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    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito E' bene sapere per chi si vota

    Tutti gli interessi di Prodi sulla TAV

    di Carlo Passera

    È stato prima garante, poi “controllore” dell’Alta Velocità Roma-Napoli, diventata business malavitoso.

    La storia che vorremmo raccontarvi - di miliardi, appalti, politica, camorra e processi - è piuttosto complessa, tanto che ha ben due date di inizio: 7 agosto 1991 e 23 gennaio 1992. È complicata anche perché è ancora in pieno svolgimento e peserà sulle nostre tasche fino al 2040. Si tratta, tanto per intenderci, dell’affaire Alta Velocità.
    Tranquilli, non vi parleremo di Val di Susa e di proteste valligiane. Piuttosto, facciamo un tuffo nel passato raccontandovi una vicenda torbida che vale la pena non dimenticare.
    Perché ha molti addentellati con il presente e perché “qualsiasi grande scandalo dell’era di Tangentopoli impallidisce di fronte a questo assalto predatorio che alcuni esperti hanno valutato nell’astronomica cifra di 140mila miliardi di lire”, come scrivono Ferdinando Imposimato, Giuseppe Pisauro e Sandro Provvisionato ne Corruzione ad Alta Velocità (Koiné, pp. 192, 14,46 euro), testo dal quale desumiamo parte dei fatti che andiamo a esporvi.

    Partiamo, appunto, da due date.

    La prima, il 7 agosto 1991: nasce Tav spa, società a capitale misto pubblico e privato (un mero artificio per “ingannare” l’Europa: lo Stato sborsa il 40% dei finanziamenti, ma “garantisce” anche il 60% appannaggio dei privati; la parte “privata” era poi perlopiù costituita dalle allora banche di diritto pubblico...).
    Ha un obiettivo: costruire in Italia quasi 900 chilometri di linee per treni ad alta velocità (nelle tratte Torino-Milano-Padova, Milano-Napoli e Milano-Genova), con una spesa prevista di 26.180 miliardi.
    Quindici anni dopo, ai giorni nostri, i cantieri sono ancora aperti e, quando mai l’opera sarà completata (quando mai?), verrà a costarci circa 80 miliardi di euro, quasi 160mila miliardi di lire: più di sei volte tanto (la società Tav indica invece costi complessivi per 44 miliardi di euro: “solo” tre volte tanto).
    La tratta Roma-Napoli, l’unica già in funzione anche se mancano ancora i 20 chilometri finali verso Napoli, è costata ufficialmente 12mila miliardi di lire! Secondo stime, pagheremo tutti questi debiti fino al 2040 a un ritmo di 2 miliardi e 300 milioni di euro all’anno.

    Un quadro desolante.

    Ecco, sapete chi è stato il “garante” di questa bella fregatura? Romano Prodi.
    Spieghiamo: l’altra data è quella del 23 gennaio 1992.
    Quel dì l’allora amministratore straordinario delle Ferrovie dello Stato, Lorenzo Necci (che in seguito finirà in manette, subendo numerosi procedimenti giudiziari e finendo condannato nel processo per lo scalo Tav Fiorenza) decide di nominare un “garante dell’Alta velocità” che avrebbe dovuto vigilare sul corretto svolgimento dei lavori.
    Obbiettivo dichiarato del garante: “Studiare un nuovo modello delle funzioni ferroviarie, nell’evoluzione del sistema di mobilità e nella trasformazione delle strutture metropolitane e, in particolare, svolgere le funzioni di supportare l’elaborazione dei modelli finalizzati alla riqualificazione e diversificazione dei servizi offerti nelle aree metropolitane delle Ferrovie dello Stato, tenendo conto anche degli effetti sociali e ambientali dell’operazione”.
    Latinorum per non dire niente? Pura “fuffa”? Il sospetto c’è tutto, il vero obiettivo di Necci sembra essere stato quello di garantirsi la benevolenza di certi ambienti che contano.
    Comunque sia, il patron Fs individua proprio in Romano Prodi la persona che fa al caso suo. A lui - e al “Comitato dei nodi e delle aree metropolitane”, altra inutile invenzione di Necci, vengono attribuiti finanziamenti cospicui, 9 miliardi di lire; il tutto, come faceva notare lo stesso collegio dei revisori dei conti Fs, senza che di garante e comitato venissero definite neppure le funzioni.

    Un gentile regalo, insomma, ma andiamo pure oltre.

    Sia detto subito: l’attuale candidato premier del centrosinistra rimarrà poco tempo su quella scottante poltrona; vedremo come e perché Prodi lascerà l’incarico, per assumerne un altro dal quale, ugualmente, avrebbe dovuto/potuto meglio vigilare su un affaire finito su tutti i giornali e anche nelle aule giudiziarie.
    Di certo, in quel pur breve periodo (diverrà, anzi tornerà a essere presidente dell’Iri il 15 maggio 1993) sarà protagonista di un caso spinoso, che riguarderà la celeberrima Nomisma.
    Passano infatti soli tre mesi e, nell’aprile del 1992, Necci ne pensa un’altra delle sue. Scopre infatti di aver urgente bisogno di una consulenza sull’Alta Velocità. E a chi pensa di attribuire il discutibile incarico? A Nomisma, il cui comitato scientifico è all’epoca presieduto dallo stesso Prodi “garante” Tav.
    Un rapporto della Guardia di Finanzia sottolinea: “La scelta di Nomisma è stata effettuata direttamente da Necci, senza un’apposita ricerca di mercato (...) La lettera di accettazione del professore bolognese è stata inviata con busta intestata Nomisma”.
    Un chiaro conflitto di interessi, come quello che coinvolgeva anche la senatrice Susanna Agnelli, indicata nel “comitato dei nodi” e poi cointeressata ai giganteschi appalti Tav come general contractor, grazie alla Fiat. Una situazione nel quale verrà coinvolto lo stesso Prodi, tornato all’Iri: ne parleremo.
    Per ora ci limitiamo a sottolineare che non era l’unico conflitto di interesse a carico dell’attuale candidato premier dell’Unione: garante della Tav, era consulente, oltre che di Nomisma, anche dell’onnipresente Goldman Sachs. Chi figurava tra gli azionisti della Tav? Goldman Sachs.
    Ma torniamo allo studio sull’AV voluto da Necci: di certo Nomisma, ricevuto l’incarico, non rimarrà con le mani in mano, presentando poco tempo più tardi un voluminoso rapporto di ben 39 volumi, ricchi di illuminanti considerazioni come quelle che, per farvi un’idea, andiamo a elencare:

    * Il beneficio dell’alta velocità è la velocità

    * La velocità è molto apprezzata perché consente di risparmiare tempo

    * L’elemento discriminante tra le poltrone contrapposte e quelle tutte orientate nella direzione di marcia è che la prima disposizione tende a favorire la socializzazione, le seconde aiutano la privacy. Parbleau!

    Poi si continua sottolineando come sia preferibile che i treni partano e arrivino a destinazione in orario e che la propensione verso il treno è correlata alla distanza dalla stazione: più si abita vicino e più lo si usa volentieri. Cose così. Geniale, come potete capire. Soldi (nostri) ben spesi. Grazie, Romano.
    Non è, purtroppo, l’unico aspetto oscuro della vicenda a chiamare in causa il Professore bolognese.
    Come abbiamo detto, il 15 maggio 1993 Prodi torna sulla poltrona di presidente dell’Iri. Qualche mese prima la sua società era diventata general contractor dell’Alta Velocità Roma-Napoli. Cos’era successo?
    Il 29 dicembre 1992 il governo si era riunito in tutta fretta, nonostante le feste di Natale, per assegnare a Iri, Fiat ed Eni la grande torta Tav. Tanta premura era giustificata dal fatto che tre giorni più tardi, il primo gennaio, sarebbero entrate in vigore le nuove norme Cee e si sarebbe dovuto procedere all’aggiudicazione degli appalti attraverso gare internazionali.
    Queste avrebbero consentito di abbattere i costi delle opere del 10-15%, almeno a detta di Salvatore Portaluri, allora presidente Tav, che caldeggiava appunto di imboccare questa strada; ma il boccone faceva gola agli amici degli amici, Portaluri venne spinto a dimettersi e i poteri forti brindarono.
    Scrive Ivan Cicconi ne La storia del futuro di Tangentopoli: “Ancora prima di aprire un cantiere - i primi partiranno solo dopo cinque anni - la Grande Opera aveva coinvolto e mobilitato un esercito di interessi: decine di banche, tutti i maggiori gruppi imprenditoriali e tutte le maggiori società di progettazione, con centinaia di relazioni economiche, commerciali e di pubbliche relazioni”. Tanta gente affamata. Tra loro, tutti i partiti, meno Lega Nord e Rifondazione.
    Prodi si ritrova quindi in dote questo grande business, attraverso due consorzi Iri, Iricav Uno e Iricav Due, costituiti rispettivamente per le tratte Roma-Napoli e Verona-Venezia.
    Il meccanismo era questo: la Tav aveva la concessione per la costruzione del sistema AV; come abbiamo visto, attraverso trattativa privata Iri si era accaparrata la Roma-Napoli, agendo da general contractor, una sorta di controllore. Per la realizzazione concreta dell’opera, aveva costituito un consorzio Iricav Uno, cui avevano aderito otto imprese, queste sì aventi il know how necessario per i lavori.
    Poi v’era un’ulteriore fase, col subappalto a ulteriori ditte: e qui le infiltrazioni camorristiche si sprecheranno. Ma non bisognerà scavare così a fondo per trovarle: perché erano già presenti tre le otto imprese di Iricav Uno, cioé quelle scelte dall’Iri (la convenzione venne firmata nel 1991 da Franco Nobili, predecessore di Prodi; ma l’atto integrativo proprio da Romano nostro).
    Erano: Fintecna, Ansaldo Trasporti, Astaldi, Ccc (ossia coop rosse), Vianini, Italstrade e Condotte (entrambe gruppo Iri) e Icla. Ecco: l'Icla era stata coinvolta nello scandalo della ricostruzione dell'Irpinia, era fallita, e i suoi titolari erano finiti in manette; il presidente di Condotte proprio nella primavera del 1993 era stato arrestato per presunti legami con il clan degli Alfieri ( si trattava di Mario De Sena, già generale dei carabinieri, poi assolto dalle accuse).
    Dunque, l’Iri di Prodi nel 1993 si ritrova capofila di un consorzio del quale fanno parte società che, al di là dei successivi sviluppi processuali, appaiono in forte odore di malavita e comunque pronte a subappaltare alle imprese dei boss; utilizzate anzi dalla camorra per riciclare soldi sporchi (nel fornire le garanzie economiche necessarie per partecipare a Iricav Uno) e accaparrarsi le risorse dello Stato (spartendosi la grande torta Tav); il Professore non dice una parola, anzi l’Iri di Prodi continua a essere garante di Icla e Condotte anche nei confronti di Tav, che così può lavarsene le mani.
    Condotte subappalta a Edilsud, legata al clan Zagaria di Casapesenna guidato da Michele Zagaria, omicida, tra i trenta latitanti più pericolosi d’Italia, è considerato una costola del cartello dei Casalesi; subappalta anche a Diana, Edil Moter e altre, tutte collegate, considerate ampiamente infiltrate dalla criminalità organizzata, camorra e mafia; a sua volta, tale è anche Icla, la cui proprietà era già coinvolta in faccende di mafia e appalti che erano finite all’attenzione di Giovanni Falcone e coinvolgevano personaggi come Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Totò Riina; Condotte poi associa a sé anche Calcestruzzi, “sensibile” a Cosa Nostra, ed entrambe, con Icla, spalancano le porte a Biemme Beton e BM Meridionale, legate al clan camorristico Schiavone (lo guidava Francesco Sandokan Schiavone); a conferma dei sospetti, il 16 novembre 1999 Icla - che aveva coinvolto altre imprese chiacchierate, come De Rosa costruzioni e Madonna - verrà esclusa da Iricav Uno poiché era accertato il pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata.

    Insomma, un quadro allucinante. Come è stato possibile ignorarlo?

    Per riassumere e concludere: quasi tutti i lavori dell’Alta Velocità Rm-Na - business da 10mila miliardi - sono finiti a imprese legate a camorra e mafia, con Prodi prima garante, poi general contractor. A suo carico, sia chiaro, non emerge mai alcuna responsabilità penale, alcuna connivenza specifica, alcuna complicità.
    Vogliamo essere ottimisti? Non ne sapeva nulla, era sulle nuvole, pensava ad altro, non vedeva quanto accadeva nel consorzio che lo vedeva attore principale. Ma allora, quanta mancata vigilanza, quanta irresponsabilità. E quanto silenzio, su questa gigantesca “macchia”..."


    cfr. anche: Corruzione ad alta velocità, di F. Imposimato, edizioni KOINè
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da tolomeo
    Tutti gli interessi di Prodi sulla TAV

    di Carlo Passera

    È stato prima garante, poi “controllore” dell’Alta Velocità Roma-Napoli, diventata business malavitoso.

    La storia che vorremmo raccontarvi - di miliardi, appalti, politica, camorra e processi - è piuttosto complessa, tanto che ha ben due date di inizio: 7 agosto 1991 e 23 gennaio 1992. È complicata anche perché è ancora in pieno svolgimento e peserà sulle nostre tasche fino al 2040. Si tratta, tanto per intenderci, dell’affaire Alta Velocità.
    Tranquilli, non vi parleremo di Val di Susa e di proteste valligiane. Piuttosto, facciamo un tuffo nel passato raccontandovi una vicenda torbida che vale la pena non dimenticare.
    Perché ha molti addentellati con il presente e perché “qualsiasi grande scandalo dell’era di Tangentopoli impallidisce di fronte a questo assalto predatorio che alcuni esperti hanno valutato nell’astronomica cifra di 140mila miliardi di lire”, come scrivono Ferdinando Imposimato, Giuseppe Pisauro e Sandro Provvisionato ne Corruzione ad Alta Velocità (Koiné, pp. 192, 14,46 euro), testo dal quale desumiamo parte dei fatti che andiamo a esporvi.

    Partiamo, appunto, da due date.

    La prima, il 7 agosto 1991: nasce Tav spa, società a capitale misto pubblico e privato (un mero artificio per “ingannare” l’Europa: lo Stato sborsa il 40% dei finanziamenti, ma “garantisce” anche il 60% appannaggio dei privati; la parte “privata” era poi perlopiù costituita dalle allora banche di diritto pubblico...).
    Ha un obiettivo: costruire in Italia quasi 900 chilometri di linee per treni ad alta velocità (nelle tratte Torino-Milano-Padova, Milano-Napoli e Milano-Genova), con una spesa prevista di 26.180 miliardi.
    Quindici anni dopo, ai giorni nostri, i cantieri sono ancora aperti e, quando mai l’opera sarà completata (quando mai?), verrà a costarci circa 80 miliardi di euro, quasi 160mila miliardi di lire: più di sei volte tanto (la società Tav indica invece costi complessivi per 44 miliardi di euro: “solo” tre volte tanto).
    La tratta Roma-Napoli, l’unica già in funzione anche se mancano ancora i 20 chilometri finali verso Napoli, è costata ufficialmente 12mila miliardi di lire! Secondo stime, pagheremo tutti questi debiti fino al 2040 a un ritmo di 2 miliardi e 300 milioni di euro all’anno.

    Un quadro desolante.

    Ecco, sapete chi è stato il “garante” di questa bella fregatura? Romano Prodi.
    Spieghiamo: l’altra data è quella del 23 gennaio 1992.
    Quel dì l’allora amministratore straordinario delle Ferrovie dello Stato, Lorenzo Necci (che in seguito finirà in manette, subendo numerosi procedimenti giudiziari e finendo condannato nel processo per lo scalo Tav Fiorenza) decide di nominare un “garante dell’Alta velocità” che avrebbe dovuto vigilare sul corretto svolgimento dei lavori.
    Obbiettivo dichiarato del garante: “Studiare un nuovo modello delle funzioni ferroviarie, nell’evoluzione del sistema di mobilità e nella trasformazione delle strutture metropolitane e, in particolare, svolgere le funzioni di supportare l’elaborazione dei modelli finalizzati alla riqualificazione e diversificazione dei servizi offerti nelle aree metropolitane delle Ferrovie dello Stato, tenendo conto anche degli effetti sociali e ambientali dell’operazione”.
    Latinorum per non dire niente? Pura “fuffa”? Il sospetto c’è tutto, il vero obiettivo di Necci sembra essere stato quello di garantirsi la benevolenza di certi ambienti che contano.
    Comunque sia, il patron Fs individua proprio in Romano Prodi la persona che fa al caso suo. A lui - e al “Comitato dei nodi e delle aree metropolitane”, altra inutile invenzione di Necci, vengono attribuiti finanziamenti cospicui, 9 miliardi di lire; il tutto, come faceva notare lo stesso collegio dei revisori dei conti Fs, senza che di garante e comitato venissero definite neppure le funzioni.

    Un gentile regalo, insomma, ma andiamo pure oltre.

    Sia detto subito: l’attuale candidato premier del centrosinistra rimarrà poco tempo su quella scottante poltrona; vedremo come e perché Prodi lascerà l’incarico, per assumerne un altro dal quale, ugualmente, avrebbe dovuto/potuto meglio vigilare su un affaire finito su tutti i giornali e anche nelle aule giudiziarie.
    Di certo, in quel pur breve periodo (diverrà, anzi tornerà a essere presidente dell’Iri il 15 maggio 1993) sarà protagonista di un caso spinoso, che riguarderà la celeberrima Nomisma.
    Passano infatti soli tre mesi e, nell’aprile del 1992, Necci ne pensa un’altra delle sue. Scopre infatti di aver urgente bisogno di una consulenza sull’Alta Velocità. E a chi pensa di attribuire il discutibile incarico? A Nomisma, il cui comitato scientifico è all’epoca presieduto dallo stesso Prodi “garante” Tav.
    Un rapporto della Guardia di Finanzia sottolinea: “La scelta di Nomisma è stata effettuata direttamente da Necci, senza un’apposita ricerca di mercato (...) La lettera di accettazione del professore bolognese è stata inviata con busta intestata Nomisma”.
    Un chiaro conflitto di interessi, come quello che coinvolgeva anche la senatrice Susanna Agnelli, indicata nel “comitato dei nodi” e poi cointeressata ai giganteschi appalti Tav come general contractor, grazie alla Fiat. Una situazione nel quale verrà coinvolto lo stesso Prodi, tornato all’Iri: ne parleremo.
    Per ora ci limitiamo a sottolineare che non era l’unico conflitto di interesse a carico dell’attuale candidato premier dell’Unione: garante della Tav, era consulente, oltre che di Nomisma, anche dell’onnipresente Goldman Sachs. Chi figurava tra gli azionisti della Tav? Goldman Sachs.
    Ma torniamo allo studio sull’AV voluto da Necci: di certo Nomisma, ricevuto l’incarico, non rimarrà con le mani in mano, presentando poco tempo più tardi un voluminoso rapporto di ben 39 volumi, ricchi di illuminanti considerazioni come quelle che, per farvi un’idea, andiamo a elencare:

    * Il beneficio dell’alta velocità è la velocità

    * La velocità è molto apprezzata perché consente di risparmiare tempo

    * L’elemento discriminante tra le poltrone contrapposte e quelle tutte orientate nella direzione di marcia è che la prima disposizione tende a favorire la socializzazione, le seconde aiutano la privacy. Parbleau!

    Poi si continua sottolineando come sia preferibile che i treni partano e arrivino a destinazione in orario e che la propensione verso il treno è correlata alla distanza dalla stazione: più si abita vicino e più lo si usa volentieri. Cose così. Geniale, come potete capire. Soldi (nostri) ben spesi. Grazie, Romano.
    Non è, purtroppo, l’unico aspetto oscuro della vicenda a chiamare in causa il Professore bolognese.
    Come abbiamo detto, il 15 maggio 1993 Prodi torna sulla poltrona di presidente dell’Iri. Qualche mese prima la sua società era diventata general contractor dell’Alta Velocità Roma-Napoli. Cos’era successo?
    Il 29 dicembre 1992 il governo si era riunito in tutta fretta, nonostante le feste di Natale, per assegnare a Iri, Fiat ed Eni la grande torta Tav. Tanta premura era giustificata dal fatto che tre giorni più tardi, il primo gennaio, sarebbero entrate in vigore le nuove norme Cee e si sarebbe dovuto procedere all’aggiudicazione degli appalti attraverso gare internazionali.
    Queste avrebbero consentito di abbattere i costi delle opere del 10-15%, almeno a detta di Salvatore Portaluri, allora presidente Tav, che caldeggiava appunto di imboccare questa strada; ma il boccone faceva gola agli amici degli amici, Portaluri venne spinto a dimettersi e i poteri forti brindarono.
    Scrive Ivan Cicconi ne La storia del futuro di Tangentopoli: “Ancora prima di aprire un cantiere - i primi partiranno solo dopo cinque anni - la Grande Opera aveva coinvolto e mobilitato un esercito di interessi: decine di banche, tutti i maggiori gruppi imprenditoriali e tutte le maggiori società di progettazione, con centinaia di relazioni economiche, commerciali e di pubbliche relazioni”. Tanta gente affamata. Tra loro, tutti i partiti, meno Lega Nord e Rifondazione.
    Prodi si ritrova quindi in dote questo grande business, attraverso due consorzi Iri, Iricav Uno e Iricav Due, costituiti rispettivamente per le tratte Roma-Napoli e Verona-Venezia.
    Il meccanismo era questo: la Tav aveva la concessione per la costruzione del sistema AV; come abbiamo visto, attraverso trattativa privata Iri si era accaparrata la Roma-Napoli, agendo da general contractor, una sorta di controllore. Per la realizzazione concreta dell’opera, aveva costituito un consorzio Iricav Uno, cui avevano aderito otto imprese, queste sì aventi il know how necessario per i lavori.
    Poi v’era un’ulteriore fase, col subappalto a ulteriori ditte: e qui le infiltrazioni camorristiche si sprecheranno. Ma non bisognerà scavare così a fondo per trovarle: perché erano già presenti tre le otto imprese di Iricav Uno, cioé quelle scelte dall’Iri (la convenzione venne firmata nel 1991 da Franco Nobili, predecessore di Prodi; ma l’atto integrativo proprio da Romano nostro).
    Erano: Fintecna, Ansaldo Trasporti, Astaldi, Ccc (ossia coop rosse), Vianini, Italstrade e Condotte (entrambe gruppo Iri) e Icla. Ecco: l'Icla era stata coinvolta nello scandalo della ricostruzione dell'Irpinia, era fallita, e i suoi titolari erano finiti in manette; il presidente di Condotte proprio nella primavera del 1993 era stato arrestato per presunti legami con il clan degli Alfieri ( si trattava di Mario De Sena, già generale dei carabinieri, poi assolto dalle accuse).
    Dunque, l’Iri di Prodi nel 1993 si ritrova capofila di un consorzio del quale fanno parte società che, al di là dei successivi sviluppi processuali, appaiono in forte odore di malavita e comunque pronte a subappaltare alle imprese dei boss; utilizzate anzi dalla camorra per riciclare soldi sporchi (nel fornire le garanzie economiche necessarie per partecipare a Iricav Uno) e accaparrarsi le risorse dello Stato (spartendosi la grande torta Tav); il Professore non dice una parola, anzi l’Iri di Prodi continua a essere garante di Icla e Condotte anche nei confronti di Tav, che così può lavarsene le mani.
    Condotte subappalta a Edilsud, legata al clan Zagaria di Casapesenna guidato da Michele Zagaria, omicida, tra i trenta latitanti più pericolosi d’Italia, è considerato una costola del cartello dei Casalesi; subappalta anche a Diana, Edil Moter e altre, tutte collegate, considerate ampiamente infiltrate dalla criminalità organizzata, camorra e mafia; a sua volta, tale è anche Icla, la cui proprietà era già coinvolta in faccende di mafia e appalti che erano finite all’attenzione di Giovanni Falcone e coinvolgevano personaggi come Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Totò Riina; Condotte poi associa a sé anche Calcestruzzi, “sensibile” a Cosa Nostra, ed entrambe, con Icla, spalancano le porte a Biemme Beton e BM Meridionale, legate al clan camorristico Schiavone (lo guidava Francesco Sandokan Schiavone); a conferma dei sospetti, il 16 novembre 1999 Icla - che aveva coinvolto altre imprese chiacchierate, come De Rosa costruzioni e Madonna - verrà esclusa da Iricav Uno poiché era accertato il pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata.

    Insomma, un quadro allucinante. Come è stato possibile ignorarlo?

    Per riassumere e concludere: quasi tutti i lavori dell’Alta Velocità Rm-Na - business da 10mila miliardi - sono finiti a imprese legate a camorra e mafia, con Prodi prima garante, poi general contractor. A suo carico, sia chiaro, non emerge mai alcuna responsabilità penale, alcuna connivenza specifica, alcuna complicità.
    Vogliamo essere ottimisti? Non ne sapeva nulla, era sulle nuvole, pensava ad altro, non vedeva quanto accadeva nel consorzio che lo vedeva attore principale. Ma allora, quanta mancata vigilanza, quanta irresponsabilità. E quanto silenzio, su questa gigantesca “macchia”..."


    cfr. anche: Corruzione ad alta velocità, di F. Imposimato, edizioni KOINè

    Ostrega!!!
    Corri immediatamente in procura!!

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    Predefinito Accontentiamoci di sapere chi ci sta governando....

    Marrazzo pedinato


    "Una campagna a trenta giorni dal voto" dice Storace. Non è così. L'espresso rivelò tutto a luglio del 2005. Ecco l'articolo


    di Peter Gomez e Marco Lillo



    Per giorni, durante l'ultima campagna elettorale, Piero Marrazzo, l'attuale presidente della Regione Lazio, è stato spiato e filmato da investigatori privati "su commissione di soggetti... gravitanti nell'entourage dello staff elettorale del candidato del centro-destra Francesco Storace". L'accusa contenuta nei rapporti dei carabinieri è di quelle da togliere il fiato. Davvero la politica italiana si è ormai trasformata in una sfida all'Ok Corral. In una battaglia condotta senza esclusione di colpi (bassi), in cui, sempre più spesso, si ricorre ad ogni mezzo pur di azzoppare l'avversario politico. Così mentre in Piemonte la 'governatrice' Mercedes Bresso (Ds), scopre che a Torino qualcuno aveva allacciato alla sua centralina telefonica di casa una 'linea fantasma' utilizzabile per intercettare artigianalmente tutte le chiamate, a Roma è Marrazzo ad essere sotto assedio.

    L'ex giornalista di 'Mi manda Raitre' da una parte deve fronteggiare le reprimende provenienti proprio dal Consiglio nazionale della Quercia dove, venerdì 15 luglio, Piero Fassino ha lanciato, ai presidenti delle regioni governate dal centro-sinistra, un appello alla sobrietà nei comportamenti, al rigore morale e alla necessità di contrastare "in modo fermo ed esplicito manifestazioni di ministerialismo e di ostentazione di potere". Dall'altra deve guardarsi le spalle nei confronti di continue intrusioni nella sua vita pubblica e privata. Il 9 luglio Marrazzo ha annunciato pubblicamente di aver presentato ai carabinieri una denuncia contro ignoti. "C'è un hacker in regione", ha detto, "un hacker che spia la mia corrispondenza privata, trafuga appunti, memorie, schede. E non solo: qualcuno si è introdotto nei miei uffici, si è appropriato della carta intestata del presidente della regione, ha falsificato la mia firma e ha inviato a un ufficio una richiesta di beni (telefoni cellulari ndr) e personal computer". L'esposto è stato depositato dopo che alle 11,44 dell'8 luglio era stato scoperto un fax (apocrifo) partito dalla segreteria particolare di Marrazzo in cui si elencavano le suppelletili falsamente richieste dal neo presidente. Inutile dire quale sono state le reazioni del centro-destra, tutte oscillanti tra l'incredulità e l'ironia: "Pensa di essere in un film di Jonh Grisham" (Forza Italia); "È sull'orlo di una crisi di nervi, è stato smascherato da una legittima azione politica e risponde accusando l'opposizione di spionaggio" (An); "Le denunce di Marrazzo per spionaggio sono un po' stravaganti" (Nuovo Psi).

    Ma c'è poco da stare allegri. La storia del Watergate in Regione è vera. E, come 'L'espresso' è in grado di documentare, incombe sullo staff di Storace, un politico che dopo aver perso le elezioni regionali del 3 e 4 aprile 2005 è diventato ministro della Salute nel nuovo governo Berlusconi.

    Tutto comincia in marzo, nelle settimane precedenti alla chiamata alle urne, quando sui giorni impazza il caso delle firme false presentate da Alessandra Mussolini per sostenere la propria lista. A scoprirle è stato un candidato della 'lista Storace', ma per verificare i dati anagrafici dei firmatari, il 10 marzo, qualcuno si era introdotto, senza autorizzazioni, negli archivi informatici del comune. Si tratta di una grave violazione della privacy dei cittadini. E alla fine ad allontanare le nubi che cominciavano ad addensarsi su Storace, già ribattezzato dalla stampa Storhacker, ci penserà Mirko Maceri, direttore tecnico di Laziomatica, una società della regione che si occupa d'informatica. Il funzionario infatti si prende tutte le colpe, sostiene di aver fatto tutto da solo, e il 29 marzo si presenta a Roma in procura accompagnato da un avvocato. Quello che nessuno sa è che i carabinieri stanno già da giorni battendo una pista se non alternativa, almeno complementare. Nel mirino degli uomini dell'Arma è infatti finito un giovane investigatore privato che, stando a informazioni raccolte dai militari, aveva ricevuto l'incarico di effettuare "un'operazione informatica clandestina presso la regione" (ovvero lo stesso stabile dove ha sede Laziomatica). Con l'investigatore, spiegano i carabinieri, avrebbero collaborato anche un suo collega, un funzionario di Laziomatica e un politico locale del centro-destra. Per verificare l'ipotesi investigativa l'Arma inizia i pedinamenti.

    E il 29 marzo, proprio mentre Mirko Maceri va in Procura per incontrare i magistrati, c'è la sorpresa. Alle 9,45 del mattino lo 007 privato viene visto mentre, con la collaborazione di due colleghi, filma di nascosto le persone che entrano ed escono dal comitato elettorale di Marrazzo in via Lega Lombarda. Grazie a una telecamera montata su una Y10 il detective riprende anche le targhe delle auto posteggiate nelle vicinanze. Perché lo faccia i carabinieri lo intuiscono dalle intercettazioni telefoniche sul suo cellulare. Lo 007 privato infatti chiama un collega. Gli fornisce i numeri di targa, e annota i nomi dei vari intestatari "per poi completare il suo dossier". È insomma evidente che cosa si punta a dimostrare: l'eventuale utilizzo da parte di Marrazzo di autoblu di proprietà del comune o della provincia (entrambe amministrate dal centro-sinistra).

    Ma non è finita qui. Alle 11,15 l'aspirante Marlowe va fino a via Cristoforo Colombo, proprio sotto la sede della regione in quel momento ancora amministrata da Storace. Contatta un cellulare e chiede che qualcuno lo venga a prendere. Poi scende dalla sua utilitaria e "con borsa di pelle al seguito" va incontro ad un incaricato col quale supera "senza controllo o registrazione, gli ingressi degli uffici regionali dai quali ne usciva alle successive 11,35". Durante il pomeriggio la scena si ripete.

    Alle 19,35 il detective fa di nuovo la spola tra il comitato elettorale di Marrazzo e la Regione. Questa volta a prelevarlo ci pensa una seconda persona "di sesso maschile non meglio identificata"

    Passano 24 ore. È il primo aprile, ma i carabinieri capiscono che la vicenda è tutt'altro che uno scherzo. Lo 007 infatti è di nuovo "nei pressi dell'edificio della Regione Lazio per effettuare la consegna della documentazione che gli è stata commissionata". Tutto avviene in maniera ancor più fulminea rispetto al giorno precedente. Scrivono i militari: "Alle ore 14,17 il detective veniva notato scendere dall'autovettura Y10 con una borsa in pelle di colore marrone e avviarsi verso l'ingresso principale della regione Lazio. Lo stesso usciva alle successive 14,25 e si dirigeva verso Viterbo".

    Ormai mancano solo 48 ore al voto. L'investigatore privato cambia obiettivi. Torna al suo tran tran quotidiano fatto di corna, moglie tradite e indagini su dipendenti infedeli. I carabinieri invece vorrebbero andare a fondo alla questione. Il loro lavoro ha permesso di stabilire che davvero lo 007 a pagamento "aveva messo in atto un'attività d'investigazione privata ai danni del candidato del centro-sinistra alle imminenti elezioni regionali, Piero Marrazzo, su commissione di soggetti, ancora non meglio identificati, ma comunque gravitanti nell'entourage dello staff elettorale del candidato del centro-destra Francesco Storace".

    A quel punto però bisognava ancora capire quale tipo di lavoro fosse stato esattamente commissionato al detective, chi lo avesse pagato e con che fondi. Per questo l'Arma chiede di poter intercettare una serie di cellulari contattati dall'uomo. Si tratta di telefonini in qualche caso utilizzati da persone "facenti parte dello staff della regione Lazio" o di quello "per la campagna elettorale del presidente Storace". La procura di Roma si convince però di non essere in presenza di reati sulla base dei quali autorizzare altri ascolti. L'inchiesta prende così la via dell'archivio.

    Tre mesi dopo lo scenario cambia ancora. Questa volta è Marrazzo in persona a denunciare il nuovo presunto spionaggio ai suoi danni. E per scoprire gli eventuali colpevoli bisognerà per forza riprendere in mano quel filo nero, fatto di filmati e consegne carbonare di materiale, forse troppo precipitosamente abbandonato la scorsa primavera.





    Poltrone e più soldi per tutti










    Commissioni cresciute di numero e di addetti, moltiplicazione delle poltrone da assessore, stipendi di collaboratori e alti dirigenti saliti dal 20 al 40 per cento, doppi incarichi, consulenze, auto blu e benefit vari. La regione Lazio fa notizia, ma non come avrebbe voluto il suo presidente Piero Marrazzo. Prima da destra, poi da sinistra, non sono stati pochi quelli che lo hanno attaccato per i suoi presunti sperperi. Delibere alla mano, tra le primissime decisioni del nuovo governo del Lazio c'è stato l'aumento delle commissioni consiliari da 15 a 24. Contestualmente sono aumentati gli assessorati, da 12 a 16, il personale delle segreterie particolari, da 137 a 177 persone, nonché quello delle strutture di diretta collaborazione, da 253 a 292.

    Poi, oggetto delle attenzioni della nuova giunta sono diventati gli stipendi dei principali collaboratori del presidente: quello del capo di gabinetto, Pierluigi Mazzella (230mila euro annui, più 18 per cento rispetto al predecessore), del suo vice, Michele Svidercoschi (223 mila euro, più 30 per cento), del segretario generale della giunta, Francesco Gesualdi (230mila euro, più 16). Tra gli altri incarichi, il vicepresidente della giunta, Massimo Pompili, ha pensato bene di affidarne uno come responsabile dei rapporti istituzionali a Maria Coscia (stipendio annuo: 223 mila euro) che tra l'altro è anche assessore alla Scuola del Comune di Roma. Ancora. L'ufficio stampa è stato beneficiato di retribuzioni mediamente superiori del 40-50 per cento rispetto a quelle di chi c'era prima, mentre una novità assoluta è costituita dall'auto blu riservata al portavoce e al capoufficio stampa. Sull'onda delle contestazioni, soprattutto quelle provenienti da sinistra, il presidente del Lazio ha annunciato una decurtazione degli stipendi. E ha tappezzato Roma per dare la notizia.

    Fonte l'Espresso.http://www.espressonline.it/

 

 

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