Il Pri e Forza Italia
Estendere gli spazi democratici e scuotere le energie vitali del Paese

di Francesco Nucara

Ho vissuto ormai sette lunghissimi anni al vertice del Pri: dal luglio 1999 all'ottobre 2001 come segretario organizzativo, e dal 6 ottobre 2001 a tutt'oggi, come segretario dei repubblicani italiani.

Dopo i terremoti politici, elettorali, giudiziari degli anni '90 sembrava che tutto dovesse finire.

Come, d'altra parte, è successo per quasi tutti i partiti italiani, alcuni dei quali molto assimilabili a noi per linea politica e forza elettorale. Noi, invece, pur in condizioni di estrema debolezza, siamo ancora sulla scena politica, grazie ad un manipolo di "resistenti" che non hanno voluto ammainare le loro bandiere e con esse i loro ideali repubblicani. Abbiamo pensato che questi ideali potevano essere difesi solo con il mantenimento in vita del Pri: gli avvenimenti di questi ultimi giorni ci hanno confermato che non ci sono spazi, in altri partiti, per una cultura repubblicana.

Abbiamo provato a difendere il Pri e le sue tradizioni politiche e programmatiche. Talvolta, da parte della CdL, alla considerazione politica seguivano anche positive valutazioni programmatiche, congruenti con le nostre idealità. Tal'altra siamo risultati soccombenti rispetto a determinazioni stataliste e assistenziali del mondo cattolico e postfascista. Noi, però, abbiamo sempre cercato di conciliare le cose con l'intento di far sopravvivere il Pri. Gli amici repubblicani per anni non hanno nemmeno immaginato a quali "torture" era sottoposto il Segretario, pur di perseguire l'obiettivo primario: salvare il Pri. Questo, di per sé, non sarebbe sufficiente a giustificare una candidatura in altro partito. Ma chi guida un'organizzazione politica, un gruppo sociale, e fosse anche una famiglia, ha delle responsabilità che prescindono dalla sua persona e dai suoi orientamenti. Abbiamo allora posto il problema alla Direzione Nazionale del 30 novembre 2005, la quale unanimemente, anche se con sfumature ed accenti diversi, si è espressa perché in ogni caso il Pri fosse presente nelle Istituzioni del Paese con propri rappresentanti. Ci siamo sentiti alla stregua di chi all'improvviso vede bruciare la propria casa con dentro una persona cara. Ci si lancia tra le fiamme e, ammesso che si riesca a salvare la persona, da quella casa si esce fuori con bruciature e ferite. Le mie bruciature e le mie ferite sono nella mia coscienza politica e, con inguaribile ottimismo, spero di guarirne. In ogni caso è opportuno rendere evidente che i repubblicani non si sentono affatto beneficiati dal Partito in cui sono candidati. Tutt'altro. Essi pensano di essere tributari, elettoralmente parlando, di Forza Italia. Come già abbiamo avuto modo di spiegare su queste pagine, un deputato "costa" circa 50.000 voti ed un senatore il doppio. Per adesso siamo abbastanza certi di eleggere due deputati. Essendo noi convinti che il Pri conti ben più di 100.000 voti, non ci sentiamo perciò affatto beneficiati. Ci sentiamo indipendenti da qualunque condizionamento politico e saremo alleati leali con il quadripartito (FI, An, Udc, Lega), ma prima di tutto abbiamo il dovere morale e politico di interpretare e fare valere le ragioni dei repubblicani, dovunque essi si trovino: a Trento come a Bologna, a Bari come a Firenze. Portiamo con noi tutta la responsabilità di una situazione politica drammatica, dagli imprevedibili sviluppi. Non sappiamo cosa succederà il 9 e 10 aprile, ma siamo certi che l'alleanza con i nostri partner elettorali può avere senso se essa si estenderà non soltanto al Governo e al Parlamento, ma, dove possibile e dove gli organismi locali lo richiederanno, in tutti gli enti locali. L'atteggiamento politico, spesso insensato, assunto in questi anni dal quadripartito che governa, ha contribuito a far vincere quasi sempre le coalizioni di sinistra. L'occupazione sistematica dell'Amministrazione Pubblica o para-pubblica da parte di qualche Partito ha favorito spesso delle grossolane incapacità. E' necessario un comportamento politico capace di allargare gli spazi di democrazia e scuotere le energie vitali del Paese. E' difficile, molto difficile per noi repubblicani, non vedere nella trincea anticomunista, che pur nel passato aveva le sue ragioni d'essere, un "semplice disordinato luogo di bivacco". Come diceva Ugo La Malfa su questo stesso giornale il 5 aprile del 1955: "il Partito Repubblicano ha ripreso [e io oggi dico: riprenderà], in vista di questa difficoltà e di questa improrogabile necessità di chiarificazione, la sua intera libertà. Persino nelle sue concezioni di politica estera, atlantiche ed europeistiche, esso darà il suo appoggio solo a un governo che continui l'azione di riforma sociale (…) a un governo che abbia orientamenti decisamente democratici e riformatori."

Roma, 13 marzo 2006

tratto da http://www.pri.it