cambiata e che in Italia - quando ancora la Lega se la prendeva coi “terroni” - si dava finalmente spazio a chi, arabo egli stesso, avrebbe di sicuro sgombrato un po’ di equivoci sugli arabi e l’Islam.
Piaceva a tutti o quasi: agli amanti dell’esotismo spinto, ai filo-terzomondisti incalliti e anche ai benpensanti, perché quell’arabo egiziano - per giunta educatissimo all’italiana - era davvero una figata nei salottini virtuali delle ciarle impegnate. Per un Igor Man messo in soffitta (che poi si chiama Manzella), il giornalismo italiano sfoderava un arabo di razza; naturalmente destinato a tirare l’acqua al mulino degli arabi, pensavamo noialtri ingenui.
In effetti all’inizio si dava un bel daffare per difendere l’immagine degli arabi, certo non di quelli “estremisti” (cioè quelli contrari agli Usa e a Israele…), ma pur sempre di arabi si trattava. E così, se il rappresentante palestinese di turno (tipico esponente di una sequela di personaggi straordinariamente evanescenti) faceva naufragio in diretta sotto le raffiche di bora filo-sioniste, Magdi gettava in acqua la scialuppa, ovvero qualche solida argomentazione, e il poveraccio si salvava. Termini astrusi fino a poco tempo prima come “sciiti”, “sunniti”, “shari’a” o “ramadan”, grazie al novello Aladino d’importazione d’un colpo uscivano dal mondo delle fiabe divenendo familiari anche al di fuori della sparuta pattuglia degli studiosi d’arabistica.
Per farla breve, Magdi Allam in breve volgere di tempo diviene una cosa fondamentale per chi crede che l’informazione sia libera: diventa “autorevole”. E quando uno è “autorevole”, investito del crisma dell’“autorevolezza”, può affermare qualsiasi cosa senza tema di smentita. Detto più esplicitamente, può sparare bischerate a randello e non ci sarà alcun modo di smentirle per chicchessia, se non entro la ristretta cerchia dei lettori di chi – ahilui – non è “autorevole”. Ma ancora Magdi Allam non sparava bischerate e il mondo arabo non era finito al centro dell’attenzione.
Per quello ci voleva l’11 settembre 2001, che è stata una prima svolta per Magdi Allam. All’epoca scriveva su “Repubblica”, dove teneva una rubrica fissa, “La vita degli altri”. Comunque, in quel marasma che mira a travolgere tutto quel che sa d’arabo e musulmano il Nostro mantiene ancora una sua dignità. Ma qualche segnale preoccupante comincia a darlo quando prende a delineare nel corso delle sempre più frequenti apparizioni televisive un concetto di ‘musulmano rispettabile’ che dopo progressivi ritocchi va a coincidere con quello gradito da Usa e Israele: il musulmano ‘civilizzato’, il musulmano dei diritti umani (occidentali), il musulmano filo-americano, il musulmano che non c’è.
Sarà perché somatizza la falsa coscienza cui dà sfogo nelle sue uscite, ma Magdi appare sempre più contratto, con la mimica facciale ridotta al minimo. Non ride mai, e la cosa è già di per sé preoccupante. Stress da superlavoro? Lo invitano dappertutto e sforna libri a raffica, presentati come studi sopraffini, in realtà di una superficialità stupefacente, come può testimoniare un qualsiasi buon conoscitore del mondo arabo. Prendiamo l’inchiesta sull’Islam italiano, dal titolone ad effetto “Bin Laden in Italia”: il minimo che un musulmano può fare è sperare di non essere citato nel libro. E invece Magdi cucina tutti i responsabili di organizzazioni islamiche in Italia nello stesso pentolone, senza distinguere tra gente seria e rappresentativa ed emeriti ciarlatani che rappresentano altro che se stessi. Il libro su Saddam, in piena campagna mediatica bombarola, è poi una pietra miliare, ed è lì che Magdi si guadagna sul campo i galloni d’ospite fisso a “Porta a Porta”, per poi essere spedito in Kuwait presso il centro di pianificazione dell’aggressione all’Iraq, dal quale ogni sera - dal 20 marzo al 9 aprile - spaccia per “notizie esclusive” cose che chiunque, dotato di connessione ad internet, aveva già letto sul sito di Al-Jazeera. Il libro su Saddam è ad ogni modo un capolavoro nel suo genere, quello della letteratura lombrosiana, capolavoro sul quale altri hanno già scritto commenti definitivi.
L’ardua missione di amplificare dal Golfo quel che uno comodamente da casa sua già conosceva fa tuttavia schizzare le quotazioni del “Pinocchio d’Egitto” a livelli da calciomercato, ed è infatti in questa logica che il “Corriere” riscatta il ‘cartellino’ dell’esperto simulatore d’area egiziano e gli offre un contratto da Rinaldo, compresa la poltrona di vicedirettore a Roma. A questo punto Magdi Allam si sbraca, la diga crolla ed è un Vajont d’insinuazioni perfide e maccartismo antislamico.
Esordisce sul “Corriere” con un’“inchiesta” (gliele definiscono così sul “Corriere”…) su “Le nuove catacombe di Allah”, nella quale ci illumina su un fenomeno altamente rappresentativo della realtà delle società arabo-islamiche, quello degli “apostati” che lasciano l’Islam per approdare al Cristianesimo. Si potrebbe dire che anche questo fa parte della realtà delle società islamiche e che perciò può essere oggetto d’indagine, e glielo si conceda, ma il bello è che Magdi Allam - che sintomaticamente sta sbiancando come già accaduto a Powell e Michael Jackson - ormai scrive solo su questioni straordinariamente marginali, tutte scelte ad hoc per presentare male gli arabi e l’Islam e delle quali fa regolarmente un “caso”. Nemmeno il “Corriere” fosse diventato “Libero”, che su simili strombazzate ci marcia.
L’esposizione mediatica del Juhà (il burlone per antonomasia della letteratura popolare araba) del terzo millennio sale dunque a livelli siderali, ed è inversamente proporzionale allo spessore delle sue “inchieste”. Una, assolutamente esilarante, additava ai lettori del “Corriere” – che c’è da credere come minimo spazientiti per la caduta di livello del pur glorioso quotidiano – un fantomatico complotto islamonazicomunista, il tormentone attualmente più in voga tra i Crociati dell’Italietta americanizzata: il solito copia e incolla da qualche mail scaricata da una lista di discussione pubblica, la giustapposizione di cose senza alcun rapporto tra loro, una spruzzata di zolfo, Hitler, Bin Laden e il gioco è fatto… ecco l’“inchiesta” del “Corriere”. Chi ha telefonato per chiedere lumi sulle affermazioni imprecise e calunniose contenute in quell’inchiesta mi ha detto che i telefonisti addetti al centralino hanno ammesso che più d’uno al “Corriere” è già stufo di questa primadonna lì paracadutata via Kuwait City. La stessa situazione verificatasi a “Repubblica”, dove il Nostro se ne stava asserragliato nel suo studiolo, in cui non faceva mai accedere nessuno. Chissà, forse non durerà molto al “Corriere” e si brucerà da solo per smania di protagonismo e l’inconsistenza delle sue “inchieste”, a meno che i suoi protettori non risiedano oltreoceano, e allora starà al suo posto finché vorranno loro.
E’ inoltre da ricordare che le “inchieste” di Magdi Allam vengono regolarmente amplificate in tv, perché Vespa – così solerte nel dare voce all’eccentrico e provocatore Adel Smith – ha ormai una copia in cera di Magdi Allam nel suo studio. Si parla d’Iraq? Magdi Allam è in poltrona. Palestina? Entra Magdi Allam. Moschee, presepi, crocifissi o veli (a proposito, sappiamo per certo che in un’“autorevole” redazione stanno montando un “caso velo”)… : “sentiamo l’esperto Magdi Allam!”.
Adesso voi pensate che il “Corriere” e “Porta a Porta” possano bastare. Troppa grazia Sant’Antonio… Magdi Allam te lo sciroppi anche a “Uno mattina”. Una presenza ossessiva, che quasi mette il dubbio che neppure vada a dormire. Per un giornalista embedded è il colmo! Niente di nuovo sul… fronte occidentale, e gli embedded vengono di nuovo arruolati perché la Resistenza irachena sta facendo a polpette gli invasori yankee, e gli “esperti” devono metterci una pezza per confondere le idee agli ignari telespettatori (non per niente in questi giorni hanno ritirato fuori Margelletti, la versione pomeridiana dell’“esperto” di geopolitica Nativi, da prima serata).
Un esempio è “Uno mattina” del 28 ottobre. E’ presente anche la Gruber, che commentando le ultime operazioni della Resistenza irachena parte in tromba: “La guerra del terrorismo si sta allargando”… l’Iraq è “un luogo in cui i più grandi terroristi si danno appuntamento”… “ci sono anche i terroristi di Al-Qaida che operano in Iraq”. Il povero conduttore, che per contratto deve inscenare questa pantomima, chiede conferma all’“autorevole” Magdi Allam, il quale rincara la dose: “Il terrorismo [in Iraq] è una realtà, non è un’ipotesi”… “primeggia l’esercito dei combattenti islamici di Al-Qaida”. La fonte? I servizi britannici! Certo, dopo le balle di Blair – altro Pinocchio illustre – e il ‘suicidio’ di Kelly, gli unici servizi britannici decenti sono quelli igienici, anche senza bidet! Insomma, in Iraq – sebbene anche il capo delle truppe d’invasione Usa nel Nord sostenga di non averne visti – a resistere non sono iracheni, ma “combattenti islamici di Al-Qaida”. In una parola, “terroristi”.
“C’è una cabina di regia, l’ipotesi più verosimile è che ci sia Bin Laden, Al-Qaida, che manovra questi attentati”. Inutile attendersi che l’“autorevole” Pinocchio d’Egitto fornisca una prova a sostegno delle sue apodittiche affermazioni, che devono essere appunto indimostrabili, come tutto il fardello di menzogne propagandato dal Pentagono per invadere l’Iraq. E come se non bastasse Magdi Allam, la Gruber appone il sigillo al teatrino mattutino: “Siamo riusciti nell’intento di far arrivare Al-Qaida in Iraq”. Certo, ci siete riusciti tu e il tuo sodale Magdi Allam!
In questi giorni si fa un gran parlare d’immigrazione… ecco, Magdi Allam è un perfetto esempio d’integrazione… integrato, sì, con gli americani!
Il metodo revisionista applicato alla storia
Il governo americano si ritiene in stato di guerra mondiale contro ciò che lui definisce il terrorismo internazionale. Ha fatto la guerra all'Iraq perché, secondo lo stesso governo, Saddam Hussein possedeva armi di distruzioni di massa che minacciavano gli Stati Uniti. In appoggio a quest'accusa, gli americani, fino ad ora, non hanno esibito la minima prova ma soltanto dimostrazioni fumose.
Alcuni osservatori pensano che questa mancanza di vere prove deve imbarazzare sia la Casa Bianca che coloro i quali, nella comunità internazionale, hanno appoggiato George W. Bush e Tony Blair per assicurarci che Saddam Hussein era in possesso di tali armi. Questi osservatori si sbagliano. Non conoscono la storia della propaganda di guerra. Al riguardo essi dovrebbero consultare gli autori revisionisti. Imparerebbero quindi che, per il pubblico in generale, la miglior prova dell'esistenza di queste armi, è esattamente la mancanza di traccia o di prove.
Menzogne d'altri tempi
Ricordiamoci i processi di stregoneria, i processi ai "criminali di guerra nazisti" e i processi intentati ai revisionisti. Nei secoli scorsi, in particolare dal 1450 al 1650, ma anche verso la fine del XVIII secolo, se si credeva a certi tribunali ecclesiastici e a dei sapienti, sul corpo di una donna esistevano sessanta punti dove potevano celarsi le tracce di una copulazione col Maligno. Tuttavia, altri tribunali e altri saggi non meno sapienti giudicavano che, a dispetto delle precisazioni riportate da questi esperti, la miglior prova in materia stava nel fatto che il Maligno aveva cancellato ogni traccia del suo passaggio; altrimenti, non sarebbe stato il Maligno.
Nel secolo scorso, specialmente a partire dal 1945-1946, al processo-farsa di Norimberga, fino a quelli odierni, contro le "guardie dei campi", i "criminali di guerra", i "collaborazionisti dell'occupante" e infine nel corso dei processi intentati ai revisionisti, si è osservato un fenomeno analogo in merito al preteso genocidio degli ebrei e delle pretese camere a gas naziste. I dotti hanno innanzitutto sostenuto che, vista l'abbondanza di prove e di testimoni, era sufficiente affermare che questi orrori erano di "pubblica notorietà " (Art. 21 dello statuto del Tribunale militare internazionale di Norimberga).
Altri dotti hanno persino voluto procedere ad una dimostrazione, ma alla fine ne è uscito che, secondo il parere di questi esperti, non si poteva, tutto sommato, che scoprire degli "indizi " accompagnati da testimonianze da prendere con cautela (vedi il caso di Jean-Claude Pressac, ad esmpio, autore di un'opera voluminosa, in inglese, dedicata alle camere a gas di Auschwitz, nonchè il caso di Robert Jan van Pelt, autore di due libri sull'argomento). Infine, quelli più scaltri scelsero di affermare: «tutti sanno che i nazisti hanno distrutto queste camere a gas e soppresso sistematicamente tutti i testimoni». Tale dichiarazione fu fatta, questa volta, da Simone Veil (France-Soir Magazine, 7 Maggio 1983, pag. 47) la quale ci faceva capire che Hitler non sarebbe stato Hitler se avesse lasciato una minima traccia del suo gigantesco crimine. Difatti, nei milioni di documenti che il nuovo Satana si sarebbe lasciato dietro, non fu trovato nessun ordine di uccidere gli ebrei, nessun piano per sterminarne milioni (ivi compreso nel verbale di una certa riunione tenutasi a Berlin-Wannsee), nessuna istruzione di dover eliminare fisicamente gli ebrei (ivi compreso nel caso delle Einsatzgruppen), nessuna traccia di budget finanziario per un'impresa così vasta, nessun camion a gas e nessuna camera a gas, se non delle grottesche camere a gas Potemkine maldestramente "ricostruite" dopo la guerra.
È a tale insegna che il più dotto degli esperti, un signore ebreo di nome Raul Hilberg, ha finito per spiegare, come ultima risorsa, che la gigantesca carneficina fu messa in opera grazie ad «un incredibile (sic) associazione di idee, una trasmissione di pensiero consensuale in seno ad una vasta burocrazia», ben inteso, la burocrazia tedesca. Ancora più cornuto di Belzebù, Adolf Hitler non si era accontentato di cancellare tutte le prove del crimine ma, per poter meglio imbrogliare il mondo, aveva lasciato delle prove destinate a far credere che non aveva mai voluto sterminare gli ebrei.
Prendendo tre esempi, all'inizio egli aveva garantito la salvezza a milioni di essi, poi, così come dicono i documenti, non aveva cercato altro, per risolvere «la questione ebraica in Europa», che una «soluzione finale territoriale» (vedi progetto del Madagascar), e alla fine le sue corti marziali avrebbero fatto fucilare dei tedeschi che si erano resi colpevoli dell'assassinio di ebrei. E così via. Quanto alle magiche camere a gas, egli le fece sparire così bene che nessuno poteva rilevare la sfida dei revisionisti che esigevano che venisse loro mostrata, o comunque, descritta o disegnata l'arma del delitto e che venisse loro spiegato come questi mattatoi chimici potevano funzionare senza uccidere il personale incaricato di sgomberare le camere a gas delle loro migliaia di cadaveri impregnati di cianuro e quindi resi intoccabili. Questa impossibilità nella quale gli ebrei sono stati messi per provare la loro accusa principale, conferma il carattere completamente diabolico di Adolf Hitler.
Menzogne di oggi
In questo inizio di XXI secolo, sembra che ci venga riproposto lo stesso scenario con le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Dico "sembra", poiché qui è meglio sottolineare una differenza di spessore. Mentre la copulazione col Diavolo era fisicamente impossibile e che la camera a gas nazista era chimicamente inconcepibile, bisogna riconoscere che le terrificanti armi di Saddam Hussein sono, in linea di massima, perfettamente possibili, dal punto di vista fisico e chimico, se non altro perché i suoi accusatori, a partire da Ariel Sharon, ne possiedono loro stessi un grande numero, descritte con l'innocente dicitura di "armi di dissuasione di massa".
L'eterna grande menzogna
In tempo di guerra, tutti i regimi politici, qualsiasi essi siano, quello di Saddam Hussein come quello di G. W. Bush, usano le menzogne più grossolane. Per lanciare un paese in una guerra o per mantenere l'ardore guerriero oppure per giustificare una crociata militare, solamente la vecchia e grande menzogna parlerà alle folle. Una menzogna ingegnosa o di un nuovo tipo non otterrebbe lo scopo. Esistono delle ricette per provocare in una massa l'indignazione, la rabbia, la voglia di menare le mani e per suscitare, almeno temporaneamente, l'aspirazione ad impegnarsi corpo e anima in una causa guerriera. L'uomo politico che è pratico di masse conosce le virtù del semplicismo e che il colmo dei colmi consiste nel ricamare sui temi: «Io vi amo; amatemi!» oppure: «Io sono buono, Voi siete buoni e gli altri sono cattivi».
Il televangelista intona: «Dio è amore, Dio è con noi ed è contro i cattivi».
La prima arma del normale truffatore non è l'ingegnosità nell'imbroglio ma la capacità di rendersi simpatico nell'approccio della sua vittima e fargli un discorso fra i più semplici. Nel responsabile di un paese in tempo di guerra, si ritrovano indubbiamente questi tratti e questi espedienti del politico, del televangelista e dell'imbroglione. Da questo punto di vista, nel XX secolo, Franklin D. Roosevelt è forse stato il più subdolo dei belligeranti. Bush figlio gli ruberà lo scettro?
La comodità della credulità
Il crimine perfetto non lascia alcuna traccia, alcuna prova. D'altronde l'accusa perfetta non si appoggia su nessuna vera prova. Colui che fa propaganda di guerra lo sa. Gli basterà recitare le eterne solite atrocità sul conto di un avversario che verrà descritto come un qualcuno che passa il suo tempo ad uccidere bambini, a usare armi invisibili, a gestire mattatoi umani. Queste recite riusciranno a sedurre solamente se non sono accompagnate da alcuna prova, o, al limite, se sono appoggiate da "indizi", da "testimonianze" o da riferimenti a "fonti" non identificate: delle solide prove presentano l'inconveniente di tenere a freno l'immaginazione e le passioni.
Gli indizi hanno invece il vantaggio di dare l'impulso alla folla. Per quanto riguarda le testimonianze, toccano gli animi più sensibili, specialmente se sono accompagnate da lacrime o da scene di svenimento (specialità dei testimoni israeliani).
Una calunnia gratuita e stereotipata avrà più successo di un'accusa circostanziata e sostenuta da prove.
La ricetta preferita è quella di una fotografia vera accompagnata da una didascalia falsa. Ad esempio, la fotografia mostrerà dei morti ma la didascalia parlerà di uccisi, assassinati, sterminati. Il testimone ideale, circa il crimine non fornisce altro che delle precisazioni imprecise e ciò consente a colui che gli presta fede di costruire lo scenario in base alla sua fantasia e di ricostruire la scena del crimine a modo suo. Senza alcuna difficoltà e come su di un magico tappeto volante, la fantasia volerà verso Auschwitz, verso Timisoara o verso quell'ospedale di Kuwait City dove, secondo Bush padre, nel 1991 gli irakeni staccarono le incubatrici dei neonati kuwaitiani. Colui che ascolta o vede quel testimone si sente inondato di compassione, si diletta, egli appaga in un colpo solo il suo gusto inconfessabile per lo spettacolo horror, il suo bisogno di odiare e la sua aspirazione ai buoni sentimenti.
Il propagandista oculato, inoltre, lascia a colui di cui abusa, l'illusione di una certa libertà personale.
Il bisogno di credere
La massa è semplice e non si può immaginare come lo spirito semplice possa gustare i ragionamenti elementari e, in particolare, il ragionamento circolare. Gli verrà detto, ad esempio, che la prova che quel tale è cattivo, è quella che è cattivo. La prova che quest'ultimo è cattivo, è quella che non ci ama. Se non ci ama, è perché è barbaro. Se è barbaro, è perché lui non vede le cose come le vediamo noi. Questo barbaro cattivo appartiene ad un altro mondo, che non può essere che un mondo inferiore. Se è un mondo inferiore, ne consegue che il nostro è un mondo superiore. Ecco che ci viene confermato che, se noi siamo buoni, il nostro nemico è per forza cattivo. Il cerchio si chiude, è perfetto. Qualsiasi altra prova è superflua, come il cavallo bianco di Enrico IV che è bianco perché è bianco. E così non bisogna chiedersi come il crimine di massa attribuito a Hitler è stato tecnicamente possibile; «esso è stato tecnicamente possibile perché si è verificato».
Questa mirabolante asineria è stata proferita in una dichiarazione comune, da Leon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Fernand Braudel e da una trentina di storici francesi i quali nel 1978-1979 erano stati da me pregati di rivelare in che modo le gasazioni degli ebrei, così come ci sono state raccontate, sarebbero state tecnicamente possibili ("Le Monde", 21 Febbraio 1979, pag. 23).
Per quel che riguarda le armi di Saddam Hussein, se non le ha lui, vuol dire che sono da un'altra parte. Se non sono in Iraq, è perché si trovano in Siria, o in Iran, o sulla Luna. Il Diavolo sa dove. Ma cosa importa? Le masse hanno la memoria corta. Esse non chiederanno alcun rendiconto ai bugiardi. Per loro, con o senza armi, con o senza prove, il crimine del vinto resta il crimine ed il criminale vinto resta un criminale. Il ragionamento circolare trova deliziosamente posto nelle circonvoluzioni cerebrali del semplice. Ci si arrotola. Rettilineo o meno, il cervello non è una massa relativamente molle, spugnosa, informe? Il cuore non è una pompa che aspira e rifluisce senza che ci si badi? La pigrizia non è voluttuosa? La riflessione non è stancante? Lo sforzo di memoria non è doloroso? Allora, perché in una società consumistica complicarsi la vita quando è sufficiente ricevere, assorbire, rigurgitare e poi a pancia piena e col cervello pieno di aria, sentirsi di animo buono al fianco del killer vincitore?
La terza guerra mondiale ricicla le vecchie menzogne
I dirigenti americani non hanno mai mostrato troppo interesse per la sfumatura o il dettaglio. Almeno fin dal 1898, per giustificare le loro incessanti spedizioni militari, hanno impiegato le stesse invenzioni. Perché dovrebbero cambiare? Queste invenzioni hanno coperto con successo gli orrori che i boys hanno collezionato durante la seconda guerra mondiale, durante la loro guerra del Vietnam e in occasione di almeno altre venti spedizioni militari. Queste stesse imposture sono servite a giustificare la mascherata del processo di Norimberga e si ritrovano nell'orrenda propaganda olocaustica, della quale, gli ebrei americani, sono diventati maestri.
Proprio recentemente, la Casa Bianca ed il suo contorno giudeo-israeliano, non hanno fatto altro che riciclare le più scalcinate invenzioni della propaganda di guerra, creando e sfruttando questa favola delle armi di distruzione di massa presumibilmente in possesso di Saddam Hussein, il quale, al momento buono, si è dimenticato di farne uso. La loro seconda guerra in Iraq ha illustrato agli americani i progressi delle loro invenzioni in ogni campo tranne, da una parte, nella fabbricazione degli orrori prestati all'avversario e, dall'altra, nella fabbricazione delle presunte prodezze dei loro soldati. La loro propaganda è cambiata nella forma, ma il contenuto è lo stesso. In via accessoria, ci sono stati propinati i sosia di Saddam Hussein, nonché la fiction eroica del presunto salvataggio della giovane Jessica Lynch.
I revisionisti hanno fortuna. Per la nuova guerra mondiale, il loro compito sarà agevolato. La propaganda bellica resterà imperturbabilmente la stessa. Jean Norton Cru per la prima guerra mondiale e Paul Rassinier per la seconda guerra mondiale, ci hanno, in qualche modo, già descritto le grandi imposture di questa terza guerra mondiale. Sarà sufficiente rileggere questi autori. Possiamo osare dire che essi hanno fatto un repertorio anticipato delle menzogne di Bush padre, di Bush figlio, di Blair e di Sharon.
La terza guerra mondiale sarà diversa dalle due grandi guerre che l'hanno preceduta, sarà innovativa per alcuni settori, ma la sua propaganda a base di racconti di atrocità continuerà ad obbedire alla tradizione. Grossolana e pesantemente cinica, essa continuerà a illustrare una verità: in tempo di febbre guerriera, l'accusa che viene portata verso le masse è quella che non è accompagnata da prove. A quest'assenza di prove autentiche, gli americani porranno rimedio con sceneggiature di scaltri manipolatori, con delle pagliacciate alla Powell (fingendo di agitare davanti alle telecamere un contenitore di gas irakeno) o ancora con delle infami messe in scena hollywoodiane nella tradizione del business della Shoah e dell'Industria dell'Olocausto.
Applicato alla storia della terza guerra mondiale, il metodo revisionista offrirà almeno il vantaggio di stanare questo genere di imposture.
Prof. Robert Faurisson
Da: "profdamiani" <profdamiani@libero.it>
A Mieli su Gibson e Papini
Data: mercoledì 7 aprile 2004 17.45
[QUOTE]Originally posted by franco damiani
Caro Mieli, capirei la sua deplorazione dei toni "antisemiti" della "Storia di Cristo" di Papini se analoga deplorazione lei riservasse agli altri stereotipi largamente diffusi nella letteratura e nel cinema, dal tedesco (o dal fascista) "violento, stupido e cattivo" al monaco corrotto e beone all'Inquisitore (vedi il Bernardo Gui del "Nome delle rosa") ignorante e feroce, contro i quali invece non ricordo di aver mai letto sue proteste.
L'espressione "perfidi giudei" fa poi parte della liturgia tradizionale della Chiesa, la cui "perfetta rispondenza alla lettera dei Vangeli" ma anche (le ricordo che il "sola Scriptura" è protestante) a un'ininterrotta tradizione bimillenaria sono certo lei non vorrà mettere in discussione. Che "sugli ebrei debba ricadere, per espressa volontà dei padri, il sangue di Cristo" è per l'appunto espressione letterale dei Vangeli e non certo invenzione di Papini. Anche il fatto che dopo la Shoah (sulla quale peraltro lei, che si autodefinisce revisionista, si ostina a rifiutare qualsiasi discussione critica) non si possa più parlare come prima degli ebrei lo contesto: l'antigiudaismo della Chiesa ha fondamenta teologiche e non razziali e non può essere modificato da un fatto storico pur terribile, soprattutto quando la discussione su questo è di fatto impedita.
La signiora Anna Paszkowski brucia il suo grano d'incenso alla correttezza politica ricordando che il suo avo parlò degli ebrei come "primogeniti della promessa" (è vero, ma a questa primogenitura essi, come Esaù, hanno spontaneamente rinunciato) e alluse a una "fratellanza" fra ebrei e cristiani. Che spero fosse nella comune umanità e non nella fede, perché in tal caso Papini avrebbe detto una cosa certo oggi di moda, ma falsa e contraria all'insegnamento della Chiesa.
Da: "profdamiani" <profdamiani@libero.it>
Gli evangelisti e la verità storica
Data: mercoledì 7 aprile 2004 18.03
Caro Mieli,
il signor Paolo Sani sostiene che i primi a gettare una luce fosca sugli ebrei furono gli evangelisti, con "una narrazione tendenziosa dell'arresto e poi processo (e supplizio) di Gesù".
Fonte di tanta certezza un libro di tal Guignebert del 1972, pubblicato da Einaudi, editore notoriamente super partes, e definito opera di un "critico indipendente". Non conosco il libro di Guignebert e non so perché dovrebbe, egli solo, essere considerato "indipendente", ma so che l'accusa di menzogna agli evangelisti, che scrivevano "su dettatura di Dio", è ingiuriosa per la Chiesa, che ha sempre insegnato la piena storicità del racconto evangelico, ma anche offensiva per la ragione dei credenti, i quali ben sanno come il processo a Gesù fu irregolare secondo la legge ebraica ma che ciò depone a sfavore del Sinedrio, accecato dall'odio, e non già dei narratori, e non comporta alcuna "inverosimiglianza e incoerenza".
Che Pilato sia poi considerato "un santo" presso gli eretici monofisiti non capisco poi che attinenza abbia con la questione.
Franco Damiani
Villafranca Padovana (PD)
Da: "Luigi Leonini" <luleonin@tin.it>
Data: giovedì 8 aprile 2004 18.56
[Ar] UNO SCONVOLGENTE LIBRO DELLO STORICO EBREO BRYAN MARK RIGG
Quei 150 mila soldati ebrei di Hitler di cui nessuno ha mai osato parlare
PASQUALE SQUITIERI
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Quando la rivista di propaganda nazista "Signal" dedicò la copertina al "soldato tedesco ideale", nel 1939, non poteva certo immaginare che quel volto appartenesse ad un giovane ebreo sefardita, il Gefreiter Werner
Goldberg. Questa la foto più sorprendente, delle tante di ufficiali, generali, ammiragli, membri del partito nazista ebrei, contenute nel libro del giovane storico ebreo Bryan Mark Rigg, laureato alla Yale University, "I soldati ebrei di Hitler" pubblicato recentemente da Newton & Compton nella collana "I Volti della Storia" (pagine 395, 16,90 euro).
Uno studio accurato, una documentazione quasi esasperata, durata anni di viaggi, di incontri, di esami dettagliati di documenti pubblici e privati, superando l'ostilità e il boicottaggio degli studiosi "ufficiali" della
"questione ebraica". Nella prefazione, Rigg racconta d'essere stato ispirato alla ricerca dalla visione d'un film, "Europa, Europa" in cui si racconta la storia dell'ebreo Perel che prestò servizio nella Wehrmacht e studiò in un collegio per la gioventù hitleriana dal 1941 al 1945. Il film raccontava una vicenda reale.
Tornato all'Università di Yale, dove frequentava il secondo anno di college, Rigg si mise al lavoro. Gli sarebbe bastato trovare una dozzina di Perel e ne avrebbe ricavato uno studio interessante. Ne trovò 150.000 e questo sconvolse tutte le sue certezze. Gli storici avevano sempre parlato di una cifra irrisoria di ebrei o mezzi ebrei (Mischlinge) che avevano militato sotto la croce uncinata. Ma tuttavia ricoprendo alte cariche.
Rigg iniziò una corsa contro il tempo, poiché quei veterani morivano ormai a migliaia di giorno in giorno. Si avvalse dell'effetto "valanga", nel senso che ogni intervistato faceva i nomi di altri camerati. Quasi tutti si
mostrarono disposti ad aprire le loro case e i loro cuori. In più autorizzarono il libero accesso ai fascicoli personali contenuti negli
archivi. Vennero fuori documenti "che nessuno aveva mai esaminato prima" (siamo tra il 1994 e il '98!) e "furono dette cose che non erano mai state dette prima". Le loro vicende costituiscono la testimonianza diretta d'una storia oscura e raccapricciante.
Una storia che molti professori avrebbero preferito restasse nei cassetti. Ma Rigg appartiene a quella schiera ormai folta di storici ebrei che, sulla scia di Kath, Arendt, Kimmerling, Novick, Finkelstein e altri, vogliono la verità sull'Olocausto. La critica, quando non li accusa di filo-nazismo (come accade per Hanna Arendt), li considera "revisionisti" nell'accezione staliniana del termine. Sono quelli che alla domanda «perché un ebreo scrive queste cose?», rispondono: «Perché un ebreo NON dovrebbe scrivere queste cose?».
Il suo lungo studio, i suoi documenti, i suoi testimoni, ci conducono in un mondo in cui avevamo sentito parlare in fretta e per accenni, ma che mai avevamo penetrato e di cui mai prima d'ora avevamo incontrato gli abitanti: il mondo dei "soldati ebrei di Hitler".
Una popolazione, non uno sparuto gruppo come si è voluto far credere per oltre mezzo secolo. Una popolazione con i suoi generali, i suoi ufficiali, le sue truppe. L'elenco di Rigg è sconvolgente. Il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (aggressione della Norvegia). L'Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn.
L'ammiraglio Bernhard Rogge decorato da Hitler e dall'imperatore del Giappone. Il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck. Gerhard Engel, maggiore aiutante militare di Hitler. Il
generale Johannes Zukertort e suo fratello il generale Karl Zukertort. Il generale Jodl ("ebreo" in olandese), discendente diretto del Golem. Il generale Cohen, comandante del campo di prigionia di Stuhffenhal. Il generale Gothard Heinrici. Il generale Karl Litzmann, "Staatsrat" e membro del partito nazista. Il generale Werner Larzahn decorato da Hitler. Il
generale della Luftwaffe Helmut Wilberg dichiarato ariano da Hitler. Philipp Bouhler, Capo della Cancelleria del Fuhrer. Il maggiore Friedrich Gebhard, decorato da Hitler. Il superdecorato maggiore Heinz Rohr, l'eroe degli U-802, i sottomarini tedeschi. Il capitano Helmut Schmoeckel...
Segue una sfilza di ufficiali, sotto-ufficiali, soldati. Tutti ebrei, o mezzi ebrei o ebrei per un quarto o addirittura per il 37,5 per cento, come il Gefreiter Achim von Bredow. Poi la ricerca scava impietosa fino ad un nome terribile: Reinhardt Heydrich, "la bestia bionda", "Il Mosè biondo", Capo dell'ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, "l'ingegnere dello sterminio", diretto superiore di Heichmann. Era ebreo Heydrich? Molti assicurano di sì. Di certo suo padre lo era. Di
certo gli fu accordata da Hitler "l'esenzione". Hitler stesso avrebbe detto di lui: «Persone come lui, dotate di molto talento, potranno essere usate finché le si terrà in pugno». Il punto debole di Heydrich era la sua "origine ebrea" (Speer, Inside the Third Reich, pag. 146). «È noto infatti che Heydrich era ebreo» (Hanna Arendt, "La banalità del male", pag. 141).
Così come ebreo era Hans Frank, governatore generale della Polonia, impiccato a Norimberga come criminale di guerra. «Dei principali criminali di guerra, solo due si pentirono in punto di morte, Heydrich e Frank. Purtroppo si ha ragione di sospettare che si pentissero non di aver commesso crimini spaventosi, ma soltanto di avere
tradito la propria gente» (Hanna Arendt). È una foiba, il libro di Rigg, da cui si estraggono scheletri che si voleva dimenticare, nome e fatti da cancellare. Nomi di uomini che fecero la storia del XX secolo. Fatti che resero quella storia atroce. E forse fu per prudenza che al processo di Norimberga non si parlò di
Olocausto, ma, più genericamente, di crimini di guerra o contro l'umanità. Forse fu per prudenza che tra gli imputati non sedesse Heichmann, esecutore degli ordini di Heydrich.
«Non potevamo immaginare - ricordava Yitzhak Zuckerman, capo della rivolta del ghetto di Varsavia - che gli ebrei avrebbero condotto alla morte altri ebrei». E Zuckerman non si riferiva soltanto agli ebrei della Wehrmacht, della Luftwaffe, della Marina o delle SS, ma soprattutto ai sonderkommandos, la polizia ebrea collaborazionista così efficacemente e drammaticamente narrata dall'ebreo Roman Polanski nel suo ultimo film "Il pianista".
Perché dunque, un libro come questo di Rigg ci sconvolge tanto? Forse perché il peso della "soluzione finale" è insopportabile e scopriamo di poterlo distribuire su altre spalle, anche quelle ebree. Forse perché siamo ancora alle prese con la retorica del "caso Priebke". Un ultranovantenne, ex ufficiale nazista, accusato di non aver disobbedito a ordini considerati disumani e che il libro di Rigg inevitabilmente pone a confronto con
centinaia di generali e ufficiali ebrei che quegli ordini li eseguirono tanto bene da meritarsi le decorazioni e gli elogi di Hitler. Forse perché
ci ha aiutato a capire che non esiste una "colpa collettiva" del popolo tedesco, così come non esiste una "innocenza collettiva" del popolo ebraico.
Pasquale Squitieri
Da: "informazioni" <liste@gawab.com>
A: <societanazionale@yahoogroups.com>
Oggetto: [societanazionale] ar-Rantisi e la "Road Map" un anno fa...
Data: domenica 18 aprile 2004 4.38
E' la resistenza la 'strada' che dobbiamo attraversare, non la «Road Map»
'Abd al-'Azîz ar-Rantîsî .:. ash-Sha'b (Il Popolo, Egitto) .:. 30.05.03
http://www.aljazira.it/03/06/08/rantisi.htm
Il fenomeno senz'altro più nobile che la storia dell'umanità abbia mai conosciuto è quello degli istishâdiyyûn [lett. «coloro che chiedono il martirio», n.d.t.], che con il loro sangue hanno affermato: «La patria è più cara del nostro sangue». Ed è anche come se dicessero: «Nella scelta tra la nostra esistenza e quella della nostra patria, affermiamo che prima di noi è la nostra patria a dover esistere».
Per questo affermiamo che gli istishâdiyyûn sono i soli in grado di difendere la patria.
Mentre espongo tale verità, getto uno sguardo sulla nostra terrificante realtà interrogandomi su cos'è che ci ha trascinato in questa difficile situazione. Esiste una possibilità di fuggire dalla 'prigione' del processo di pace? Oppure coloro che ci hanno imprigionato ne sono diventati essi stessi gli ostaggi tanto che spetta a noi di riscattarli sacrificando la patria e comprendendo il vicolo cieco in cui si trovano?
Abbiamo detto che la «Road Map» è una congiura ai danni della «questione palestinese» e la presenza palestinese, tuttavia c'è chi si acceca volutamente fino al punto che non vede la congiura, nega ciò che riescono a vedervi coloro che non sono accecati e non esita a negare radicalmente l'esistenza di tale congiura.
Allora, com'è che la Palestina è andata perduta? E come mai il combattente è diventato perseguitato ed accusato, mentre ciò che è illegittimo è libero ed onorato? E perché la «Road Map» è diventata un'equa soluzione? Com'è possibile che l'accettazione delle riserve di Sharon si sia trasformata in un'operazione che realizza maggiore equità? La lacerazione della comunità, la sua dispersione, la sua umiliazione e la perdita della sua dignità non si verificano forse a causa di una cospirazione internazionale ai suoi danni? L'allontanamento della comunità dalla sua religione non è il risultato dei miliardi di dollari forniti ai missionari, agli orientalisti e all'opera di occidentalizzazione?
Non necessariamente dobbiamo essere partecipi della congiura poter dire che certamente tra di noi c'è chi, mosso dalle sue ambizioni, ha distolto lo sguardo anzi ha chiuso gli occhi davanti a questi denari. Così come c'è tra noi chi, incurante, ha preso parte alla loro diffusione, e chi è stato un elemento centrale nel loro 'smercio'.
Non c'è bisogno di una grande intelligenza per capire il gioco sionista, poiché essi ripetono lo stesso metodo al punto da farlo diventare un modello; essi stabiliscono il piano e gli danno forma, o, al limite, è l'Amministrazione americana che gliela dà, in accordo con la visione sionista; poi, la parte americana lo propone come «piano americano», e i sionisti lo rifiutano, mentre l'Autorità palestinese si affretta ad accettarlo allo scopo di mettere in imbarazzo la parte sionista. In seguito, la parte sionista appone delle correzioni ed esprime delle riserve sul piano, mentre la parte americana lo accetta con la scusa che non vuole ostacolare il «processo di pace». La palla passa così ai palestinesi, che non trovano via di scampo dall'accettazione delle correzioni sioniste. Poi arriva il momento della messa in pratica, e la parte palestinese applica il piano come si era impegnata a fare, con completa abnegazione, però la parte sionista non concede niente con la scusa che quanto hanno fatto i palestinesi non è sufficiente. Così, la parte palestinese s'impegna a fare delle rinunce senza conseguire alcuna realizzazione per quanto ha offerto. Ma la disgrazia più grande è che l'Autorità non impara e non vuole imparare, cosicché la domanda è: perché?
L'esperienza dell'accordo di Wye Plantation - a mo' d'esempio - è ancora presente alla memoria. Nella proposta americana, dopo che gli Stati Uniti avevano esaminato le posizioni delle due parti, consisteva nella restituzione del 13% della superficie della Cisgiordania, in accordo con quel che desiderano i sionisti e contro quel che chiedeva l'Anp (40%). Malgrado questo l'Anp accettò, ma poi Netanyahu rifiutò, chiedendo la nota modifica sulla restituzione del 10+3%, accettata dall'Amministrazione americana. Pertanto, le trattative di Wye Plantation s'incentrarono sulla parte dell'accordo relativa alla sicurezza e sulle misure relative alla fase transitoria (l'aeroporto, il porto, i corridoi di sicurezza, i prigionieri, modifiche alla Costituzione palestinese, questioni economiche). Alla fine non restarono altro che le modifiche alla Costituzione e gli impegni sulla sicurezza, pagati col sangue del popolo palestinese, ma il giorno seguente alle modifiche apportate alla Costituzione, Netanyahu e Sharon sono venuti meno agli accordi, dopo il loro incontro con 'Arafât e Bill Clinton.
Si vedeva che Clinton era contrariato, furioso: la sua rabbia non si tradusse in pressioni sui sionisti, ma, in totale contraddizione con questo, Clinton esercitò enormi pressioni sulla parte palestinese nella 'prigione' di Camp David. In questo modo facemmo a pezzi la Costituzione, terminarono le trattative e fummo così noi ad incorrere nella rabbia di Bill Clinton.
La sceneggiata si ripete con la «Road Map», con Sharon che l'ha rifiutata (sia che l'abbia elaborata lui oppure gli Usa, in base alla sua visione) e che per accettarla ha posto come condizione una serie di riserve che la svuotano di ogni cosa, tranne che nella parte sulla sicurezza, nella quale l'Anp dichiara guerra alla Resistenza palestinese e al popolo palestinese, e riconosce lo «Stato d'Israele» fornendo piena legittimità alla profanazione del sangue dei musulmani di Palestina operata dai sionisti.
Gli arabi speravano che l'America facesse delle pressioni su Sharon affinché accettasse la «Road Map», ma qual è stata la risposta dell'America alle speranze degli arabi? Dice Powell: "Abbiamo detto agli israeliani che con l'inizio del lavoro su questo piano a poco a poco avremmo preso in considerazione le loro osservazioni"; la stessa cosa è affermata in un proclama della Casa Bianca: "Gli Stati Uniti concordano con il punto di vista del Governo israeliano e considerano che tali timori siano fondati, per cui lavoreranno al suo fianco seriamente per l'applicazione della «Road Map»". Un alto responsabile del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che accompagnava Powell in aereo ha detto che "l'impegno americano a prendere in considerazione le riserve israeliane non significa necessariamente che ogni richiesta israeliana verrà accolta".
Un responsabile sionista, in risposta ad una domanda dell'agenzia France Press ha affermato: "Domenica il Governo israeliano avrà una grande occasione per far conoscere la propria posizione sul testo, dopo i chiarimenti molto positivi resi noti dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti". E il giornale in lingua ebraica «Yediot Aharonot» riportava da fonti vicine a Sharon che Israele riconoscerà i principi enunciati dal piano, ma che questo non significherà che è d'accordo su ogni suo paragrafo". La parte sionista ha accettato la «Road Map» ed ha cominciato ad eseguirla prima di annunciarne un'accettazione condizionata: ecco così che il Ministro degli insediamenti del nemico ha annunciato un vasto progetto di colonie, cioè l'inizio graduale della costruzione di 3.500 unità abitative nella colonia di Maalet Edunim, vicina a Gerusalemme; inoltre ha compiuto una devastazione completa della città di Tulkarem, in applicazione della «Road Map» che profanerà il sangue dei musulmani e renderà sacro quello dei sionisti; essa chiede ai palestinesi di fermare le violenze, ma non chiede ai sionisti di fermare il terrorismo rappresentato dalle devastazioni, dai massacri, dagli omicidi, dagli incarceramenti, dall'assedio, dall'umiliazione e dalla rovina della vita dei palestinesi. Perciò torniamo alla domanda: "Perché alcuni si ostinano a non vedere l'irrefutabile verità?
A questa domanda non trovo risposta, tranne che coloro i quali fecero gli accordi di Oslo sono diventati ostaggi del processo di ricomposizione e non hanno che due scelte davanti a sé: accettare di mettere in pratica la richiesta che viene rivolta loro di sopprimere la Resistenza spaccando il fronte palestinese e rinunciando alla patria, oppure ritornare da dove sono venuti, poiché il rifiuto di eseguire ciò che viene dettato loro significherebbe la rinuncia al "processo di pace", grazie al quale sono entrati in Palestina. Se si trovassero in imbarazzo di fronte a questa duplice scelta la cosa sarebbe molto pericolosa, ma se sentissero il richiamo della ragione e del dovere essi dovrebbero optare per la Resistenza, poiché è la resistenza la 'strada' che dobbiamo attraversare, non la «Road Map».
Da: "informazioni" <liste@gawab.com>
A: <societanazionale@yahoogroups.com>
Oggetto: [societanazionale] ar-Rantisi: Paragonare il sionismo al nazismo è offendere il nazismo
Data: domenica 18 aprile 2004 4.39
'Paragonare il sionismo al nazismo è offendere il nazismo'
Postato il Sunday, 31 August @ 02:292 CEST di comedonchisciotte
Il dr. 'Abd Al-'Aziz Al-Rantisi, uno dei principali attivisti di Hamas nella striscia di Gaza ha scritto per il settimanale Al-Risala (21 agosto 2003) un articolo intitolato "Cosa è peggio: sionismo o nazismo?"
Dell'articolo riportiamo alcuni estratti.
Il falso Olocausto: la più grande delle bugie
"I sionisti, che eccellono nella falsa propaganda e nella manipolazione dei media, hanno avuto un successo fenomenale nel cambiare i fatti. Per far questo, essi hanno applicato la regola: bugia dopo bugia fino a che si è creduti. I sionisti hanno presentato se stessi al mondo come le sole vittime del nazismo, fino a rovesciare la più grande delle bugie in una verità storica. Io non dico che essi sono riusciti ad ingannare l'Occidente a far sì che esso creda nel falso Olocausto, ma che sono riusciti a persuadere l'Occidente nella necessità di smerciare queste menzogne. L'Occidente è convinto di ciò perché i suoi interessi collimano con quelli del sionismo.
"Molti pensatori e storici hanno esposto le bugie del sionismo, diventando così un bersaglio della persecuzione sionista. Alcuni sono stati assassinati, altri arrestati e ad alcuni è impedito lo svolgimento di una vita regolare. Per esempio le associazioni e associazioni ebraiche hanno intentato azioni legali contro il famoso filosofo francese [belga ndt] Roger Garaudy, che nel 1995 pubblicò il suo libro "I miti fondatori della politica israeliana" [In italiano edito da Graphos editore, Genova, ndt] nel qual egli smentisce il mito delle 'camere a gas', dicendo, 'questa idea non è tecnicamente possibile. Finora, nessuno ha chiaramente detto come queste camere a gas abbiano lavorato e fornito una prova della loro esistenza. Chi ha la prova della loro esistenza deve provarla'.
Pure lo storico britannico David Irving è stato citato in giudizio, mentre l'autore austriaco Gerd Honsik fu condannato a 18 mesi di carcere perché aveva scritto un certo numero di articoli che negavano l'esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento nazisti".
I nazisti ricevettero più di 100 milioni di dollari dai sionisti
Non è più un segreto che i sionisti furono dietro e d'accordo con la morte di molti ebrei inflitta dai nazisti, con lo scopo di intimidirli (gli ebrei) e forzarli a immigrare in Palestina. Ogni volta che non furono capaci di persuadere un gruppo di ebrei a emigrare in Palestina, essi senza esitazione li condannavano a morte. Successivamente essi avrebbero organizzato grandi campagne di propaganda, facendo profitti sul sangue versato.
"I nazisti ricevettero un cospicuo aiuto finanziario da banche e monopoli sionisti, e questo contribuì alla loro salita al potere. Nel 1929, i nazisti ricevettero 10 milioni di dollari dalla Mendelssohn and Company, la banca sionista di Amsterdam. Nel 1931 ne ricevettero 15 milioni, e dopo la salita al potere di Hitler nel 1933, ulteriori 126 milioni di dollari.
"Nahum Goldmann [l'ex presidente del Congresso Mondiale Ebraico]scrisse queste parole nella sua autobiografia: non c'è alcun dubbio che questo grosso sostegno finanziario aiutò i nazisti a costruire quella forza militare ed economica che era necessaria per distruggere l'Europa e sottomettere milioni di persone.
Il ricercatore tedesco Prof. Frederick Toben crede che non c'era alcuna animosità fra nazisti ed ebrei, sia dal punto di vista politico che filosofico o ideologico. Egli disse: 'Non c'è nessuna prova scientifica storica che dimostri tale animosità. Al contrario c'è la prova di collaborazione fra ebrei e nazisti.'.
Paragonare il sionismo al nazismo è un insulto al nazismo
"Mentre il mondo ha capito che i sionisti, con l'appoggio dell'Occidente hanno perpetrato i più abominevoli massacri contro un popolo palestinese indifeso con l'ottica di espellerlo dalla propria terra; mentre la gente palestinese ancora subisce ancora la tragedia e la catastrofe dell'occupazione ebraica della Palestina nel 1948, dell'espulsione del nostro popolo indifeso, e dell'impedimento a ritornare alle loro città; e mentre i sionisti ancora usano contro il nostro popolo palestinese vari metodi di terrore sconosciuto nella storia, perfino nelle ere più buie - i sionisti presentano se stessi come le vittime del 'terrorismo palestinese!'
"Quando noi paragoniamo i sionisti ai nazisti, noi insultiamo i nazisti - nonostante l'abominevole terrore che essi provocarono e che noi non possiamo che condannare. I crimini perpetrati dai nazisti contro l'umanità, con tutte le loro atrocità non sono niente di più che un minuscolo granello se lo confrontiamo al terrorismo sionista contro il popolo palestinese. Mentre continua a diffondersi il disaccordo sulla veridicità delle accuse sioniste alle azioni dei nazisti, nessuno può negare gli abominevoli crimini sionisti, alcuni dei quali sono stati documentati da riprese fotografiche e televisive.
"Il mondo intero è testimone dell'assassinio del ragazzo palestinese Muhammad Al-Dura. [ma] le telecamere che immortalarono quello spettacolo atroce non sono state capaci di immortalare simili episodi dei circa 1000 bambini palestinesi assassinati a sangue freddo dagli ebrei. Il mondo ha visto i sionisti che polverizzarono le ossa dei ragazzi palestinesi a colpi di pietra mentre loro urlavano di dolore, per portare a termine gli ordini di Rabin e Sharon. E ci sono migliaia di ragazzi con le ossa polverizzate che i media hanno ignorato.
"Uno degli assassini sionisti espresse i propri sentimenti dicendo: 'Io godo quando sento le grida sofferenti dei bambini palestinesi da sotto cumuli di macerie delle case distrutte sopra le loro teste'.
"I sionisti sono specializzati nel torturare i parenti dei Martiri e dei prigionieri. Quanto spesso hanno ucciso i bambini davanti agli occhi dei genitori.
"E' impossibile elencare tutti i crimini del sionismo in un solo articolo. Abbiamo ricordato solo alcuni dei crimini, che essi attribuiscono al nazismo, ma di cui il nazismo ne risulterebbe in realtà insultato".
Fonte: Al-Risala, Jihad Unspun.
Traduzione: www.comedonchisciotte.net
"Un impero di 400 milioni di uomini: l'Europa"
L'introduzione di Claudio Mutti alla nuova edizione del celebre testo di Jean Thiriart, in preparazione presso le Edizioni Controcorrente. Vita ed opera del padre nobile dell'europeismo nazionalrivoluzionario.
L'ultimo ricordo che ho di Jean Thiriart è una lettera che mi scrisse alcuni mesi prima di morire: mi chiedeva di indicargli una località isolata sugli Appennini, dove potersi accampare un paio di settimane per fare qualche escursione sui monti. Quasi settantenne, era ancora pieno di vitalità: non si lanciava più col paracadute, però navigava con la barca a vela sul Mare del Nord.
Negli anni Sessanta, in qualità di giovanissimo militante della Giovane Europa, l'organizzazione da lui diretta, ebbi modo di vederlo diverse volte. Lo conobbi a Parma, nel 1964, accanto a un monumento che colpì in maniera particolare la sua sensibilità di "eurafricano": quello di Vittorio Bottego, l'esploratore del corso del Giuba. Poi lo incontrai in occasione di alcune riunioni della Giovane Europa e in un campeggio sulle Alpi. Nel 1967, alla vigilia dell'aggressione sionista contro l'Egitto e la Siria, fui presente a un'affollata conferenza che egli tenne in una sala di Bologna, dove spiegò perché l'Europa doveva schierarsi a fianco del mondo arabo e contro l'entità sionista. Nel 1968, a Ferrara, partecipai a un convegno di dirigenti della Giovane Europa, nel corso del quale Thiriart sviluppò a tutto campo la linea antimperialista: "Qui in Europa, la sola leva antiamericana è e resterà un nazionalismo europeo 'di sinistra' (.) Quello che voglio dire è che all'Europa sarà necessario un nazionalismo di carattere popolare (.) Un nazionalcomunismo europeo avrebbe sollevato un'ondata enorme di entusiasmo. (.) Guevara ha detto che sono necessari molti Vietnam; e aveva ragione. Bisogna trasformare la Palestina in un nuovo Vietnam". Fu l'ultimo suo discorso che ebbi modo di ascoltare.
Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell'Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell'estrema sinistra favorevoli ad un'alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all'associazione degli Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni per l'uso. Dopo la "Liberazione", nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.
Nel 1960, all'epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla fondazione del Comité d'Action et de Défense des Belges d'Afrique, che di lì a poco diventa il Mouvement d'Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a "un Partito Nazionale Europeo, centrato sull'idea dell'unità europea, che non accetti la satellizzazione dell'Europa occidentale da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell'Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l'Ungheria". Ma il progetto del Partito europeo abortisce ben presto, a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.
La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non può nascere da un'alleanza di gruppi e movimenti piccolo-nazionali, ma deve essere fin da principio un'organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così, nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente strutturato che ben presto si impianta in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra. Il programma della Giovane Europa si trova esposto nel Manifesto alla Nazione Europea, che esordisce così: "Tra il blocco sovietico e il blocco degli USA, il nostro compito è di edificare una grande Patria: l'Europa unita, potente, comunitaria (.) da Brest sino a Bucarest". La scelta è a favore di un'Europa decisamente unitaria: "Europa federale o Europa delle Patrie sono delle concezioni che nascondono la mancanza di sincerità e la senilità di coloro che le difendono (.) Noi condanniamo i piccoli nazionalismi che mantengono le divisioni tra i cittadini della NAZIONE EUROPEA". L'Europa deve optare per una neutralità forte e armata e disporre di una forza atomica propria; deve "ritirarsi dal circo dell'ONU" e sostenere l'America Latina, che "lotta per la sua unità e per la sua indipendenza". Il Manifesto abbozza un'alternativa ai sistemi sociali vigenti nelle due Europe, proclamando la "superiorità del lavoratore sul capitalista" e la "superiorità dell'uomo sul formicaio": "Noi vogliamo una comunità dinamica con la partecipazione nel lavoro di tutti gli uomini che la compongono". Alla democrazia parlamentare e alla partitocrazia viene contrapposto una rappresentanza organica: "un Senato politico, il Senato della Nazione Europea basato sulle province europee e composto delle più alte personalità nel campo della scienza, del lavoro, delle arti e delle lettere; una Camera sindacale che rappresenti gli interessi di tutti i produttori dell'Europa liberata dalla tirannia finanziaria e politica straniera". Il Manifesto conclude così: "Noi rifiutiamo l'Europa teorica. Noi rifiutiamo l'Europa legale. Noi condanniamo l'Europa di Strasburgo per crimine di tradimento. (.) O vi sarà una NAZIONE o non vi sarà indipendenza. A questa Europa legale che rifiutiamo, noi opponiamo l'Europa legittima, l'Europa dei popoli, la nostra Europa. NOI SIAMO LA NAZIONE EUROPEA".
Accanto a una scuola per la formazione politica dei militanti (che dal 1966 al 1968 pubblica mensilmente "L'Europe Communautaire"), la Giovane Europa cerca di dar vita a un Sindacato Comunitario Europeo e, nel 1967, a un'associazione universitaria, Università Europea, che sarà attiva particolarmente in Italia. Dal 1963 al 1966 viene pubblicato un organo di stampa in lingua francese, "Jeune Europe" (con frequenza prima settimanale, poi quindicinale); tra i giornali in altre lingue va citato l'italiano "Europa Combattente", che nel medesimo periodo riesce a raggiungere una frequenza mensile. Dal 1966 al 1968 esce "La Nation Européenne", mentre in Italia "La Nazione Europea" continuerà ad uscire, a cura dell'autore di queste righe, anche nel 1969 (un ultimo numero sarà pubblicato a Napoli nel 1970 da Pino Balzano).
"La Nation Européenne", mensile di grande formato che in certi numeri raggiunge la cinquantina di pagine, oltre ai redattori militanti annovera collaboratori di un certo rilievo culturale e politico: il politologo Christian Perroux, il saggista algerino Malek Bennabi, il deputato delle Alpi Marittime Francis Palmero, l'ambasciatore siriano Selim el-Yafi, l'ambasciatore iracheno Nather el-Omari, , i dirigenti del FLN algerino Chérif Belkacem, Si Larbi e Djamil Mendimred, il presidente dell'OLP Ahmed Choukeiri, il capo della missione vietcong ad Algeri Tran Hoai Nam, il capo delle Pantere Nere Stokeley Carmichael, , il fondatore dei Centri d'Azione Agraria principe Sforza Ruspali, i letterati Pierre Gripari e Anne-Marie Cabrini. Tra i corrispondenti permanenti, il professor Souad el-Charkawi (al Cairo) e Gilles Munier (ad Algeri).
Sul numero di febbraio del 1969 appare una lunga intervista rilasciata a Jean Thiriart dal generale Peròn, il quale dichiara di leggere regolarmente "La Nation Européenne" e di condividerne totalmente le idee. Dal suo esilio madrileno, l'ex presidente argentino riconosce in Castro e in Guevara i continuatori della lotta per l'indipendenza latinoamericana intrapresa a suo tempo dal movimento giustizialista: "Castro - dice Peròn - è un promotore della liberazione. Egli si è dovuto appoggiare ad un imperialismo perché la vicinanza dell'altro imperialismo minacciava di schiacciarlo. Ma l'obiettivo dei Cubani è la liberazione dei popoli dell'America Latina. Essi non hanno altra intenzione se non quella di costituire una testa di ponte per la liberazione dei paesi continentali. Che Guevara è un simbolo di questa liberazione. Egli è stato grande perché ha servito una grande causa, finché ha finito per incarnarla. È l'uomo di un ideale".
Per quanto riguarda la liberazione dell'Europa, Thiriart pensa a costituire delle Brigate Rivoluzionarie Europee che intraprendano la lotta armata contro l'occupante statunitense. Già nel 1966 egli ha avuto un colloquio col ministro degli Esteri cinese Chu En-lai, a Bucarest, e gli ha chiesto di appoggiare la costituzione di un apparato politico-militare europeo che combatta contro il nemico comune (1). Nel 1967 l'attenzione di Thiriart si dirige sull'Algeria: "Si può, si deve prendere in considerazione un'azione parallela e auspicare la formazione militare, in Algeria, fin da ora, di una sorta di Reichswehr rivoluzionaria europea. Gli attuali governi di Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra, Germania, Italia sono in diversa misura i satelliti, i valletti di Washington; perciò noi nazionaleuropei, noi rivoluzionari europei, dobbiamo andare a formare in Africa i quadri di una futura forza politico-militare che, dopo aver servito nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, un giorno potrà battersi in Europa per farla finita coi Kollabos di Washington. Delenda est Carthago" (2). Nell'autunno del 1967 Gérard Bordes, direttore de "La Nation Européenne", si reca in Algeria, dove entra in contatto con la Segreteria Esecutiva del FLN e col Consiglio della Rivoluzione. Nell'aprile del 1968 Bordes ritorna ad Algeri con un Mémorandum à l'intention du gouvernement de la République Algérienne firmato da lui stesso e da Thiriart, nel quale sono contenute le proposte seguenti: "Contributo europeo alla formazione di specialisti in vista della lotta contro Israele; preparazione tecnica della futura azione diretta contro gli Americani in Europa; creazione di un servizio d'informazioni antiamericano e antisionista in vista di un'utilizzazione simultanea nei paesi arabi e in Europa".
Siccome i contatti con l'Algeria non hanno nessun seguito, Thiriart si rivolge ai paesi arabi del Vicino Oriente. D'altronde, il 3 giugno 1968 un militante di Jeune Europe, Roger Coudroy, è caduto con le armi in pugno sotto il fuoco sionista, mentre con un gruppo di al-Fatah cercava di penetrare nella Palestina occupata.
Nell'autunno del 1968 Thiriart viene invitato dai governi di Bagdad e del Cairo, nonché dal Partito Ba'ath, a recarsi nel Vicino Oriente. In Egitto assiste ai lavori d'apertura del congresso dell'Unione Socialista Araba, il partito egiziano di governo; viene ricevuto da alcuni ministri e ha modo di incontrare lo stesso Presidente Nasser. In Iraq incontra diverse personalità politiche, tra cui alcuni dirigenti dell'OLP, e rilascia interviste a organi di stampa e radiotelevisivi. Ma lo scopo principale del viaggio di Thiriart consiste nell'instaurare una collaborazione che dia luogo alla creazione delle Brigate Europee, le quali dovrebbero partecipare alla lotta per la liberazione della Palestina e diventare così il nucleo di un'Armata di Liberazione Europea. Davanti al rifiuto del governo iracheno, determinato da pressioni sovietiche, questo scopo fallisce. Scoraggiato da questo fallimento e ormai privo di mezzi economici sufficienti a sostenere una lotta politica di un certo livello, Thiriart decide di ritirarsi dalla politica militante.
Dal 1969 al 1981, Thiriart si dedica esclusivamente all'attività professionale e sindacale nel settore dell'optometria, nel quale ricopre importanti funzioni: è presidente della Société d'Optométrie d'Europe, dell'Union Nationale des Optométristes et Opticiens de Belgique, del Centre d'Études des Sciences Optiques Appliquées ed è consigliere di varie commissioni della CEE. Ciononostante, nel 1975 rilascia una lunga intervista a Michel Schneider per "Les Cahiers du Centre de Documentation Politique Universitaire" di Aix-en-Provence ed assiste Yannick Sauveur nella compilazione di una tesi universitaria intitolata Jean Thiriart et le national-communautarisme européen (Università di Parigi, 1978). Quella di Sauveur è la seconda ricerca universitaria dedicata all'attività politica di Thiriart, poiché sei anni prima era stata presentata all'Università Libera di Bruxelles una tesi di Jean Beelen su Le Mouvement d'Action Civique.
Nel 1981, un attentato di teppisti sionisti contro il suo ufficio di Bruxelles induce Thiriart a riprendere l'attività politica. Riallaccia i contatti con un ex redattore della "Nation Européenne", lo storico spagnolo Bernardo Gil Mugarza (3), il quale, nel corso di una lunga intervista (centootto domande), gli dà modo di aggiornare e di approfondire il suo pensiero politico. Prende forma in tal modo un libro che Thiriart conta di pubblicare in spagnolo e in tedesco, ma che è rimasto finora inedito.
Nel 1982 incontra Luc Michel, che due anni più tardi fonda in Belgio un Parti Communautaire National-Européen. Thiriart diventa una sorta di consigliere politico di questo partito e collabora a "Conscience Européenne", il periodico diretto da Luc Michel.
All'inizio degli anni Ottanta, Thiriart lavora a un libro che non ha mai visto la luce: L'Empire euro-soviétique de Vladivostok à Dublin. Il piano dell'opera prevede quindici capitoli, ciascuno dei quali si articola in numerosi paragrafi. Come appare evidente dal titolo di quest'opera, la posizione di Thiriart nei confronti dell'Unione Sovietica è notevolmente cambiata. Abbandonata la vecchia parola d'ordine "Né Mosca né Washington", Thiriart assume ora una posizione che potrebbe essere riassunta così: "Con Mosca contro Washington". Già tredici anni prima, d'altronde, in un articolo intitolato Prague, l'URSS et l'Europe ("La Nation Européenne", n. 29, novembre 1968), denunciando gli intrighi sionisti nella cosiddetta "primavera di Praga", Thiriart aveva espresso una certa soddisfazione per l'intervento sovietico e aveva cominciato a delineare una "strategia dell'attenzione" nei confronti dell'URSS. "Un'Europa occidentale NON AMERICANA - aveva scritto - permetterebbe all'Unione Sovietica di svolgere un ruolo quasi antagonista degli USA. Un'Europa occidentale alleata, o un'Europa occidentale AGGREGATA all'URSS sarebbe la fine dell'imperialismo americano (.) Se i Russi vogliono staccare gli Europei dall'America - e a lungo termine essi devono necessariamente lavorare per questo scopo - bisogna che ci offrano, in cambio della SCHIAVITU' DORATA americana, la possibilità di costruire un'entità politica europea. Se la temono, il modo migliore di scongiurarla consiste nell'integrarvisi".
A Mosca, Thiriart ci va nell'agosto 1992 assieme a Michel Schneider, direttore della rivista "Nationalisme et République". A fare gli onori di casa è Aleksandr Dugin, il quale nel marzo dello stesso anno ha accolto Alain de Benoist e Robert Steuckers e in giugno ha intervistato alla TV di Mosca l'autore di queste righe, dopo averlo presentato agli esponenti dell'opposizione "rosso-bruna". L'attività di Thiriart a Mosca, dove si trovano anche Carlo Terracciano e Marco Battarra, è intensissima. Tiene conferenze stampa; rilascia interviste; partecipa a una tavola rotonda con Prokhanov, Ligacev, Dugin e Sultanov nella redazione del giornale "Den'", che pubblicherà sul n. 34 (62) un testo di Thiriart intitolato L'Europa fino a Vladivostok; ha un incontro con Gennadij Zjuganov; si intrattiene con altri esponenti dell'opposizione "rosso-bruna", tra cui Nikolaj Pavlov e Sergej Baburin; discute con il filosofo e dirigente del Partito della Rinascita Islamica Gejdar Dzemal; partecipa a una manifestazione di studenti arabi per le vie di Mosca.
Il 23 novembre, tre mesi dopo il suo rientro in Belgio, Thiriart è stroncato da una crisi cardiaca.
Apparso nel 1964 in lingua francese, nel giro di due anni Un Empire de 400 millions d'hommes: l'Europe vide la luce in altre sei lingue europee. La traduzione italiana venne eseguita da Massimo Costanzo, (all'epoca redattore di "Europa Combattente", organo italofono della Giovane Europa), il quale presentò l'opera con queste parole: "Il libro di Jean Thiriart è destinato a suscitare, per la sua profondità e per la sua chiarezza, un forte interesse. Ma da dove deriva questa chiarezza? Da un fatto molto semplice: l'autore ha usato un linguaggio essenzialmente politico, lontano dai fumi dell'ideologia e dalle costruzioni astratte o pseudometafisiche. Dopo una lettura attenta, nel libro si possono anche trovare impostazioni ideologiche, ma queste traspaiono dalle tesi politiche e non il contrario, come fino ad oggi è avvenuto nel campo nazionaleuropeo". Nonostante le riserve che alcune "impostazioni ideologiche" dell'Autore (eurocentrismo, razionalismo, giacobinismo ecc.) potranno suscitare, il lettore di questa seconda edizione italiana probabilmente concorderà con quanto scriveva Massimo Costanzo quarant'anni or sono; anzi, si renderà conto che questo libro, senza dubbio il più famoso dei testi redatti da Thiriart (4), è un libro preveggente ed attuale, per quanto inevitabilmente risenta della situazione storica in cui venne concepito. Preveggente, perché anticipa il crollo del sistema sovietico, e questo una decina d'anni prima dell'"eurocomunismo"; attuale, perché la descrizione dell'egemonia statunitense in Europa è ancor oggi un dato reale; anzi, l'analisi thiriartiana dell'imperialismo si avvale della lettura di un autore come James Burnham, che già negli anni Sessanta candidava gli USA al dominio mondiale assoluto.
Nella mia biblioteca conservo un esemplare della prima edizione di questo libro ("édité à Bruxelles, par Jean Thiriart, en Mai 1964"). La dedica che l'Autore vi scrisse di suo pugno contiene un'esortazione di cui vorrei si appropriassero i lettori delle nuove generazioni, questa: "Votre jeunesse est belle. Elle a devant elle un Empire à bâtir". Diversamente da Luttwak e da Toni Negri, Thiriart sapeva bene che l'Impero è l'esatto contrario dell'imperialismo e che gli Stati Uniti non sono Roma, bensì Cartagine.
Claudio Mutti
NOTE
(1) Nel 1985 Thiriart rievocò l'episodio nei termini seguenti. "Nella sua fase iniziale, il mio incontro con Chou En-lai non fu che uno scambio di aneddoti e ricordi. Chou En-lai si interessò ai miei studi sulla scrittura cinese ed io al suo soggiorno in Francia che per lui rappresentava un gradevole ricordo giovanile. La conversazione si orientò poi sul tema degli eserciti popolari - tema caro tanto a lui quanto a me. Le cose si guastarono quando progressivamente si arrivò al concreto. Dovetti subire allora un vero e proprio corso di catechismo marxista-leninista. Chou stese poi l'inventario dei vari errori psicologici commessi dall'Unione Sovietica. E la lezione si spostò sulle nozioni di 'alleanza gerarchica' e 'alleanza ugualitaria'. Per distendere l'ambiente, affrontai il tema dei disordini che avevo organizzato a Vienna nel 1961, durante l'incontro Krusciov-Kennedy. Ma il tentativo di fargli accettare il concetto della lotta globale quadricontinentale di tutte le forze anti-americane nel mondo, quali che siano i loro orientamenti ideologici, fallì. Attirai a tal scopo la sua attenzione sul fatto che era anche l'opinione del generale Peròn, un amico di lunga data. Si inalberò un po' quando gli feci notare che in Argentina Peròn - sul piano psicologico - era una forza incommensurabilmente più forte che il comunismo. Io sono un uomo pragmatico. Gli domandai dunque dei mezzi - del denaro per sviluppare la nostra stampa ed un santuario per la nostra organizzazione - per la preparazione e la strutturazione di un apparato politico-militare rivoluzionario europeo. Mi rinviò ai suoi servizi. Il solo risultato fu, alla fine dell'incontro, un eccellente pranzo, consumato in un clima molto disteso. Ricomparvero allora gli ufficiali rumeni, che non avevano assistito agli incontri politici. In seguito, non riuscii ad ottenere nulla dai servizi cinesi, la cui incomprensione dell'Europa era totale sia sul piano psicologico che su quello politico" (Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanismo e logica dell'impegno rivoluzionario, Società Editrice Barbarossa, Milano 1992, pp. 24-25).
(2) J. Thiriart, USA: un empire de mercantis, "La Nation Européenne", 21, ottobre 1967, p. 7.
(3) Autore di España en llamas 1936, Acervo, Barcelona 1968.
(4) Oltre a questo libro, Thiriart pubblicò anche La Grande Nation. 65 thèses sur l'Europe, Bruxelles 1965 (ed. it. La Grande Nazione. 65 tesi sull'Europa, Milano s. d.; 2° ed. italiana Società Editrice Barbarossa, Milano 1993; ed. tedesca Das Vierte Reich: Europa, Bruxelles 1966). Nel 1967 Thiriart progettò un libro intitolato Libération et unification de l'Europe. L'incarico di redigere gli ottocento paragrafi di questa opera venne assegnato a un collettivo composto di redattori della "Nation Européenne".
Da: "Edizioni all'insegna del Veltro" <insegnadelveltro1@tin.it>
Eracle, Achille, Alessandro Magno: furono queste tre figure paradigmatiche a ispirare l'azione di Flavio Claudio Giuliano, l'Augusto che, sulla scia del Macedone, avrebbe voluto dare una dimensione eurasiatica all'Impero Romano.
Claudio Mutti
GIULIANO E GLI EROI
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Il vocabolo sanscrito avatâra, che esprime il concetto di una "epifania" della divinità in forma umana, secondo il grammatico Pânini significa letteralmente una "discesa" dal cielo alla terra; è il medesimo significato della parola araba tanzîl, che la terminologia islamica applica alla "discesa" del Verbo divino in forma di Scrittura rivelata. Giuliano, da parte sua, riprende un termine già usato da Plotino e da Giamblico, pròodos, per indicare la "processione" dal cielo alla terra compiuta da Asclepio, che Zeus generò da sé tra gli intelligibili e manifestò tra gli uomini per mezzo dell'energia vivificatrice di Helios (Contro i galilei, 200A-B). Nato da un dio e da un essere mortale (una ninfa), Asclepio appartiene alla schiera di quegli esseri che per via analogica potrebbero essere definiti come gli avatâra della tradizione greca; si tratta di esseri intermedi tra gli dèi olimpici e gli uomini, che a volte sono chiamati genericamente "dèi" (theòi), altre volte "eroi" (héroes) o "semidei" (hemìtheoi).
Tra questi esseri, a dominare il paesaggio spirituale dell'età tardoantica e ad imporsi come modelli paradigmatici di saggezza e di regalità, furono principalmente Dioniso ed Eracle, ma anche Achille e Alessandro Magno: tutte figure che esercitarono su Giuliano, "uomo certamente degno di essere annoverato fra i geni eroici" 1, un'influenza profonda e determinante. A Dioniso e ad Eracle, Giuliano venne equiparato da Temistio di Costantinopoli, un commentatore di Aristotele, "uomo serio e sinceramente virtuoso, [che] accoppiava all'intelligenza dei più ardui problemi filosofici un senso del reale e dell'utile onde era tratto ad occuparsi, con particolare cura, di tutte le cose attinenti alla vita civile" 2. Leggiamo infatti nella giulianea Lettera a Temistio (253B-C): "Ma adesso tu, con la tua ultima epistola, hai reso più grande il mio timore e mi hai mostrato che l'impresa è in tutto più ardua, dicendo che dal dio sono stato assegnato al medesimo posto in cui precedentemente si trovarono Eracle e Dioniso, i quali erano filosofi e al contempo regnarono e ripulirono quasi tutta la terra ed il mare dal male che li infestava". Come Temistio, così anche Libanio paragonò Giuliano ad Eracle 3, sicché non ci pare fuor di luogo supporre, con il Rostagni, che "l'assimilazione di Giuliano a Dioniso e ad Eracle (.) non fosse lanciata là a caso, solo per scopo retorico, ma avesse un contenuto mitico e partisse, direttamente, dalla coscienza degli iniziati. Con quel nome, cioè, e sotto quelle sembianze videro il cesare entrare nella vita politica e partire alla volta della Gallia i compagni di fede e di iniziazione ch'egli aveva in Oriente" 4.
Ma è lo stesso Giuliano che, nell'orazione Contro il cinico Eraclio, interpreta i miti concernenti le imprese di Eracle e la nascita di Dioniso. "Attraverso la sua esegesi di Eracle come salvatore del mondo, grazie alla guida costante di Atena Pronoia, Giuliano ambisce a stabilire una duplice connessione: nel suo ruolo di mediatore e di salvatore, Eracle è associato a Mitra, ma anche, a un altro livello, a Giuliano stesso, che appare appunto come un secondo Eracle-Mitra, destinato dagli dèi a restaurare l'ordine, religioso e politico, nel mondo romano" 5. Anche a Giuliano, infatti, venne riconosciuta la qualità "soterica" caratteristica di Eracle: si veda ad esempio come l'anonimo Panegirico composto in sua lode 6 riproponga il motivo dell'Imperatore quale "salvatore del mondo abitato" (sotèr tês oikouménes), che già si trova attestato in relazione al fondatore dell'Impero, Giulio Cesare. In questa prospettiva, anche un'impresa militare come la spedizione contro la Persia "non era una semplice Strafexpedition, vòlta a garantire un certo numero di anni di pacifico commercio" 7, ma era un vero e proprio atto rituale, in quanto "appare assimilata, attraverso la figura di Giuliano stesso, alla missione di 'purificare tutta la terra e il mare' che il Dio affidò ad Eracle e Dioniso" 8. In tal modo, la progettata conquista della Persia è atto di adeguamento a quella volontà divina che era già stata rivelata, ad esempio, mediante l' Eneide: l'espansionismo di Roma, "reinterpretato in termini soteriologici quanto mai adatti al IV secolo, costituisce l'aspetto di più rilevante novità nel pensiero giulianeo, ma anche, tutto sommato, di sostanziale continuità con la tradizione politica, culturale, religiosa e militare dell'Impero" 9. La stessa esegesi effettuata da Giuliano pone in evidenza, nel simbolismo eracleo, quella valenza imperiale che la figura dell'Alcide continuerà ad esprimere anche nel corso del Medio Evo 10. In particolare, Giuliano suggerisce una certa analogia tra Eracle ed Attis, in quanto ambedue, partendo da una condizione semidivina, giungono a realizzare la perfetta unione con il divino: una volta liberata dall'involucro carnale, l'anima di Eracle ritorna integra nella totalità del Padre (Inno alla Madre degli dèi, 167A).
Per quanto riguarda Achille, già la madre di Giuliano, Basilina, aveva ricevuto da un sogno l'annuncio che suo figlio sarebbe stato "un nuovo Achille", ed anche Imerio e Libanio, da parte loro, avevano insistito su questo rapporto dell'eroe omerico con Giuliano. Che agli occhi di quest'ultimo il Pelide rappresentasse un paradigma da imitare, lo attestano queste parole di una lettera a Oribasio, le quali sembrano enunciare un ideale di vita ispirato al protagonista dell' Iliade: "È meglio agir bene per poco tempo, che male per molto" (385D). Ma la devozione di Giuliano per Achille è dimostrata anche dalla visita ai luoghi sacri della Troade, che l'Augusto piamente effettuò sotto la guida del vescovo locale, tale Pegasio, il quale, a quanto si diceva, "pregava Helios in segreto e lo adorava" (Lettera 79 Bidez-Cumont, 19 Wright). Pegasio accompagnò Giuliano all' herôon di Ettore, dove erano visibili le tracce di sacrifici recenti; al santuario di Atena Ilia, che era intatto e ben tenuto; e infine all' Achilleion, che fu trovato anch'esso in perfetto stato di conservazione. Sulla tomba di Achille aveva già pregato Giulio Cesare e, prima di lui, Alessandro Magno (che da Achille discendeva per parte di madre, mentre la genealogia paterna lo riconduceva ad Eracle). Verrebbe quasi da domandarsi se quei luoghi, che millecento anni più tardi sarebbero stati visitati dal fondatore di un altro grandioso edificio imperiale, Mehmed II della casa di Osman 11, non fossero circonfusi da un'aura speciale, che ne faceva una sorta di meta di pellegrinaggio per i costruttori di imperi.
Fu quella, dunque, una delle circostanze in cui Giuliano si ricollegò in maniera ideale ad Alessandro Magno, del quale, come ricorda Giovanni Boccaccio, riteneva non gli mancassero "né i costumi né la fortuna" 12. È stato detto che Giuliano cominciò consapevolmente ad imitare Alessandro, fino a considerarlo "un modello e un eroe, così come aveva fatto già suo zio Costantino" 13, nel momento in cui si dichiarò ufficialmente figlio di Helios; in maniera analoga, infatti, il Macedone si era proclamato figlio di Ammone.
Si veda, a questo proposito, la lettera dell'Imperatore Agli Alessandrini: in tale proclama viene ripetutamente evocato, quale esponente esemplare della tradizione ellenica e modello positivo contrapposto alla deviazione galilea, quell'"uomo devoto agli dèi" che soggiogò l'Egitto e vi fondò una delle tante città che da lui presero il nome, la più grande e la più famosa di tutte.
Alessandro il Macedone rivive nella vicenda di Giuliano: alla madre di quest'ultimo era stato predetto che da lei sarebbe nato un nuovo Alessandro, il quale avrebbe condotto a termine l'impresa del primo riunendo in un solo Impero l'Oriente e l'Occidente. Credette perciò, Giuliano, alle parole di Massimo d'Efeso, quando questi lo assicurò che era destinato a superare le gesta del Macedone. D'altronde, non gli appariva più volte nel sogno l'anima di Alessandro, additandogli una via e poi scomparendo?
Alla morte dell'Augusto, dice una leggenda, gli astanti videro uscire dal corpo di lui due anime: prima quella di Giuliano, poi quella di Alessandro. Simili a due fiaccole, diventarono due palle di fuoco, quindi due stelle filanti che si confusero con gli astri innumerevoli del firmamento.
Qual era il messaggio insito in una leggenda come questa? Pensavano fosse, gli esponenti dell'ultima fase della tradizione greca, che in Alessandro e in Giuliano agisse una medesima forza e che le loro esistenze fossero due "vite parallele" in cui si era manifestato un unico principio? Se si vuol cercare di dare una risposta a questa domanda, è necessario abbandonare il terreno "scientifico" dell'indagine storica e inoltrarsi in quello della ierostoria. E allora conviene meditare sulle implicazioni di un epiteto attribuito ad Alessandro Magno, quello di "Bicorne", che venne interpretato in relazione ai "due secoli", alle "due età", ai "due cicli" di Alessandro. Secondo alcuni, Alessandro sarebbe vissuto due secoli. Ma quale fu il suo secondo secolo? Coincise davvero con quello di Giuliano?
La ricerca della Fonte di Vita, intrapresa senza successo da Alessandro nella Terra delle Tenebre sotto la guida del Khidr 14, viene proseguita, come in una seconda fase, da Giuliano, iniziato ai misteri solari di Mithra e banditore del culto di Helios. La guida è sempre la stessa, perché si tratta del maestro interiore facente tutt'uno col Sé vero e proprio; d'altronde il Khidr, epifania di una potenza spirituale altissima, viene identificato con Elia, il quale, tanto per il suo carattere solare quanto per una palese analogia fonetica, richiama esplicitamente Helios. E il regno del Khidr, nell'estremo Settentrione, "è conosciuto sotto il nome di Yûh, che è anche un nome del Sole" 15.
Ma Helios abbandonò Giuliano alla confluenza dei due fiumi, il Tigri e il Gyndes, così come il Khidr aveva abbandonato Alessandro alla confluenza delle due vie. L'Impero attende ancora il suo Restauratore.
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1- Vir profecto heroicis connumerandus ingeniis, Ammiano Marcellino, XXV, 4, 1 (Le Storie, trad. Antonio Selem, UTET, Torino 1973, seconda edizione, p. 711).
2- Augusto Rostagni, Appendice II, in: Giuliano l'Apostata, La restaurazione del paganesimo, Fratelli Melita Editori, La Spezia 1988, pp. 29-30.
3- Orazione XII, 27, 44; XIII, 27, 48; XVIII, 32, 39.
4- A. Rostagni, op. cit., p. 384.
5- A. Guida, Un anonimo panegirico per l'Imperatore Giuliano, Leo S. Olschki Editore, Firenze1990, p. 132.
6- Arnaldo Marcone, Commento, in: Giuliano Imperatore, Alla Madre degli dèi e altri discorsi, cit., p. 257.
7- N. Gatta, Giuliano Imperatore, Edizioni di Ar, Padova 1995, p. 171.
8- N. Gatta, op. cit., p. 172.
9- N. Gatta, op. cit., ibidem.
10- A questo proposito, ci limitiamo a citare due casi. Il primo si riferisce a Federico I di Svevia, che nella dura requisitoria contro i Comuni ribelli pronunciata davanti al Senato romano evocò "la clava di Eracle". Agli occhi di colui che per Dante era il "buon Barbarossa", la prevaricazione delle città lombarde costituiva un fatto analogo a quello dell'assalto all'Olimpo sferrato dalle forze telluriche, quando Eracle, alleato dei Celesti, aveva combattuto a colpi di clava contro i Giganti e i Titani. Il secondo caso riguarda la presenza della figura di Eracle su due edifici sacri eseguiti dalla corporazione dei Magisteri Comacini: il Battistero di Parma e il Duomo di Fidenza. Il motivo del leone nemeo sconfitto da Eracle, che ricorre nei due edifici, ha una probabile attinenza coi riti dell'investitura regale, poiché in epoca arcaica sia in Grecia sia in Asia Minore l'incoronazione del sovrano veniva preceduta da un combattimento rituale del re con uomini travestiti da bestie feroci. Sulla figura di Eracle nella simbolica imperiale del Medio Evo, cfr. i nostri saggi Simbolismo e arte sacra, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1978 e L'Antelami e il mito dell'Impero, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1986.
11- Sulla visita del Conquistatore di Costantinopoli alla collina di Achille e al tumulo di Aiace, cfr. Franz Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Einaudi, Torino 1977, p. 224.
12- Giovanni Boccaccio, De casibus virorum illustrium, VIII, 2.
13- P. Athanassiadi-Fowden, L'Imperatore Giuliano, Rizzoli, Milano 1984, p. 208.
14- La storia di Alessandro e del Khidr alla ricerca della Fonte di Vita è stata raccontata da Firdusî nello Shâhnâmeh (Firdusi, Il Libro dei Re, trad. it. di Italo Pizzi, 8 voll., Unione Tipografica Editrice, Torino 1886-1889, vol. V, p. 589) e poi da Nizâmî nella prima parte dello Eskandarnâmeh ( Nizâmî, Sharafnâmeh, a cura di H. Pizhmân Bakhtyârî, Tehran 1345 H). La leggenda, che sviluppava un originario nucleo alessandrino, si diffuse in breve in tutto il mondo musulmano, dal Marocco alla Malesia. Cfr. Dario Carraroli, La leggenda di Alessandro Magno, Forni, Bologna 1979, pp. 150-208; AA. VV., Colloquio sul poeta persiano Nizâmî e la leggenda iranica di Alessandro Magno, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1977.
15- Ananda K. Coomaraswamy, Khwâjâ Khadir e la fontana della vita, in Rivista di Studi Tradizionali, n. 20-21, luglio-dicembre 1966, p. 140. Circa il paese dell'angelo Yûh, sul quale regna Al-Khidr, cfr. C. Mutti, Hyperborea, in Vie della Tradizione, 125, pp. 28-36.


2 CEST di comedonchisciotte
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