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  1. #1
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    Predefinito una nuova alternativa di centro è possibile?

    tempo fa si parlava di grande partito democratico, grande partito riformista... introdotto il proporzionale ovviamente non ne hanno parlato più...

    ma non ne avate le scatole piene di questi continui estremismi e del bisogno delle forze maggiore di schierarsi con dei partiti radicali, sia di destra che di sinistra...

    io penso che un sistema così non regge a lungo, ne a destra ne a sinistra....

    Margherita, UDC, Udeur, tutti i partitini di centro, correnti dei DS etc. etc.
    penso che un grande partito stabile di centro sia possibile!

    vediamo da per tutto in Europa che le economie che vanno male hanno dei governi bipartisan... per es. la Germania... in ottobre probabilmente anche l'Austria etc. etc.

    non credete che l'Italia ha finalmente bisogno di stabilità e che con questo sistema non si va da nessuna parte???

  2. #2
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    Non esiste in nessun paese europeo?

    quali estemismi poi?
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  3. #3
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    e secondo te dovrei tagliarmi i coglioni vendendomi ai democristiani???
    per fare che?
    il grande pasticcio di centro

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Leviathan

    non credete che l'Italia ha finalmente bisogno di stabilità e che con questo sistema non si va da nessuna parte???
    NO, l'Italia ha bisogno di agitazione, di radicalismo, di proposte ed azioni forti. Uno stato di agitazione dinamica è politicamente più fecondo di una deprimente stagnazione rutinaria..

  5. #5
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    guarda, secondo me .. il "grande centro riformista" la vedo come l'unica via d'uscita possibile per il dopo berlusconi (può essere l'anno prossimo come nel 2011)..

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da *-RUDY-*
    guarda, secondo me .. il "grande centro riformista" la vedo come l'unica via d'uscita possibile per il dopo berlusconi (può essere l'anno prossimo come nel 2011)..

    Cioe un eufemismo per dire DC??? Casini??? etc etc etc..........................

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da bohemiankiller
    Cioe un eufemismo per dire DC??? Casini??? etc etc etc..........................
    non vorrei fare il facile profeta... ma la coalizione di CS sta un piedi perchè unita contro berlusconi, qualora questi esca della vita politica, mi viene facile prevedere il ritorno della Bianca Balena, che magari col tempo avrà imparato dagli errori del passato..

  8. #8
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    Predefinito alternativa di centro?

    S',sarà possibile se alla base degli accordi ci sarà l'idea che il popolo non è un suddito dello Stato soprattutto riguardo al fiscoIn proposito vi propongo una lettura da cui trarre nuovi pernsieri);


    Postato da admin il Friday, 10 March @ 00:00:00 CET


    Perché è immorale pagare più di un tot al fisco
    admin il Friday, 10 March @ 00:00:00 CET


    Tratto da: Il Domenicale

    La sana ricetta del principe dei conservatori contro il mito liberal del progressisticamente corretto che sogna e auspica la forte spesa pubblica, tassazioni lesive della dignità umana e uno Stato invadente oltre logica e buon gusto. Un sorso di buon vino d’annata per disintossicarsi dalle fumosità dell’Unione

    di Barry M. Goldwater




    1.Imposte e tasse

    Da quando siamo al mondo, tutti abbiamo sentito molto promettere, ma poco abbiamo visto in realtà, in materia di forti tasse. Dov’è l’uomo politico che non abbia promesso ai suoi elettori una lotta sino alla morte per la riduzione delle tasse e che poi non si sia messo a votare proprio per quei progetti costosi che la rendono impossibile? Ci sono alcune eccezioni da fare, ma temo che non siano molte. Così le chiacchiere sulle riduzioni di tasse hanno preso un suono sordo. La gente ascolta, ma non ci crede. Peggio ancora: mentre il pubblico si fa sempre più cinico, l’uomo politico si sente sempre meno obbligato a prendere sul serio le proprie promesse.

    Sospetto che questo circolo vizioso di cinismo e di promesse mancate sia anzitutto il risultato del successo dei Liberali nell’eliminare dalla discussione i principi morali coi quali il tema della tassazione è così intimamente collegato. Siamo stati indotti a considerare le tasse come semplice problema di finanze pubbliche: di quanto danaro ha bisogno il Governo? Siamo stati indotti a trascurare, e spesso a dimenticare del tutto, il rapporto fra le tasse e la libertà individuale. Siamo stati persuasi che il Governo ha un diritto illimitato sulle ricchezze dei cittadini e che l’unica questione sia di vedere quanta parte di questo suo diritto il Governo debba pretendere. Mi sembra che il contribuente americano abbia perduto la fiducia nel proprio diritto al suo danaro. Nella sua resistenza alle forti tasse, egli è stato frenato dalla sensazione di essere obbligato, come cosa logica e normale, ad acconsentire a qualsiasi pretesa il Governo decida di avanzare sul suo danaro.

    Mi sembra che la verità sia assai diversa. Il Governo non ha affatto un diritto illimitato ai guadagni degli individui. Uno dei principali precetti della legge naturale è il diritto dell’uomo al godimento e all’uso della sua proprietà. E i guadagni dell’uomo sono sua proprietà non meno della sua terra e della casa in cui vive. In verità, nell’èra industriale, i guadagni sono probabilmente la forma prevalente della proprietà. È stato di moda durante gli anni recenti sminuire i “diritti di proprietà” associandoli all’avidità e al materialismo. Questo assalto ai diritti di proprietà è infatti un assalto alla libertà. È un altro esempio della incapacità moderna di concepire l’uomo integrale. Come può essere veramente libero, un uomo, se gli si negano mezzi per esercitare la libertà? Come può essere libero, se i frutti del suo lavoro non sono a sua disposizione perché ne faccia quel che più vuole, ma vengono trattati, invece, come parte d’un fondo comune di ricchezza pubblica? La proprietà e la libertà sono inseparabili: quando il Governo, sotto forma di imposte, porta via la prima, esso invade anche l’altra.

    Ecco una indicazione di come la tassazione corrente invada la nostra libertà. Un padre di famiglia che guadagna quattromilacinquecento dollari l’anno lavora, in media, ventidue giorni il mese. Imposte visibili e invisibili portano via circa il trentadue per cento dei suoi guadagni. Ciò vuol dire che un terzo del suo lavoro mensile, ossia sette giornate intere, va per le tasse. L’americano medio, dunque, lavora un terzo del suo tempo per il Governo: un terzo di ciò che produce non è disponibile per il suo uso, ma viene confiscato e adoperato da altri che non l’hanno guadagnato. Notiamo che in questo modo gli Stati Uniti sono già “socializzati” per un terzo. Il compianto senatore Taft sottolineava spesso questo punto. «Aumentare ancora il peso delle tasse oltre il trenta per cento che abbiamo già raggiunto», egli diceva, «significa socializzare ancor meglio di quanto non si farebbe con una confisca governativa. La stessa imposizione di tasse onerose è già una limitazione della libertà umana».

    Dopo aver detto che ciascun uomo ha un diritto inalienabile alla sua proprietà, bisogna anche dire che ogni cittadino ha l’obbligo di contribuire per la sua giusta parte alle legittime funzioni del Governo. In altre parole, è innegabile che il Governo ha un certo diritto alla nostra ricchezza; il problema è di definire quel diritto in un modo che si tengano in debito conto i diritti di proprietà dell’individuo.

    La quantità del giusto diritto del Governo, ossia la somma totale che potrà portare via in forma di tasse, sarà determinata dal modo in cui definiamo “le funzioni legittime del Governo”. Circa il Governo federale, la Costituzione è il giusto criterio della legittimità: i suoi poteri “legittimi”, come abbiamo veduto, sono quelli che la Costituzione gli ha assegnato. Perciò, se vogliamo aderire alla Costituzione, l’ammontare complessivo di tasse del Governo federale sarà dato dal costo dell’esercizio di quei suoi poteri delegati che i nostri rappresentanti ritengono necessari nell’interesse nazionale. Ma viceversa, quando il Governo federale approva programmi che non sono autorizzati dai suoi poteri delegati, e tasse necessarie per pagare tali programmi eccedono il giusto diritto del Governo alla nostra ricchezza.

    La precisazione del diritto del Governo è la successiva parte della definizione. Che cosa è un’“equa parte”? Mi pare che le esigenze della giustizia siano qui perfettamente chiare: il Governo ha il diritto a pretendere una uguale percentuale della ricchezza di ciascuno, e non di più. Le tasse sulla proprietà sono imposte precisamente su questa base. Anche le tasse indirette e sulle vendite si fondano sul medesimo principio, sebbene la tassa gravi sopra una transazione più che sulla proprietà. Il principio vale ugualmente per le rendite, le eredità e i doni. L’idea che un uomo che guadagna centomila dollari l’anno debba essere obbligato a sopportare il costo del Governo col novanta per cento delle sue entrate, mentre l’uomo che guadagna diecimila dollari debba pagare il venti per cento, ripugna ai miei concetti della giustizia. Non credo che si debba punire il successo. In termini generali, ritengo sia contrario al diritto naturale alla proprietà, al quale abbiamo ora accennato (e per ciò stesso immorale), negare all’uomo, la cui fatica ha prodotto un frutto più abbondante di quello del suo vicino, l’occasione di godere dell’abbondanza da lui creata. Quanto alla pretesa che il Governo abbia bisogno della tassa graduale sui redditi, i fatti rivelano il contrario. Il totale dei redditi percepito con tasse sulle entrate oltre il venti per cento ammonta a meno di cinque miliardi di dollari: meno di quello che il Governo federale spende attualmente nel solo settore dell’agricoltura.

    La tassa graduale è una tassa confiscatoria. Il suo effetto, e in grande parte il suo scopo, è di abbassare tutti gli uomini a un livello comune. Molti di quanti sostengono la tassa graduale riconoscono francamente che il loro scopo è di ridistribuire la ricchezza della nazione. La loro mira è una società ugualitaria, obiettivo contrario sia alla Carta della Repubblica, sia alle leggi di Natura. Siamo tutti uguali davanti a Dio, ma non siamo uguali sotto nessun altro punto di vista. Mezzi artificiali per imporre l’uguaglianza tra uomini disuguali devono essere respinti se vogliamo rispettare quella Carta e onorare quelle leggi.

    Per quanto riguarda le imposte, dunque, un compito nostro è di imporre la giustizia, abolire le caratteristiche graduali delle nostre leggi fiscali; e più presto ci metteremo al lavoro, meglio sarà.

    L’altro problema, quello che ha il massimo influsso sulla nostra vita quotidiana, è di ridurre la mole delle imposte. E ciò ci porta alla questione delle spese governative. Si può sostenere che, finché ci sarà del denaro nel Tesoro federale, le spese non verranno mai ridotte: ma in linea pratica io sostengo che la riduzione delle spese debba precedere la riduzione delle imposte. Se noi riduciamo le imposte prima di prendere decisioni ferme e intelligenti intorno alle spese, finiremo sulla strada delle spese deficitarie e degli effetti che invariabilmente le seguono.

    È nel campo delle spese che il Partito Repubblicano, durante i suoi sette anni di potere, ha maggiormente deluso. [...]

    Ora, sarebbe già abbastanza brutto se avessimo semplicemente mancato alla nostra promessa di ridurre le spese; il fatto è, invece, che le spese federali sono enormemente aumentate durante gli anni repubblicani. Invece d’un bilancio di sessanta miliardi di dollari, ci troviamo di fronte, nell’anno fiscale 1961, a un bilancio di circa ottanta miliardi di dollari. Se aggiungiamo alla cifra ufficiale del bilancio gli esborsi del così detto fondo fidecommissario per la Sicurezza Sociale e per il Programma di Autostrade Federali, come bisogna fare se vogliamo ottenere un quadro realistico delle spese, le spese federali totali si aggireranno attorno ai novantacinque miliardi di dollari.

    Ci dicono spesso che l’aumento delle spese federali è una semplice conseguenza dell’aumentato costo della difesa nazionale. Non è vero. Durante gli ultimi dieci anni le spese puramente interne sono aumentate da quindici miliardi e duecento milioni di dollari, nell’anno fiscale 1961, a trentasette miliardi di dollari proposti nell’anno fiscale 1961 (cifre che non comprendono i pagamenti di interessi sul debito nazionale), cioè un aumento del centoquarantatré per cento!

    Ecco le cifre misurate con un criterio leggermente diverso: durante gli ultimi cinque anni della amministrazione Truman la media annua delle spese federali per scopi interni fu di diciassette miliardi e settecento milioni di dollari; durante gli ultimi cinque anni della amministrazione Eisenhower fu di trentatré miliardi e seicento milioni di dollari, con un aumento dell’ottantanove per cento.

    Naturalmente, bisogna tener conto dell’aumento della popolazione; evidentemente il medesimo programma di sussidi costerà di più se vi saranno più persone a cui provvedere. Ma neppure l’aumento della popolazione basta a giustificare l’aumento delle spese. Durante il periodo di dieci anni in cui le spese federali sono aumentate del centoquarantatré per cento, la nostra popolazione si sarà accresciuta di circa il diciotto per cento. E nemmeno l’inflazione spiega la differenza. Durante gli ultimi dieci anni, il valore del dollaro è calato circa del venti per cento. Infine, ci dicono spesso che quello che importa è la quota governativa sul totale delle spese di un paese e che di conseguenza dobbiamo tener conto dell’aumento dell’insieme della produzione nazionale. Anche qui, però, l’aumento dei prodotti nazionali, che è stato calcolato a circa il quaranta per cento durante gli ultimi dieci anni, non è paragonabile con un aumento del centoquarantatré per cento delle spese federali. La conclusione, dunque, è inevitabile: cioè, che lontani dall’avere arrestato le spese federali e la tendenza verso lo statalismo, noi Repubblicani abbiamo continuato in questo senso.

    Non voglio insinuare, si capisce, che le cose sarebbero state diverse sotto un regime democratico. Ogni anno i dirigenti nazionali democratici chiedono che il Governo federale spenda più, di quel che spende, e che i Repubblicani propongono di spendere. E quest’anno, diverse settimane prima che il Presidente Eisenhower annunciasse il suo bilancio per il 1961, il Comitato Consultivo Nazionale Democratico lanciò un manifesto in cui chiedeva prodighi aumenti di spese in quasi ogni Dicastero del Governo federale; per le sole spese interne, gli aumenti richiesti difficilmente avrebbero potuto costare meno di venti miliardi di dollari l’anno.

    Intendo dire, però, che nessuno dei nostri due partiti politici ha seriamente affrontato il problema delle spese governative. Le raccomandazioni del Comitato Hoover, che potrebbero risparmiare ai contribuenti circa sette miliardi di dollari l’anno, sono state in massima parte trascurate. Eppure anche queste raccomandazioni, che trattano per lo più della prodigalità e dello spreco, non arrivano al cuore del problema. Il vero male è che il Governo è impegnato in attività nelle quali non ha nessuna ragione di immischiarsi. Finché il Governo federale ammette di avere responsabilità in un dato campo sociale o economico, le sue spese in quel campo non possono essere notevolmente ridotte. Finché il Governo federale riconosce la responsabilità dell’educazione, per esempio, la somma di sussidi federali deve aumentare per forza, in diretta proporzione almeno col costo del mantenimento delle scuole della nazione. L’unico modo di ridurre sostanzialmente le spese, è di eliminare le attività in cui si producono spese superflue.

    Bisogna che il Governo cominci a ritirarsi da una intera serie di attività che si trovano al di fuori del suo mandato costituzionale: dagli impegni di benessere sociale, dell’educazione, dell’agricoltura, delle case popolari, del rinnovamento urbano e di tutte le altre attività che possono essere molto meglio esercitate a un livello inferiore al Governo, o da istituzioni private o da individui. Non dico che il Governo federale debba abbandonare tutti questi impegni da un giorno all’altro. Invece suggerisco che noi stabiliamo, per legge, rigidi termini per un ritiro a scaglioni. Potremmo provvedere, per esempio, per una riduzione delle spese ogni anno in tutti i campi nei quali la partecipazione federale non è desiderabile. È soltanto attraverso questa specie di risoluti assalti al principio di Governo illimitato che il popolo americano potrà ottenere un sollievo dalle tasse opprimenti, cominciando a progredire verso la ripresa della sua libertà. E decidiamoci, a ogni costo, a ricordare l’interesse della nazione nel ridurre tasse e spese. L’esigenza dello «sviluppo economico» di cui sentiamo parlare tanto sarà soddisfatta dal Governo non già spremendo le energie economiche della nazione, ma emancipandole. Riducendo le tasse e le spese noi non soltanto restituiremo all’individuo i mezzi con i quali può affermare la propria libertà e dignità, ma garantiremo anche alla nazione la forza economica che sarà sempre il suo ultimo baluardo contro nemici stranieri.

    2. Lo

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Leviathan
    tempo fa si parlava di grande partito democratico, grande partito riformista... introdotto il proporzionale ovviamente non ne hanno parlato più...

    ma non ne avate le scatole piene di questi continui estremismi e del bisogno delle forze maggiore di schierarsi con dei partiti radicali, sia di destra che di sinistra...

    io penso che un sistema così non regge a lungo, ne a destra ne a sinistra....

    Margherita, UDC, Udeur, tutti i partitini di centro, correnti dei DS etc. etc.
    penso che un grande partito stabile di centro sia possibile!

    vediamo da per tutto in Europa che le economie che vanno male hanno dei governi bipartisan... per es. la Germania... in ottobre probabilmente anche l'Austria etc. etc.

    non credete che l'Italia ha finalmente bisogno di stabilità e che con questo sistema non si va da nessuna parte???
    Certo che esiste, di chiama democrazia cristiana.
    Il nuovo che avanza.

 

 

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