Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    Tringeadeuroppa
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    8,350
     Likes dati
    1
     Like avuti
    36
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito L’Internazionale Globalista

    L’Internazionale Globalista La tempesta giudiziaria di “Mani Pulite” e il derivante neoliberismo economico-finanziario

    Domenica 8 Marzo 2009 – 14:24 – Alfredo Musto

    Gli anni novanta del XX secolo rappresentano un periodo fondamentale dell’era post-moderna. Sono gli anni in cui la spinta propulsiva del liberismo sprigiona un’energia sovversiva su scala internazionale, gli anni in cui il totem mercantilistico della globalizzazione si intreccia col filone propagandistico e culturale del mondialismo. Sono gli anni di una grande destabilizzazione che va dal fattore tecnologico-scientifico a quello identitario parallelamente a quello economico-finanziario e politico. L’obiettivo è il “mondo unico”, un nuovo ordine mondiale solo miraggio e sola aspirazione che la società e l’individuo possano intravedere dopo la fine delle ideologie. Sono gli anni in cui si consolidano le tendenze emerse nel corso degli ultimi decenni: la tecnocrazia e la prassi economicistica come elementi regolatori a dispetto di un principio considerato ormai da abbattere, il primato della politica. Nell’insieme dei fenomeni che hanno caratterizzato il decennio che avrebbe dovuto lanciare l’umanità verso fulgidi destini ne compare uno particolarmente indicativo sotto tanti profili - dal mediatico all’istituzionale - di quale sarebbe stato il potere in fase di consolidamento su scala planetaria. Il fenomeno in questione è quello della tempesta giudiziaria di “Mani Pulite Internazionale”, come da alcuni attenti osservatori è stata definita. Non fu semplicemente un evento, fu un complesso fenomeno che non può essere, a maggior ragione oggi, decifrato a latere del più ampio fenomeno del turbocapitalismo post-guerra fredda.
    Non si è trattato di un fenomeno esclusivamente italiano, bensì mondiale.
    L’approccio analitico che tutt’ora predomina non tiene conto del contesto storico all’interno del quale è maturata la prassi giustizialista. Certo, qualcuno si è ravveduto in merito a quelle che sono state delle vere e proprie malefatte giudiziarie in violazione di principi e diritti, ma l’attuale uniformità dell’apparato intellettuale e giornalistico - integrato com’è nel sistema - oscura un orizzonte molto più vasto che va ben oltre i confini nazionali. Eppure, oggi viviamo una crisi che non nasce semplicemente da qualche intoppo e azzardo del sistema bancario-finanziario, ma è una crisi “figlia dei tempi”. Di un’epoca dove sono crollati i bastioni politici a vantaggio di governance e libero mercato. E’ un’ideologia questa che non si nutre di uomini ma di dinamiche. Queste dinamiche per affermarsi avevano bisogno di riempire un vuoto. Questo vuoto doveva per forza di cose crearsi, in un modo o in un altro. Mani pulite è stato il piede di porco per scardinare l’apparato politico e industriale e creare il vuoto in questione. Da cosa e da chi esso sia stato riempito emerge abbastanza chiaramente, sebbene il processo di occupazione continui con la pressoché totale complicità della classe politica.
    Occorre ribadire subito che i partiti politici e taluni soggetti economici della cosiddetta “Prima Repubblica” non superano brillantemente il giudizio politico agli occhi della storia. Tuttavia, fuori da schematismi e manicheismi, è legittimo condurre un’analisi non trionfalistica di Mani Pulite senza che ciò implichi una riabilitazione o una difesa tout court dell’apparato politico-affaristico che sin lì aveva condotto il nostro Paese tra meriti e squallidi demeriti. Qui non si vuol dibattere di ciò che esso fu. Valga su tutte la considerazione che esso era un sistema chiuso che si alimentava di un’inerzia che godeva della complicità verticale di quasi tutti – politici, industrie, cittadini - sull’asse finanziamenti-mazzette-raccomandazioni. Parafrasando le parole spese dal cardinale Richelieu nel suo “Testament” a proposito di un altro sistema chiuso quale l’ancien regime, si trattava di un potere costituito le cui imperfezioni si erano trasformate in consuetudini e i cui disordini facevano parte integrante dell’ordine dello Stato. Insomma, un po’ di realismo politico per affermare di come si trattasse di un ordine giunto ad un punto in cui sembrava non essere più in grado di rinnovarsi e forse incapace di cogliere –nonostante i vecchi volponi della politica- che lo spirito dei tempi ed il mantenimento di una certa condotta si sarebbero ritorti contro.
    E così arrivarono sedicenti rivoluzionari togati, armati da una cieca fede nella funzione salvifica della magistratura. Non della Giustizia.
    La Mani Pulite Internazionale va inquadrata nel suo contesto. Tre fattori la caratterizzano, al di là di aspetti specifici legati a fatti e personaggi a seconda delle zone del globo. Tangentopoli globalizzata.
    Il primo fattore è rappresentato da una serie impressionante di scandali veicolati abilmente dai media, pronti a giocare con le reazioni “di pancia” dell’opinione pubblica.
    Gli scandali sono apparsi con una singolare tempistica a tutte le latitudini.
    Corea, Thailandia, Indonesia, Pakistan, Giappone ed India; Russia, Turchia; Venezuela, Brasile, Perù, Argentina, Messico; Italia, Germania, Francia, Spagna su tutti sul versante europeo; in seguito ci saranno anche gli esempi di alcuni Paesi africani.
    Le campagne mediatiche sono state praticamente condotte all’insegna di un semplicismo e di un populismo tali da non lasciare spazio a considerazioni di ordine politico. Le vicende, comunque, è ovvio risentissero anche dell’habitat giuridico e sociale in cui maturavano. Verità e menzogne sono state mescolate in una miscela esplosiva. L’enfatizzazione dell’uso dei soldi e dell’uso delle manette non faceva molte distinzioni rispetto all’obiettivo primario: abbattere la classe politica e fare largo ai nuovi personaggi .
    Gli esiti non furono uguali dappertutto, ma la frattura si era creata.
    Un secondo fattore è, per così dire, più tecnico.
    Il dopo Guerra Fredda, dicevamo, ha visto l’impressionante accelerazione dell’input tecnocratico-liberista su vasta scala. Questo input è andato ben oltre le vie legali di accesso, potendo contare su strumenti di esercizio di potere e pressione la cui regia è nelle mani di consolidate ormai oligarchie del denaro. I grandi gruppi economico-finanziari hanno condotto e conducono una spietata guerra con le armi più disparate. L’uso del giustizialismo, così, ha trovato un valido supporto nei sofisticatissimi mezzi di intelligence e spionaggio. Sì, perché la tempesta di Mani Pulite va letta anche alla luce della competizione economica globale che, proprio in quegli anni, andava intensificandosi.
    E’ ormai conclamato che un enorme apparato spionistico delle comunicazioni è stato, ed è, sotto il controllo dei Paesi anglosassoni per qualsiasi fine, ivi compreso quello commerciale. Un riferimento su tutti: Echelon. Non si scopre proprio nulla di nuovo, ma il punto da evidenziare è che quasi certamente l’attività spionistica condotta sugli ambienti industriali, ovviamente anche quello italiano, ho giocato un ruolo importante nello scardinamento del sistema nazionale supportando le azioni giudiziare. Del resto, parlano i fatti: le centrali del potere finanziario e industriale angloamericano hanno messo le mani sulle ricchezze del nostro Paese, soprattutto dagli anni novanta in poi e agendo spesso tramite terzi, siano essi finanzieri, banchieri, industriali, politici e a questo punto… magistrati.
    Il sistema Echelon non nasce dalla fantasia complottistica di qualche estremista, ma è stato vagliato da analisi condotte in ambito Ue (oltre ad essere stato poi oggetto di alcuni saggi). Il Rapporto della Commissione europea (11 luglio 2001) è inquietante. Echelon nasce in seno al patto Ukusa (United Kingdom-United States of America), che vincola tra loro i Paesi anglosassoni. Siffatto sistema satellitare sviluppa una mole enorme di intercettazioni mediante una serie di centri di ascolto che hanno come referente primario la famigerata NSA (National Security Agency), cioè l’agenzia statunitense per il controllo delle comunicazioni, soprannominata “l’orecchio del mondo”.
    Il Rapporto (pagg. 115-116) ricorda che “dopo il 1990 il governo americano tende sempre più a mettere sullo stesso piano la sicurezza economica e la sicurezza nazionale”, ribadendo “l’interesse dei servizi d’informazione a un compito che sopravvive alla guerra fredda” e “il semplice riconoscimento da parte del ministero americano degli Affari esteri che ormai finita la guerra fredda, il ruolo guida degli Stati Uniti nel mondo deve fondarsi non solo sulla forza militare ma anche su quella economica”.
    Di particolare rilievo il riferimento alla corruzione nei vari Paesi, nei confronti della quale “secondo l’ottica americana, il governo ha fatto ricorso alla CIA e, successivamente, all’NSA…”. E quindi per lottare contro la distorsione della concorrenza. “James Woolsey, ex direttore della CIA, non ha ammesso alcun dubbio al riguardo in occasione di una conferenza stampa da lui datata il 7 marzo 2000 su richiesta del ministero americano degli Affari esteri”. Qui affermava che amici e alleati degli Usa ricorrono spesso alla pratica delle tangenti, a differenza degli americani, anche perché “hanno culture e tradizioni nazionali che li portano a ritenere la corruzione come una componente importante del modo con il quale fare affari nel commercio internazionale. Noi li abbiamo spiati nel passato… ed io spero che il governo degli Stati Uniti continui a spiare in futuro contro la corruzione”. (1)
    Il signor Woolsey , avvocato, diventerà poi consulente della Sea, la società aeroportuale di Milano, per volontà del presidente Fossa, a capo della Confindustria nel periodo delle manette del pool milanese. Stranamente, la stessa Sea era stata praticamente azzerata dalle inchieste di Mani Pulite.
    Il 12 aprile 2000, il capo della Cia George Tenet ribadiva l’impegno dell’intelligence statunitense circa “le intenzioni delle aziende straniere (alcune anche gestite dai governi) di violare le leggi degli Stati Uniti o di negare alle aziende americane un equo terreno per la concorrenza” (2). Le informazioni hanno per destinatari specifici organi di governo.
    Il socialista Ugo Intini da anni applica una chiave di interpretazione a largo raggio del fenomeno giudiziario di Mani Pulite. Lungi da semplificazioni, giustificazionismi o mitizzazioni, egli tratteggia un quadro più ampio di quello stereotipato, ricorrendo ad una deduzione politica che si avvale degli strumenti d’inchiesta giornalistica.
    A proposito del filo conduttore spionaggio-azioni giudiziarie, egli sottolinea come in sostanza si evinca che i servizi segreti americani e britannici, pur non avendo casomai aiutato direttamente le singole aziende americane, “hanno lavorato per combattere la corruzione, considerata un danno in sé per l’America e per lo sviluppo della libera concorrenza”(3). In sostanza, contro la pratica delle tangenti in Italia e in Europa. E’ da escludere si trattasse di un servizio reso per una giusta causa.
    “Mani pulite internazionale, citata per la prima volta da Di Pietro (il cui ultimo e più clamoroso sviluppo è la distruzione politica di Kohl) potrebbe essere stata favorita dagli americani e da Echelon. Non a caso gli unici Paesi non toccati dagli scandali sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna (gli organizzatori e i beneficiari della rete spionistica)”(4).
    Intini, con riferimento ad un’inchiesta condotta dalla Gazzetta del Mezzogiorno, ricalca anche un punto molto delicato attinente a certe vicende di politica internazionale e alla nostra sovranità. L’inchiesta, infatti, “ha dimostrato , in modo inconfutabile, attraverso gli atti stessi del Congresso americano, che Echelon - usando la base Nato di Brindisi - ha spiato le telefonate del presidente del Consiglio Craxi, del ministro degli Esteri Andreatta e del ministro della Difesa Spadolini durante il caso Achille Lauro”(5). Con Sigonella, Craxi scrisse di fatto la sua condanna politico-giudiziaria.
    L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, personaggio indiscutibilmente molto addentro alle manovre atlantiche, spiega che riguardo al ruolo degli Stati Uniti vanno tenute in considerazioni le attenzioni di certi ambienti e dei media. “La struttura giudiziaria e quella investigativa servizi compresi a livello federale degli Stati Uniti è sempre stata molto legata alle strutture giudiziarie e alle diverse strutture di polizia del nostro Paese. Non escludo che per questa via possano esserci stati aiuti concreti, legami con gli inquirenti che si muovevano sul nostro territorio”.(6) La sedicente sinistra nostrana gongolava in quel periodo cavalcando l’onda della manipolazione dell’opinione pubblica.
    “E la stampa era influenzata, è vero, da un pregiudizio positivo nei confronti del comunismo italiano proprio degli establishment occidentali (gli Stati Uniti sono li Paese ove nasce il politically correct, non dimentichiamolo). La stampa, dunque, quasi coralmente ha salutato come rigeneratrice la funzione di Mani Pulite e l’azione della magistratura. E anche qui, per la stampa, non vi sono state eccezioni dagli Stati Uniti al mondo anglosassone, e a tanta parte dell’Europa Occidentale”.(7)
    Lo stesso Cossiga, in un intervista rilasciata al Corsera, a due specifiche domande si esprimeva con chiarezza, da ben informato.
    Qual è secondo lei la vera genesi di Tangentopoli? Fu un complotto per far cadere il vecchio sistema? Ordito da chi? Di Pietro fu demiurgo o pedina? In quali mani?
    “Credo che gli Stati Uniti e la Cia non ne siano stati estranei; così come certo non sono stati estranei alle ‘disgrazie’ di Andreotti e di Craxi. Di Pietro? Quello del prestito di cento milioni restituito all’odore dell’inchiesta ministeriale in una scatola di scarpe? Un burattino esibizionista, naturalmente”.
    [E’ noto, del resto, che Di Pietro effettuò decine di viaggi negli Usa nel periodo delle inchieste, frequentando personaggi legati al mondo dei servizi segreti e degli affari].
    La Cia? E in che modo?
    “Attraverso informazioni soffiate alle procure. E attraverso la mafia. Andreotti e Craxi sono stati i più filopalestinesi tra i leader europei. I miliardi di All Iberian furono dirottati da Craxi all’Olp. E questo a Fort Langley non lo dimenticano. In più, gli anni dal ‘92 in avanti sono sotto amministrazioni democratiche: le più interventiste e implacabili”.(8)

    Da qui, ricollegandoci al discorso iniziale, possiamo inquadrare un terzo fattore di ordine generale, di carattere più spiccatamente politico-economico .
    Mani Pulite, anche per la sua dimensione internazionale, non è, come pure qualcuno afferma - dedicandosi alle beghe di cortile italiota - un “complotto comunista”. Una faciloneria di questo tipo va iscritta alla categoria dell’anticomunismo militante che, da quando il comunismo non c’è più, è un ferro vecchio della propaganda politichese o un utile strumento di inveramento dei dogmi atlantico-liberesti . Piuttosto essa è identificabile come un golpe, ascrivibile alla manualistica della tecnica del colpo di Stato propria di una certa azione geopolitica e geoeconomica su vasta scala. Sicché, ricorrendo ai criteri propri della deduzione politica, il vento dell’inquisizione globalista in questione ha soffiato all’interno della grande tempesta della globalizzazione.
    I centri che hanno tramato un siffatto golpe hanno agito in modo incrociato. Alcuni degli attori protagonisti, come spesso accade in situazioni di questo tipo, hanno agito per un proprio tornaconto senza che magari sapessero o immaginassero di muoversi in una rete di forze, azioni e reazioni più grande che componevano un quadro d’insieme (pensiamo agli attentati eseguiti dalla Mafia nel ’92-’93). In quest’ottica, possiamo sicuramente leggere i numerosi eventi che portarono alla nascita della “Seconda Repubblica”, nata appunto sull’onda lunga di una vera e propria destabilizzazione del Paese condotta su ogni livello e in ogni campo, e con una singolare sinergia di attori interni ed esterni.
    Si pensi al ruolo svolto dalla micidiale triade giustizialista Di Pietro-Del Ponte-Caselli.
    E si pensi al ruolo svolto dall’organizzazione “Transparency International”, di fatto un braccio operativo della Banca Mondiale cui si ricollegano particolari soggetti internazionali tra i quali economisti, finanzieri, politici e magistrati. In Italia si costituisce ufficialmente nel 1997 - quindi dopo Mani Pulite - ma in concreto opera da anni prima. Non a caso, tra i referenti italiani spiccano alcuni assoluti protagonisti del pool milanese nonché esponenti - quanto meno tra i più liberisti - della Lega Nord (uno dei beneficiari dell’eliminazione dei vecchi partiti). Ciò che ti conduce è praticamente un conclamato attacco alla sovranità degli Stati giocando sulla leva della lotta alla corruzione nell’ambito pubblico (per di più vagliata in base ad un criterio di “percezione” che non sulla scorta di dati effettivi). Il leitmotiv è che il peso dello Stato nell’economia è un cancro inguaribile di corruzione e l’ostacolo alla libertà e, quindi, alla efficacia del mercato. Insomma, è il dogma che ci sentiamo ripetere da anni. Il vecchio modello del capitalismo di Stato, con tutto il suo corollario di legami politici e affaristici, andava spazzato via. Doveva cominciare il trapasso da un’economia mista ad una privatistica. Nei fatti, scattò l’assalto dei predoni, dei pirati e dei banditi alla nostra struttura economica, la quinta o sesta mondiale, si badi bene. Non solo italiana, dicevamo. L’attacco contro l’apparato “corrotto” e “chiuso” fatto di politica-industria-burocrazia veniva sferrato anche contro Tokyo, forte concorrente di Washington. I funzionari nipponici adoperarono un brillante parallelismo:
    “Nel 1853 le navi nere, gli incrociatori cioè del commodoro americano Perry, si presentarono nella baia di Tokyo e puntarono i loro cannoni per imporre all’impero del sol Levante di aprirsi al commercio internazionale, di esportare e (soprattutto) importare. Adesso, come allora, gli americani ci vogliono imporre di aprire le importazioni ai loro prodotti, perché il nostro surplus (e il loro deficit) nella bilancia commerciale li preoccupa. Allora puntavano i cannoni, adesso puntano contro di noi una campagna di delegittimazione e destabilizzazione politica”.(9)
    La stampa del potere di Wall Street e della City supportarono l’offensiva delle leggi del mercato contro la politica e la sovranità. “Business Week”, “Economist”, “Newsweek”, “Time”, “Financial Time” proclamavano che la corruzione si annidasse laddove ci fosse un deficit di liberismo, anche perché il sistema pubblico continuava ad imprigionare masse enormi di denaro sottraendole ai mercati finanziari e quindi anche alle aziende. I partiti politici tradizionali erano legati a filo doppio con lo strumento della spesa tipica di un’economia pubblica. Privatizzare è bello fu il nuovo dogma. In Italia, ormai è storia, tra le forze politiche a sorreggere la spinta messa in atto da quella che si può definire “l’internazionale globalista” ci fu la più liberalcapitalista di tutte: la sinistra post-comunista.

    L’Internazionale Globalista La tempesta giudiziaria di “Mani Pulite” e il derivante neoliberismo economico-finanziario :: Alfredo Musto › Analisi :: Rinascita

  2. #2
    Si vis pacem, para bellum
    Data Registrazione
    01 Apr 2009
    Messaggi
    1,532
     Likes dati
    4
     Like avuti
    3
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: L’Internazionale Globalista

    Anche questo vecchio articolo (e' del 2003) e' ottimo:



    1993: Draghi in imbarazzo



    1993, l'anno dei Boiardi & dei Complotti sul "Britannia", il panfilo di Sua Maestà la regina Elisabetta d'Inghilterra
    C'erano tutti, da Prodi a Draghi e, guarda caso, dopo la merenda sul Britannia, le privatizzazioni vennero effettuate a ritmi serratissimi

    di Mauro Bottarelli



    Dieci anni fa Prodi & C. cominciarono la svendita. Passarono in mani straniere Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini Perufine, Mira Lanza e molte altre aziende. Il 7 gennaio 2003 non era un giorno normale, ricorreva l'anniversario di quello che in molti - ma non moltissimi, in fondo l'Italia è fatta così - ricorderanno come l'anno dei complotti, ovvero il 1993.

    Già, esattamente 10 anni fa si diede il via alla svendita delle grandi aziende pubbliche ai gruppi stranieri, si tennero incontri tra i "Boiardi" di Stato e i magnati dell'alta finanza a bordo di un panfilo di Sua Maestà Britannica. Riguardo quell'annus horribilis della sovranità nazionale ed economica italiana, i giornalisti Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono hanno scritto un libro, "L'anno dei complotti" pubblicato da Baldini & Castoldi. Accaddero tante cose, in quei 365 giorni in fondo così anonimi, e paradossalmente la riunione sul Britannia rappresentò nulla più che una ciliegina sulla torta. Ne parleremo, ma ora è interessante fare un breve excursus per conoscre i presupposti che resero possibile e determinante quella riunione del 2 giugno 1992 sul panfilo di Sua Maestà la regina Elisabetta d'Inghilterra.
    Nel 1992 accaddero alcuni fatti: la crisi della Prima Repubblica e il successivo ciclone Tangentopoli (Kohl lo pagò in ritardo, esattamente dopo il niet all'operazione in Kosovo nel 1999), le privatizzazioni, l'attacco alla lira da parte del pescecane dell'alta finanza - ora riciclatosi come icona no-global - George Soros. Nel settembre '92, soprattutto, l'agenzia di rating Moody's, la stessa che ha declassato la Fiat poche settimane fa, si accanì particolarmente contro l'Italia: un suo declassamento dei Bot italiani diede infatti il via a una spaventosa speculazione sulla nostra moneta che ci portò fuori dallo Sme. Ecco cosa disse l'allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, al riguardo: "Esiste un intreccio di forze e circostanze diverse". Parlò di "quantità di capitali speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici", di "potenti interessi che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le maglie dello Sme", di "avversari dell'Unione Europea". Craxi lo disse allora, ma oggi non può ripeterlo. Craxi non c'è più. Ci sono in compenso altri personaggi che entrano e che escono come caselle perfettamente inserite di un domino. C'è ad esempio Reginald Bartholomew, figlio naturale del caso del 1993 che nel mese di giugno diventerà ambasciatore americano a Roma. Un anno dopo, siamo nel giugno 1994, con la scorpacciata del Britannia bella e consumata, ecco cosa dirà Bartholomew: "Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri".
    Et voilà, il caso Italia è chiuso.
    Bartholomew era amico di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo: quest'ultimo si recò spesso negli Usa in nome della lotta alla mafia. Strano caso, come tutto è strano ciò che nacque e accadde nel 1993, cinque anni dopo Bartholmew diventerà presidente di Merryl Linch Italia. Il quadro è completo, nitido, cristallino. Successe di tutto in quell'anno, capace di trasformare in maniera indolore (fu un tracollo, un disastro senza precedenti ma non si videro carrarmati nelle strade né deportazioni) l'Italia in una sorta di repubblica centrafricana. Punta di diamante dell'intera operazione di svendita fu, quindi, il caso Britannia, riunione che si mostrò perfettamente congruente a quello che accade prima e dopo. Guarda caso, a differenza di Craxi, importanti protagonisti di quella operazione sono ancora in auge al giorno d'oggi. L'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, per esempio.
    L'allora ministro del Tesoro, già governatore di Bankitalia e futuro presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Il presidente dell'Iri, futuro presidente del Consiglio e presidente della commissione Ue, Romano Prodi.
    Stando a quanto dichiarato dal giornalista Fabio Andriola, "in quel periodo vi fu una specie di colpo di stato interno alla massoneria italiana, con il Gran Maestro Di Bernardo preoccupato per l'offensiva scatenata dagli incappucciati del Grande Oriente d'Italia capitanati da Armando Corona. La magistratura si spaccò in due tronconi ben distinti ideologicamente. Ricominciarono ad esplodere bombe che solo anime belle possono credere piazzate per eliminare quel fuffarolo di Maurizio Costanzo.
    Esplode con tutta la sua virulenza Tangentopoli; e, dulcis in fundo, finisce in prima pagina quel singolare scandalo, con connotati pecorecci, che ebbe come protagonista Lady Golpe, al secolo Donatella Di Rosa (vero che l'avevate dimenticata?), che però andò a mettere nei guai, guarda caso, il comandante di uno dei pochissimi reparti operativi dell'esercito, il generale Monticone".
    Accuse precise, come preciso fu per l'ennesima volta il comportamento del direttore generale del Tesoro, Mario Draghi.
    Il quale, infatti, scese dal Britannia per evitare di partecipare a quella che sembrava diventare una svendita delle grandi aziende pubbliche italiane alle multinazionali americane e britanniche. Sì, in seguito fu lo stesso Draghi ad ammettere il suo imbarazzo. Guarda caso dopo la merenda sul Britannia le privatizzazioni vennero effettuate a ritmi serratissimi.
    Parlando solo del settore agroalimentare, ad esempio, un settore tradizionalmente importante per la nostra economia, furono numerose le ditte che vennero acquistate dagli stranieri: Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza e tante altre. Il meeting venne organizzato da un ben preciso gruppo di potere londinesi: sul Britannia si trasferì infatti in quell'occasione un pezzo della City di Londra. Nulla di strano né di pittoresco, quindi: tanto più che storicamente la Gran Bretagna ha sempre cercato di ostacolare il rafforzamento di qualsiasi Paese europeo. All'epoca i governanti italiani, specie quelli di sinistra, hanno cercato di accreditarsi nel mondo che conta recandosi in pellegrinaggio alla City di Londra come a Wall Street. Assicurando ovviamente la loro disponibilità per non disturbare troppo il manovratore. Il terminale dei politici italiani che dovevano garantirsi sul fronte internazionale è stato, fino a pochissimo tempo fa, proprio la City di Londra: D'Alema docet, Rutelli pure. In effetti, i britannici d'Oltremanica e quelli svezzati d'Oltreoceano non potevano che essere soddisfatti del comportamento tenuto dai loro amici italiani: l'operazione Britannia, infatti, garantì ai soli anglo-americani di accaparrarsi quasi il 50% (precisamente il 48%: 34 agli americani e 14 ai britannici) delle aziende italiane finite in mano straniera.
    Questo è stato il 1993, anno in cui l'Italia e la sua classe politica persero l'ultimo brandello di dignità.

  3. #3
    Tringeadeuroppa
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    8,350
     Likes dati
    1
     Like avuti
    36
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: L’Internazionale Globalista

    A tal proposito bisogna assolutamente trovare qeusto libro:

    Preve-Lagrassa, Il teatro dell'assurdo (cronaca e storia dei recenti avvenimenti italiani), 1995, Punto rosso

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    20 Mar 2010
    Messaggi
    502
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    17 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: L’Internazionale Globalista

    Molto interessante questa analisi: condivido in pieno! La questione del Britannia per me rappresenta il vero punto di svolta nelle relazioni internazionali della politica italiana, da allora possiamo affermare che l'Italia ha completamente ceduto la sua sovranità nazionale già persa militarmente nella seconda guerra mondiale e finanziariamente regalata a questi ricchi finanzieri della city di londra.

  5. #5
    Forumista
    Data Registrazione
    01 Apr 2009
    Messaggi
    700
     Likes dati
    0
     Like avuti
    4
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: L’Internazionale Globalista

    Bottarelli è un furbo (o si crede tale), prima parla del Britannia, eppoi invoca l'aggancio economico-monetario dell'Italia con... Londra.

 

 

Discussioni Simili

  1. L'internazionale globalista ha vinto, Fujimori condannato a 25 anni
    Di carlomartello nel forum Destra Radicale
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 08-04-09, 15:11
  2. La Chiesa Cattolicissima: alcune figure della Chiesa ultra-globalista
    Di VladIIITepes nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 30-01-08, 21:02
  3. L'anatema del globalista
    Di Muntzer (POL) nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 15-05-06, 19:25
  4. Svolta europeista e globalista di Bossi?
    Di C@scista nel forum Destra Radicale
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 02-01-06, 16:53
  5. Massimo Fini sulla TAV come rivolta anti-globalista
    Di Totila nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 16-12-05, 20:10

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito