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    Predefinito La generazione Low Cost

    RAGAZZI E LA PROTESTA «Non vogliamo diventare la generazione low cost» Dalle periferie ai licei borghesi gli stessi slogan nei cortei. «E'una lotta per la sopravvivenza, non per i valori»


    PARIGI — Ci sono due K che raccontano il disagio dei giovani francesi. La K che sta per Kaercher, la pompa ad acqua degli spazzini, il simbolo della sommossa d'autunno nelle periferie, che il ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, voleva ripulire dalla teppaglia, appunto con il Kaercher. E c'è la K di Kleenex, della generazione usa e getta che invade le piazze del Paese. Le due K restano simbolicamente separate: c'è la rabbia della banlieue, distruttiva e senza speranza, che coinvolge milioni di figli d'immigrati e torna a farsi sentire con vandalismi e incendi e c'è questo movimento cittadino e borghese, di liceali e universitari che vogliono far valere i propri diplomi e entrare nel mondo del lavoro, senza la lunga anticamera della provvisorietà. Ma le due K s'incontrano nella disperante diagnosi della Francia di oggi: il 22% di disoccupati sotto il 26 anni, con punte del 50% nelle periferie. Un record europeo. E cominciano a saldarsi in una solidale presa di coscienza che prescinde da origini sociali e colore della pelle. Due fenomeni si sono materializzati dietro slogan e striscioni. C'è un'intera generazione che chiede di esistere e c'è un movimento non ideologico che si sta unendo al sindacato, non ai partiti politici. La questione è puramente economica ed è qui la differenza con il Sessantotto. I giovani di oggi non vogliono abbattere lo Stato, ma chiedono allo Stato e alla politica di fare la loro parte nell'era della globalizzazione e dell'incertezza. Nella società dei consumi, genitori (e nonni) chiedevano diritti civili.
    Oggi ci si batte per diritti che si ritenevano acquisiti: lavoro, contratti, consumi. Un volto della protesta, Julie Coudry, 27 anni, incorniciato da riccioli biondi, ha preso il comando della Confederazione degli studenti, movimento fondato con obiettivi sindacali: diritto allo studio, sussidi, case per gli studenti. «Diamo al governo solo qualche giorno di tempo per ritirare la legge, senza condizioni», dice battagliera. Fanny Nicoud, 18 anni, studentessa di medicina, famiglia borghese, è in contrasto con i genitori che «non capiscono», anche se la mamma ha fatto il Sessantotto: «Non voglio rimanere precaria per i prossimi cinquant'anni. Senza un contratto di lavoro non puoi chiedere un mutuo per la casa e nemmeno comperarti un'auto a rate». Il suo amico, Alexandre Carbuccia, di origini corse, spiega: «Noi giovani francesi non vogliamo finire come italiani e spagnoli. Fino a trent'anni a casa con i genitori». In Place de la Nation, dove sfocia la grande manifestazione, ci sono giovani di origine maghrebina e africana. Fatima e Mehemet Cihan, stesso cognome (ma non sono fratelli), liceali: «Non c'è nessuna differenza con i ragazzi delle banlieue. Il nuovo contratto di lavoro condanna al precariato anche gli universitari. I nostri genitori hanno lottato per inserirsi in una società più giusta. Non possiamo chiedere altri sacrifici perché ci mantengano a vita». Mhedi, 22 anni, arrivato dalla periferia calda di Saint Denis: «Il governo ha una bella faccia tosta.
    Già non ti assumono perché sei nero o arabo e adesso ti vogliono licenziare senza motivo. Siamo condannati a vita a fare i camerieri da Mc Donald's: ecco il nostro futuro». Donadien, Badis, Aziz, quindicenni, sono arrivati da Barbes, il quartiere arabo di Parigi: «Ci dicono che bisogna studiare, ma a che serve? Non siamo merce che prendi e butti via quando ti fa comodo». Anne- Claire Gaymard, economia alla Sorbona, cappottino elegante e foulard, dice: «Dopo cinque anni di corso, decine di stages e lavoretti di ogni genere, mi vengono a dire che devo aspettare altri due anni per un contratto stabile. Mi dispiace che la Sorbona sia chiusa, perché vorrei studiare. Ci prendono per rivoluzionari o per anarchici con il mito del Sessantotto, un mito appunto incollato ad ogni forma di protesta. È ridicolo. I problemi sono altri, molto più concreti: con un contratto precario, non puoi nemmeno sposarti. I miei genitori hanno vissuto in una Francia felice, avevano speranze nel futuro. Davanti a noi c'è solo buio».
    «Il Sessantotto? Questo non è il tempo dei sogni, ma della sopravvivenza», dice un'altra ragazza della Sorbona, Aurore Graziani, 20 anni. Julien le Dez, di anni ne ha 25. Fra uno non entrerà nemmeno nella «categoria» individuata dalle misure del governo. «La mia insicurezza psicologica continuerà anche dopo. Non puoi vivere, impegnarti, migliorare se sai che dopo due anni ti possono mandare a casa senza un motivo. Vorrei sapere chi si azzarda a prendere una tessera del sindacato. Il Contratto per il primo impiego è anche un modo per fabbricare lavoratori che obbediscono». Juliette Grand, 17 anni, liceo privato Saint Michel, è una fra le 6 studentesse (su 600 iscritti) che hanno osato scendere in piazza: «Ho già protestato contro la guerra di Bush, per la legalizzazione della cannabis e contro la legge sulla laicità. Questo contratto è un'assurdità. Prima il governo lo ritira e meglio è». Le due K arrotolano bandiere e striscioni. Resta il disagio. «Da domani si ricomincia a consultare piccoli annunci e fare telefonate». «Parlare di valori in queste condizioni è un insulto». «Siamo la generazione low cost, prezzi di saldo per i nostri diplomi».
    Massimo Nava
    20 marzo 2006

  2. #2
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    Credo che il signore Massimo Nava scambia i suoi sogni per la realtà. Nella realtà le due gioventù non si incontrano, e forse è meglio cosi per gli studenti perché altrimenti potrebbe finire male per loro.

    In Italia dubbito che abbiate preso la vera misura dello spacco che ci sia tra quelli della banlieue (in schiaccante maggioranza figli dell'immigrazione africana) e gli studenti (alcuni dei primi e maggioranza di bianchi). I primi non si sentono appartenire allo stesso destino dei secondi. Quest'ultimi lottano per accedere a posti di inquadramento sociale, con piccole o meno piccole responsabilità. Sono comunque in una logica di integrazione alla società del mercato.
    I banlieusards invece hanno un problema diverso. Per loro l'esclusione sociale è già una realtà, e il problema è gravissimo perché è preceduto da un vero e proprio disastro educativo. Se dieci per cento esce fuori dalla scuola senza sappere leggere e scrivere un minimo; se di questi dieci per cento i tre quarti sono maschi; se di questi maschi quasi tutti vengono dalle banlieues povere; allora vi lascio imaginare che differenza ci puo essere tra loro e gli studenti che manifestano a Parigi. Due mondi diversi, vi dico. E questa differenza, aggravata dal fattore sia di origine sociali che culturali, è esplosiva.

    Esempio: le manifestazioni dei liceali contro la legge Fillon, nel marzo 2005. Qui si è avuto scene incredibili di bastonate - gruppi di banlieusards, molti neri, che picchiavano liceali bianchi e chi li proteggeva...

    Dunque non è ancora il caso di parlare di incontro tra due K... Purtroppo.

 

 

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