SETTE GIORNI
Il saluto a Slobo dei no global del Carroccio
Max Ferrari, direttore di Telepadania, va al funerale. Torna l’ala dura che vuole le mani libere
Il «Caruso» del Carroccio non è nuovo a gesti clamorosi. Dalle telecamere dell’emittente leghista Ferrari arrivò a puntare l’indice contro l’ex sottosegretario Stefano Stefani e quel progetto «fallimentare» della «banca padana». Certamente la sua ultima trovata metterà i lumbard in imbarazzo più delle sortite di Roberto Calderoli. Non è in «missione», nessun dirigente lo accompagna a Belgrado, però quel gruppo di fazzoletti verdi che renderà omaggio all’ex dittatore è l’avanguardia di un pezzo del movimento. Incarna il sentimento dell’ala dura, l’area autonomista, che sui blog - al pari dei militanti della sinistra radicale - è tornata a scrivere «americani» con la k, ed è tornata a leggere il libro cult di Drago Skalaic sulla «Serbia trincea d’Europa». All’intellettuale nazionalista, Ferrari vuol rendere omaggio, portando un mazzo di fiori sulla sua tomba, anche in memoria di ciò che è stata la Lega negli anni del conflitto in Kosovo. Ora che la base inizia ad avere la sensazione di una probabile sconfitta del Polo alle elezioni, sembra prendere il sopravvento la voglia delle «mani libere», quel vecchio spirito movimentista che indusse Massimo D’Alema a definire la Lega «una costola della sinistra», e che portò il Manifesto nel ’99 a riconoscere nei fondi della Padania dei «tratti dei nostri editoriali». Chissà se il Senatur sconfesserà gli attivisti di Belgrado. Se lo facesse, scomunicherebbe anche la sua stretta di mano con Milosevic, un pezzo cioè della sua storia. Il fatto è che nessuno sembra più in grado di controllare le spinte centrifughe all’interno del movimento, le sue pulsioni primordiali e regressive che lo stanno allontanando dal centro-destra e che hanno provocato al Parlamento di Strasburgo l’estromissione dei deputati del Carroccio dal gruppo degli «euroscettici».
Dopo la morte di Milosevic, gran parte dei dirigenti leghisti ha tentato di evitare una sovrapposizione tra l’immagine del partito e la figura del sanguinario despota. Non è bastato. Quando Calderoli ha detto a Matrix che «Milosevic - al pari di Saddam - era l’unico che nel suo Paese potesse tenere a bada la situazione», non solo ha voluto vellicare un pezzo della base, ma ha reso evidente l’ennesimo strappo nello stato maggiore. Forse è vero che l’ex ministro, come gli altri, è convinto che «bisogna evitare di venire strumentalizzati sotto elezioni», ma nelle sue conversazioni riservate non si sente di condannare il viaggio a Belgrado, perché «noi siamo figli della nostra storia», e perché «io mi riconosco in quella Lega che se ne sbatteva di tutto, anche delle strumentalizzazioni».
Chissà se Ferrari metterà in onda sulla tv leghista le immagini girate con la telecamera che si è portata appresso. Di certo «nell’ultimo partito leninista rimasto in vita», come lo definisce scherzosamente Roberto Maroni, nessuno ormai nasconde lo scontro interno. Persino al Pirellone, sulla gestione del «caso Lombardia», c’è chi punta a far cadere Roberto Formigoni, e chi è contrario. E anche lì si creano opposti schieramenti: il presidente del Consiglio regionale Attilio Fontana da una parte e l’ex presidente della provincia di Mantova Davide Boni dall’altra. Un tempo c’era solo Bossi.
Francesco Verderami
Copyright 2006 © Rcs Quotidiani Spa
Come volevasi dimostrare.
I giornalisti hanno già strumentalizzato.




Rispondi Citando

