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Discussione: L'Anello

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    Predefinito L'Anello

    Dissero: Cercate in via Gradoli
    Risposero: Moro non ci serve vivo
    Si chiamava l’Anello. Era una struttura dei servizi segreti mai scoperta prima. Oggi da documenti inediti emerge che gestì il rapimento Cirillo, fece fuggire Kappler. E scoprì il "covo" delle Br, mentre il presidente dc era nelle mani dei terroristi
    di Paolo Cucchiarelli



    Roma.


    È la chiave del caso Moro. Cercata, invano, per anni. Oggi comincia a emergere. E offre nuove spiegazioni non solo di quel sequestro, ma anche di tanti altri affari neri d’Italia. Aiuta a ricomporre i frammenti della tragedia del presidente democristiano, rapito 25 anni fa dalle Brigate rosse, ma anche del caso Cirillo, della fuga di Kappler, di traffici di armi e di petrolio. Dal dopoguerra alla metà degli anni Ottanta ha operato in Italia un superservizio segreto, clandestino, alle dipendenze (informali) della presidenza del Consiglio. Nome in codice: l’Anello. Questo superservizio, pochi giorni dopo il rapimento di Moro, individua il "covo" br di via Gradoli, a Roma, comunica la notizia a Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, e a un dolente Francesco Cossiga, ministro dell’Interno. Ma l’ordine è: restare fermi. "Moro vivo non serve più a nessuno", è la conclusione di Andreotti.

    L’Anello e le sue attività sono oggetto di un’inchiesta in via di conclusione a Roma. Il pubblico ministero Franco Ionta ha da poco chiesto al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso, poiché ormai nessun reato è ipotizzabile o perseguibile, anche perché in molti casi è già scattata la prescrizione. Ma è stata la Procura di Brescia a imbattersi per prima in una misteriosa struttura, chiamata "Noto Servizio", di cui si faceva cenno in alcuni dei documenti ritrovati anni fa in un archivio abbandonato di via Appia Nuova, a Roma, dove erano state stivate alla rinfusa carte dell’Ufficio Affari Riservati (il progenitore del servizio di sicurezza civile, il Sisde). Del "Noto Servizio" – in realtà oscuro e assolutamente ignoto – si è parlato in pubblico per la prima volta nel novembre 2000, quando la procura di Brescia invia alla Commissione parlamentare sulle stragi un rapporto del perito Aldo Giannuli, lo scopritore della "discarica" dei servizi sull’Appia Antica.

    Oggi il "Noto Servizio" ha un nome e un volto: è l’Anello, organizzazione clandestina degli apparati di sicurezza, operativa dal 1948 alla metà degli anni Ottanta, formata da ex ufficiali badogliani, ex repubblichini, imprenditori, faccendieri, giornalisti, in grado di reclutare (almeno part-time) uomini della malavita e della criminalità organizzata. Personaggi di punta dell’Anello, negli anni cruciali del caso Moro e del rapimento Cirillo, sono Adalberto Titta, il sedicente "colonnello del Sismi" che trattò con i camorristi la liberazione dell’assessore democristiano Ciro Cirillo; il senatore missino Giorgio Pisanò; il faccendiere Felice Fulchignoni; l’imprenditore Sigfrido Battaini; il religioso Padre Enrico Zucca, entrato nelle cronache per aver trafugato, nell’immediato dopoguerra, la salma di Benito Mussolini a Milano.

    Titta è, in quegli anni drammatici, il vertice operativo della struttura. Un uomo fin troppo loquace, un po’ guascone, ex pilota nella Repubblica sociale. Muore d’infarto dopo la liberazione di Cirillo, mentre è impegnato in una delicata missione legata proprio a questo caso. Tanto delicata da suscitare i sospetti di una morte non del tutto naturale: i servizi di sicurezza francesi mandano a misurare la lunghezza del cadavere, per accertarsi che sia proprio Titta, e i carabinieri fanno qualche indagine dopo alcuni esposti che accennavano a un omicidio mascherato da malore.

    L’Anello, del resto, era specializzato proprio in omicidi coperti da morte naturale e da incidenti stradali. Ma, più in grande, si occupava dell’economia parallela del petrolio, che serviva a finanziare le forze politiche più "affidabili" e sinceramente anticomuniste. Tra il 1975 e il 1976 l’Anello si dà da fare addirittura per far nascere una nuova Dc, in grado di contrastare l’apertura a sinistra preparata da Aldo Moro: è la breve avventura del Nuovo partito popolare, che divenne poi l’oggetto principale, con riferimenti alle forniture militari alla Libia, di un famoso dossier segreto, chiamato "Mi.Fo.Biali", oggetto di ricatti trasversali che coinvolsero anche il giornalista di Op Mino Pecorelli.

    IL SUPERTESTIMONE. L’Anello, nella sua lunga storia, ha avuto una diretta forma di dipendenza dalle istituzioni politiche, a cominciare dalla presidenza del Consiglio. Michele Ristuccia, uno degli aderenti alla struttura, classe 1941, già funzionario della Fiera di Milano, grande amico di Adalberto Titta, negli interrogatori dell’inchiesta afferma a chiare lettere che vi erano persone del ministero della Difesa e dell’Interno che "agevolavano" l’attività dell’Anello, ma che esso "dipendeva direttamente dalla presidenza del Consiglio. La sua gestione è stata monopolio democristiano, tranne che nell’ultimo periodo, nel quale suppongo che anche il Psi sapesse, in quanto mi risulta che avesse fatto alcune richieste". I componenti dell’Anello, continua a verbale il supertestimone Ristuccia, avevano in dotazione "un tesserino sulla base del quale era dovuta a loro cooperazione e immunità da responsabilità penali in cui avrebbero potuto incorrere per motivi di servizio. Preciso che non so se tutti i membri dell’Anello avessero questo tesserino, ma Titta certamente lo aveva e io l’ho potuto personalmente vedere, ricordo che aveva l’intestazione della presidenza del Consiglio dei ministri".

    Operativamente, i componenti della struttura si appoggiavano prevalentemente ai carabinieri, ma anche al Sid, il servizio segreto militare di quegli anni. L’Anello poteva contare su un ufficiale dei carabinieri operativo a Milano, che aveva un ufficio in via Statuto; un altro ufficio era a Roma. "Battaini", è scritto in una delle informative sull’attività dell’Anello, "dispone di notevoli masse di denaro e tiene il proprio deposito di armi, munizioni e automezzi, presso la caserma dei carabinieri di via Moscova".

    Andreotti risulta il principale beneficiario politico della struttura, almeno secondo quanto si afferma in più punti nelle "veline" agli atti dell’inchiesta. Anche alcune testimonianze affidano al sette volte presidente del Consiglio un ruolo guida per l’Anello. Fu Andreotti a volerla, con questa denominazione, per fronteggiare il "notevole caos" che c’era negli anni Settanta nei vari organismi che si occupavano di intelligence, sia per inefficienza, sia per concorrenza. Andreotti decise di creare una struttura "pilota" che traghettasse questo mondo dal caos a servizi segreti più adeguati. Nascerebbe da qui il nome di Anello, adottato, secondo alcune testimonianze, dalla metà degli anni Sessanta: la struttura avrebbe dovuto essere infatti la congiunzione – l’anello appunto – tra le molteplici e spesso confuse strutture parallele del dopoguerra e i servizi di sicurezza istituzionali. I testimoni ascoltati nell’inchiesta hanno confermato che il compito principale dell’Anello era quello di "arginare" con tutti i mezzi l’avanzata delle sinistre. Anche Francesco Cossiga era a conoscenza dell’Anello, testimonia Ristuccia. "Una volta l’onorevole Andreotti, secondo quanto mi ha raccontato Adalberto Titta, fece intervenire l’Anello a beneficio del governo Craxi".

    La struttura poteva contare su un buon numero di uomini (164 nel 1974) che costavano diversi miliardi di lire l’anno. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, almeno secondo i racconti dei testimoni dell’inchiesta, la struttura si era preparata per sequesti (poi non realizzati) di alcuni personaggi politici. Tra questi, il sindaco di Milano Aldo Aniasi, il leader del Movimento studentesco Mario Capanna e l’editore Gian Giacomo Feltrinelli. Ma è il caso Moro l’episodio più clamoroso nella storia segreta dell’Anello.

    VIA GRADOLI. "Ricordo che il Titta mi accennò, già durante il sequestro Moro e me lo confermò poi successivamente, che erano stati contattati per adoperarsi per la liberazione di Moro, così come per il sequestro Cirillo". Questa è la testimonianza di Ristuccia, uno dei principali collaboratori di Titta. "Mi disse addirittura di aver avuto contatti con appartenenti alle Br e che questi avevano espresso sfiducia verso l’Arma dei carabinieri e la Dc. Mi disse", continua a verbale Ristuccia, "che gli uomini delle Br con i quali erano entrati in contatto non erano riusciti a trovare gli interlocutori adatti e non si fidavano delle istituzioni. Titta sosteneva di aver parlato di ciò con Cossiga e con l’onorevole Andreotti, ma che quest’ultimo (si era espresso) con valutazioni negative sull’eventualità del rilascio dell’ostaggio, bloccando così le attività che intendeva intraprendere. Ricordo che lo stesso giorno in cui si seppe che nel lago della Duchessa doveva trovarsi il cadavere di Moro, mi disse in tempo reale che si trattava di una "bufala". Ciò ovviamente me lo disse prima che ci fosse la smentita".

    Lo stesso testimone racconta: "Io venni informato da Titta che il presidente della Dc correva seri rischi di sequestro. Sequestro durante, il Titta mi disse di essere a conoscenza del luogo dove Moro era detenuto, lo aveva detto anche ai senatori Andreotti e Cossiga. Il Titta mi disse, sequestro durante, che Moro era detenuto in via Gradoli e, come ebbi occasione di accennarvi, lo seppe direttamente dalle Brigate rosse. Non posso dirvi come entrò in contatto con le Br, ma lui mi disse di essere stato fortemente ostacolato sul caso Moro, proprio dal potere politico dal quale dipendeva. Come già dettovi, in particolare alla richiesta di poter intervenire su via Gradoli, il Titta ricevette un secco diniego da Andreotti che, mi disse, gli fece capire che non era auspicabile una soluzione positiva del processo, la frase che ricordo distintamente è: "Moro vivo non serve più a nessuno". Preciso che tutte queste notizie io le ho apprese sequestro durante".

    È la testimonianza di un personaggio che riferisce racconti di un morto, che non può più né confermare né smentire. Forse è troppo poco per imbastire un’azione giudiziaria, ma certo è un’ulteriore smagliatura in una vicenda, il sequestro Moro, piena di elementi oscuri. Nelle dichiarazioni di Michele Ristuccia vi è certamente un errore: l’appartamento di via Gradoli è indicato come la prigione di Moro, mentre è appurato che fosse una base delle Br, ma che non ospitò il sequestrato. È lo stesso errore compiuto, in diverse dichiarazioni, da Bettino Craxi. Titta aveva una indicazione che riguardava la sola via Gradoli, oppure il capo operativo dell’Anello aveva cambiato in Gradoli una diversa indicazione della prigione al fine di tutelarla?

    Dopo che la politica blocca l’intervento a favore di Moro, le notizie raccolte dall’Anello potrebbero aver imboccato un percorso autonomo. La famiglia Moro e il Vaticano continuano a cercare di liberare il prigioniero. E il 9 maggio 1978 il Vaticano tenta di scambiare il presidente della Dc con 50 miliardi di lire. Era già noto che padre Zucca – che oggi scopriamo essere stato un importante esponente dell’Anello – si era dato da fare per raccogliere un’ingente somma di denaro dopo essere stato contattato, in confessionale a Milano, da un uomo delle Br. Questo episodio fu rivelato dal settimanale L’espresso già il 26 maggio 1978. Recentemente, il 12 marzo 2003, Giulio Andreotti rivela che il 9 maggio di 25 anni fa (il giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro), il Vaticano era pronto a pagare un ingente riscatto per liberare il prigioniero, ma che alla fine tutto fallì. È evidente che il tentativo di cui parla Andreotti e quello dell’Anello, tramite padre Zucca, hanno molte analogie: stessa data, il 9 maggio; stessa città, Milano; stesso contatto, "esponenti dissidenti" delle Br, stesso mezzo, il confessionale.

    KAPPLER E CIRILLO. L’Anello ebbe un ruolo anche nella vicenda della fuga di Herbert Kappler, il colonnello delle Ss responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, fatto uscire dall’ospedale militare del Celio, dopo un accordo politico ed economico con la Germania. Fu Titta e non la moglie di Kappler, Annelise – come si disse – ad accompagnare Kappler al confine. Nelle carte dell’inchiesta romana c’è la testimonianza del medico che visitò Kappler prima che questi fosse portato oltre confine.

    È nel caso Cirillo, però, che l’Anello giocò in pieno le sue carte. Ciro Cirillo, assessore campano della Dc, fu rapito dalle Br a Napoli nel 1981. Per Cirillo, a differenza che per Moro, la Democrazia cristiana e lo Stato accettarono di trattare con i terroristi, anzi lo fecero attraverso la criminalità organizzata. È Adalberto Titta in persona che tratta in carcere con Raffaele Cutolo, il capo della Nuova camorra organizzata (Nco). Titta entra nel carcere di Ancona per concordare direttamente con Cutolo la liberazione di Cirillo, porta a cena fuori dal carcere il capo camorrista e gli mostra un foglio di scarcerazione per invogliarlo a riprendere i contatti con le Br che erano stati aperti già nel 1978, durante la vicenda Moro. L’Anello è la chiave che unisce le due vicende. E spiega alcune affermazioni di Cutolo, che ha più volte ripetuto di aver avuto un ruolo anche nella vicenda Moro, oltre che in quella Cirillo. Personaggio di congiunzione tra l’Anello e il boss della Camorra è Francesco Gangemi, esponente di primo piano della Dc calabrese, avvocato di Raffaele Cutolo, ma anche grande amico di Adalberto Titta. Fu proprio Gangemi – affermano alcuni testimoni dell’inchiesta – a presentare Cutolo a Titta per permettergli di intervenire nell’affare Cirillo. "Il Cutolo non avrebbe mai accettato di prendere parte ad alcuna trattativa se il Gangemi non avesse garantito per il Titta", assicura il supertestimone Ristuccia. Il legame Titta-Cutolo-Gangemi-Anello può dare un contesto ad alcune sibilline affermazioni fatte dal capo della Nco. Nel 1993 Cutolo diceva, a proposito della vicenda Cirillo, che in tanti "fecero la fila da me, ad Ascoli Piceno, e quel Titta dei servizi segreti era disposto in cambio dei miei favori a far eliminare i miei nemici". E aggiungeva: "Avrei potuto salvare la vita dell’onorevole Moro perché, grazie a informazioni ottenute da alcuni membri della banda della Magliana, avevo saputo dove era la sua prigione. Mi incontrai con il sedicente "inviato di Cossiga" che mi promise persino sconti di pena. Ma in seguito ricevetti una visita del mio fedele luogotenente Vincenzo Casillo, latore di un messaggio di alcuni politici campani: "Don Rafè, facitevi ’e fatte vuoste"".

    L’inviato di Cossiga, rivela Cutolo nel volume di Giuseppe Marrazzo Il camorrista. Vita segreta di don Raffaele Cutolo, potrebbe essere Nicola Lettieri, il sottosegretario all’Interno che durante i 55 giorni del sequestro guidava il "comitato di crisi" del Viminale. Cutolo avrebbe incontrato Lettieri mentre era latitante, dato che era fuggito dal manicomio criminale di Aversa il 3 febbraio 1978. Certo è che Cutolo dice di essere stato in possesso di una lettera di ringraziamento di Lettieri e di un biglietto di accompagnamento dell’onorevole Attilio Ruffini, sequestrati dai carabinieri al momento dell’arresto, nel rifugio di Albarella dove aveva trascorso l’intera latitanza. I carabinieri, imbarazzatissimi, dissero poi che la lettera e il biglietto erano caduti a un maresciallo durante la perquisizione della casa-covo. Nessuno ha mai saputo – ufficialmente – che cosa contenessero le due missive.

    L’anno dopo, nel 1994, davanti alle telecamere di Mixer Cutolo raccontò di aver ricevuto, mentre era latitante ad Albarella e mentre Moro era nelle mani delle Br, la visita di Nicolino Selis, affiliato della Nco, suo rappresentante a Roma e contemporaneamente boss della banda della Magliana, per conto della quale controllava la zona che da Acilia arriva al mare. Selis, dice Cutolo, "aveva saputo dove si trovava la prigione di Moro e mi chiese se volessi salvarlo". Cutolo in quella occasione aggiunse di essersi consultato con un avvocato che a sua volta si rivolse a dei politici. Il capo della Nco ha detto di aver saputo successivamente da un suo fedelissimo, Enzo Casillo ("Morto con la tessera dei servizi segreti in tasca") che "importanti politici nazionali erano molto preoccupati del fatto che Moro avrebbe potuto salvarsi". In quell’occasione si mossero anche due sacerdoti calabresi. Selis non può certo confermare: scomparso nel 1981, il suo cadavere non è mai stato trovato; probabilmente sotterrato ad Acilia, vicino al greto del Tevere, è stato coperto con la calce viva.

    Durante i 55 giorni, quindi, Cutolo latitante sostiene di aver ricevuto l’avvocato Gangemi, l’inviato di Cossiga, Lettieri, e il suo rappresentante nella banda della Magliana, Nicolino Selis, che aveva scoperto dove era la prigione di Moro: presumibilmente nella sua zona di controllo, cioè tra Aprilia e il mare. Cutolo trascorse quei mesi di latitanza a casa di un vecchio contadino di Albanella, vicino a Pestum. L’uomo si chiamava, ironia della sorte, Nicola Lettieri, come il probabile "inviato di Cossiga". Finirà ucciso anche lui: da chi – dirà Cutolo – "credeva di trovare nella sua casa di campagna qualche tesoro da me nascosto".

    IL VATICANO E IL CONFESSIONALE. Con alcune lettere ad Andreotti, padre Zucca chiedeva di poter aprire una trattativa. Il religioso milanese affermava di essere "sicurissimo" che le Br avrebbero liberato Moro per soldi. Diceva anche di aver incontrato un brigatista in una chiesa di Milano "verso la fine di aprile" (Moro era stato rapito il 16 marzo). L’incontro-colloquio si era svolto in confessionale e in quell’occasione si era parlato di soldi. Il brigatista avrebbe anche proposto a Zucca di incontrare Moro. I soldi sarebbero stati depositati in una banca svizzera.

    L’inchiesta sull’Anello, svolta dal maggiore del Ros-carabinieri Massimo Giraudo (lo stesso ufficiale che ha condotto l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana che ha portato alle prime condanne del gruppo di Ordine nero dopo oltre 30 anni), ha dimostrato che già il 31 marzo 1978 Zucca aveva confidato a un amico (presumibilmente Adalberto Titta) di essere stato avvicinato al fine di aprire una trattativa con le Br. Un appunto del Sisde del 4 aprile 1978 dà conto di questa notizia.

    Michele Ristuccia ha confermato il contatto Anello-Br: "Titta mi disse che le Br non volevano condurre la trattativa con organi di polizia ufficiali o esponenti politici. In merito alle mancate risposte di Andreotti, mi ricordo che non le diede a voce, al Titta, facendo bene intendere che Moro vivo non interessava".
    Francesco Cossiga ha detto di essere stato informato "anni dopo" del tentativo messo a punto dal Vaticano il 9 maggio per cercare di liberare Aldo Moro e di cui ha parlato per la prima volta Andreotti in marzo. "Seppi da lui che questa possibilità di riscatto era la ragione del suo ottimismo quando lo andai a trovare la sera dell’8 maggio 1978. In Vaticano si avevano ragioni per credere di avere contatti con le Br. Da quello che compresi questo contatto passava per la rete dei cappellani carcerari", dice oggi Cossiga, che come Andreotti smentisce categoricamente a Diario di conoscere l’Anello e Titta. Ma c’è un altro elemento che si connette a questa vicenda, dando un senso concreto ad alcuni dubbi che ancora oggi dominano i pensieri della famiglia Moro.

    Qualcuno, mai identificato, la mattina del 9 maggio 1978 avrebbe dovuto entrare nella prigione di Moro e portargli la carezza, il conforto del Papa, e poi garantire la liberazione dell’ostaggio e il contemporaneo pagamento del riscatto. Poche ore più tardi, invece, Aldo Moro sarebbe stato ritrovato ucciso in via Caetani. Comunque l’Anello predispose i 50 miliardi di cui parla Andreotti per pagare la mattina del 9 maggio il riscatto che avrebbe liberato Moro. Se è finita come è finita qualcosa è andata male o qualcuno non ha rispettato i patti. Chi interruppe bruscamente la trattativa in corso? L’Anello fu bloccato da qualcuno che non voleva che Moro uscisse libero dalla prigione potendo raccontare che il suo luogo di prigionia era stato individuato, ma si era scelto di non intervenire? E di trattare segretamente tramite quelli che un comunicato delle Br (il numero 4 del 4 aprile, quando Zucca aveva già il suo contatto aperto con le Br) definisce i "misteriosi intermediari"?

    Afferma la sentenza che ha mandato assolto, in primo grado, Giulio Andreotti dall’accusa di essere il mandante politico dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli: "Qui preme sottolineare l’articolo Vergogna buffoni, pubblicato su Op del 16 gennaio 1979, e quindi poco più di due mesi prima dell’omicidio, in cui Carmine Pecorelli preannunciava una rivisitazione di tutto il caso Moro, con esplicito riferimento alle trattative con le Br, non andate a buon fine perché qualcuno non aveva mantenuto i patti e aveva "giocato al rialzo", pretendendo un prezzo che non poteva essere accettato. Ma se così è, non può revocarsi il dubbio che tali circostanze, se vere e portate a conoscenza dell’opinione pubblica, che pure aveva atteso con ansia la liberazione di Aldo Moro, avrebbero sicuramente sconvolto il panorama politico italiano, proprio perché sarebbe chiaramente emerso che il potere politico non aveva voluto che fosse salvata la vita dello statista".

    L’inchiesta sull’omicidio Pecorelli ha evidenziato i rapporti che si erano stabiliti tra il giornalista di Op e il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, almeno dall’agosto-settembre 1978. Pecorelli ricevette molte "dritte" dal generale. Tante allusioni di Pecorelli al fascicolo "Mi.Fo.Biali", nato intorno alla corruzione della Guardia di finanza per lo scandalo dei petroli, non sono che riferimenti in codice all’Anello e alla sua azione sotterranea. E dalla Chiesa, almeno secondo le malevole testimonianze di Ristuccia, conosceva l’Anello: "Il generale non faceva parte dell’Anello, conosceva Titta e non ostacolava le attività dell’Anello, non perché fosse contrario a esse, ma semplicemente per concorrenza, in quanto", dichiara a verbale Ristuccia, "non desiderava, specialmente in tema di lotta al terrorismo, che qualcuno potesse arrivare prima di lui. Ricordo in particolare il tentativo di catturare Moretti a Milano con un intervento su un obiettivo, sul quale da tempo stava lavorando anche l’Anello. L’improvvido intervento del generale ne consentì la fuga. Conobbi il generale dalla Chiesa in quanto me lo presentò il Titta appena giunto a Milano". E ancora: "Ricordo (che Titta, ndr) non apprezzava il generale dalla Chiesa in quanto per protagonismo avrebbe danneggiato alcune operazioni dell’Anello".

    Il generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, collaboratore di dalla Chiesa, ha affermato davanti a un magistrato nel 1993 che dalla Chiesa era molto interessato da una ipotesi di lavoro: l’esistenza di una struttura segreta paramilitare, con funzioni organizzative antinvasione ma che "aveva debordato poi in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno". Dalla Chiesa credeva che questa struttura poteva aver avuto origine "sin dal periodo della Resistenza, attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso il controllo di alcune organizzazioni di altra tendenza". Poteva trattarsi di Gladio-Stay behind. Ma Gladio nasce nel 1954. L’Anello nasce invece nel 1948.

    LE ALLUSIONI DI PECORELLI. Che cosa è accaduto tra la sera dell’8 maggio 1978 e le prime ore del 9? Pecorelli aveva una sua ipotesi: "Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato, e forse la mattina che il presidente è stato ucciso era (...) in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo anche noi fare un po’ di fantapolitica. Le trattative con le Br ci sarebbero state. Come con i Feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i "carabinieri" (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andar via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile, perché si voleva comunque l’anticomunista Moro morto, e le Br avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama "De" e il macellaio Maurizio".

    Il "De" (un modo per alludere e tutelare tipico di Pecorelli) secondo tutti gli studiosi del caso Moro è Giustino De Vuono, un ex legionario, calabrese, legato alla criminalità organizzata, di cui non si sa più nulla da anni. De Vuono venne indicato come uno dei possibili componenti del commando di Via Fani nel "volantone" diffuso dal Viminale subito dopo il 16 di marzo. Per anni si è favoleggiato sulla presenza della ’Ndrangheta nel commando che rapì Moro e uccise i cinque uomini della scorta. Ci sono state decine di riferimenti a questa presenza e i sospetti maggiori hanno riguardato De Vuono, grande specialista di armi che, secondo alcuni testimoni, era effettivamente presente in via Fani. "De" secondo Pecorelli partecipa alla uccisione insieme a "Maurizio" (il nome di battaglia di Mario Moretti). Ma un uomo dell’Anello, almeno secondo il nostro testimone Ristuccia, faceva parte del commando di via Fani: "Il Titta mi disse che anche nel commando che aveva operato in via Fani era presente un calabrese che lavorava per l’Anello meridionale, ma che era stato più volte impiegato da lui".

    La famiglia Moro, Maria Fida in particolare, ha il dubbio che Moro sia stato liberato dalle Br e ucciso da qualcun altro. Da chi? "L’unica spiegazione", ha detto l’ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, in occasione del venticinquesimo anniversario della morte del presidente della Dc, "è quella che aveva pensato Craxi. Cioè che non sono i carcerieri a decidere l’esecuzione. L’ordine viene da fuori. E non sono stati loro neanche gli esecutori materiali. Entra in campo la complessità di più trattative che tendono da un lato alla salvezza di Moro e dall’altro alla neutralizzazione di quello che aveva potuto dire alle Br.

    La vicenda alla fine precipita perché queste trattative si ostacolano e fanno emergere nei custodi finali di Moro l’idea che la soluzione politicamente più opportuna fosse la soppressione di un ostaggio, cioè il Moro vivo, per poter neutralizzare gli effetti destabilizzanti del secondo ostaggio, cioè le cose che Moro aveva detto alle Br". Oppure, molto più semplicemente, le Br uccidono Moro per uscire da una situazione senza sbocchi politici se non la liberazione, vista la mole di iniziative che quella mattina del 9 maggio erano in corso. Oppure c’è stata una cogestione: alla fine, per chi ha trattato, sia dalla parte delle Br, sia da quella dello Stato, la soluzione migliore, la più concreta e realistica dal punto di vista politico, è la morte di Moro. Ecco il perché delle tante incongruenze sulle modalità della morte e anche sul fatto che fosse stato detto o no a Moro che il suo destino era segnato.

    Ma c’è stato lo zampino di qualcuno che ha giocato al rialzo? Giustino De Vuono è scomparso nel nulla. Resta soltanto l’estremo messaggio di Carmine Pecorelli, che fa nascere nuovi interrogativi su questa storia dell’Anello e su questa inchiesta che la procura di Roma si avvia ad archiviare. Pochi giorni prima di essere assassinato (era il 20 marzo 1979), Pecorelli dedicò al delitto Moro l’ultimo suo inconfondibile articolo. Intitolato: Aldo Moro un anno dopo.

    Pieno di domande allusive, di sottintesi e probabilmente di messaggi, sarcastici e cifrati. Cita il lago della Duchessa, il falso comunicato Br del 18 aprile 1978, quanto il falsario Toni Chichiarelli, vicino alle Br e alla banda della Magliana, stila un falso documento che dà Moro per "suicidato" e sepolto nei "fondali limacciosi" di quel lago. Toni Chichiarelli seguiva da tempo – ci sono testimoni – il giornalista. "Chi è stato interrogato nel Palazzo? La catena ha rivelato in ogni suo anello l’esistenza di connivenze all’interno della struttura dello Stato, nel cuore dello Stato". Un messaggio, un avvertimento, o una firma. Diventerà decifrabile poche ore dopo, quando un colpo di pistola in bocca chiuderà la vita di Carmine Pecorelli.

    Paolo Cucchiarelli, giornalista parlamentare, è autore, tra l’altro, di "Lo stato parallelo" (con Aldo Giannuli, Gamberetti editrice, 1997). In questa inchiesta anticipa alcuni elementi di un più ampio lavoro che sarà pubblicato in un volume intitolato "Morte di un Presidente. Perché l’omicidio Moro rimarrà un mistero".

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    Predefinito chi erano le BR?

    a rileggere 18 anni di lotta armata in Italia ci si accorge che ogni tanto, qua e là, rimangono dei buchi neri nel terrorismo rosso, buchi coperti anche di segreti, spesso inconfessabili, di chi contro quella stagione di utopie rivoluzionarie e sanguinarie ha esercitato l'arma della repressione in nome dello Stato, ma anche di chi a Sinistra ha assistito alla gestazione ed alla nascita del fenomeno BR.

    a rileggere 18 anni di lotta armata in Italia ci si accorge che ogni tanto, qua e là, rimangono dei buchi neri nel terrorismo rosso, buchi coperti anche di segreti, spesso inconfessabili, di chi contro quella stagione di utopie rivoluzionarie e sanguinarie ha esercitato l'arma della repressione in nome dello Stato, ma anche di chi a Sinistra ha assistito alla gestazione ed alla nascita del fenomeno BR. A parziale conferma di ciò e nella stessa direzione del mio pensiero - per quanto sarebbe comprensibile se a qualcuno sembrasse inopportuno fare della mera dietrologia con quanto affermato da un ex terrorista - vanno le parole di Patrizio Peci, primo "pentito" delle Brigate rosse: "Lo stato allora [agli inizi dell'attività brigatista] - poi non più - ti lasciava gli spazi per poter sperare nella vittoria lo stato poteva avere interesse a lasciare spazio alla lotta armata. Interessi velati, e magari contrapposti, ma certamente tesi a creare confusione. Altrimenti la lotta al terrorismo sarebbe stata più immediata e aspra. Ci avrebbero stroncato subito, come hanno fatto quando gli è parso il momento". Il fatto è che non ritengo ammissibile parlare di dietrologia quando in ballo ci sono anche dei morti ammazzati, ma soprattutto quando perfino a distanza di 25-30 anni dagli accadimenti continuano ad amergere nuovi frammenti di verità fino ad ora nascoste. Analizzando la storia della folle epopea brigatista, ci si accorge che sono presenti con una certa costanza degli accadimenti "particolari", delle coincidenze strane, così prodigiosamente tempestive, da far supporre degli interventi esterni ben mirati in una determinata direzione.
    Non possiamo però esimerci dall'aprire una finestra su una certa parte della Sinistra italiana, ed in modo particolare su quell'area "dura" che dal 25 Aprile 1945 (ma forse sarebbe meglio far risalire il tutto alla c.d. "Svolta di Salerno") non ha mai smesso di sognare la rivoluzione. Un grigio alone di mistero e di 'indicibilità' avvolge ancora certi aspetti degli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale ed in particolare gli avvenimenti che riguardano l'evoluzione di quella che fu Resistenza una volta finita la guerra. Basti pensare alle violente polemiche che il volume scritto da Pansa (Il sangue dei vinti) ha provocato. Questo ha probabilmente due ordini di ragioni: il primo concerne il fatto che la Resistenza, in quanto elemento decisivo e fondante della Repubblica, ha assunto e continua ad avere un alone di mito. Il partigiano che combatte per la libertà dal nazi-fascismo fa parte della storia, del costume e del sentire comune della maggior parte degli Italiani. Il mito del partigiano è dunque un elemento fondamentale dell'Italia post-fascista anche perchè aiuta -se così si può dire- a "ripulire" gli italiani dalla macchia costituita dal diffuso sostegno al regime di Mussolini e -perchè no- da quel brusco cambio di alleanze che fu l'8 Settembre. Il secondo aspetto che non consente una tranquilla trattazione dell'argomento "Resistenza dopo la fine della Resistenza" è invece decisamente meno nobile, e riguarda direttamente la storia del PCI, un partito che ebbe poi un ruolo fondamentale nella sconfitta del terrorismo nostrano, ma che dall'immediato dopo-guerra ha mantenuto un reale dualismo al proprio interno: un lato ufficiale fieramente democratico, l'altro nascosto e con delle mai dome velleità insurrezionali. Detto per inciso, per 50 anni hanno convissuto all'interno del PCI due anime frontalmente contrapposte, e se è vero che l'ala dura che faceva riferimento a Pietro Secchia venne pesto messa in minoranza, è anche vero che soldi provenienti da Mosca sono continuati ad arrivare in Via delle Botteghe oscure fino a tempi relativamente recenti (vedere pubblicazioni di Victor Zaslavsky), e che una parte del PCI ha continuato ad avere con il blocco sovietico un atteggiamento di "vicinanza" nonostante i vari allontanamenti e strappi che via via il partito ufficialmente faceva dal PCUS. Non possiamo, in qualità di ricercatori, esimerci dal sottolineare come almeno 2000 uomini dalla fine della guerra sono passati dai campi di addestramento in Cecoslovacchia, e di questi una buona parte era costituita da ex partigiani che si erano macchiati di crimini nel dopoguerra e che per sfuggire alla giustizia italiana erano stati fatti scappare in quel paese con l'aiuto del PCI. Non possiamo non notare come già nel '52 il Sifar avesse scoperto che questi uomini frequentavano corsi di addestramento al sabotaggio, psicologia individuale e di massa, preparazione di scioperi e disordini di piazza, l'uso delle armi; come trasmissioni in lingua italiana provenissero da Praga (Radio Italia Oggi) con il preciso scopo di fornire una controinformazione comunista e che gli stessi uomini che gestivano le trasmissioni avevano teorizzato una insurrezione rivoluzionaria per il 1951 (abortita per una fuga di notizie che allarmò, e non poco, i nostri servizi segreti); come l'addestramento di giovani comunisti italiani sia proseguito fino a tutti gli anni '70, quindi ben dopo il seppur pesante strappo operato dal PCI dopo la fine della 'Primavera di Praga'. La domanda che ci si deve porre riguarda dunque i rapporti che le Brigate Rosse possono aver avuto con l'area dei Secchiani e con l'Stb (servizio segreto cecoslovacco) nei loro 15 anni di storia, se quel passaggio simbolico di armi dalle mani dei vecchi partigiani alle nascenti BR di cui parla Franceschini non nasconda in realtà anche un passaggio di contatti ed aiuti con i paesi di oltrecortina e con la Cecoslovacchia in primis, se con la morte di "Osvaldo" Feltrinelli nelle BR siano confluiti solo i membri dei suoi GAP o anche tutta la rete di contatti internazionali che l'editore-guerrigliero aveva. La storia la si scrive leggendo gli avvenimenti a 360°, senza paraocchi politici o ideologici, così se è corretto considerare l'influenza che gli USA, la CIA, certi ambienti filo-atlantici e l'area neo-fascista hanno avuto nella storia repubblicana, è anche corretto considerare la fazione che ad essi era contrapposta, comprese le eventuali 'macchie'; non per infangare ma per studiare a fondo, per capire.
    Tutto il percorso evolutivo delle Br è caratterizzato, a cominciare dai suoi albori, dalla presenza di infiltrati di varia natura; ciò, se non fosse abbondantemente provato da riscontri e testimonianze, risulterebbe inoltre perfino facile da ipotizzare alla luce del fatto che forze di varia natura erano riuscite ad insinuarsi con successo già negli ambienti più "caldi" del periodo storico che della lotta armata fu un po' la culla: il '68. E' da considerare che già nell'estate 1967 la CIA aveva promosso la "Chaos Operation" per contrastare il movimento non violento e pacifista americano che si batteva per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam. Quindi aveva deciso di estenderla su scala internazionale, in particolare in Europa, per contrastare anche il movimento studentesco-giovanile del vecchio continente, inquinandone gli assunti anti-autoritari e non violenti. L'operazione consisteva anche nell'infiltrazione, a scopo di provocazione, nei gruppi di estrema sinistra extraparlamentare (anarchici, trotzkisti, marxisti-leninisti, operaisti, maoisti, castristi) in Italia, Francia, Germania Occidentale con l'obbiettivo di accrescerne la pericolosità inducendo ad esasperare le tensioni politico-sociali con azioni aggressive, così da determinare un rifiuto dell'ideologia comunista e favorire spostamenti "a destra" (secondo la logica di "destabilizzare per stabilizzare"). In tale direzione - dunque una conferma di quanto detto - va anche un rapporto dedicato alla contestazione studentesca datato Febbraio 1971 e redatto in forma riservata proprio nell'ambito della "Operazione Chaos" dall'Ufficio Affari riservati del Viminale: "almeno all'origine si deve rilevare la spinta di qualche servizio segreto americano [alludendo alla CIA] che ha finanziato elementi estremisti in campo studentesco". Un ulteriore dato interessante lo ritroviamo nella lettura del resoconto sulla riunione del coordinamento delle forze di polizia che si tenne a Colonia il 19 Gennaio 1973 e dedicata al problema dell'infiltrazione nei gruppi terroristici Br e RAF e nei gruppi della sinistra extraparlamentare. Risulta infatti evidente che l'intendimento dei vari servizi segreti non era quello di predisporre semplici confidenti o informatori ma anche veri e propri terroristi, in grado di arrivare al vertice del gruppo da infiltrare. E che dire delle strane "premonizioni" avute dall'allora capo del SID, Miceli, nel 1974? Egli, interrogato innanzi al giudice tamburino nel settembre di quell'anno dichiarò con una inquietante lungimiranza: "Ora non sentirete più parlare di terrorismo nero, ora sentirete parlare soltanto di quegli altri".
    Alla luce di ciò, non appare sconvolgente scoprire che le infiltrazioni all'interno delle Br cominciarono piuttosto presto. La prima talpa di cui si hanno notizie certe fu Marco Pisetta; già compagno di Renato Curcio e di Mara Cagol alla libera università di Trento, grazie alla sua testimonianza (il suo memoriale, che sosterrà essergli stato ispirato direttamente da uomini dei servizi segreti, fornirà una prima e importante fonte, anche cronologica, di dati sulla nascita della Br) il 2 Maggio 1972 venne individuata la principale base milanese delle Br, in Via Boiardo, ed arrestato un primissimo nucleo di brigatisti. Ma all'interno delle Br l'Ufficio Affari Riservati del Viminale era riuscito ad infiltrare un altro agente, ed anzi era stato proprio questo - nome di battaglia "Rocco" - a prelevare materialmente il giudice Sossi insieme ad Alfredo Bonavita per portarlo alla così detta "Prigione del Popolo". Francesco Marra, questo il nome di battesimo di "Rocco", era un paracadutista addestratosi in Toscana e in Sardegna all'uso delle armi e con una sorta di specializzazione nella pratica delle "gambizzazioni" (della quale faranno ampio ricorso le Br nel corso degli anni) prima di entrare nelle Brigate Rosse; in seguito, a differenza di Pisetta, la doppia identità di Marra non è venuta alla luce, ed il suo nome è rimasto fuori da tutti i processi, stranamente coperto anche dal brigatista Alfredo Bonavita dopo il suo pentimento. Per sua stessa ammissione, Marra si era infiltrato nelle Br per conto del brigadiere Atzori, braccio destro del Generale dei Carabinieri Francesco Delfino. Tra gli avvenimenti "strani" della vita delle Br è impossibile non menzionare anche l'infiltrazione da parte dei Carabinieri di Silvano Girotto, la terza infiltrazione all'interno del gruppo nei suoi primi quattro anni di vita, un'ulteriore defayans della banda di Curcio e compagni che dimostra come a confronto con l'esperienza ed il mestiere del servizio di sicurezza dello stato - o quantomeno di parte di esso - le prime Brigate Rosse possano essere tranquillamente definite come "Tupamaros all'amatriciana". Reso noto dai rotocalchi come "Frate Mitra", Girotto era un ex francescano con dei trascorsi - a dire il vero poco chiari - di guerrigliero in Bolivia ma che tra le forze extraparlamentari (Lotta Continua in primis) godeva di una fama di tutto rispetto, e che riuscì a far catturare in un sol colpo due capi storici delle Brigate Rosse del calibro di Alberto Franceschini e Renato Curcio, l'8 Giugno 1974. Come racconta lo stesso Franceschini "Frate mitra appena rientrato in Italia cercò subito di entrare in contatto con le Br [...] si fece precedere da alcune lettere dei dirigenti del Partito Comunista di Cuba in cui si attestava di essere addestrato alla guerriglia e vantò rapporti anche con i Tupamaros. La cosa non poteva non interessarci".
    Dopo alcuni tentennamenti i brigatisti si fecero convincere ad incontrare Girotto, e durante il terzo incontro, a Pinerolo, la trappola dei Carabinieri scattò inesorabile. I lati oscuri riscontrabili in merito a questo arresto sono diversi: anzi tutto bisogna fare riferimento ad una telefonata ricevuta dalla moglie dell'avvocato - con note simpatie brigatiste - Arrigo Levati che mise in preallarme l'organizzazione sui rischi di quell'ultimo appuntamento. Da più parti, ivi compresi i diretti interessati, si ipotizza che gli autori di quella telefonata furono gli agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano, da sempre interessato alle attività delle Br per via dell'instabilità che la loro azione terroristica avrebbe potuto portare ad un governo - quello italiano, appunto - che da tempo stava seguendo una linea in politica estera definibile come filo-araba. A confermare questa ipotesi ci sono i racconti degli stessi terroristi, (Moretti e Peci) i quali affermano che già nel 1974 il Mossad si era fatto vivo con l'organizzazione offrendo armi e denaro, in più, per rompere la loro iniziale diffidenza, gli posero - come si suole dire - su di un piatto d'argento l'indirizzo del nascondiglio del "traditore" Pisetta, che era stato portato dalla polizia italiana in Germania. Alla luce di questi elementi non ritengo impossibile dare credito alla veridicità di questa ipotesi, una congettura che, tra le altre cose, è condivisa sia da Giorgio Bocca sia - però solo indirettamente - dal Generale Delfino, ma che non cambia l'interessante realtà delle cose: attorno alle Br ruotavano, fin dall'inizio, tutta una serie di interessi particolari, anche molto differenti tra loro. E' un fatto, comunque, che la telefonata di avvertimento ci fu veramente, e fu lo stesso Moretti ad essere incaricato di darsi da fare per cercare di rintracciare Curcio prima dell'appuntamento con Girotto; una ricerca che però si rivelò vana, come altrettanto vane e poco convincenti sono - a mio modesto parere - le spiegazioni fornite da Moretti per giustificare il suo fallimento in quella occasione. E poi, come ha scritto Franceschini, pur conoscendo ora e luogo dell'appuntamento arrivò con un'ora di ritardo, quando eravamo già stati arrestati". Come afferma sempre Franceschini: "Quella era la seconda volta che i servizi di sicurezza avrebbero potuto arrestare tutti i brigatisti e porre fine all'esperienza delle Br [...] noi avevamo concordato con Girotto di dare vita a una scuola di addestramento, da lui diretta, alla cascina Spiotta, dove nel giro di un mese tutti gli appartenenti all'organizzazione, un po' alla volta, avrebbero partecipato ad un breve corso di addestramento. Se chi lo aveva infiltrato avesse chiesto a Girotto di continuare a stare al gioco dopo un mese sarebbe stato in grado di far arrestare non solo me e Curcio, ma tutti i brigatisti. E il fatto che questo non sia avvenuto è la riprova che l'organizzazione delle Br poteva tornare comoda per qualcuno delle alte sfere dei servizi di sicurezza e del potere". Si deve fare menzione anche del vertice che i dirigenti delle Br avevano avuto giorni prima a Parma, una riunione durante la quale era stato deciso di estromettere Moretti dal "Comitato Esecutivo" per via dell'intransigenza dimostrata durante la trattativa per la liberazione di Sossi. Questa dato va tenuto presente allorché alcuni osservatori - e Sergio Flamigni tra tutti - ritengono che Mario Moretti non abbia volutamente rintracciato Curcio e Franceschini il giorno del loro arresto. L'ipotesi si accredita maggiormente se si considerano altre due (chiamiamole così) "stranezze": prima di tutto il fatto che se i Carabinieri avessero aspettato solamente qualche ora in più sarebbero stati in grado di annientare tutta la dirigenza delle Brigate Rosse arrestando, appunto, anche Moretti. La seconda cosa bizzarra è che nonostante durante le proprie esposizioni davanti alla "Commissione Moro" il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa abbia parlato chiaramente di foto scattate a tutti i brigatisti durante i primi incontri con Frate Mitra (e Moretti era presente al 2° di quegli incontri), le foto segnaletiche su Moretti non comparvero mai al processo di Torino contro il "nucleo storico" delle Br, ed in più egli non sarà coinvolto in nessuna inchiesta giudiziaria prima del caso Moro. Insomma, le sue foto segnaletiche erano note alle forze di polizia almeno quanto la sua identità, però - misteriosamente - non fecero la loro apparizione ufficiale se non molto più tardi. La conclusione cui si vuole arrivare, e che appare tanto perfida per lucidità quanto logica, è che per un motivo o per un altro le forze dell'ordine lasciarono volutamente in libertà Mario Moretti, in modo che egli potesse riorganizzare le Br a modo suo, seguendo cioè una logica di spietata "militarizzazione", base di partenza necessaria per una svolta sanguinaria del gruppo. Proprio come voleva il Mossad. Per correttezza vanno menzionate altre ipotesi plausibili circa il mancato avvertimento di Curcio da parte di Moretti: la prima va obbligatoriamente in contro a quanto raccontato dallo stesso Moretti, e secondo la quale lui avrebbe profuso il massimo impegno nella ricerca dei suoi compagni di avventura, ma solo il caso avrebbe influito negativamente sulla sua caccia. L'altra ipotesi che mi viene di fare, in vero trascurata dagli altri osservatori, è che Moretti abbia di sua volontà evitato di avvertire della trappola il duo Franceschini-Curcio in virtù dell'estromissione dal Comitato Esecutivo impostagli nella riunione di Parma. E' - la mia - un'ipotesi che, volendo considerare anche l'aspetto umano della storia, collegando quindi il tutto al risentimento personale ed all'ambizione di Moretti, si pone a cavallo tra chi sostiene la completa mala fede del futuro leader del gruppo e chi invece si dice convinto delle sue buone intenzioni. In direzione opposta si va invece considerando un altro fatto. Nella riunione di Parma, infatti, erano state altre le cose interessanti al vaglio delle Br, e di ciò parla lo stesso Renato Curcio nel suo libro-intervista "A viso aperto". Raccontando la storia della sua prima cattura, Curcio dice che Mario Moretti, che doveva avvertirlo del pericolo che correva, "non ritiene necessario agire subito perché sa che io e Franceschini stiamo lavorando a un certo libricino in una casa di Parma e che da quel posto non mi sarei mosso fino a sabato notte o domenica mattina". Alla domanda di Scialoja " Di che libricino si trattava?", Curcio rispose: " Avevamo compiuto un'incursione negli uffici milanesi di Edgardo Sogno impadronendoci di centinaia di lettere e elenchi di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e dei carabinieri [ insomma tutta la rete delle adesioni al cosiddetto "Golpe bianco" preparato dall'ex partigiano liberale con l'appoggio degli americani ]. Giudicavamo quel materiale esplosivo e lo volevamo raccogliere in un documento da rendere pubblico. Purtroppo avevamo tutto il malloppo con noi al momento dell'arresto e così anche quella documentazione preziosa finì in mano ai carabinieri. Qualche anno dopo, al processo di Torino, chiesi al presidente Barbaro di rendere noto il contenuto del fascicolo che si trovava nella mia macchina quando mi arrestarono e lui rispose imbarazzato: "Non si trova più" [...] Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari ". Sarebbe interessante invece sapere qualcosa di più su quella sparizione. Anche in questo caso, l'intervento provvidenziale dell'infiltrato Girotto, oltre ad arrestare Franceschini e Curcio, servì a recuperare delle carte "imbarazzanti", dello stesso tipo dei memoriali e dei resoconti dell'interrogatorio di Moro nella Prigione del popolo... A questo punto un'altra supposizione nasce spontanea: l'arresto di Pinerolo da parte dei Carabinieri scattò in quanto essi sapevano della enorme pericolosità delle carte cadute in mano delle Br e dunque dovevano recuperarle in ogni modo? In questa ipotesi altri due scenari si aprono innanzi a noi: col primo si considera che fu dunque merito di quell'arresto "urgentemente anticipato" se Moretti ed il resto delle Br si salvarono dalla cattura. Il secondo considera poi la sicurezza con la quale i Carabinieri, arrestando Curcio e Franceschini, agirono al fine di trovare - assieme a loro - i fogli in questione. In questo caso chi altro della Direzione Strategica - se non Moretti - era a conoscenza del fatto che quelle carte erano proprio in viaggio per Pinerolo (e dunque può aver fatto una "soffiata")? Quella di Moretti è dunque una figura centrale nell'analisi del fenomeno Br, in primis perché ha vissuto quasi l'intera avventura del gruppo [girando - tra le altre cose - impunemente per lo stivale durante il rapimento Moro nonostante fosse il nemico pubblico n°1], poi perché a lui è legata la gestione del rapimento di Aldo Moro, apoteosi di quelle "coincidenze" particolari di cui adesso parleremo. E' da sottolineare come nel 1970 Nel 1970 un gruppo fuoriuscito dal CPM e composto, oltre che da Moretti, da Corrado Simioni, Prospero Gallinari, Duccio Berio e Vanni Mulinaris, andò a creare una struttura "chiusa e sicura", superclandestina che potesse entrare in azione, come racconta Curcio, "...quando noi, approssimativi e disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati tutti catturati". Dopo poco tempo il gruppo (fatti salvi Moretti e Gallinari) si trasferì a Parigi dove, sotto la copertura della scuola lingue Hyperion, agiva - secondo alcuni - come una vera centrale internazionale del terrorismo di sinistra. I contatti tra Moretti e il Superclan continuarono nel corso degli anni 12, ed è singolare sia il fatto che a gestire il rapimento Moro fu proprio il duo Moretti-Gallinari, lo stesso che rappresentò nel corso degli anni l'ala più militarista e sanguinaria delle Br, sia che la stessa scuola aprì un ufficio di rappresentanza a Roma in via Nicotera 26 [nello stesso edificio dove avevano sede alcune società di copertura del SISMI] poco prima del rapimento del leader DC per poi chiuderla immediatamente dopo, nell'estate del '78. Sulla "questione Moretti" Franceschini parla chiaro: " Non ho sempre pensato che Moretti fosse una spia ", " La prima persona che mi ha detto questo è stato Renato [Cucio, ndr.]. Era nel 1976 alle Carceri Nuove di Torino e Curcio era stato da poco arrestato per la seconda volta: Il dubbio era nato proprio dalla dinamica del suo arresto. Dai sospetti di Curcio ebbe origine un'inchiesta interna fatta da Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, i quali aprirono un'istruttoria che però non portò ad alcun risultato", ma un'altra inchiesta era già stata aperta "da Giorgio Semeria ", che già dall'esterno aveva avuto il sospetto "che Mario fosse una spia per una serie di cose avvenute a Milano". Franceschini racconta anche, che dopo il suo arresto (nel 1974) fu interrogato dal giudice Giancarlo Caselli che gli mostrò le foto degli incontri con frate Mitra "Le foto in cui c'ero io - dice Franceschini - e una foto con Moretti indicato con un cerchietto. Mi chiese se lo conoscevo e risposi di no. Lui si mise a ridere e mi disse: "Se non lo conosce, almeno si ponga il problema del perché l'operazione è stata fatta quando c'era lei e non quando c'era quella persona" ". Riporto questa testimonianza perché trovo doveroso completare il quadro, ad ogni modo non è difficile ipotizzare che usando quelle parole il giudice Caselli avesse avuto in mente, in qual momento, altre mire; resta comunque il fatto che alcune di quelle foto non sono più state trovate. Da citare infine una frase pronunciata dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di fronte alla Commissione Moro: "...le Brigate rosse sono una cosa, le Brigate rosse più Moretti un'altra ". Prima di passare oltre mi è sembrato quantomeno doveroso citare l'ex capo dell'ufficio "D" del SID Generale Maletti, ed in particolare una sua intervista rilasciata al settimanale Tempo nel giugno 1976 in merito alle Br: "Nell'estate del 1975 [...] avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio [...] sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da persone insospettabili, anche per censo e cultura e con programmi più cruenti [...] questa nuova organizzazione partiva col proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere [...] arruolavano terroristi da tutte le parti, e i mandanti restavano nell'ombra, ma non direi che si potessero definire "di sinistra" ". Il culmine delle "stranezze" inerenti le Brigate rosse lo ritroviamo però nel rapimento dell'On. Moro. I 55 drammatici giorni del sequestro dello statista DC furono segnati fin dall'inizio da una serie incredibile di "coincidenze". Iniziamo col dire che quella mattina del 16 Marzo 1978, giunta in via Fani l'auto di Aldo Moro (una normalissima "auto blu", incredibilmente non blindata se consideriamo il periodo e l'importanza del personaggio) e quella della scorta vengono bloccate da un commando delle Brigate Rosse che apre il fuoco. In pochi istanti fu la strage: vengono uccisi gli agenti Iozzino, Ricci e Rivera, Francesco Zizzi, gravemente ferito, morirà poco dopo, il maresciallo Leonardi viene freddato mentre girato su di un fianco cerca di far da scudo all'onorevole. Aldo Moro venne prelevato a forza e trascinato in una FIAT 128 blu scuro targata "Corpo Diplomatico" che in breve si dileguò. Il trasbordo del presidente DC - secondo la testimonianza diretta di un'involontaria spettatrice dell'accaduto - avvenne piuttosto lentamente, una calma quasi surreale visto ciò che era appena accaduto. Intanto al numero 109 di Via Fani, un altro fortuito spettatore - Gherardo Nucci - scatta dal balcone di casa una dozzina di foto della scena della strage a pochi secondi dalla fuga del commando; dopo i primi scatti il Nucci sente il rumore delle sirene e vede arrivare sul posto un auto della polizia seguita poi da altre. Di quelle foto, consegnate quasi subito alla magistratura inquirente dalla moglie, non si saprà più nulla; qualche "manina" le ha fatte sparire. A tale proposito è da sottolineare come quelle foto, che evidentemente avevano immortalato qualcosa (o meglio qualcuno) di importante, furono al centro di strani interessamenti da parte di un certo tipo di malavita, la 'drangheta calabrese, di cui avremo modo di parlare in seguito e che ad una prima analisi sembrerebbe un'intrusione completamente fuori luogo trattandosi di terrorismo di sinistra, dunque politico. Ecco, ad esempio, uno stralcio delle intercettazioni telefoniche effettuate sull'apparecchio di Sereno Freato, "uomo ombra" di Moro, nel caso specifico egli stava parlando con l'On. Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro:
    Cazora: "Un'altra questione, non so se posso dirtelo".
    Freato: "Si, si, capiamo"
    azora: "Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo"
    Freato: "Quelle del posto, lì ?"
    Cazora: "Si, perchè loro... [nastro parzialmente cancellato]...perchè uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù"
    Freato: "E' che non ci sono... ah, le foto di quelli, dei nove ?"
    Cazora: "No, no ! dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio... noto a loro"
    Freato: "Capito. E' un pò un problema adesso"
    Cazora: "Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare ?"
    Freato: "Bisogna richiedere un momento, sentire"
    Cazora: "Dire al ministro"
    Freato: "Saran tante !"

    Traspare lampante dunque la preoccupazione di certi ambienti malavitosi calabresi, le foto scattate dalla terrazza di casa Nucci avrebbero potuto portare gli inquirenti su di un sentiero piuttosto pericoloso sia per la persona loro "cara", sia per la precisa ricomposizione dello scenario di quella tragica mattina. Ecco poi un altro singolare accadimento: lo stesso giorno dell'eccidio di via Fani alle ore otto di mattina la notizia che stava per essere compiuta un'azione terroristica ai danni di Moro fu diffusa da un'emittente radiofonica, Radio Città Futura, da parte del suo animatore Renzo Rossellini. Poiché non si può pensare ad una divinazione, né appare credibile che si trattasse della conclusione di un ragionamento politico collegato agli avvenimenti parlamentari che nella stessa giornata sarebbero avvenuti (l'inizio del dibattito alla Camera dei deputati sulla fiducia al governo di solidarietà nazionale), non resta che concludere che, nonostante la rigida compartimentazione di tipo militare che caratterizzava le Br (il famoso "cubo di acciaio" di cui ha parlato tra gli altri anche Prospero Gallinari) da qualche crepa le notizie sulla preparazione dell'agguato fossero filtrate nell'area magmatica degli ambienti dell'Autonomia Romana (con cui Rossellini era in contatto), che oggi sappiamo fossero stati abbondantemente infiltrati da parte delle forze dell'ordine. Tra l'altro la sede della radio era distante pochi passi da quella del "Collettivo di Via dei Volsci", sede storica dell'Autonomia romana. Lo stesso Rossellini il 4 ottobre '78 dichiarò in una intervista al quotidiano francese Le Matin (ma successivamente apparve anche su "Lotta Continua") che: "spiegavo che le Br avrebbero in tempi molto ravvicinati, poteva anche essere lo stesso giorno, compiuto un'azione spettacolare, e tra le ipotesi annunciavo anche la possibilità di un attentato contro Moro". Successivamente Rossellini smentì il contenuto dell'intervista, l'annuncio quel 16 Marzo era però stato ascoltato da diversi testimoni, casualmente non dal Centro di ascolto dell'Ucigos (che registrava ed ascoltava tutte le radio private...) che incredibilmente interruppe la registrazione dalla 8,20 alle 9,33. Un'altra cosa che salta subito agli occhi è la particolarità della data scelta dalle Br per portare a termine l'azione, un giorno simbolo per tutti i nemici del c.d. Compromesso Storico. Le testimonianze dei brigatisti dissociati, anche su questa scelta, non fanno alcuna chiarezza: Valerio Morucci - uno dei componenti del gruppo di fuoco - riferendo sull'accaduto ha affermato in più di un'occasione che quello in pratica era solo un tentativo, e che nel caso l'auto di Moro quella mattina non fosse giunta, le Br avrebbero aspettato anche il mattino dei giorni seguenti. Di fatto però la sera prima dell'agguato vennero squarciate le gomme del fioraio che ogni mattina sostava in Via Fani, e ciò rende sicuro che l'azione fosse stata programmata per il 16 Marzo. Come però le Br potessero essere sicure del passaggio di Moro e della sua scorta da quella via proprio quella mattina, alla luce del fatto che il percorso veniva cambiato tutte le mattine, resta tutt'oggi un mistero. Compiuta la strage e sequestrato Moro i terroristi riuscirono a dileguarsi grazie ad una sorprendente coincidenza: una volante della polizia stazionava come ogni mattina in Via Bitossi nei pressi del giudice Walter Celentano, luogo dove stavano per sopraggiungere le auto dei brigatisti in fuga; proprio qualche istante prima dell'arrivo dei brigatisti, un ordine-allarme del COT (centro operativo telecomunicazioni) fece muovere la pattuglia. In via Bitossi era parcheggiato il furgone con la cassa di legno sulla quale sarebbe stato fatto salire Moro. Un tempismo perfetto. I brigatisti avevano la certezza che quella volante si sarebbe spostata ? L'unica certezza cui possiamo fare appello per questa circostanza è che tra i reperti sequestrati a Morucci dopo il suo arresto verrà trovato un appunto recante il numero di telefono del commissario capo Antonio Esposito (affiliato alla P2...), in servizio guarda caso proprio la mattina del rapimento. Secondo il racconto degli esecutori, il commando brigatista, una volta effettuato un cambio di auto nella già citata Via Bitossi, con il sequestrato chiuso in una cassa contenuta in un furgone guidato da Moretti e seguito da una Dyane al cui volante era Morucci, fa perdere le proprie tracce. Le Br per portare a termine il sequestro del segretario del maggior partito politico italiano e fronteggiare eventuali posti di blocco fecero uso solamente di due auto, veramente strano se si considera che per rapire Valeriano Gancia le stesse Br ne avevano usate tre. I dubbi si fanno insistenti se si pensa che, sempre secondo il racconto fatto dai terroristi, il trasbordo dell'On. Moro sul furgone che doveva portarlo nel covo-prigione di Via Montalcini avvenne in piazza Madonna del cenacolo, una delle più trafficate e per giunta piena zeppa di esercizi commerciali a quell'ora già aperti, mentre il furgone che doveva ospitare il rapito (e del quale, al contrario delle altre auto usate, non verrà mai ritrovata traccia) era stato lasciato privo di custodia, in modo tale che se qualcuno avesse parcheggiato in doppia fila, le Br avrebbero compromesso tutta l'operazione. Adriana Faranda in merito a questo particolare - anche di fronte alla Commissione stragi - ha risposto che in caso di contrattempi di questo tipo Moretti avrebbe portato il prigioniero alla prigione del popolo con l'auto che aveva in quel momento, un'affermazione alla quale non mi sento di credere visto l'inutile pericolo che i brigatisti avrebbero corso e considerando che, come hanno più volte dimostrato dimostrato, non erano affatto degli sprovveduti. Non è però difficile ipotizzare che i brigatisti vogliano coprire qualche altro compagno che magari non stato ancora identificato. Poco dopo la strage un tempestivo black-out interruppe le comunicazioni telefoniche in tutta la zona tra via Fani e via Stresa, impedendo così le prime fondamentali chiamate di allarme e coprendo di fatto la fuga delle Br. Secondo il procuratore della Repubblica Giovanni de Matteo - ma anche per gli stessi brigatisti - l'interruzione venne provocata volontariamente, tutto il contrario di quanto sostenuto dall'allora SIP, che attribuì il blocco delle linee al " sovraccarico nelle comunicazioni ". Su questo punto i brigatisti hanno affermato che il merito di tale interruzione era da attribuirsi a dei "compagni" che lavoravano all'interno della compagnia telefonica. Però coincidenza volle che il giorno prima (il 15 Marzo alle 16:45) la struttura della SIP che era collegata al servizio segreto militare (SISMI), fosse stata posta in stato di allarme, proprio come doveva accadere in situazioni di emergenza quali crisi nazionali internazionali, eventi bellici e...atti di terrorismo. Una strana premonizione visto che era giusto il giorno prima del rapimento di Moro. Un mistero inerente al giorno del rapimento riguarda poi la sparizione di alcune delle borse di Moro. Secondo la testimonianza di Eleonora Moro, moglie del defunto presidente, il marito usciva abitualmente di casa portando con se cinque borse: una contenente documenti riservati, una di medicinali ed oggetti personali; nelle altre tre vi erano ritagli di giornale e tesi di laurea dei suoi studenti. Subito dopo l'agguato sull'auto di Moro vennero però rinvenute solamente tre borse. La signora Moro in proposito ha delle precise convinzioni: " I terroristi dovevano sapere come e dove cercare, perché in macchina c'era una bella costellazione di borse ". Nonostante l'enorme quantità di materiale brigatista sequestrato negli anni successivi all'interno delle numerose basi scoperte, delle due borse di Moro non è mai stata rinvenuta traccia, un fatto di rilievo se si considera soprattutto il contenuto dei documenti che il presidente portava con se. Corrado Guerzoni, braccio destro dell'onorevole Moro, ha affermato che con ogni probabilità quelle borse contenevano anche la prova che il coinvolgimento del presidente DC nello scandalo Lockheed era stato frutto di una "imboccata" fatta dal segretario di stato americano, Kissinger. Un punto, questo, da tenere molto in considerazione, come suggerito dalle tesi del Partito Operaio Europeo. Questo delle borse scomparse (e dei documenti da esse contenute...) è un punto sul quale l'alone di mistero tarda a scomparire, tant'è che nea relazione del presidente della Commissione stragi del Luglio '99, il senatore Pellegrino continua ad indicarlo come di cruciale importanza. Chi era veramente presente quella mattina in via Fani? Le Commissioni parlamentari hanno ormai confermato, tanto per riportare alcuni nomi alquanto "particolari", che quella mattina alle nove, in via Stresa, a duecento metri da via Fani, c'era un colonnello del SISMI, il colonnello Guglielmi, il quale faceva parte della VII divisione (cioè di quella divisione del Sismi che controllava Gladio...).
    Guglielmi, che dipendeva direttamente dal generale Musumeci - esponente della P2 implicato in vari i depistaggi e condannato nel processo sulla strage di Bologna - ha confermato che quella mattina era in via Stresa, a duecento metri dall'incrocio con via Fani, perché, com'egli stesso ha detto: " dovevo andare a pranzo da un amico ". Dunque, benché si possa definire quantomeno "singolare" presentarsi a casa di un amico alle nove di mattina per pranzare, sembra addirittura incredibile che nonostante a duecento metri di distanza dal colonnello ci fosse un finimondo di proiettili degno di un film western, egli non sentì nulla di ciò che era avvenuto ne tanto meno poté intervenire magari solo per guardare cosa stesse accadendo. Ma il particolare più inquietante è che il Guglielmi non era un gladiatore qualsiasi, bensì colui che nel campo di addestramento sardo di Capo Marragiu si occupava dell'addestramento delle truppe per le azioni di comando... A dire il vero l'incredibile presenza a pochi metri dal luogo della strage di Guglielmi è stata rivelata solo molti anni dopo l'accaduto, nel 1991, da un ex agente del SISMI - Pierluigi Ravasio - all'On. Cipriani, al quale lo stesso confidò anche che il servizio di sicurezza disponeva in quel periodo di un infiltrato nelle Br: uno studente di giurisprudenza dell'università di Roma il cui nome di copertura era "Franco" ed il quale avvertì con mezz'ora di anticipo che Moro sarebbe stato rapito. Ad ogni modo resta il dato di fatto, perché ormai appurato, che la mattina del rapimento di Aldo Moro un colonnello dei Servizi segreti si trovava nei pressi di via Fani mentre veniva uccisa la scorta e rapito il presidente della DC e in più lo stesso ha taciuto questo importante fatto per più di dieci anni. Per la verità oggi sappiamo anche che alcune precise segnalazioni su di un possibile attentato a Moro erano pervenute ai Servizi segreti, per esempio un detenuto della casa circondariale di Matera aveva segnalato che "è possibile il rapimento di Moro"; la soffiata venne riferita alla locale sezione dei Servizi, ma, secondo quanto riferito dal generale Santovito (P2) essa giunse al SISMI centrale solamente a sequestro già avvenuto. È quantomeno singolare che una segnalazione così precisa, e che avrebbe dovuto riguardare una personalità così importante per la vita politica del paese, abbia seguito un iter burocatico così lento invece di attivare immediatamente delle efficaci procedure di controllo. Evidentemente, e la presenza di Guglielmi in Via Fani lo dimostra, all'interno dei Servizi c'è chi aveva dato credito alla soffiata, ma invece di prevenire era andato a controllare lo svolgimento dei fatti. Del resto il collega di Guglielmi, da cui l'agente segreto si sarebbe dovuto recare per pranzo, interrogato, ha confermato che egli si era effettivamente presentato nella sua abitazione ma ha anche dichiarato che non era da lui atteso, perchè non era affatto programmato un pranzo. L'ultima clamorosa novità inerente il fatto che qualcuno, negli apparati dello Stato, sapeva che le Brigate Rosse volevano rapire Moro è emersa - a dire il vero qualche anno fa - dall'oceano del web, in un sito costruito da un ex agente segreto del Sid, Antonino Arconte. Nome in codice G.71, Arconte faceva parte di una struttura riservatissima, la Gladio delle centurie, che aveva compiti operativi oltre confine: trecento uomini superaddestrati, che si muovevano all'interno delle strategie della Nato. Arconte, sardo di Cabras, raccontò la sua storia di soldato e di 007 sul suo sito http://www.geocities.com/Pentagon/4031). Arruolatosi nel 1970 a soli 17 anni, partecipò a una selezione per entrare nei corpi speciali dell'Esercito. Passò poi al Sid (Servizio informazioni della Difesa), allora guidato dal generale Vito Miceli. Così cominciò la sua avventura in un mondo sotterraneo e silenzioso, muovendosi per tutto il mondo con la copertura di uomo di mare della marineria mercantile. Intervistato Arconte, l'agente G.71, parlò di una sua missione in Medio Oriente, che si intrecciò con la tragedia di Aldo Moro. Ecco cosa disse: "Partii dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo del mercantile Jumbo Emme. Sulla carta era una missione molto semplice: avrei dovuto ricevere da un nostro uomo a Beirut dei passaporti che avrei poi dovuto consegnare ad Alessandria d'Egitto. Dovevo poi aiutare alcune persone a fuggire dal Libano in fiamme, nascondendole a bordo della nave. Ma c'era un livello più delicato e più segreto in quella missione. Dovevo infatti consegnare un plico a un nostro uomo a Beirut. In quella busta c'era l'ordine di contattare i terroristi islamici per aprire un canale con le Br, con l'obiettivo di favorire la liberazione di Aldo Moro". E qui, ecco il mistero: il documento è del 2 marzo '78 e viene consegnato a Beirut il 13. Moro verrà rapito dalle Br il 16. Cioé, nel mondo sotterraneo degli 007 qualcuno si mosse per liberare il presidente della Dc, prima del rapimento. Quindi, si sapeva che Moro sarebbe stato sequestrato. Recentemente una perizia ha confermato che il documento "a distruzione immediata" che è stato fornito da Arconte è originale. Insomma, Gladio sapeva, e con buon anticipo, che Moro stava per essere rapito. Ma torniamo alla mattna della strage. Come ormai accertato anche in sede parlamentare, un tiratore scelto addestratissimo armato di mitra a canna corta, risolse gli aspetti più difficili e delicati della difficile operazione: con una prima raffica, sparata a distanza ravvicinata, colpì i carabinieri Leonardi e Ricci seduti nei pressi di Moro, lasciando però illeso l'onorevole DC. Fu un attacco militare di estrema precisione: la maggioranza dei colpi (49 su di un totale di 93 proiettili ritrovati dalle forze dell'ordine) sparata da una sola arma, un vero e proprio "Tex Willer" descritto dai testimoni (tra i quali un esperto di armi, il Lalli) come freddo e di altissima professionalità. Gli esperti hanno sempre concordato sul fatto che non poteva essere un autodidatta delle Br; nessuno dei membri del commando aveva una capacità tecnica di sparare come quello che alcuni testimoni hanno definito appunto "Tex Willer" ed invece, secondo le perizie, praticamente tutti i colpi letali furono sparati da uno solo dei membri del commando. A ciò si somma il fatto che, secondo una perizia depositata in tribunale, in Via Fani non si sparò solamente da un lato della strada (quello cioè dove si trovavano i quattro brigatisti i cui nomi sono ormai noti), mentre tale ricostruzione è sempre stata negata dai diretti interessati. L'azione, definita degli esperti come "un gioiello di perfezione, attuabile solo da due categorie di persone: militari addestrati in modo perfetto oppure da civili che si siano sottoposti ad un lungo e meticoloso addestramento in basi militari specializzate in azioni di commando", risulta veramente straordinaria se si pensa che, come ha testimoniato Adriana Faranda (anch'ella in azione quel giorno): "gli addestramenti all'uso delle armi da parte dei brigatisti erano estremamente rari perché era considerato pericoloso spostarsi fuori Roma". La stessa Faranda ha però recentemente aggiunto che: " ...era convinzione delle Brigate rosse che la capacità di usare un'arma non era tanto un presupposto tecnico ma piuttosto di volontà soggettiva, di determinazione, di convinzione che si metteva nel proprio operato". Insomma, una - poco credibile - apologia del "fai da te" a dispetto dell'estrema difficoltà dell'azione. Nata quasi venti anni fa dal lavoro di Zupo e Recchia autori del libro "Operazione Moro", la figura di del superkiller è stata ripresa, acriticamente in tutte le successive inchieste. Zupo e Recchia affermano: " Il lavoro da manuale è stato compiuto essenzialmente da due persone una delle quali spara 49 colpi l'altra 22 su un totale di 91 [...] il superkiller quello dei 49 colpi, quasi tutti a segno, quello che ha fatto quasi tutto lui, viene descritto con autentica ammirazione dal teste Lalli anche lui esperto di armi". La perizia balistica identifica sul luogo dell'agguato 91 bossoli sparati da 4 armi diverse. Ed effettivamente 49 bossoli si riferiscono ad un'arma e 22 ad un'altra. Occorre però notare che più volte la perizia mette in evidenza la parzialità delle risultanze data la vastità del campo d'azione e la ressa creatasi subito dopo il fatto: " Non è da scartarsi nella confusione del momento, che curiosi abbiano raccolto od asportato bossoli, o che essi calpestati o catapultati da colpi di scarpa od altro siano rotolati in luoghi ove poi non sono stati più trovati (ad esempio un tombino) ed infine che i bossoli proprio non siano caduti a terra perché trattenuti dentro eventuali borse, ove era trattenuta l'arma che sparava ". Bisogna quindi precisare che 91 non sono i colpi sparati, ma soltanto i bossoli ritrovati sul terreno. Tenendo presente che i colpi sparati potrebbero essere molti di più dei 91 bossoli ritrovati, il fatto che 49 colpi sono stati sparati da un'unica arma acquista un valore del tutto relativo. Se dai bossoli, poi, si passa all'analisi dei proiettili, il dato diventa ancor più aleatorio. La perizia, infatti, afferma: " I proiettili ed i frammenti di proiettili repertati sono relativamente molto pochi, un quarto circa dei proiettili che si sarebbero dovuti trovare in relazione al numero dei bossoli. Non tutti i proiettili, e forse la maggior parte, nello stato come sono, abrasi, dilaniati, deformati e scomposti sono utili per definire le caratteristiche della presumibile arma". Quanto poi all'affermazione dei 49 colpi quasi tutti a segno le risultanze balistiche dicono: " Nei cadaveri in particolare a fronte di almeno 36 ferite da armi fuoco sono stati repertati soltanto 13 proiettili calibro 9 mm 8 di cui sparati da un'arma e 5 da un'altra ". Come si può notare quindi è cosa certa, ed emerge dalla perizia, la presenza in Via Fani di un terrorista che esplode un numero veramente rilevante di colpi. L'altro elemento che è servito per creare la figura del superkiller è l'ormai famosa testimonianza del benzinaio Lalli che afferma: " Ho notato un giovane che all'incrocio con Via Fani sparava una raffica di circa 15 colpi poi faceva un passo indietro per allargare il tiro e sparava in direzione di un'Alfetta [...] L'uomo che ha sparato con il mitra, dal modo con cui l'ha fatto mi è sembrato un conoscitore dell'arma in quanto con la destra la impugnava e con la sinistra sopra la canna faceva in modo che questa non s'impennasse inoltre ha sparato con freddezza e i suoi colpi sono stati secchi e precisi". Lalli parla quindi di una persona esperta nel maneggiare le armi, nulla può chiaramente dire sulla precisione del killer. Ma è veramente indecifrabile questo personaggio che maneggia così bene le armi? Nella sua dichiarazione, Lalli assegna all'esperto sparatore un posto ben preciso: " egli è situato all'incrocio con Via Stresa ". Secondo le ricostruzioni quella posizione è occupata da Valerio Morucci. Perché allora ci sono dubbi sull'identità del brigatista? Evidentemente Morucci potrebbe anche possedere le qualità "tecniche" indicate dal Lalli. Per sincerarcene diamo uno sguardo alla sua "carriera": Morucci entra in Potere Operaio all'inizio degli anni settanta, come responsabile del servizio d'ordine ed è tra i primi a sollecitare una militarizzazione del movimento. Nel febbraio del 1974 è arrestato dalla polizia svizzera perché in possesso di un fucile mitragliatore e cartucce di vario calibro. Alla fine del 1976, al momento dell'entrata nelle Br, devolve all'organizzazione diverse pistole, munizioni, e la famosa mitraglietta skorpion, già usata nel ferimento Theodoli, ed in seguito utilizzata per uccidere Moro. Come componente della colonna romana delle Br partecipa a quasi tutti gli attentati che insanguinano Roma nel 1977. Infine, quando insieme con la Faranda esce dalle Br, pur essendo ormai un isolato senza concrete prospettive militari, decide di riprendersi le proprie armi. Un vero arsenale formato da pistole, mitra e munizioni rinvenuto in casa di Giuliana Conforto al momento del suo arresto, il 29 Maggio 1979. A conferma del rapporto quasi maniacale che Morucci ha con le armi ci sono moltissime testimonianze di compagni brigatisti. Carlo Brogi, un militante della colonna romana nel processo Moro afferma: " Morucci aveva con le armi un rapporto incredibile, anche perché, come lui stesso mi ha detto, molte delle armi che aveva portato via le aveva portate lui nell'organizzazione provenendo dalle F.A.C. e che queste armi erano il risultato d'anni di ricerche per modificarle, per trovare i pezzi di ricambio, insomma erano sue creature. Pertanto per lui separarsene era un insulto a tutto il suo lavoro". Credo che, viste le caratteristiche di Morucci, affermare che fosse in grado di maneggiare correttamente un fucile sia davvero il minimo. Però Morucci - ed è stato confermato più volte anche in Commissione stragi - ha affermato che il suo mitra si inceppò dopo 2 o 3 colpi. Dunque egli non può essere il super killer e probabilmente è anche sbagliata la ricostruzione fatta circa la posizione dei vari brigatisti in Via Fani; se a ciò si aggiunge il fatto che nessuno degli altri membri del commando aveva una preparazione da "commando", la domanda sorge spontanea: ma allora chi era il "Tex Willer" ? I "misteri" sull'azione militare non sono però finiti. In via Fani, dei 93 colpi sparati contro la scorta dell'onorevole Moro, furono raccolti trentanove bossoli sui quali il perito Ugolini, nominato dal giudice Santiapichi nel primo processo Moro, disse quanto segue: " Furono rinvenuti colpi ricoperti da una vernice protettiva che veniva impiegata per assicurare una lunga conservazione al materiale. Inoltre questi bossoli non recano l'indicazione della data di fabbricazione ". In effetti vi era scritto "GFL", Giulio Fiocchi di Lecco, ma il calibro non veniva indicato - come normalmente fanno invece le ditte costruttrici - e nemmeno la data di fabbricazione di quei bossoli. Il perito affermò che " questa procedura di ricopertura di una vernice protettiva veniva usata per garantire la lunga conservazione del materiale. Il fatto che non sia indicata la data di fabbricazione è un tipico modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali militari non convenzionali ". Alla luce di tali rilievi, mi chiedo come sia potuto accadere che in via Fani fossero usati proiettili di questo tipo. In ogni caso, sarebbe interessante sapere come mai questo tipo di proiettili finirono nelle mani delle Brigate rosse e di quel commando che assassinò la scorta di Aldo Moro. Un altro ragionamento poi avvalora la tesi del killer estraneo alle Brigate rosse. Per quale ragione i terroristi del gruppo di fuoco indossavano delle divise dell'ALITALIA? Quello fu effettivamente un accorgimento abbastanza singolare, talmente strano da richiamare l'attenzione dei passanti anziché distoglierla. La spiegazione che viene da trovare risiede nel fatto che forse non tutti i brigatisti del commando si conoscevano fra loro, così la divisa serviva appunto al reciproco riconoscimento, in pratica per non spararsi a vicenda. Una conferma dunque della teoria del Killer "esterno". Ma chi poteva essere questo killer professionista ? Due persone piuttosto ben informate, Renato Curcio e Mino Pecorelli, in merito a tale questione hanno parlato di "occasionali alleati" delle Br; gruppi legati alla delinquenza comune che avrebbero per l'occasione "prestato" alcuni uomini per portare a termine quella strage. E quale luogo migliore delle carceri italiane avrebbe potuto fungere da punto di incontro da due realtà tanto diverse ? E' infatti al loro interno che si parlò molto del sequestro (o comunque di un attentato) di un'alta personalità politica, tanto che il SISMI ne era stato debitamente informato in tempo utile [un detenuto comune, Salvatore Senese, informò il 16 febbraio 1978 appunto il SISMI che le Brigate rosse stavano progettando un simile sequestro]. Il riferimento che Mino Pecorelli fa sul suo giornale "OP" a Renato Curcio non appare quindi casuale, perché proprio lui potrebbe aver rappresentato il tramite ideale fra i suoi compagni liberi e gli ambienti malavitosi ai quali chiedere temporaneo soccorso. Certi indizi puntano direttamente in Calabria. Di questo parere sembra essere oggi anche Francesco Biscione che afferma: " probabilmente allorché Moretti costituì la colonna romana delle Brigate rosse (fine 1975) aveva già rapporti (viaggi in Sicilia e in Calabria) o con settori criminali o con compagni dell'area del partito armato in grado di metterlo in contatto con segmenti del crimine organizzato ". E ricorda tre episodi che potrebbero costituire un serio indizio in tal senso: " La presenza del Moretti è accertata - scrive - a Catania il 12 dicembre 1975 (insieme con Giovanna Currò, probabile copertura di Barbara Balzerani) presso l'hotel Costa e il 15 dicembre presso il Jolly hotel. Il 6 febbraio 1976 Moretti ricomparve nel Mezzogiorno con la sedicente Currò, a Reggio Calabria presso l'hotel Excelsior. Oltre al fatto che non sono mai state chiarite le finalità dei viaggi - prosegue Biscione - questa circostanza sembra possedere un altro motivo di curiosità: i viaggi, o almeno il secondo di essi avvennero all'insaputa del resto dell'organizzazione tant'è che quando l'informazione venne prodotta in sede processuale suscitò lo stupore di altri imputati ". Il terzo è stato rivelato da Gustavo Selva: dopo la conclusione del sequestro di Aldo Moro " nel luglio 1978 venne arrestato il pregiudicato calabrese, Aurelio Aquino, e trovato in possesso di molte banconote segnate dalla polizia perché parte del riscatto del sequestro Costa operato dalle Br ". E' ovvio che con quei soldi le Br potrebbero aver pagato alla 'ndrangheta qualche partita di armi, ma anche il "prestito" di un killer professionista. Il forte sospetto resta dunque intatto. Da valutare, infine, con la dovuta cautela, l'appunto di Mino Pecorelli ritrovato dopo la sua morte fra le sue carte: " Come avviene il contatto Mafia-Br-Cia-Kgb-Mafia. I capi Br risiedono in Calabria. Il capo che ha ordito il rapimento, che ha scritto i primi proclami B.R., è il prof. Franco Piperno, prof. fis. univ. Cosenza "; anche volendo considerare tutto questo una mera illazione si può comunque, in questo caso, concordare con Francesco Biscione che considera come l'appunto si riferisce ad un'ipotesi ricostruttiva che connette gli indizi riguardanti l'esistenza in Calabria di un terminale decisivo, sebbene di incerta definizione, dell'intera operazione del sequestro Moro. In questo modo trova una logica spiegazione la probabile presenza in via Fani di un killer di "alta professionalità", un professionista che il pentito calabrese Saverio Morabito ha indicato in Antonio Nirta, detto "due nasi" per la sua capacità di usare la lupara, anche se alcune testimonianze più recenti puntano invece il dito contro Agostino De Vuono, anch'egli calabrese ed esperto tiratore tutt'oggi latitante; l'incorgnita comunque resta. Le teorie e le supposizioni sul nome del Killer lasciano però il tempo che trovano di fronte ai fatti: quella mattina del 16 Marzo 1978 le Brigate rosse vennero aiutate, e da più parti, a compiere un'azione troppo più grande delle loro capacità. Ed anche Alberto Franceschini continua ad esternare forti dubbi in merito. Ultima particolarità da annotare riguardo alla tragica giornata del 16 Marzo 1978 è una deposizione di Nara Lazzarini, segretaria di Licio Gelli, fatta nel 1985 al processo Pazienza-Musumeci; la Lazzarini ha ricordato infatti che la mattina della strage di Via Fani il Gran Maestro della P2 ricevette la visita di due persone all'Hotel Excelsior di Roma, e durante il colloquio a Gelli sfuggirono le seguenti parole: " Il più è fatto ". Può non voler dire nulla, è però una testimonianza attendibile e come tale la riporto. E' ormai "verità processuale" (il che non vuol dire che sia verità) che Aldo Moro sia stato tenuto prigioniero, per tutti i 55 giorni del sequestro, nell'appartamento all'interno 1 di via Montalcini 8, nel quartiere Portuense, a Roma. Un primo accenno ad una prigione di Moro era comparsa in un fumetto pubblicato all'inizio di giugno del 1979 dal primo numero di "Metropoli", periodico dell'Autonomia operaia. Nel fumetto (disegni di Beppe Madaudo, sceneggiatura di Melville, pseudonimo usato da Rosalinda Socrate) la tavola con l'interrogatorio di Moro era preceduta da una didascalia che diceva: " Mentre a via Fani cominciano le indagini, nella stanza interna di un garage del quartiere Prati comincia l'interrogatorio di Moro ". Interrogato, Madaudo disse di aver ricalcato il disegno da "Grand Hotel". Certo è che in quel fumetto saltavano fuori notizie allora sconosciute, segno evidente che gli ambienti dell'Autonomia non erano poi così male informati. Dopo la versione disegnata, il primo a parlare della prigione dello statista DC è stato il pentito Patrizio Peci, che ha raccontato però di aver appreso che Moro fu tenuto nascosto nel retrobottega di un negozio poco fuori Roma. La versione di Peci venne in seguito smentita da Antonio Savasta, catturato il 28 gennaio 1982 alla fine del rapimento Dozier. Il Savasta cominciò subito a collaborare e disse di aver saputo che Moro venne tenuto prigioniero in un appartamento di proprietà di Anna Laura Braghetti. All'inizio l'attenzione degli inquirenti si concentrò sull'appartamento che era stato del padre in via Laurentina 501, ma poco dopo le indagini si orientarono su via Montalcini, una casa acquistata nel giugno 1977 per 50 milioni circa, e dove Anna Laura Braghetti si era trasferita nel dicembre dello stesso anno. Due anni dopo anche Valerio Morucci e Adriana Faranda hanno confermato che Moro trascorse tutta la sua prigionia nell'appartamento abitato non solo dalla Braghetti ma anche da Prospero Gallinari, e frequentato da Mario Moretti e da - ma lo si è saputo molto dopo - Germano Maccari, il fantomatico "Ingegner Altobelli". Prima cosa bizzarra è il fatto che il 5 luglio 1980 il giudice Ferdinando Imposimato apprese che l'UCIGOS, nell'estate 1978, aveva svolto indagini sulla Braghetti e via Montalcini. L'appunto sulle indagini gli venne consegnato il 30 Luglio, ma era in forma anonima e non conteneva i nomi di chi aveva svolto le indagini. Sempre a tale proposito, nel febbraio 1982 sul quotidiano "La Repubblica" Luca Villoresi scrisse: " Sono passati pochi giorni dalla strage di via Fani quando alla polizia arriva una prima segnalazione, forse una voce generica, forse una soffiata precisa [...] ma all'interno 1 di via Montalcini 8 gli agenti non bussano ". Nel 1988 si venne poi a sapere che verso la metà di luglio 1978, pochi mesi dopo il sequestro, l'avv. Mario Martignetti (che sembra lo avesse saputo da una coppia di suoi parenti) segnalò all'On. Remo Gaspari che una Renault 4 rossa come quella in cui le Br lasciarono il cadavere di Moro era stata vista in via Montalcini 8 nel periodo del rapimento ed era scomparsa dopo la morte di Moro. Gaspari informò il ministro Rognoni il quale attivò le indagini subito affidate all'UCIGOS. In seguito, l'ispettrice dell'UCIGOS incaricata del caso ha riferito che dalle indagini era emerso che, fino al giugno 1978, con la Braghetti abitava un uomo che si faceva chiamare Ingegner Altobelli. L'ispettrice disse anche che, ritenendo che una perquisizione a due mesi dalla morte di Moro avrebbe dato esito negativo e avrebbe insospettito la Braghetti, preferì farla pedinare per cercare di arrivare ad Altobelli o scoprire se frequentava gruppi eversivi. I pedinamenti durarono fino alla metà di Ottobre ma ebbero risultati negativi perché la Braghetti usciva puntualmente per recarsi al lavoro e al ritorno a casa faceva cose normali. Il 16 ottobre 1978, un appunto dell'UCIGOS informò la magistratura che gli inquilini dell'interno 1 non destavano sospetti. I pedinamenti e le richieste di informazioni sul suo posto di lavoro (di cui la Braghetti viene a sapere) spinsero però la terrorista ad entrare in clandestinità e a lasciare (il 4 ottobre '78) l'appartamento, che nel frattempo aveva venduto ad una signora (moglie del segretario particolare dell'ex ministro Ruffini). Nell'agosto 1978 la Braghetti ebbe un'accesa disputa con l'ex inquilino dell'appartamento, Gianfranco Ottaviani, che aveva mantenuto la disponibilità della cantina; la Brigatista scardinò la porta della cantina e l'ex inquilino chiamò immediatamente la polizia. Per una lite banale la brigatista rischiò così un pericoloso intervento della polizia. Ma invece proprio quella lite venne usata dall'UCIGOS per spiegare che la Braghetti e Altobelli, che risultava trasferito in Turchia da qualche mese per motivi di lavoro, non erano sospettabili, perché altrimenti avrebbero evitato la lite con l'intervento del 113. Solo nel 1993 si è arrivati alla vera identità del così detto "quarto uomo", Germano Maccari, che sembra proprio essere quell'ing. Altobelli a cui erano intestate le utenze di luce e gas, come lui stesso ammette nel 1996. Stranamente l'individuazione di Maccari avvenne proprio lo stesso giorno in cui trapelarono dalla stampa le dichiarazioni di Saverio Morabito secondo il quale Antonio Nirta, killer della mafia calabrese e confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino, era stato " uno degli esecutori materiali del sequestro dell'on. Aldo Moro " . Molto interessante mi è parsa una circostanza apparsa nel suo recente libro "Il delitto Moro" da Francesco Biscione, e riguardante il fatto che nelle immediate vicinanze di via Montalcini, a pochi passi dal covo delle Br, abitavano numerosi esponenti della Banda della Magliana. L'elenco è molto dettagliato: " In via G. Fuggetta 59 (a 120 passi da via Montalcini) abitavano Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Luciano Mancini; in via Luparelli 82 (a 230 passi dalla prigione del popolo) abitavano Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del Boss Pippo Calò); in via Vigna due Torri 135 (a 150 passi) abitava Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere P2ista Carboni); infine in via Montalcini al n°1 c'era Villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra ". In effetti la "Prigione del Popolo" era situata proprio nel quartiere romano della Magliana, una zona notoriamente controllata in modo capillare da quel particolare tipo di malavita collegato, come poi si è saputo con certezza, a settori dei servizi segreti, alla P2 e all'eversione nera. Se davvero Aldo Moro è stato tenuto nel territorio della Banda della Magliana per tutto il periodo del sequestro, appare altamente improbabile che la malavita della zona non ne fosse venuta a conoscenza. Ma lo Stato si stava dando da fare per rintracciare la "Prigione del Popolo"? Ad un osservatore inesperto i numeri sembrerebbero dire di si. Dalla relazione della Commissione Moro emerge che dal 16 marzo al 10 maggio '78 vennero attuati 72.460 posti di blocco di cui 6.296 nella sola Roma; effettuate 37.702 perquisizioni domiciliari di cui 6.933 nelle case dei cittadini della capitale; controllate 6.413.713 persone (cioè circa un italiano ogni 10) impegnando ogni giorno 13.000 uomini delle forze dell'ordine con l'ausilio di 2.600 automezzi. Questa enorme mobilitazione non portò apparentemente a nulla, anzi, nel periodo del rapimento Moro le Br commisero 2 omicidi, 6 ferimenti, 5 incendi di auto ed un attentato contro una caserma dei Carabinieri. Come ha affermato il Procuratore generale di Roma Pascalino: «Tante volte si fanno azioni dimostrative per tranquillizzare la popolazione [...] non posso spiegarlo, non sta a me spiegare perchè si prferì fare operazioni di parata anzichè ricerche. E in quei giorni si fecero operazioni di parata». Però non ho usato il termine "apparentemente" a caso: nonostante tutto le forze di polizia il 3 aprile '78 era riuscita a fermare o individuare molti personaggi legati o vicini alle Br

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    di questo servizio segreto ne ho già sentito parlare anche in relazione a eventi come la strage di piazza della loggia, si dice che fu un servizio segreto parallelo segreto fondato dagli Usa dopo la guerra
    questo servizio era composto da ex combattenti della repubblica sociale, cioè fascisti per la maggior parte, e aveva il compito di contrastare l'avanzata comunista in Italia...
    è stato responsabile di tutte le stragi successe nel nostro paese, da piazza fontana a piazza bologna a piazza della loggia, c'era sempre dietro lui...e pare che a contatto con persone appartenenti a questo servizio segreto sia venuto pure a contatto Gianni Guido, uno dei protagonisti del massacro del Circeo, dalle sue confidenze con l'esecutore della strage di piazza della loggia sono venute a galla alcune di queste cose...

    che dire, come al solito america e neofascismo a braccetto a fare le infamità, questa è la storia della nostra Italia
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  4. #4
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    Infatti, ma il quadro che emerge è ancora piu' inquietante:mentre il neofascismo veniva recuperato nel dopoguerra come manovalanza atlantica dal "partito americano "in Italia si infiltravano e si permetteva alle BR di portare avanti le loro sciagurate imprese sempre in funzione di stabilizzazione ..ma tutti i poteri dello Stato, divise in fazioni, si facevano una lotta spietata a colpi di stragi e scandali e ruberie...
    Nell'altro post si parla della strage di piazza fontana e del motivo politico di quell'attentato voluto dagli americani per impedire il centrosinistra di Moro..Moro che sara' ammazzato nel 1978 ....Insomma quando Pasolini diceva di sapere chi erano i mandanti italiani e americani della strategia della tensione sapeva quel che diceva..Tra l'altro niente ci garantisce che questo tipo di struttura, adattata all'oggi, non sia ancora in piedi...


    Citazione Originariamente Scritto da thematrix
    di questo servizio segreto ne ho già sentito parlare anche in relazione a eventi come la strage di piazza della loggia, si dice che fu un servizio segreto parallelo segreto fondato dagli Usa dopo la guerra
    questo servizio era composto da ex combattenti della repubblica sociale, cioè fascisti per la maggior parte, e aveva il compito di contrastare l'avanzata comunista in Italia...
    è stato responsabile di tutte le stragi successe nel nostro paese, da piazza fontana a piazza bologna a piazza della loggia, c'era sempre dietro lui...e pare che a contatto con persone appartenenti a questo servizio segreto sia venuto pure a contatto Gianni Guido, uno dei protagonisti del massacro del Circeo, dalle sue confidenze con l'esecutore della strage di piazza della loggia sono venute a galla alcune di queste cose...

    che dire, come al solito america e neofascismo a braccetto a fare le infamità, questa è la storia della nostra Italia

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da pietro
    Infatti, ma il quadro che emerge è ancora piu' inquietante:mentre il neofascismo veniva recuperato nel dopoguerra come manovalanza atlantica dal "partito americano "in Italia si infiltravano e si permetteva alle BR di portare avanti le loro sciagurate imprese sempre in funzione di stabilizzazione ..ma tutti i poteri dello Stato, divise in fazioni, si facevano una lotta spietata a colpi di stragi e scandali e ruberie...
    Nell'altro post si parla della strage di piazza fontana e del motivo politico di quell'attentato voluto dagli americani per impedire il centrosinistra di Moro..Moro che sara' ammazzato nel 1978 ....Insomma quando Pasolini diceva di sapere chi erano i mandanti italiani e americani della strategia della tensione sapeva quel che diceva..Tra l'altro niente ci garantisce che questo tipo di struttura, adattata all'oggi, non sia ancora in piedi...

    la struttura forse è depotenziata ma sicuramente è ancora in piedi, chi pensi che ha organizzato i fatti di Genova? il morto è stato una casualità? nient'affatto, purtroppo il morto loro l'avevano previsto da tempo,hanno fatto di tuttto per ottenerlo e ci sono riusciti... hanno tentato di rinvigorire una nuova strategia della tensione...
    in quanto a Pasolini certo che aveva ragione, infatti guarda caso ancora oggi ci sono dubbi sulla sua morte...
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da pietro
    Infatti, ma il quadro che emerge è ancora piu' inquietante:mentre il neofascismo veniva recuperato nel dopoguerra come manovalanza atlantica dal "partito americano "in Italia si infiltravano e si permetteva alle BR di portare avanti le loro sciagurate imprese sempre in funzione di stabilizzazione ..ma tutti i poteri dello Stato, divise in fazioni, si facevano una lotta spietata a colpi di stragi e scandali e ruberie...
    Nell'altro post si parla della strage di piazza fontana e del motivo politico di quell'attentato voluto dagli americani per impedire il centrosinistra di Moro..Moro che sara' ammazzato nel 1978 ....Insomma quando Pasolini diceva di sapere chi erano i mandanti italiani e americani della strategia della tensione sapeva quel che diceva..Tra l'altro niente ci garantisce che questo tipo di struttura, adattata all'oggi, non sia ancora in piedi...

    "un anello per domarli e nel buio incatenarli..."

 

 

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