Maurizio Blondet
06/03/2006
WASHINGTON - «I ranghi dei neoconservatori dentro l'amministrazione, coloro che plasmarono la risposta americana all'11 settembre, si assottigliano; e la loro influenza sul governo è al minimo».
Così ha scritto il Wall Street Journal; e così vogliono far credere loro, i neocon.
Ora che l'amministrazione Bush viene di giorno in giorno impallinata per i disastri che loro hanno provocato, e persino sui grandi media si parla ormai di impeachment, «loro» non ci sono.
E fanno sapere che non c'entrano.
Ciò può segnalare che Bush e il suo governo sono spendibili.
Può cadere e perfino cadere nella vergogna.
I neocon non hanno mai avuto a cuore i destini dei repubblicani e nemmeno degli Stati Uniti, è Israele che difendono.
Loro, si sono defilati in tempo.
In cariche non elettive, quindi irresponsabili, e fuori dalla luce dei riflettori mediatici.
Paul Wolfowitz era in numero due del Pentagono, e animatore di quella che qualche giornale chiamò la «camarilla Wolfowitz»: il gruppo di consulenti privati capeggiato da Richard Perle e affollato da membri dell'American Enterprise (il think tank neocon) che spinsero alla guerra in Iraq.
E ancor oggi, mentre i media criticano gli esiti di quella guerra, evitano accuratamente di ricordare che cosa disse Wolfowitz allora. Per esempio, che «gli iracheni ci accoglieranno a braccia aperte».
Che sarebbero bastate perciò poche truppe (e il generale Erick Shinseki, che ne chiese 400 mila, fu licenziato).
Che il petrolio iracheno «porterà introiti tra i 50 e 100 miliardi di dollari l'anno, sicché la ricostruzione e la guerra si pagheranno da sé».
Insomma Wolfie non è solo il promotore della guerra: è l'autore di tutti gli errori, disastri e costi - umani, morali e finanziari - che sta portando agli Stati Uniti.
Ma nessuno se ne ricorda.
Wolfowitz è ora ben insediato, come un topo nel formaggio, al vertice della Banca Mondiale.
E nessuno si chiede, in Occidente, che cosa sta facendo.
Silenzio anche su un fatto clamoroso, che dice il clima di rivolta che cova : una lettera di protesta sui metodi di Wolfie rivolta all'intero personale della Banca Mondiale e firmata da Alison Cave, rispettata presidente della Bank's Staff Association (in un certo senso il sindacato interno).
Silenzio sull'emorragia di dimissioni e licenziamenti brutali in corso ai vertici operativi della Banca Mondiale.
Se ne sono andati, o sono stati fatti andare, il capo dell'ufficio etico della Banca; stanno per dimettersi (o essere espulsi) il vice-presidente per l'Asia orientale e il Pacifico, il capo dell'ufficio legale, il vice-.presidente per i progetti sostenibili sul piano ambientale e sociale, il direttore esecutivo, e il direttore dell'«integrità istituzionale», organismo essenziale di controllo della corruzione interna…ed altri.
Molti altri.
«Wolfowitz sta dando calci nello stomaco ai gruppi di maggior talento professionale della Banca, e il morale del personale è a pezzi», ha scritto il giornalista Steve Clemons: ma dove?
Sul Washington Note, una newsletter per gli addetti ai lavori, non sul Washington Post.
Al posto degli espulsi, Wolfowitz ha messo personalità esterne alla banca, che hanno scavalcato la burocrazia e le carriere istituzionali, ed ora spadroneggiano.
Assunzioni molto significative.
Wolfie ha creato una poltrona apposita, «direttore delle strategie della comunicazione».
Su cui ha messo Kevin Kellems, che ha anche nominato suo «consigliere al presidente».
Chi sarà questo Kellems?
Guarda caso, è stato il responsabile della comunicazione e portavoce con la stampa per Dick Cheney, il vicepresidente USA: una carica da cui più che «comunicazioni» sono usciti fiumi di disinformatsia.
Ovviamente assumendo questo incarico Kellems, dato anche il suo accesso diretto a Wolfie, ha praticamente usurpato le funzioni del precedente dirigente che si occupava della comunicazione, «rapporti con l'ONU e relazioni esterne».
Altra nomina d'autorità: Suzanne Rich Folsom, messa a capeggiare l'ufficio per la «integrità istituzionale» (la polizia anti-corruzione interna alla banca).
Ora, chi è Suzanne Rich Folsom?
E' moglie di un capo del partito repubblicano, e lei stessa è stata un'influente lobbista per i repubblicani.
Non contento, Wolfowitz l'ha gratificata del titolo di «consigliera del presidente», ossia di sé stesso: conflitto d'interesse se mai ve ne furono.
E' questa nomina che ha provocato la lettera aperta di protesta di Alison Cave.
Altra nomina: Karl Jackson, messo a capo della direzione della International Finance Corporation, ossia la strategica sezione della Banca Mondiale che ha il compito di finanziare il settore privato.
E chi è Jackson?
Un vecchio amico personale di Wolfowitz, come lui allievo di Leo Strauss (il guru dei neocon) dai tempi dell'università, suo collega alla John Hopkins.
Anche lui ha inoltre il titolo di «consigliere del presidente».
Ma il primo consigliere che Wolfowitz ha voluto accanto a sé - e che di fatto dirige la Banca Mondiale - è ancora più discutibile.
Trattasi di Robin Cleveland: una signora che stava nello staff di Bush, e che ha dovuto dimettersi perché, mentre negoziava con una azienda dell'industria militare un contratto per l'Amministrazione, aveva chiesto a quella stessa azienda un posto di lavoro (non certo da fattorino) per un parente.
Già questo solo fatto dovrebbe dirci che la signora, come tutti gli altri nominati più sopra, appartengono alla razza eletta dei likudnik: è il loro stile.
Anche Richard Perle, mentre faceva il consigliere privato del Pentagono, trafficava in proprio con le aziende della Difesa, aggiustando contratti per conto loro, e ricevendone compensi.
Insomma: Wolfowitz sta costruendo alla Banca Mondiale la camarilla che aveva allestito al Pentagono.
Con quali scopi?
Possiamo immaginarlo.
«Lo zelo per la tua casa mi consuma», si legge nelle Scritture ebraiche: è il motto e il titolo di costoro.
Anche se in genere, gli resta abbastanza zelo per arricchirsi in proprio.
Il personale della Banca Mondiale, scavalcato nelle carriere da questi intrusi, è in rivolta.
Ovviamente, sotto anonimato, si scandalizzano moralisticamente: «la lotta alla povertà mondiale», compito istituzionale della Banca, «è una causa essenzialmente morale; se perdiamo la nostra integrità gettando a mare la trasparenza e la competenza, non ci resta altro».
Così ha detto un innominato direttore (1).
Naturalmente qualcosa resta: le migliaia di miliardi di fondi internazionali che la Banca gestisce, con discutibile successo, per «la lotta alla povertà».
Tale «lotta», par di capire, è al termine.
I soldi servono agli eletti.
«Lo zelo per la tua casa mi consuma».
No, l'influenza dei neocon non è al minimo.
E' forte come prima, anzi di più.
La guerra continua con nuovi mezzi.
Maurizio Blondet
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Note
1) Mohamed Hakki, «Cronysm and corruption - Wolfowitz at the World Bank», Counterpunch, 3 marzo 2006. Hakki è stato un dirigente della Banca Mondiale.
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