OMNIA SUNT COMMUNIA



Astensionismo

NEL FOSCO FIN DEL SECOLO MORENTE...
Un osservatore esterno, capitato casualmente in Italia, cosa si sarebbe dovuto attendere dallo spettacolo offerto dal ceto poli­tico nostrano in questi ultimi due anni ? Come minimo una solle­vazione popolare, le barricate nelle strade, un rifiuto genera­lizzato di tutto quello che consente al regime di continuare a funzionare. E’ talmente evidente lo sfascio morale e materiale del sistema dei partiti parlamentari, dei loro condottieri e dei loro portaborse, talmente generalizzato il meccanismo delle tan­genti da non escludere praticamente alcuno, talmente vergognoso nella sua collusione ininterrotta politica/affari, che ci si sa­rebbe aspettato che dalle piazze si gridasse vendetta, che si im­pugnasse una robusta scopa per fare pulizia. E invece...
Invece eccoci alle urne, a santificare con la propria presenza il rito per eccellenza di perpetuazione dell’ oppressione e dello sfruttamento: il voto, la delega di potere.
Eppure il succedersi degli avvenimenti avrebbe potuto indicare soluzioni diverse, strade alternative; avrebbe potuto facilitare un ripensamento sull’intera organizzazione gerarchica che fa per­no sullo Stato. Il disvelamento dell’imbroglio democratico avreb­be potuto liberare energie ed intelligenze ben più di quello che ha provocato, con risultati sicuramente più interessanti.
Anche personaggi totalmente interni alle alchimie della democra­zia parlamentare hanno dovuto fare i conti con la portata di tale disvelamento. Come il celebre opinionista Enzo Biagi che, affer­mando la necessità di grandi uomini per il funzionamento della democrazia, ha implicitamente ammesso il suo carattere gerarchico di fondo.
Oppure l’ex presidente del Partito Democratico della Sinistra (PDS), Stefano Rodotà, che - denunciando l’esistenza di una Co­stituzione materiale, sostitutiva di quella formale, che fa delle elezioni un semplice meccanismo di investitura del governo, pra­ticamente al buio, con un parlamento ridotto a fantasma spettaco­lare e con un trasferimento di funzioni e poteri reali all’esecu­tivo - riconosce, di fatto, la vacuità di un sistema basato su norme inapplicabili ed inapplicate.
Le tecniche di manipolazione del consenso hanno raggiunto livelli tali da farci digerire quintali di spazzatura ideologica e di re­torica, in nome della democrazia, del governo del popolo, del nuovo, senza praticamente fiatare. Dice Chomsky, noto linguista ed esperto della comunicazione : “In un regime totalitario la vo­lontà del popolo non conta: ci sono dei manganelli per sistemare tutto. Ma se lo stato non può più fare uso del bastone il popolo può alzare la voce, allora bisogna controllarne il pensiero con la propaganda, fabbricando il consenso e con delle semplificazio­ni allettanti per ridurlo all’apatia. La comunicazione sta alle democrazie come la violenza sta alle dittature.”
Il coro dei mass media ci vuole far credere che le prossime ele­zioni rimedieranno allo sfascio provocato dal potere ultradecen­nale degli Andreotti, dei Craxi, dei Forlani, dei loro compari. Che dopo di allora si volterà pagina; che si affermerà un nuovo ordine di garanzie sociali.
In realtà come sempre le elezioni assicurano il consenso al si­stema, quel sistema che nessuno di quelli che stanno in alto ha mai avuto l’ intenzione di mettere in discussione. Scriveva il vecchio (e poco letto) Bakunin : “Il sistema rappresentativo, ben lungi dall’essere una garanzia per il popolo, crea e garantisce, al contrario, l’esistenza permanente di una aristocrazia governa­tiva contro il popolo stesso ed il suffragio universale è unica­mente un mezzo eccellente per opprimere e rovinare un popolo in nome proprio di una pretesa volontà popolare, presa come prete­sto, o un gioco di prestigio grazie al quale si nasconde il pote­re realmente dispotico dello Stato, basato sulla Banca, la Poli­zia e l’Esercito.”
Un’osservazione, la sua, ancora pienamente pertinente e che pos­siamo sottoscrivere se solo pensiamo alle dinamiche scatenatesi all’interno del ceto politico che mai hanno messo in discussione il potere statale.
Quando, ad esempio, si è evidenziato che il capo dello Stato, sul quale pendono accuse infamanti da parte di uomini dei servizi se­greti, è affidato alla protezione di un capo della polizia, in­quisito a sua volta dalla magistratura per reati amministrativi, e che è garantito nelle sue funzioni da un ministro degli interni in prossimità di ricevimento di un avviso di garanzia, c’è poco da aggiungere. Se non che questo gioco di scatole cinesi, di ga­ranzie reciproche, di sostanziali complicità, è la controprova della naturale capacità dello Stato di perpetuarsi autonomamente, al di là dei conflitti che attraversano l’aristocrazia governati­va, al di là delle ‘crisi’ cicliche che investono la sedicente ‘rappresentanza’ popolare.
Alle elezioni, dunque, all’insegna del ‘nuovo’. Quel ‘nuovo’ che è diventato grande promessa, inossidabile impegno di ogni futuro vincente. Per questo ‘nuovo’ si consumano incredibili acrobazie, repentini cambiamenti di fronte, vigliaccherie ed opportunismi, insomma tutto l’armamentario che la peggiore tradizione italiana mette a disposizione del ceto politico. Per il ‘nuovo’ si mobili­tano masse, si affilano coltelli, si scandagliano archivi, si cercano protezioni e benedizioni.
Tutto si giustifica: l’obiettivo da battere ha già di suo un con­notato bruttissimo, è ‘vecchio’. Chi potrebbe mai difendere il ‘vecchio’, difendere cioè una cosa che per definizione è destina­ta a sparire, a morire?
I mezzi d’informazione sono stati all’avanguardia nel plasmare l’opinione pubblica, nel determinarla, in direzione di un cambia­mento del sistema elettorale prima (approvato con un referendum dai risultati ‘bulgari’) e della liquidazione di una classe di governo poi.
Il loro sforzo teso a convogliare tutte le energie popolari in direzione del voto, presentato come il grande grimaldello della ‘rivoluzione’ innescata dal protagonismo dei servi per eccellenza dello Stato, i magistrati, è ben coordinato. Indicando al pubbli­co lubridio le livide facce dei potenti di un tempo, garantisce la continuità di uno spettacolo che deve continuare.
Occupare le intelligenze delle persone con le rese dei conti in­terne all’aristocrazia del potere, agitare la speranza taumatur­gica del ‘nuovo’, sono ottimi strumenti per distogliere l’atten­zione dei lavoratori, dei giovani, dal fatto che è lo Stato la vera fonte di scandalo e di corruzione.
Quale sia la posta in gioco dovrebbe infatti essere chiaro a tut­ti: il rafforzamento dell’apparato statale interrotto da una pe­santissima crisi di credibilità del suo ceto politico ed il ri­lancio dell’economia del profitto in presenza di una crisi gene­rale di ristrutturazione e di competizione internazionale.
L’operazione di ‘rinnovamento’ messa in atto con la demolizione della vecchia tangentopoli, la stessa mistica del ‘nuovo’ hanno per il momento consentito che il processo di rafforzamento dello Stato riprendesse vigore sotto l’impulso della cultura della le­galità che, da vecchio feticcio dell’ordine statale, ritorna ad occultare prepotentemente, con la sua presunta neutralità, il ma­nifestarsi dei rapporti di forza sociali.
Da sinistra, come da destra, la richiesta è unanime: rispettare il principio stesso della legalità di Stato.
L’adozione del sistema elettorale uninominale maggioritario esal­ta i contenuti di tale richiesta in quanto privilegia il territo­rio. Il ceto politico che uscirà vincente da queste elezioni sarà quello che dimostrerà, in maniera spettacolare, di cavalcare gli interessi del territorio raccogliendo la delega della maggioran­za. Appare chiaro che, stante la composizione sociale media, i candidati che occuperanno meglio il centro, in termini sociali ovviamente e non ideologici, avranno maggiori garanzie di succes­so, progressisti o conservatori che siano.
Già le ultime elezioni amministrative hanno evidenziato i carat­teri di novità apportati dal nuovo sistema: la personalizzazione dello spettacolo elettorale consente un livello di identificazio­ne dell’individuo-massa superiore a quello precedente, ove la partitocrazia aveva affossato definitivamente il modello comuni­tario del partito militante.
Come se si fosse allo stadio, l’individuo-massa si sente parte integrante della partita senza mai toccare palla. E l’uso martel­lante del mezzo televiso non fa che amplificare questa sensazione con l’invenzione del ‘partecipazionismo’ a tutto campo, da Co­stanzo a Santoro, agli ex- rivoluzionari di Lotta Continua (Ler­ner, Liotta e Deaglio).
Ma non cambia di sostanza, e non può cambiare, il processo di so­stituzione del ceto politico ‘corrotto’ con un altro in grado di garantire oggi, con più credibilità, la solidità dello Stato.
Si tratterà, al più, per le classi dominanti di trovare forme di rappresentanza politica più spendibili, tenendo presente le esi­genze di una società capitalisticamente ‘matura’ che ha bisogno di consenso e soprattutto di mercato per le merci prodotte. E in questo senso si possono interpretare le aperture di parte del grande ceto imprenditoriale (Berlusconi a parte) nei confronti dell’Alleanza di progresso, PDS in testa, che così ampie garanzie ha fornito in merito, sostenendo Ciampi e votando la finanziaria.
Ed è proprio grazie alle garanzie legate alla continuità del si­stema nei suoi pilastri fondamentali - e di cui il PDS rappresen­ta oggi l’elemento portante - che i padroni non si sentono orfani di alcuno.
Mai come in questo periodo i loro desiderata divengono legge, sia in termini di politica economica che sociale, dalla riforma elet­torale alle privatizzazioni, dal controllo stretto sulla politica monetaria al condizionamento culturale. E questo mentre, non a caso, si registrano il progressivo deterioramento delle condizio­ni di vita dei lavoratori, il peggioramento delle condizioni di libertà di questo paese, il crescente protagonismo dei militari, l’agitarsi delle destre, l’attacco ai servizi sociali, il conte­nimento furbesco delle spinte giovanili.
Dovrebbe venire il dubbio che la tanta enfasi spesa per ‘Mani pu­lite’ sia stato davvero originata da una sincera volontà di aria pulita, e non piuttosto da una diabolica operazione di ricambio di un ceto politico inadeguato all’Europa del dopo ’89 e di Maa­stricht.
Una semplice rilettura della storia d’Italia in questo dopoguerra evidenzia infatti la costanza della corruzione e del malaffare e l’uso ripetuto dello scandalo nella lotta politica dal farci dif­fidare dalle tante anime belle che si adoperano per convincerci della profondità della ‘rivoluzione’ in atto.
Dal ‘caso Montesi’, ai vari scandali urbanistici, finanziari, pe­troliferi, dalla Lockheed a Sindona, dalla P2 al crac del Banco Ambrosiano, dalle ‘carceri d’oro’ alla ‘ricostruzione’ dell’Irpi­nia, dal sacco dell’industria di Stato al commercio delle armi, solo per citare gli esempi più eclatanti, abbiamo di fronte una ricca casistica dell’economia della corruzione e della storia del potere nel nostro paese. Un cinquantennio di scandali ed intri­ghi, di poteri occulti e di servizi segreti, di potere politico e di ‘criminalità’ organizzata, per non parlare degli attentati e delle stragi.
All’indomani della caduta del muro di Berlino ci chiedevamo quale potesse essere l’evoluzione del sistema politico ed economico i­taliano, a fronte della perdita di ruolo del paese nei confronti dell’oriente europeo, in una situazione crescente di crisi e re­cessione. Come poteva reagire, pur in un quadro di diffusa pro­sperità anche se caratterizzato da perduranti squilibri sociali, un sistema economico capace di produrre risorse sufficienti per auto-alimentarsi e per alimentare abbondantemente il sistema del­la corruzione e delle mafie, al crescente indebitamento dello Stato ed all’espansione della sottrazione di risorse operata dal­l’economia mafiosa, in una situazione di aspro conflitto interna­zionale. La risposta ce l’hanno data per interposta persona; con le briglie sciolte alla magistratura. L’assunzione di Ciampi, del governatore della Banca d’Italia, alla carica di capo del gover­no, ha rappresentato il resto. Ma non è finita.
In una recente intervista collettiva (Il Mondo, 10.1.1994) al pool di ‘Mani pulite’,il giudice Creco così si è espresso: “Temo che in Italia ci si stia convincendo che basti sostituire 600 parlamentari per aver chiuso con Tangentopoli. Non è così. C’è un tessuto di funzionari, manager, intermediatori finanziari e buro­crati che ha fatto parte del sistema e che va avanti come prima. Inoltre esistono interi settori economici e finanziari ancora completamente inesplorati dai giudici. Ma più in generale la preoccupazione è questa: non basteranno i processi e non basterà neppure cambiare la classe politica”. E ancora: “Il paese ha un sistema bancario che ha finanziato gruppi privati per migliaia di miliardi, con criteri ben diversi da quelli del mercato. Come farà un sistema imprenditoriale che per vincere gli appalti paga­va il sistema politico, come farà ora a stare sul mercato inter­nazionale?”. E per finire il giudice D’Ambrosio, noto pidiessino ed affossatore dell’assassinio di Pino Pinelli :”la nostra inda­gine è importante anche al di là dei suoi risultati giudiziari: manda una serie di segnali alla società, che oggi è diventata più sensibile ai temi della legalità. Forse ora è più facile che av­venga la ricostruzione di un sistema, anche finanziario...”.
Insomma voglia di Stato, uno Stato garante dell’ordine capitali­stico, efficace ed efficiente, cui una sinistra collaborativa è pronta a dare tutta la sua disponibilità. Una sinistra che ha ab­dicato da tempo persino ad ogni seria politica riformista, sia in campo sindacale che politico, e che continua a mortificare, ri­correndo alleanze, agitando fantasmi, la ripresa di una reale op­posizione sociale. D’altronde i sindaci del ‘nuovo’ hanno già da­to qualche prova di cosa si intende per governabilità.
A Napoli Bassolino ha dato il via alle denunce contro gli operai che operavano un blocco stradale dichiarando che la città non po­teva più consentire queste forme di lotta ‘corporative’. A Genova la giunta presieduta da Sansa ha fatto prontamente sgomberare i locali, appena, occupati di un nuovo Centro Sociale.
Voglia di Stato, dunque. Uno Stato da rafforzare e da orientare secondo i propri dettami; per alcuni sempre, e apertamente, in direzione della difesa delle classi proprietarie, della loro li­bertà basata sulla proprietà, contro i diritti naturali delle collettività e della distribuzione egualitaria della ricchezza sociale. Per altri con dei correttivi legati all’esigenza dello sviluppo di ammortizzatori sociali e di servizi pubblici in grado di sostenere al massimo livello lo sviluppo delle forze produtti­ve in direzione della concorrenza a livello internazionale.
Certo, non si può sottacere l’esistenza dei contrasti interni al padronato sul modo di concepire il rafforzamento dello Stato e che motivano le difficoltà di coordinamento delle diverse opzioni politiche di riferimento. La nascita e lo sviluppo della Lega nel settentrione d’Italia manifesta, ad esempio, l’esigenza di un pa­dronato piccolo e medio di essere maggiormente sostenuto, con fondi, con la detassazione, con politiche antisindacali, per reg­gere il confronto nel mercato.
La Fiat, dal canto suo, usando a piene mani del ricatto della cassa integrazione a zero ore, e minacciando la chiusura di fab­briche, detta il suo programma elettorale: il sostegno garantito­gli da sempre non si tocca.
Berlusconi è addirittura costretto a scendere in campo, in prima persona, per difendere il suo impero.
Il sistema maggioritario uninominale costringe ad alleanze pre­ventive, a restringere il campo delle diverse opzioni politiche per offrire un fronte compatto all’avversario. Ma quello che è più facile in altri paesi da noi urta contro la presenza ingom­brante della Chiesa che esige un posto, adeguato al suo ruolo in­ternazionale, nell’organigramma del potere. Una Chiesa che è tutt’uno con la storia del potere di questo paese, retroterra di una politica che della mediazione, a salvaguardia dell’ordine ge­rarchico, ha fatto la sua forza.
Una Chiesa pienamente coinvolta nell’economia della corruzione con i vari scandali del Banco Ambrosiano, con il riciclaggio del­le tangenti tramite i suoi Istituti bancari, ma stranamente ri­sparmiata dagli strali di ‘Mani pulite’. Una Chiesa pienamente coinvolta nel sostenere la ricostruzione di un ceto politico cre­dibile in grado di riproporre una politica di annichilimento so­ciale, unica garanzia per il suo sostentamento.
Ma ‘Mani pulite’ non ha risparmiato solo la Chiesa. Quasi a pre­figurare una possibile riproposizione da ‘compromesso storico’ anche il Partito Democratico della Sinistra ha qualche ‘santo’ in cielo da ringraziare. Certo è che la caduta delle preclusioni storiche, la vanificazione del fattore ‘K’ (=comunismo), le ga­ranzie offerte sul piano dell’ingerenza clericale nel sociale, rendono possibili scenari una volta solo intravisti. Si tratterà ora di vedere se questi pilastri salvati dalla riprovazione popo­lare (per mancanza d’informazione, è ovvio) si salderanno per ga­rantire un ordine gerarchico ammorbidito da una serie di ammor­tizzatori sociali, oppure se la spinta ‘liberistica’ dell’egoismo padronale condizionerà a tal punto il quadro politico da fare preferire soluzioni più drastiche, a costi popolari decisamente più alti.
Qualcuno potrebbe obiettare che c’è niente di nuovo sotto il so­le; si potrebbe aggiungere che, quando avviene un cambio di regi­me, soprattutto un regime particolarmente infame - così come tut­ti lo si descrive - i primi a beneficiarne dovrebbero essere i prigionieri politici che in passato lo hanno combattuto. In realtà nulla di questo è avvenuto e perfino un timido progetto di amnistia, per altro molto parziale, è stato accantonato.
Non solo, quella magistratura così sollecita a scoprire l’acqua calda, si è ben guardata dal sollevare il coperchio dal pentolone dei misteri d’Italia. Da P.zza Fontana ad Ustica, da Bologna a Brescia, alle tante stragi che hanno insanguinato il paese, nulla è stato fatto per mettere a nudo le responsabilità del regime.
Non dice nulla questo fatto ?
La sinistra dal canto suo cerca di raccogliere il vantaggio dell’ essere stata all’opposizione formale. Dietro parole che richiama­no alti e nobili ideali sta occultando un’operazione di potere che richiama la governabilità di stampo craxiano, sollecitando all’opera uno schieramento opportunista che recupera a sinistra un Partito della Rifondazione Comunista che, con Cossutta, ripor­ta in vita le ‘migliori’ tradizioni del PCI: estremismo verbale e moderatismo sociale.
Ma non si batte l’egoismo padronale, nè la volontà dirigista del­le zone ricche del paese con semplici invocazioni al ‘nuovo’ ed alla legalità. Non si batte la riproposizione dei vecchi arnesi fascisti, riciclati in chiave moderata, su terreni congeniali al­la perpetuazione dello sfruttamento e dell’oppressione.
Nella consapevolezza della posta in gioco occorre invece appro­fittare della crisi di credibilità in cui si dibattono le forme della politica autoritaria, che mai come oggi è apparsa nuda nel suo esercizio del potere,nelle sue pratiche criminali, nei suoi interessi privati, nelle sue miserie intellettuali. Dal presiden­te in giù, passando per capi di governo, ministri, alti burocra­ti, militari, magistrati, un filo comune si dipana ed è il filo della mistificazione democratica, della retorica liberale, della vacuità dello ‘stato di diritto’.
Occorre spezzare questo filo e farlo presto per sfuggire dal con­tinuo gioco della torre che ci viene riproposto e che in realtà continua a disarmarci, infilandoci nel tunnel della falsa scelta tra opzioni che divergono tra loro sul contorno, non sulla so­stanza, della questione sociale, del conflitto tra oppressi ed oppressori, tra sfruttati e sfruttatori.
L’accelerazione dei tempi della politica-spettacolo deve voler dire accelerazione delle energie e delle intelligenze per impedi­re che, sulla ristrutturazione del ‘vecchio’, si stabilizzi un ‘nuovo’ più arrogante ed aggressivo, che la combinazione dei po­teri forti di questo paese metta insieme, con la complicità inte­ressata di una sinistra imbevuta di legalismo, una camicia di forza che, dalla disgregazione sociale, ricavi elementi per la sua affermazione.
E se l’accelerazione dei tempi della politica-spettacolo signifi­cherà invece maturazione dei vari immaginari che stanno dietro alle proposte strumentali della Lega in chiave sedicente federa­listica oppure dietro il populismo nazionalista dei fascisti, con la conseguente radicalizzazione del conflitto interno, allora sarà proprio la forza che si sarà riusciti a mettere insieme sul terreno dell’autogestione e dell’autoorganizzazione che potrà rappresentare l’unica possibilità reale di uscita per quanti si battono per una società libertaria e solidale.
L’ASTENSIONISMO ELETTORALE ANARCHICO, ARMA RIVOLUZIONARIA CONTRO IL GOVERNO ED IL PARLAMENTO
Gli anarchici hanno l’abitudine di chiamare le cose con il loro nome, per evitare fraintendimenti e mistificazioni. Accusati di non interessarsi alla ‘politica’ essi rispondono di essere total­mente avversi all’organizzazione gerarchica e centralista e quin­di alla ‘politica’ intesa come governo, prima della città (dal greco ‘polis’, città appunto), poi del territorio cioè della co­munità umana.
La ‘politica’ si prefigge il compito di stabilire l’ordine socia­le tramite una delega di potere. In realtà essa codifica il di­sordine nel momento stesso in cui definisce una gerarchia sociale tramite la quale esercitare il governo. E la gerarchia è nemica di qualsiasi forma di libertà perchè , con la sua stessa esisten­za, impone doveri grazie al suo diritto di governo.
Non solo. Gli anarchici sono contro ogni sistema di governo, com­preso quello democratico, che si basa sulla delega dei diritti individuali e collettivi ad una minoranza, che eserciterà il suo potere in nome della ‘maggioranza’, dopo averne carpito la delega in nome di programmi, principi, promesse, dopo averne manipolato emozioni ed immaginario.
Il solito caro vecchio Bakunin annotava, agli albori del sistema democratico: “La maggior parte degli affari e delle leggi, e mol­ti affari e leggi aventi un rapporto diretto con il benessere, con gli interessi materiali dei comuni, si svolgono al di sopra del popolo, senza che questi se ne accorga, se ne preoccupi e se ne interessi. Lo si compromette, lo si lega, a volte lo si rovi­na, senza che egli ne abbia coscienza. Egli non ha nè l’abitudine nè il tempo necessario per studiare tutto ciò, e lascia quindi fare ai suoi eletti, che naturalmente servono gli interessi della loro classe, del loro mondo, e non quelli del popolo”.
Gli anarchici non sfuggono, non negano la realtà politica, ma so­no CONTRO la politica, e, conseguentemente, si proclamano antipo­litici. L’organizzazione sociale, l’organizzazione della comunità umana, il rispetto delle libertà individuali e collettive, il ri­spetto dei diritti naturali di ogni essere vivente, sono troppo importanti per essere delegati ad un pugno di individui, qualun­que sia la loro qualità. Nel loro antipoliticismo, gli anarchici propongono una diversa organizzazione sociale che fa a meno dello Stato e che si basa sul principio della gestione diretta della produzione e della distribuzione egualitaria della ricchezza so­ciale.
Conseguentemente a questa impostazione gli anarchici sono asten­sionisti elettorali in quanto ogni delega di potere rappresenta la rinuncia della possibilità di edificazione di una società giu­sta e libera, oltrechè della sovranità individuale.
In questa ottica l’astensionismo anarchico è una chiara dichiara­zione d’intenti nei confronti della truffa rappresentata dal si­stema elettorale e si distingue nettamente dalle proposte di a­stensionismo tattico avanzate, a fasi alterne, da settori della sinistra marxista che continuano a mantenere un atteggiamento op­portunistico nei confronti del parlamento, proprio perchè ‘poli­tici’, proprio perchè sostanzialmente statalisti.
Nel dichiararsi astensionisti gli anarchici non si prefiggono certo di diventare la rappresentanza politica degli astenuti che, nelle società contemporanee, tendono ad aumentare a causa della crescita della mancanza di identificazione con un sistema sempre più in crisi di credibilità, ma vogliono indicare la necessità di rompere con il meccanismo della partecipazione, che vuol dire es­senzialmente condivisione della propria oppressione.
Certo ,la diffusione dell’astensione dal voto da parte degli ‘a­venti diritto’, in Italia come negli USA, in Francia, ecc., può stemperare, agli occhi del cittadino ‘medio’, la portata rivolu­zionaria della proposta, soprattutto in un momento in cui la tra­dizionale alta partecipazione alle urne (di cui si è sempre van­tato il ceto politico nostrano) sta invertendo di segno. In un momento in cui il clientelare voto di scambio mostra la corda e la politica togliattiana di trasferire la lotta sociale sul piano istituzionale, per meglio integrare le masse, è arrivata al capo­linea. In un momento in cui si è diffuso il dubbio della corru­zione congenita ad ogni sistema di governo e gli intellettuali corrono ai ripari per mettere qualche pezza alla democrazia in crisi, il cittadino ‘medio’ può tranquillamente abbracciare la scelta astensionista senza, per questo, voler mettere in discus­sione il sistema di oppressione e di sfruttamento. La disaffezio­ne ormai è parte integrante del gioco, quasi valvola di sfogo, correttivo alle imperfezioni del sistema, che solo qualche sinda­co, generalmente pidiessino, vuol combattere con le uniche norme antiastensioniste esistenti: l’iscrizione in un elenco pubblico. Ma gli USA stanno lì a dimostrare che si può eleggere un presi­dente con una minoranza di voti e continuare a blaterare di go­verno del popolo.
L’anarchismo, che non ha alcunchè da spartire con il parlamenta­rismo e le istituzioni della democrazia parlamentare, continua a ritenere l’astensionismo condizione fondamentale, necessaria, an­che se non sufficiente, per il compimento del processo rivoluzio­nario. Dal tentativo insurrezionale concomitante con il fatto e­lettorale, al sabotaggio delle urne, senza dimenticare le scelte internazionaliste siciliane di Friscia, il Bakunin del 1870, e la Spagna del 1936, l’azione del movimento non è mai stata quella di una riproposizione canonica di una propaganda astensionista in­differente ai tempi e i modi della lotta politica e dello scontro sociale, bensì di una sua ricollocazione all’interno della lotta antiparlamentare ed antigovernativa per conferirle efficacia sem­pre maggiore.
Partendo da queste premesse si può comprendere meglio il tipo di raccordo che va stabilito con le lotte sociali, sul territorio, gli organismi di base dei lavoratori autoorganizzati, i centri sociali. Un raccordo che non può essere dettato una volta per tutte,ma che deve essere logica conseguenza di un lavoro conti­nuativo. Un lavoro che nell’autoorganizzazione e nell’azione di­retta trova, nella sua dimensione territoriale, le armi di scon­tro con il parlamentarismo ed il governo, locale e nazionale. Un lavoro tendente alla costruzione di organismi a vari livelli - dal locale al territoriale in senso sempre più vasto - aperti a tutti, che discutano di tutte le questioni riguardanti la vita delle popolazioni e che siano in grado, oggi, di incalzare e sfi­dare le autorità sul piano concreto dei bisogni quotidiani e, do­mani, di prendere tutte le iniziative necessarie alla riorganiz­zazione orizzontale della vita sociale.
Utopia? forse, ma è un’utopia che contiene in sè una grande con­cretezza: quella legata alla volontà di partire da sè, per ritro­varsi, da pari, nella comunità umana e costruire insieme un mondo ove le contraddizioni trovino un modo di composizione senza l’in­tervento statale con tutti i suoi annessi e connessi.
E’ evidente che in epoca di depressione sociale, sembrando impos­sibile ai più la rivoluzione sociale, organismi di tal genere o hanno carattere contingente, per lo più inquinato da pratiche i­stituzionali, o sono ridotti alla partecipazione di chi ha già fatto scelte ideologiche, con tutto quello che ne consegue in termini di lotta politica e di scontri di linea al loro interno.
Senza farne questioni formali è comunque utile che questo lavoro, anche se ridotto ai soli libertari, non si fermi, sia perchè con­sente di mantenere un legame con il proprio territorio e con le sue istanze, sia perchè, in occasione delle elezioni (soprattut­to, ma non solo), può fuoriuscire con una proposta di costituzio­ne di organismi - tipo comitati astensionisti - in grado di rac­cogliere l’eredità di un lavoro analitico e propositivo già fat­to, e di rappresentare una proposta concreta di lotta al parla­mentarismo.
Tanto più urgente in un momento in cui la polarizzazione crescen­te (anche se ampiamente spettacolare) pare stritolare ogni possi­bilità di proposta ‘altra’. Rifiutarsi di farsi macellare dalla dialettica del potere vuol dire soprattutto evitare di cadere nel puro resistenzialismo, ma di resistere lottando con una proposta chiara di trasformazione dell’esistente.
Una battaglia contro la rinnovata legittimazione del parlamento, che le prossime elezioni vorrebbero conferirgli, non può oggi as­solutamente prescindere dall’assoluta preminenza della questione sociale che viene relegata ai margini di un dibattito che è cen­trale solo per un ceto politico e sindacale preoccupato per la sua esistenza.
Il ridicolo contrapporsi tra ‘vecchio’ e ‘nuovo’ vuole occultare la realtà della corruzione come dato strutturale di ogni sistema gerarchico, per favorire un suo rinnovamento in funzione delle esigenze di ristrutturazione e di riorganizzazione dell’apparato statale alle prese con le emergenze dell’attuale sistema geopoli­tico mondiale.
A fronte di una politica che fa del parlamento e della governabi­lità il suo centro di interesse occorre contrapporre un pensiero ed un’azione che abbiano il loro punto di riferimento nella capa­cità di autoorganizzazione popolare.
A fronte di una visione che fa del parlamento il luogo della rap­presentanza politica e sociale del paese occorre contrapporre la proposta e la pratica del comunalismo, libertario e federativo, articolato sul territorio, dal semplice al complesso.
A fronte di un opportunismo semplicista che tende a ridurre a pratica degenerativa l’essenza stessa del parlamentarismo, fonda­to sullo scambio di favori e sul saccheggio sistematico delle ri­sorse, occorre contrapporre la chiarezza di una battaglia sociale che non si fa distrarre dai riti di ricambio della classe diri­gente, ma che sa approfittare della contingenza per imporre a chiare lettere il programma di affermazione dei propri interessi immediati, soprattutto in termini di reddito, riduzione d’orario, libertà di sciopero e d’organizzazione, controllo della produzio­ne.
Sfuggire dai meccanismi della democrazia rappresentativa signifi­ca entrare nel concreto della critica del concetto stesso di mag­gioranza e minoranza, significa rifiutare la riproduzione, pura e semplice, dei rituali parlamentari negli stessi organismi rappre­sentativi dei lavoratori per dare invece prevalenza all’autoorga­nizzazione, alla lotta, al libero confronto delle idee.
I rapporti di forza si sono sempre modificati con la lotta diret­ta e la via politica ha sempre rappresentato il disarmo della conflittualità sociale. Con questa consapevolezza ci tiriamo fuo­ri dai ricatti agitati dai partiti di sinistra alle prese con le pulsioni egemoniche di ceti politici trasformisti ed opportuni­sti, incapaci di produrre politiche realmente alternative a quel­le della destra, sul terreno economico, dell’occupazione, della riduzione d’orario, del degrado urbano e ambientale, della sa­nità, della scuola, ecc. Per non parlare della loro ‘capacità’ di risolvere istituzionalmente il radicalismo dei movimenti passati, presenti e futuri...
In realtà la violenza dell’attacco del potere alle condizioni di vita delle classi subalterne non lascia più tempo, nè margini, ad una politica di moderato e ‘razionale’ riformismo di cui, per al­tro, non si riesce ad individuare gli esecutori, stante la dege­nerazione criminale dei socialdemocratici, lo sfascio del ‘comu­nismo reale’, la stessa deriva democratico-parlamentare del popu­lismo assistenziale di stampo cattolico.
Astenersi, non cadere nella trappola delle false alternative e del recupero elettorale, rafforzare le armi della critica intran­sigente, dell’organizzazione, del protagonismo sociale, dell’a­zione tra le classi sfruttate ed oppresse, vuol dire porre le ba­si per un’incisiva azione rivoluzionaria che colpisce, nel parla­mentarismo, un sistema di governo che impone leggi e tasse, deci­se da una cerchia ristretta di privilegiati, indipendentemente dalla volontà degli elettori.
Astenersi, per gli anarchici, vuol dire manifestare la volontà di non essere governati, vuol dire non rendersi corresponsabili del­lo sfruttamento e dell’oppressione, vuol dire volontà di una so­cietà di libere associazioni federate.


Massimo Varengo



TUTTO E' DI TUTTI