Il miglior modo per continuare a supportare Berlusconi, nei confronti di Prodi, in vista delle prossime elezioni, è informarsi su quanto entrambi abbiano fatto. Un confronto come quello televisivo insomma, ma meno noioso. Entrambi sono personaggi pubblici e sulla loro carriera politica e privata, in Italia, si sa molto. Riassumendo: l'attuale premier ha creato 65000 posti di lavoro da privato cittadino, prima di diventare capo del governo e ridurre la disoccupazione al livello minimo storico; l'altro ha svenduto qua e là le più grandi risorse economiche dello Stato (i vari scandali delle privatizzazioni a prezzi che neanche nei saldi di fine stagione c'è dato sognare).
Ma resta un altro settore, che oggi assume sempre più rilevanza, da vagliare. Lo fa per Prodi il giornalista Giulio Romano, nel suo articolo Il misterioso vuoto europeo del Professore. A quanto pare, infatti, il leader dell'Unione, durante la sua presidenza della Commissione Europea non ha fatto tutto il bene che dice, e non è neppure stato l'europeista fiero e quasi eroico che gli piace ripeterci di essere stato.

Partiamo da una definizione data da un giornale di sinistra, francese, nel 2003. Un analitico pezzo di Libération, a firma di Jean Quatremer, che si interrogava sulla assoluta mancanza di informazione, in Italia, dell'attività e dell'operato di Prodi in ambito comunitario, e che rimproverava le passività croniche e i silenzi che il nostro amato politico fatto di mortadella sfoggiava durante gli incontri al vertice (ad esempio quello economico dell'ottobre 2002) invece del ruolo da protagonista che gli spettava. L'articolo definiva Prodi, traducendo letteralmente: «il peggiore presidente che la Commissione abbia mai avuto. Sotto la sua gestione, l'esecutivo europeo ha perso la sua autorità morale e politica».

Romano (il giornalista, non il politico bolognese) analizza poi l'operato timidissimo di quel Prodi che oggi Kohl appoggia e che aveva, all'epoca dell'elezione di Prodi, chiesto ufficiosamente ai suoi ex-partner «vi ha forse dato di volta il cervello?»: si tratta di cinque anni collocati tra gli scandali di corruzione ereditati dal precedente mandato del lussemburghese Jacques Santer (1994-1999), in cui non è stato fatto assolutamente nulla. Serviva insomma, per varie questioni e per gli equilibri tra i più euroconvinti e i più europrudenti, un periodo in cui il presidente fosse manovrabile, debole, non decisivo su nessuna questione.

A Bruxelles, l'Eurostat (l'istituto di statistica europeo) era sotto accusa per corruzione nella persona del francese Yves Franchet, il direttore, con implicazioni che potevano affossare anche l'intera Commissione; era necessaria una riforma della funzione pubblica comunitaria per trasparenza (qui il nostro bolognese lavora con il vice-presidente Neil Kinnock) e, invece, si è avuta solo una moltiplicazione della burocrazia interna a livelli impensabili con passaggi di grado e di carriera dei dipendenti Ue che ha complicato il tutto; si doveva concludere il discorso sulla Costituzione Europea, che poi si è affrontato troppo tardi e s'è visto a che bei risultati è arrivato.

Ci sono però due decisioni che ha preso, con determinazione: la prima appoggiare incondizionatamente l'allargamento immediato verso l'Est dell'Unione (Europea, non il partito), con un'operazione che ha messo abbastanza in crisi l'assetto degli equilibri già allora molto precari e che è sicuramente giusta, ma che andava fatta molto più con cautela e avvedutezza; la seconda è stata rendere la vita il più difficile possibile al nemico Berlusconi, che assunse la presidenza semestrale del Consiglio europeo e riuscì solo soletto a mediare tra gli interessi polacco-spagnoli (che non volevano rinnovare i processi decisionali) e quelli degli altri Paesi.

Qui si aggancia un altro rilevante punto dell'Euro-Prodi: quello per cui il Professore, in Europa, ha giocato un ruolo grigissimo, interessandosi solo di avere un titolo che potesse dargli lustro quando fosse tornato in Italia a fare politica là dove gli interessava. Così, all'epoca, fece interventi dall'estero assai inopportuni e non approfittò minimamente dell'occasione di esperienza che la politica europea gli offriva. Fu una mancanza di professionalità, quella di non distinguere i due ruoli, che forse è alla base della sua attuale reticenza a parlare di quel periodo. Eppure si potrebbe pretendere il buon gusto, almeno in questo ambito, a non attaccare Berlusconi sul piano dell'attività europea.

Paolo Tiramani