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  1. #2691
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    Cartellone affisso il 24 novembre 2008
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  2. #2692
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    "L'affare Madoff: guida per l'antisemita perplesso"
    di Israel Shamir

    L’antisemita riflessivo non riesce a capire come considerare l’affare Madoff. Si deve gioirne o rammaricarsene? A leggere i giornali ebraici, verrebbe da pensare che gli “antisemiti” – cioè la stragrande maggioranza del genere umano secondo alcune fonti ebraiche (“Grattate un goy e troverete un antisemita”) – stiano esplodendo dalla gioia.

    Bradley Burston si entusiasma su Haaretz: “Per il convinto antisemita, Natale è arrivato presto quest’anno. Il nuovo Babbo Natale degli antisemiti si chiama Bernard Madoff. E’ la risposta alla lista dei desideri di chiunque detesti gli ebrei. La Nazione Ariana all’apice delle sue manie non avrebbe saputo trovare nulla di paragonabile”. Gli fa eco l’esecrabile Lipstadt: “Costui [Madoff] è il sogno di ogni antisemita. Neanche i peggiori tra loro avrebbero mai osato sognare una storia del genere”. E la ADL conferma: “Ci aspettiamo che gli antisemiti vivano un giorno di vittoria. Sapranno sfruttarlo”.

    Verrebbe da pensare che i mega-imbroglioni ebrei rappresentino una specie rara, come i corvi bianchi. Non è esattamente così. Il Dr. William Pierce ha fatto anni or sono una valida osservazione: “Gli ebrei non sono gli unici truffatori, ma sono di certo i maggiori truffatori. Se sentite parlare di una truffa da 100.000 dollari, può essere stato chiunque. Ma se sentite parlare di una truffa da 100 milioni di dollari, allora potete star certi che è stato un ebreo”. A maggior ragione se parliamo di una truffa da 50 miliardi di dollari!

    Pierce ricordava ai suoi lettori le figure di Michael Milken, Ivan Boesky, Marty Siegel, Dennis Levine e lo scandalo di insider-trading che fece quasi affondare Wall Street una dozzina di anni fa; e che incidentalmente mandò in rovina decine di migliaia di americani medi che persero i loro investimenti a causa della manipolazione artificiale dei prezzi di stock. Tutti i principali attori di quello scandalo erano ebrei.

    “Ricordate l’enorme catastrofe di prestiti e risparmi che nel corso degli anni ’80 costò ai contribuenti americani 500 miliardi di dollari? Il motivo principale del crollo dell’industria dei savings-and-loan negli anni ’80 fu il massiccio investimento nei cosiddetti “junk bonds” da parte di molti istituti di credito e risparmio. E l’uomo che stava dietro i junk bonds – il genio della finanza che convinse gli istituti di credito ad acquistarli – era nient’altri che Michael Milken”.

    Si potrebbero specificare meglio le parole di Pierce: i grandi imbroglioni e truffatori non sono necessariamente ebrei, ma sono sempre devoti a cause ebraiche, siano esse il culto dell’Olocausto o la causa sionista. Quando si tratta di beneficenza, un bravo truffatore americano, sia egli goy o ebreo, non si preoccupa degli americani poveri o degli africani che muoiono di fame. Egli versa le sue decime alla causa ebraica. Questo è stato anche il caso di Madoff. Egli contribuiva a una quantità di cause ebraiche, perciò non poteva che essere un truffatore. (Spiego perché in “The Man Higher Up”, tratto dal mio libro Pardes).

    Quindi, perché mai il proverbiale antisemita dovrebbe gioire della caduta di Madoff, quando essa era prevedibile quanto l’arrivo dell’alba? Forse perché ci sono state tra le vittime “un certo numero di celebri ebrei della Diaspora, compresi il premio Nobel Elie Wiesel, il regista Steven Spielberg e il magnate immobiliare Mortimer Zuckermann”, come riportato dal Wall Street Journal?

    James Petras è convinto che gli antisemiti dovrebbero piuttosto sentirsi delusi. “Madoff ha inflitto un duro colpo a quegli antisemiti secondo i quali esisterebbe “un’elaborata trama ebraica per defraudare i Gentili”, mettendo a riposo questa leggenda una volta per tutte. Fra le principali vittime di Bernard Madoff ci sono stati i suoi più stretti amici e colleghi ebrei, gente che condivideva con lui gli stessi pasti Seder e che frequentava gli stessi altolocati templi di Long Island e Palm Beach”.

    La pensa così anche Michael Hoffman: “L’immensa rapina compiuta da Madoff... fa a pezzi uno degli stereotipi di chi odia gli ebrei: e cioè che gli ebrei non facciano altro... che derubare i gentili e approfittare collettivamente delle proprie ruberie. Questa è ignoranza crassa... Contrariamente all’opinione comune, l’ebraismo non fa bene agli ebrei. Sulle prime essi potranno anche imbrogliare i gentili, ma prima o dopo finiscono per farsi le scarpe a vicenda”. Hoffman si spinge oltre e afferma: “Le principali vittime dell’ebraismo non sono i gentili, ma gli ebrei stessi”.

    Si esita a disilludere un cuore così nobile. Benché le generose affermazioni di Hoffman siano certamente corrette nel senso più profondamente spirituale, la strategia giudaica, sul medio periodo, risulta vincente sul piano concreto. Di bancarotta in bancarotta, di imbroglio in imbroglio, da una truffa assicurativa a quella seguente, la ricchezza complessiva della comunità ebraica cresce in modo costante grazie alla filantropia intra-giudea. Certo, Spielberg e la Yeshiva University hanno perso un po’ di contante in questa debacle, ma sull’altro versante miliardi di dollari sono entrati e sono rimasti nelle casse della comunità ebraica. Si potrebbe vedere Madoff come un terrorista ebreo suicida: si è fatto saltare in aria sul piano finanziario, e le perdite immediate subite da alcuni investitori ebrei sono state i danni collaterali. Ma il risultato complessivo è stato quello di trasferire in modo permanente una gran quantità di ricchezza dei gentili agli ebrei.

    Come al solito, le denunce di antisemitismo servono a coprire i fatti nudi e crudi. Sentiamo parlare di investitori ebrei ridotti sul lastrico, ma la maggioranza dei gonzi di Madoff erano non-ebrei, come ha correttamente osservato Leo Schmidt, corrispondente di Peter Myers da Kandahar, in Afghanistan. “La maggioranza dei gonzi di Madoff erano soggetti non ebrei, banche, fondi e aziende. L’affermazione secondo la quale le fondazioni ebraiche avrebbero subito il colpo più duro è palesemente falsa. Il danno subito dalle fondazioni ebraiche impallidisce di fronte alle conseguenze subite da numerosi istituti finanziari, fondi e aziende che sono stati elencati da Henry Blodget”. Del resto, gli investitori ebreo-americani (al contrario dei non-ebrei d’Europa e delle loro banche) si vedranno restituire i loro investimenti grazie al piano di protezione dalle frodi finanziarie elaborato dal governo.

    Perciò gli antisemiti non hanno motivo di gioire. Un truffatore ebreo non è una notizia, e neanche un truffatore ebreo che ha avuto successo. Gli ebrei non hanno perso, hanno vinto. Le loro lagne e le loro recriminazioni sono tanto autentiche quanto la contabilità di Madoff. Anche la gioia del Dr. Petras era prematura, quando scriveva: “La truffa potrebbe ridurre i fondi che l’AIPAC conta di utilizzare per influenzare il Congresso e finanziare campagne propagandistiche a favore di un attacco preventivo americano contro l’Iran”. Non così in fretta, Jim! Anche se alcune organizzazioni ebraiche e sioniste hanno perso denaro, la somma totale delle disponibilità degli ebrei è cresciuta e questa nuova ricchezza troverà presto la propria strada verso la Lobby Sionista e altri simili apparati. Questo significa che non c’è nulla da fare? No. Dove esiste volontà, esiste rimedio.

    Se da un lato sarebbe ingiusto confiscare i fondi privati di singoli ebrei innocenti per compensare i misfatti dei truffatori giudei, i beni del “popolo ebraico” sono un altro discorso. Queste enormi proprietà non sono altro che manomorta, come lo erano le proprietà della Chiesa durante il medioevo. “Manomorta” significa che non si può citarli in giudizio. Tutte le perdite sono vostre, mentre tutti i profitti spettano a loro. Un regime del genere è troppo bello per durare in eterno. Le riforme non avrebbero mai avuto luogo se non fosse stato per la manomorta ecclesiastica. I sovrani, a un certo punto, si videro costretti a espropriare i beni della Chiesa, o essa sarebbe diventata troppo potente e avrebbe messo a repentaglio il loro predominio economico. Ora è tempo di fare i conti con la manomorta ebraica. Hanno approfittato dei misfatti di Madoff, ora ne paghino il prezzo.

    Questi beni sono controllati da altri Madoff ancora a piede libero e da altri leader del sionismo. Il Jewish National Fund (JNF) è “una corporazione multinazionale con uffici in una dozzina di paesi sparsi in tutto il mondo. Riceve milioni di dollari di contributi da parte di ricchi ebrei di tutto il mondo, molti dei quali esentasse. L’obiettivo della JNF è quello di acquisire territori e farli sviluppare ad esclusivo beneficio degli ebrei. Affitta terre soltanto agli ebrei”. Il nostro amico Jonathan Cook di Nazareth la ha descritta come un’istituzione razzista di immenso potere e ricchezza. La JNF ha ricevuto contributi da Madoff e anche da altre persone che avevano guadagnato denaro grazie alle truffe di Madoff, sostenute dalla stessa JNF.

    Un’altra possibile istituzione di manomorta con ampi possedimenti è la Conferenza delle Rivendicazioni Materiali Ebraiche contro la Germania. Questo fondo, stando ad Haaretz, ha ricevuto miliardi di dollari in beni immobiliari della Germania Est grazie ad una clausola della legge tedesca che lo riconosce proprietario di tutti i beni appartenenti a vittime dell’Olocausto che siano morte senza eredi. Non preoccupatevi: questi soldi non servono affatto ad aiutare i poveri vecchi ebrei. Un titolo di Haaretz ci informa che “i sopravvissuti ricevono solo una piccolissima fetta dei compensi per l’Olocausto”. Questa massa di denaro dovrebbe essere utilizzata per risarcire i gentili defraudati.

    Già che ci siamo, queste ed altre istituzioni ebraiche potrebbero essere accusate non solo per le perdite relativamente contenute provocate da Madoff, ma anche per quelle molto più ampie provocate dal talmudaro Alan Greenspan e dal suo collega della Yeshiva, Ben Bernanke. Non serve a niente odiare Greenspan e chiamarlo Nemico Pubblico Numero Uno: l’importante è porre rimedio al risultato che ha ottenuto, il trasferimento massiccio di ricchezza dagli americani medi ai super-ricchi e da questi alle cause ebraiche. Tra queste ultime, il Centro per la Tolleranza Simon Wiesenthal dovrebbe essere anch’esso un obiettivo primario, il che potrebbe salvare Gerusalemme dalla mostruosità che esso prevede di costruire nel centro della città, sopra il cimitero di Mamilla. (Per essere “tolleranti” secondo gli standard del Centro Simon Wiesenthal bisogna essere sostenitori della censura e del bombardamento dell’Iran!).

    Espropriare questi enti non recherebbe danno a nessuna persona onesta di origine ebrea. Al contrario: farebbe cessare il principale motivo di antagonismo tra ebrei e non ebrei. Gli ebrei si troverebbero senza più fondi separati che si prendano cura di loro e riconoscerebbero di essere nella stessa barca con i loro concittadini non ebrei. La Lobby Ebraica si ridurrebbe nuovamente alle sue dimensioni naturali, che dovrebbero essere, più o meno, pari a quelle della Lobby Cubana e gli USA si riprenderebbero dalla loro malattia.

    Noi israeliani trarremmo i maggiori benefici da una simile iniziativa. Isaac Deutscher ha imputato la crescita negativa di Israele all’influsso dei super-ricchi ebrei americani: “Un ricco ebreo americano è orgoglioso, in fondo al cuore, di essere un membro del Popolo Eletto e in Israele sfrutta la propria influenza per favorire l’oscurantismo e le forze reazionarie. Tiene vivo lo spirito di esclusività e superiorità razziale voluto dal Talmud. Alimenta ed infiamma l’antagonismo verso gli arabi”. Se questa gente dovesse pagare per i suoi misfatti, non solo gli antisemiti, ma gli stessi ebrei avrebbero ottime ragioni per rallegrarsi.

    Versione originale:

    Fonte Prima: http://www.israelshamir.net/
    Link: http://www.israelshamir.net/English/Madoff.htm
    22.12.08

    Versione italiana:
    Fonte seconda: http://blogghete.blog.dada.net/
    23.12.08

    Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

    Fonte terza: www.ariannaeditrice.it


  3. #2693
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    Citazione Originariamente Scritto da guelfo nero Visualizza Messaggio


    Quarantaquattresimo incontro di formazione militante


    Giovedì 8 gennaio 2009
    ore 15.30


    Aula "Alberto da Giussano"
    Università Cattolica del Sacro Cuore
    Largo Gemelli, 1 Milano

    Tema
    Il silenzio di Sparta: eternità di un modello politico

    Relatore
    Luca Fumagalli



  4. #2694
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    Alla COLLEZIONE COMPLETA digitalizzata (numeri 1-24) de "Il Cinghiale Corazzato" verranno aggiunti nei prossimi giorni i numeri 25 e 26.
    Luca


    Numero 1 - Giugno 2003:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghiale062003

    Numero 2 - Ottobre 2003:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/c...toottobre_2003

    Numero 3 - Dicembre 2003:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/dicembre_2003

    Numero 4 - Febbraio 2004:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/c...azzatomaggio04

    Numero 5 - Maggio 2004:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/c...azzatomaggio04

    Numero 6 - Estate 2004:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato6

    Numero 7 - Novembre 2004:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/c...zatonovembre04

    Numero 8 - Febbraio 2005:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/c...zatofumeprofum

    Numero 9 - Giugno 2005:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato09

    Numero 10 - Settembre 2005:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato10

    Numero 11 - Novembre 2005:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghiale11

    Numero 12 - Febbraio 2006:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato12

    Numero 13 - Aprile 2006:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/indipendenza_13

    Numero 14 - Giugno 2006:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/c...azzatogiugno06

    Numero 15 - Settembre 2006:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato15

    Numero 16 - Novembre 2006:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato16

    Numero 17 - Febbraio 2007:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato17

    Numero 18 - Aprile 2007:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato18

    Numero 19 - Estate 2007:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato19

    Numero 20 - Ottobre 2007:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato20

    Numero 21 - Dicembre 2007:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato21

    Numero 22 - Aprile 2008:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato22

    Numero 23 - Giugno 2008:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato23

    Numero 24 - Agosto 2008:

    http://issuu.com/capcattolica/docs/cinghialecorazzato24

  5. #2695
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    Gaza: la strage

    “A suon di musica festeggerei ciò che la forza aerea israeliana sta facendo". Queste sono le parole pronunciate ad Al Jazeera da Ofer Shmerling, un funzionario della difesa civile israeliana, mentre venivano diffuse le immagini dell'ultimo massacro israeliano.

    Poco tempo prima, caccia F-16 ed elicotteri Apache, forniti ad Israele dagli USA, avevano sganciato più di 100 ordigni su decine di postazioni nella striscia di Gaza, occupata da Israele, uccidendo almeno 195 persone e ferendone centinaia. Molte di queste postazioni erano stazioni di polizia, che, come in tutto il mondo, si trovano in mezzo ad abitazioni civili.

    Molti tra i morti palestinesi sono agenti di polizia. Tra quelli etichettati come “terroristi” vi erano agenti del traffico in fase di addestramento. Un numero ancora sconosciuto di civili sono stati uccisi e feriti; Al Jazeera ha mostrato le immagini di diversi bambini morti, anche perché gli attacchi di Israele sono avvenuti nel momento in cui migliaia di bambini palestinesi erano sulla loro strada di casa da scuola.

    La gioia di Shmerling è stato ripresa da israeliani e dai loro sostenitori in tutto il mondo; la loro violenza è giusta violenza. E' "auto-difesa" contro i "terroristi" e quindi giustificata. I bombardamenti israeliani - come quelli americani e della NATO in Iraq e in Afghanistan - sono bombardamenti per la libertà, la pace e la democrazia.

    Il rationale per questi massacri risiederebbe nel fatto che Israele avrebbe agito in risposta ai razzi lanciati dai palestinesi.

    Ma gli orribili attacchi di oggi segnano solo un mutamento nel metodo israeliano di uccidere i palestinesi. Nei precedenti mesi questi morivano di morte silenziosa, gli anziani e i malati soprattutto, privati di cibo e delle medicine necessarie attraverso l'embargo di due anni attuato dagli israeliani, embargo calcolato e imbastito con lo scopo di apportare sofferenze e privazioni a 1,5 milioni di palestinesi, per lo più profughi e bambini, ingabbiati nella striscia di Gaza. A Gaza, i palestinesi morivano in silenzio per la mancanza di medicine basilari: insulina, terapie anticancro, prodotti per la dialisi, tutte cose di cui gli israeliani ne impedivano l'arrivo.

    Quello che i media non hanno mai messo in discussione è l'idea israeliana di tregua. Che è molto semplice. Sotto una tregua stile-israeliano, i palestinesi hanno il diritto di rimanere in silenzio, mentre Israele li affama, li uccide, e continua con violenza a colonizzare la loro terra. Non solo debilitando i loro corpi, ma anche il loro spirito e la loro mente: a causa dell'embargo, non c'è inchiostro, carta e colla per stampare i libri di testo per gli studenti.

    Questa è la tregua israeliana. Qualsiasi risposta agli attacchi israeliani, anche le proteste pacifiche contro il muro dell'apartheid a Bilin e Nilin nel West Bank, incontrano proiettili e bombe. Non ci sono stati razzi lanciati verso Isreale dal West Bank, tuttavia gli attacchi di Israele, gli omicidi, il furto della terra, i pogrom dei coloni israeliani e i rapimenti non sono mai cessati per un solo giorno durante la tregua. L'Autorità Palestinese a Ramallah si è piegata ad ogni richiesta di Israele, costituendo perfino “forze di sicurezza” per combattere la resistenza nell'interesse di Israele. Niente di tutto ciò ha salvato un solo palestinese o la sua proprietà o il suo sostentamento dalla violenta colonizzazione di Israele. Non ha salvato per esempio la famiglia al-Kurd dal vedersi abbattere la propria casa di 50 anni per far posto all'insediamento dei coloni.

    Ancora una volta stiamo assistendo a massacri a Gaza, come lo scorso marzo quando 110 palestinesi compresi decine di bambini furono uccisi in pochi giorni da Israele. Ancora una volta la gente di tutto il mondo prova rabbia e disperazione per l'impunità con cui questo stato fuorilegge commette tali crimini.

    Ma la rabbia che si esprime oggi in tutti i media del mondo arabo non è diretta solamente contro Israele. Le immagini che vengono riproposte sono quelle del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni al Cairo il giorno di Natale. Sono immagini che mostrano Livni e il ministro degli esteri egiziano sorridere stringendosi le mani.

    Il giornale israeliano Haaretz scrive oggi che mercoledì il governo israeliano “autorizzava il primo ministro, il ministro della difesa e quello degli esteri a decidere i tempi e i metodi” per gli attacchi su Gaza. Chiunque si chiede, cosa ha detto Livni agli egiziani e soprattutto che cosa gli egiziani le hanno detto? Ha ottenuto Israele il via libera per insanguinare di nuovo le strade di Gaza? Pochi sono pronti a dare all'Egitto il beneficio del dubbio dopo che ha aiutato Israele ad assediare Gaza tenendo chiuso il confine di Rafah per più di un anno.

    Al di sopra della rabbia e tristezza che così tante persone avvertono nei confronti delle uccisioni di massa a Gaza esiste un senso di frustrazione sui pochi mezzi per ottenere una risposta politica che possa cambiare il corso degli eventi, porre fine alle sofferenze e portare giustizia.

    Ma vi sono dei mezzi e questo è il momento di sottolinerarli. Già si sono avute notizie di manifestazioni e azioni di solidarietà in città di tutto il mondo. Questo è importante. Ma che cosa accadrà dopo dopo la fine delle dimostrazioni e lo smorzamento della rabbia? Continueremo a lasciaire morire in silenzio i palestinesi a Gaza?

    Fonte primaria: http://electronicintifada.net/v2/article10055.shtml
    Fonte secondaria: www.ariannaeditrice.it


  6. #2696
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Solidarietà incondizionata al popolo palestinese della Striscia di Gaza.

  7. #2697
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    Predefinito Da "Il Cinghiale Corazzato" numero 26, novembre-dicembre 2008

    Segnalazioni librarie

    Cardinale Tommaso Pio Boggiani “Un vescovo contro la Democrazia Cristiana”, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 2008, euro 5

    Domenicano piemontese, dello stesso paese di San Pio V, dopo lunghi anni di insegnamento, fu nominato da san Pio X, visitatore apostolico in ventitré diocesi (tra cui Milano, Verona e altre diocesi romagnole) per portare a termine la profilassi antimodernistica. Nel suo compito inquisitoriale fu ostacolato da vescovi liberali o modernizzanti come lo Svampa di Bologna. Creato cardinale nel 1916 e giunto, dopo varie vicissitudini, a divenire Arcivescovo di Genova, scrisse una lettera pastorale nel luglio del 1920 contro l’aconfessionalismo e il liberalismo del Partito Popolare di Sturzo. E’ un documento raro e prezioso, un colpo di scudiscio contro la nascente “internazionale bianca” del popolarismo che avrebbe funestato l’Europa di quegli anni.


    Alberto Peruffio “I corsari del Kaiser. Le avventure delle navi corsare tedesche durante la grande Guerra”, Marvia, Voghera, euro 18

    Con il trattato di Parigi del 1856, sottoscritto dalle grandi marinerie dell’epoca, la guerra di corsa venne messa al bando, si impediva al privato cittadino atti di guerra. Da allora i corsari sarebbero stati militari che consegnavano al proprio Stato il bottino e le navi nemiche catturate in cambio di premi monetari basati sulla quantità e il tipo di bottino ottenuto. Pure alle navi da guerra tedesche, che solcando i mari durante la prima e la seconda guerra mondiale e che compivano azioni isolate contro il naviglio mercantile, venne affibbiato l’epiteto di vascelli corsari, anche se i loro equipaggi erano costituiti da personale della marina militare germanica.
    Per i Tedeschi, all’inizio della Grande Guerra, la situazione delle loro navi, suddivise lungo i possedimenti delle loro colonie, sparse ai quattro angoli del mondo, impose loro il ricorso alla guerra corsara. Circondati da nemici, su oceani ostili, essi dovettero attaccare imbarcazioni e porti nemici, non soltanto per interrompere il traffico navale, ma anche per approvvigionarsi del necessario per continuare la navigazione e quindi garantirsi la sopravvivenza.
    In un’epoca dove la ricognizione aerea era ai suoi primi passi e il radar al di là da venire, scovare una nave corsara, nell’immensità degli oceani, era come trovare un ago nel pagliaio.
    Solo un avvistamento fortuito o la decrittazione di segnali radio poteva compromettere il celarsi delle navi agli occhi dell’avversario. Ricco e documentato libro, prodotto da un’ottima casa editrice specializzata in militaria.


    Marco Saba “O la Banca o la Vita. Le trame segrete del sistema finanziario mondiale - Una ricerca sulla criminalità finanziaria avvincente come un racconto di spionaggio”, Arianna Editrice, Bologna, 2008, euro 13.50

    Dopo il bestseller Bankenstein, Marco Saba ci offre un'accurata e appassionante ricostruzione della manipolazione economico-finanziaria a cui tutti gli Stati - e noi in prima persona - siamo sottoposti.
    Dai retroscena della Banca Mondiale fino ai segreti della recente crisi di mutui, un vero e proprio trattato di criminologia per comprendere speculazioni borsistiche, collusioni politiche, torbide organizzazioni occulte come il gruppo Bilderberg o la Trilateral, ovvero tutti i protagonisti di questo inquietante sistema criminale di cui siamo prigionieri e spesso involontari complici. Queste élite oligarchiche, libere da qualsiasi potere e controllo democratico, influenzano e dirigono gli eventi e le decisioni politiche ed economiche nazionali e internazionali, con l'obiettivo sempre più palese di realizzare il dominio assoluto di un ristretto numero di soggetti su tutto il Pianeta.


    Roberto Gremmo “Montanari contro il tricolore. L’insorgenza valdostana del 1853 e l’opposizione popolare contro il Conte di Cavour”; Biella, Storia Ribelle, 2005, euro 20

    Una vera rivolta popolare contro il liberismo del conte di Cavour. Dalle rivolte contro il carovita a Pegli, Genova e Arona alle sollevazioni di Stradella, Bra, Carignano, Casale e di gran parte del Cuneese. L’autore traccia un ritratto affascinante e documentato dei principali protagonisti di quelle rivolte popolari, inquadrandole in uno spirito di generale rigetto verso la politica espansionistica cavouriana, gravida di costi e salassi economici per le classi meno abbienti del Regno di Sardegna. L’autore, insigne storico piemontesista, si è segnalato più volte e lungamente per le sue battaglie politico- culturali, nel panorama spesso desolante del Piemonte postmoderno.

  8. #2698
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    La vergogna dell'annientamento Palestinese.

    Era sabato, quando è stato lanciato l'attacco aereo e navale su Gaza da parte delle truppe dello Stato ebraico.
    Era Shabat Shalom, giorno sacro per i giudei. Ci voleva una dispensa speciale, per poter compiere una qualsiasi azione in tale giorno della settimana.
    Figurarsi per un'apocalisse del genere.
    Ma i rabbini talmudici sono abilissimi a fare le leggi e a trovare poi gli inghippi.
    Quindi, il rabbinato che conta, quello riconosciuto dallo Stato ebraico come "autorità", ha compiuto i riti sacri d'obbligo, ha benedetto le milizie e le armi, ha dato il permesso per compire l'eccidio, lo sterminio di uomini, donne, vecchi e bambini: popolazione innocente. Ce l'hanno confermato i quotidiani.
    Si è trattato quindi di un atto sacro a tutti gli effetti, secondo la mentalità rabbinico-talmudica.
    Un vero sacrificio sull'altare della patria sionista: un olocausto in piena regola.
    L'abominio fattosi stato ha partorito il mostro. E l'ha voluto fare, con un calcolo preciso, entro date prestabilite, e prima dello scadere del sessantesimo anniversario della fondazione della colonia di Sion, quella raffinata democrazia a cui la crema della nostra intellighentia ha voluto dedicare fiere culturali e librarie in varie parti d'Europa (che alcuni camerieri delle banche, ricordiamocelo bene, premono affinchè diventi membro UE).
    Così ha festeggiato il periodo natalizio la leadership israeliana, che tiranneggia e perseguita da 60 anni le pietre vive della Terra Santa di Palestina.
    Tra il giorno di Santo Stefano, primo martire ucciso dai giudei in odio a Cristo, e la Festa dei Santi Martiri Innocenti, quelli barbaramente uccisi più di duemila anni fa nell'isterico tentativo di impedire al Cristo di manifestarsi, la "sinagoga di satana " (S. Paolo) ha rievocato i suoi sacrifici rituali.
    Dopo averne cacciato e decimato la popolazione araba autoctona, che vi abitava da sempre, ora il Golem sionista si appresta a terminare il lavoro iniziato agli inizi del secolo scorso. Metodicamente.
    Indisturbatamente e cinicamente Israele persegue la sua strategia di pulizia etnica sotto gli occhi sbigottiti del mondo, ma peggio ancora con l'avvallo dei media e dei poteri forti, che di fronte al "popolo eletto" dimostrano di essere invece molto deboli.
    Addirittura il solito giornalista di regime (askenazi-kazaro), lo splendido Pagliara, ha il coraggio e la faccia tosta di presentarci uno speciale TG-RAI, dove vorrebbe mettere in evidenza le persecuzioni, inesistenti, dei cristiani a causa di Hamas in Terra Santa. Propaganda di guerra. Sfacciatissima e senza alcun pudore, a fronte delle centinaia di morti innocenti sul campo. L'insensibilità e la maleducazione regnano sovrane.
    Egli evidenzia le passate persecuzioni contro i cristiani, al nord, in Galilea, da parte dei Drusi, comunità risaputamente esclusa e scismatica rispetto al mondo islamico; senza però dire che proprio per questo essa viene usata da sempre, dallo Stato sionista, per condurre rappresaglie e incursioni nei villaggi arabi, che essi odiano atavicamente, oppure come servizio ai check-point, con la certezza che essi useranno maggior zelo e cattiveria nell'applicare restrizioni alla popolazione araba, cristiana e musulmana. Non lo dice questo il Pagliara.
    Tira in ballo persecuzioni datate e dovute più che altro a interessi mafiosi locali, che con la religione c'entrano ben poco. Rispolvera uno spezzone datato di video, pochi secondi faziosamente estrapolati, relativi ad un'intervista di Padre Pizzaballa, Custode francescano di Terra Santa, che accenna al fatto che vi siano a volte dei problemi con alcune fazioni. E questo si sapeva, ma anche qui si tratta quasi sempre di motivazioni di carattere economico e mafioso locale, in cui ancora una volta le motivazioni confessionali c'entrano poco.
    La popolazione è a maggioranza musulmana, certo, e talvolta si generano attriti, specie quando i leader politici occidentali, che appoggiano apertamente, politicamente, militarmente e commercialmente Israele, che sono o si professano cristiani, partecipano alle sofferenze del popolo palestinese, con embarghi, vendita d'armi, cemento per i "muri", ecc. Ma dire che in Terra Santa ci sia in atto una persecuzione da parte musulmana nei confronti dei cristiani è certamente una falsità, e chiunque conosca un po' l'area lo sa.
    È vero il contrario, che l'occupazione giudaico-sionista ha provocato esodo e disperazione ad entrambe le comunità, che per questo esse sono invece oggi più accomunate e solidali.
    Il sindaco di Betlemme, per tradizione cristiano, è stato eletto con i voti di Hams.
    Egli, come il suo consimile Allam Magdi, mente sapendo di mentire.
    Dice per esempio che la Messa di Natale a Gaza non si è potuta svolgere per colpa di Hamas. Ma non è vero: è stato il parroco di Gaza, d'accordo coi fedeli, ad esprimere questa forma di protesta, "niente Messa a Natale", seppur discutibile, per denunciare un'occupazione e assedio che impedisce lo svolgimento normale della vita. Ed è stato l'esercito israeliano a bloccare i religiosi cattolici che si volevano recare a Gaza per le funzioni religiose.
    Bloccati furono anche tutti i giornalisti che volevano entrare a Gaza, con la scusa della sicurezza, ma in realtà per non permettere di registrare l'atroce realtà di vita di una popolazione intera.

    Ma Pagliara ci dice invece che le frontiere di Gaza "sono aperte solo per i giornalisti". Bugia!!!
    Non dice il Pagliara del vino Cremisan bloccato nei porti, per l'esportazione, ed ai posti di blocco, per il trasporto nel resto della Terra Santa, e neppure delle tonnellate d'uva fatte marcire apposta nei camion sequestrati e bloccati, con scuse, dalle milizie israeliane.
    Pagliara non dice nulla di tutte le carognate commesse dal governo di Tel Aviv, come sempre, ma pretende di aizzare gli italiani, per giustificare il massacro che si sta compiendo in Palestina. L'ennesimo da sessant'anni a questa parte.
    Quello di Pagliara è quindi assolutamente un falso, confezionato, o sarebbe meglio dire fattogli confezionare, dalla solita lobby, quella che gli passa le veline da leggere.
    Una trasmissione tutta confezionata sullo stile classico e perfido di dire una mezza verità e tre bugie, per condizionare e costruire un consenso islamofobico, che già in Italia sta avendo successo; complice purtroppo il comportamento a volte deplorevole di alcuni musulmani, o sedicenti tali, residenti in Italia, ma che con la Terra Santa non hanno comunque nulla a che fare.
    Ma purtroppo la TV fa scuola, e chi si beve le scempiaggini del Grande Fratello si può benissimo bere anche quelle dei Fratelli Maggiori e loro maggiordomi, che si danno un gran da fare a propagandare quel che serve alla lobby israelita per commettere i suoi crimini indisturbata, a danno del contribuente italiano che paga persino per farsi lavare il cervello a vantaggio di Sion.
    Semaforo verde quindi per bombardamenti ed uccisioni. Ma moderatamente, senza esagerare.
    Tutti fanno la loro sceneggiata: qualche rimostranza di rito da parte delle autorità internazionali, le condanne da copione dei paesi arabi "fratelli", ma nulla più. Niente embarghi, niente sanzioni (e come potrebbero se le maggiori compagnie finanziarie e commerciali sono tutte in mano israelita?), niente "guerra preventiva contro uno stato canaglia": niente di niente.
    Nessuno ha il potere di fare nulla, Israele lo sa bene, nè a occidente, nè a oriente. Troppi interessi.
    E perciò il Golem sionista continuerà a seminare morte e distruzione, lutti e disperazione.
    Entrerà a Gaza in forze, con copertura di cielo e di mare, ammazzerà tutti gli uomini abili alla resistenza, i dirigenti politici, militari, religiosi, che il popolo si era scelto perchè onesti e non corrotti come quelli di Abu Mazen, che hanno già consegnato quel poco che restava della Palestina di Cisgiordania in mani sioniste.
    Ammazzeranno anche quanti più bambini possibile, e giovani donne, perchè i primi crescerebbero con l'odio nel cuore e le seconde ne potrebbero mettere al mondo altri.
    Lascieranno sul campo solo detriti e macerie, vecchi e malati, zoppi e feriti.
    E avanti il prossimo, sotto a chi tocca. Dopo la Palestina il mondo intero.
    L'olocausto è stato compiuto.
    Abbiamo il cuore pieno di tristezza, ma siamo certi delle Sue promesse, "Non praevalebunt".

    Fonte primaria:http://www.terrasantalibera.org/Gaza...ocenti2008.htm
    Fonte secondaria: http://www.ariannaeditrice.it


  9. #2699
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    Stragi a Gaza, la verità manipolata da modelli comunicativi articolati

    Il modello di costruzione delle news che ha unificato i tg di Rai e Mediaset nella copertura della crisi di Gaza viene da lontano
    1. Il Glasgow Media Group e la Palestina

    gaza_muro.jpgIl Glasgow Media Group, una rete di accademici e ricercatori britannici che si occupa da oltre un trentennio di monitorare i media del Regno Unito, ha pubblicato nel 2006 un interessante testo di analisi sulla copertura che i media inglesi e scozzesi hanno dato al conflitto israelo-palestinese. La ricerca diretta da Greg Philo, uno dei teorici di punta del Glasgow Media Group, e da Mike Berry si chiama Bad News From Israel e non è ovviamente tradotta in Italia dove la saggistica sui temi riguardanti l’informazione risente sempre dell’influenza e del controllo della comunicazione politica istituzionale. Philo e Berry hanno coordinato un lavoro sia di analisi qualitativa che quantitativa, da parte dei ricercatori del Glasgow, su 200 differenti edizioni di tg di BBC one e ITV News, ritenuti rappresentativi del panorama mediale britannico monitorando il conflitto israelo-palestinese in un periodo che va dal 2000 al 2002. Allo stesso tempo sono state intervistate più di 800 persone sulla ricezione delle notizie date dalla televisione in quel periodo. Tra gli intervistati, oltre a telespettatori presi a campione dalla popolazione, c’erano anche specialisti del mondo dei media britannici come George Alagiah e Brian Hanrahan della BBC e Lindsey Hilsum di Channel Four e il regista Ken Loach. Questo per dare alla fase qualitativa delle interviste sia il taglio dell’approfondimento legato al tema della ricezione, e della interpretazione, delle notizie da parte della popolazione sia quello della formazione delle categorie critiche rispetto alla costruzione simbolica del reale operata dai media tramite le notizie. A parte la specificità del tema, se si parla di Israele nel nostro paese è facile incorrere nella incredibile accusa di “antisemitismo di sinistra”, un lavoro così sistematico, sofisticato nell’impianto categoriale che usa è ancora impensabile in Italia. Per diversi motivi: perché gli specialisti di comunicazione politica sono quasi tutti arruolati del mainstream, per lo stato di minorità teorica in materia di media di buona parte dell’informazione alternativa, perché in materia di equilibrio dell’informazione in tv in Italia il dibattito è drogato dalla questione del conflitto di interessi di Berlusconi e dall’illusione che una volta risolto questo conflitto le notizie possano tornare libere. Inoltre lavori come quello diretto da Philo e Berry in Italia rischiano di non trovare né editoria universitaria, strangolata dalle necessità di bilancio, né tantomeno editoria maggiore che deve sempre fare i conti, anche in quel campo, con la presenza di Berlusconi. Allo stesso tempo le autorità di controllo, nazionali e regionali, che commissionano lavori di monitoraggio della comunicazione lo fanno principalmente su criteri mainstream e non certo critici come quelli di Philo e Berry. E’ il classico circolo vizioso: in Italia l’intreccio tra media e politica produce la notizia generalista, le autorità di controllo, costituite dallo stesso intreccio, la monitorizzano secondo gli stessi criteri cognitivi che hanno prodotto questa notizia. E la situazione italiana è per adesso lontana dallo sbloccarsi: nelle recenti vertenze su scuola, università e Alitalia i movimenti i media li hanno semplicemente subiti senza capire che l’agenda setting dei tg è ormai la forza decisiva in ogni contrattazione sindacale, quella che sposta la bilancia a favore di istituzioni e imprenditori in ogni conflitto.

    2. I punti salienti della ricerca di Philo e Berry

    La ricerca diretta da Philo e Berry ha quindi un doppio valore: quello essere un lavoro critico e sistematico sui telegiornali come non ce ne sono in Italia, e quello di indicare lo standard di copertura e di ricezione delle notizie nel conflitto israelo-palestinese così come si è formato in questi anni nella BBC e che, come possiamo constatare, riassume gli stessi standard complessivi dell’informazione occidentale istituzionale in materia . Andiamo a vedere quindi i punti salienti dei risultati della analisi del lavoro diretto da Philo e Berry. Non prima di aver ricordato un fatto esemplare presente in questa ricerca: la stragrande maggioranza dei bambini uccisi durante la seconda intifada sono stati classificati nei tg britannici come vittime di crossfire, fuoco incrociato. Immaginate la dinamica reale, dei bambini che durante l’intifada tirano pietre all’esercito israeliano, e come è stata riportata la notizia: dei ragazzi sempre e inevitabilmente vittime di uno scontro a fuoco incrociato tra truppe israeliane e palestinesi. Con questi ultimi spesso rappresentati o come coloro che si fanno scudo dei bambini o come coloro che hanno scatenato gli incidenti che hanno prodotto il crossfire.

    Ecco i risultati salienti della ricerca diretta da Philo e Berry

    1) Sul piano della percezione delle notizie nei tg monitorati, gli spettatori intervistati si sono detti confusi nella ricezione dell’insieme del conflitto mentre allo stesso tempo hanno assimilato chiaramente gli argomenti e i linguaggi espressi nei comunicati ufficiali del governo israeliano. Questo anche a causa del fatto che, mediamente, gli israeliani sono stati intervistati oltre il 100% in più delle volte rispetto ai palestinesi e in un contesto di interviste più chiaro e approfondito.

    2) Nell’insieme delle cronache e dei commenti è largamente maggioritaria la presenza dei commenti ufficiali del governo di Israele. Sul primo canale della BBC è stata norma intervistare due israeliani ogni palestinese. A supporto delle tesi israeliane sono stati intervistati una serie di parlamentari Usa apertamente a favore di Israele. Quest’ultima categoria di intervistati sulla questione israelo-palestinese è apparsa su BBC one più di qualsiasi altro parlamentare non britannico sullo stesso tema e in misura almeno due volte superiore a quella di qualsiasi parlamentare britannico intervistato sul tema.

    3) Un altro grande fattore di confusione, per gli spettatori intervistati, è stata l’assenza di contestualizzazione storica del conflitto israelo-palestinese. Di conseguenza, buona parte degli spettatori britannici non sapeva neanche “chi” stesse effettivamente occupando i territori occupati, se gli israeliani o addirittura i palestinesi. Praticamente nessuno sapeva che gli israeliani controllano acqua e risorse dei palestinesi. Diversi spettatori intervistati credevano che i palestinesi volessero occupare territori israeliani facendogli fare la fine dei “territori già occupati dai palestinesi”

    4) Siccome non è presente nessuna ricostruzione storica degli eventi, la tendenza dei telespettatori intervistati è di concepire gli eventi come “iniziati” con l’azione dei palestinesi. Quindi praticamente qualsiasi battaglia o incidente in corso viene concepito dai telespettatori come iniziato dai palestinesi con successiva risposta israeliana. Gli storici del futuro avranno così enormi problemi a sostenere tesi differenti da questa versione, ormai implementata nella percezione generale dello scontro israelo-palestinese. Come dice un ventenne intervistato dal Glasgow Media Group “pensi sempre che i palestinesi siano gente aggressiva dopo quello che hai visto in tv”.

    5) Nella costruzione delle notizie gli insediamenti dei coloni sono sempre rappresentati come comunità vulnerabili piuttosto che come istituzioni che hanno un ruolo decisivo nell’occupazione dei territori. Come riportato da Bad News from Israel i coloni occupano il 40% del West Bank. La grande maggioranza dei telespettatori intervistati non solo non aveva alcuna idea di questa percentuale ma si è sempre rappresentata gli insediamenti di coloni come quella di piccoli gruppi isolati entro un enorme territorio palestinese.

    6) Una netta differenza di enfasi nella rappresentazione delle morti israeliane rispetto a quelle palestinesi (che, durante la seconda intifada, sono state almeno tre volte superiori a quelle israeliane). Nella settimana del marzo 2002 in cui più alto in assoluto è stato il numero dei decessi palestinesi è stato dato comunque più spazio, in termini di minuti e di rilievo della notizia, alle morti israeliane. I termini quali “macelleria”, “atrocità”, “brutale assassinio”, “selvaggio omicidio a sangue freddo” sono stati usati per definire solo omicidi di cittadini israeliani e mai, in nessun caso statistico quindi, per definire l’uccisione di palestinesi. Per i bambini palestinesi, come abbiamo visto, c’è il metodo di definirli come vittime del fuoco incrociato. Originato dai palestinesi. Diversi telespettatori intervistati sulla percezione del fenomeno mediato dalle news hanno detto che “le vittime israeliane sono in numero almeno cinque volte superiori a quelle palestinesi”. Un sovvertimento della realtà statistica di tipo spettacolare.

    Gli impressionanti risultati di questo lavoro di Philo e Berry mostrano una copertura mediale di applicazione fatta di disinformazione e propaganda lunga due anni e coestensiva con tutta la fase acuta della seconda intifada. E stiamo parlando della BBC, un media che, anche in questi anni, ha saputo mantenere caratteri di indipendenza essendo risultato per questo estremamente sgradito al governo Blair prima, dopo e durante l’invasione dell’Iraq del 2003, appena un anno dopo i fatti rilevati dal Glasgow Media Group. La BBC nel caso israelo-palestinese, ovviamente per decisione congiunta tra piano politico istituzionale e quello mediale editoriale che non è stata così salda sulla questione Iraq, rappresenta quindi un modello di come queste tattiche di costruzione della notizia possano applicarsi sistematicamente e con pieno successo alla disinformazione e alla propaganda in materia di comprensione del conflitto, di rapporti di forza tra le parti e la sostanza delle posizioni politiche, toccando persino la stessa comprensione geografica della zona e la proporzione del numero di morti tra gli schieramenti.
    Questo genere di tattiche, di cui il testo di Philo e Berry rappresentano eloquente capacità di comprensione, non è però isolabile al solo conflitto israelo-palestinese. Si tratta infatti di un corpo di applicazioni mediali in materia di disinformazione e propaganda che, pur essendosi formate durante gli anni ’80 nel mondo occidentale (si veda la vicenda della copertura mediale della guerra delle Falkland), trovano una diffusione e una legittimazione globale nel periodo della prima guerra del golfo all’inizio degli anni ’90. La caduta del muro di Berlino ha avuto come conseguenza anche l’unificazione della comunicazione televisiva e, con la guerra del Golfo del ’91, questo genere di tattiche ha trovato una legittimazione nel sistema mediale del nuovo mondo delle comunicazioni. L’applicazione al caso israelo-palestinese da parte della BBC non rappresenta quindi l’anomalia ma la norma di un genere di tattiche di costruzione del reale da parte del media mainstream ufficiale di tipo occidentale. Che a partire dall’inizio degli anni ’90 si è costruito come egemonia e norma linguistica delle infrastrutture tecnologica di senso delle comunicazioni globali.

    3. Il caso italiano

    Nel caso italiano possiamo tranquillamente affermare che questo modello di costruzione delle notizie, e quindi della realtà, sia applicabile non solo nei punti salienti rilevati nel lavoro diretto da Philo e Berry ma anche in quelli della recezione da parte dalla popolazione del nostro paese in termini simili rispetto a quella britannica. I sei punti emersi dallo studio del Glasgow Media Group, sia nell’aspetto di costruzione delle notizie che in quello della loro ricezione, rappresentano quindi una formidabile anticipazione su come i media italiani tratteranno la questione israelo-palestinese e di come nel nostro paese questo sarà recepito per tutto il conflitto apertosi di recente. Basta rileggere le categorie emerse in Bad News From Israel per poter classificare le notizie dei tg di questi giorni, sia del servizio pubblico che delle tv private, nel novero delle tattiche di propaganda e disinformazione operate a favore di una percezione positiva dell’agire dello stato di Israele nel conflitto.
    Possiamo dire che in Italia l’attenzione all’applicazione delle tattiche di disinformazione e di propaganda sulla vicenda di Gaza è cominciata prima del conflitto. Infatti, la notizia dell’imminente attacco a Gaza, quando sui tg tedeschi aveva già preso piede entro una copertura internazionale degli effetti della crisi, è stata abbondatemente sepolta sotto le notizie dedicate al maltempo e all’interruzione dei sentieri di montagna e rappresentata unanimemente come “operazione chirurgica”, limitata, di breve durata ed escludente la popolazione nei suoi effetti. Il fatto che la breve durata dell’operazione sia stata smentita dallo stesso governo israeliano il giorno dopo, senza che i tg italiani abbiano dato notizia di questa contraddizione, mostra il doppio lavoro fatto a favore di Israele da parte dei tg italiani a reti unificate. Il primo neutralizzando la portata della notizia dell’attacco a Gaza , tenendo così calma l’opinione pubblica italiana ed evitando l’ ”effetto concerto” a livello di attenzione dell’ opinione pubblica europea, il secondo evitando di contraddire il governo israeliano su una contraddizione palese rispetto a dichiarazioni così importanti.
    Il giorno dell’attacco israeliano a Gaza, viste queste premesse, ha rappresentato una delle tante Caporetto della libertà di informazione in Italia. Per rappresentare l’attacco chirurgico il media mainstream italiano ha estrapolato 155 (sui 200 complessivi) morti tra la polizia palestinese battezzandoli come “la polizia di Hamas”, quando invece si tratta di giovani universitari che si arruolano nella polizia municipale per sfuggire alla disoccupazione e che non sono inquadrabili come Hamas. Il capo della polizia municipale deceduto è stato frettolosamente ribattezzato come “il capo della polizia di Hamas” per dare l’idea del fatto che era stato colpito un bersaglio eccellente e che, insomma, “solo” 45 morti su 200 bersagli colpiti possono essere classificati come effetti collaterali di una operazione chirurgica. In realtà secondo fonti della cooperazione internazionale si è semplicemente sparato nel mucchio, compresa una scuola elementare, e nessun obiettivo sensibile o capo storico di Hamas è stato colpito il primo giorno. Del resto la verità non la si può dire: se si vuol colpire una organizzazione bisogna fare terra bruciata del consenso che ha dalla popolazione circostante. Come è stato sperimentato nella “missione di pace” afghana, quella tenuta in piedi dal centrodestra e dal centrosinistra, dove si bombardano i villaggi per suggerire, ai villaggi restanti, che è meglio non dare solidarietà alla resistenza.
    Una volta costruita, anche se in maniera approssimativa, l’operazione chirurgica i tg unificati sono passati a rappresentare le reazioni politiche. Nei tg italiani la sproporzione, due israeliani intervistati ogni palestinese, tenuta dalla BBC è stata abbondantemente sorpassata. Nel tg1 delle 20,00 di sabato 27 il monologo delle posizioni ufficiali del governo israeliano è stato interrotto da un brevissimo flash di un rappresentante di Hamas che è stato solo citato nella seguente frase “è stata una provocazione” senza possibilità di far aggiungere una lettura dei fatti da parte di quella che è comunque una componente del conflitto. Ma dopo le posizioni politiche delle parti in conflitto, rappresentate in modo così sbilanciato, si è passati alla fase del commento. Il tg1 ha intervistato una giornalista del Corriere della Sera che ha semplicemente ripetuto le tesi del governo israeliano aggiungendo persino un beffardo “la guerra in fin dei conti fa comodo anche ad Hamas perché la popolazione palestinese tende a stringersi attorno a chi è attaccato”.
    L’aspetto sicuramente caratteristico dei media italiani sta poi nel fatto che non sono neanche in grado di mantenere le forme. L’inviato dal fronte del tg1 delle 13,30 di domenica 28 ha testualmente detto in diretta “cito direttamente le conclusioni del briefing riservato delle forze militari israeliane al quale ho avuto l’onore di partecipare”. Siccome i briefing riservati in momenti di crisi si fanno solo con i media strettamente amici, il giornalista italiano non si è reso probabilmente conto dell’enormità che ha detto in diretta: ha semplicemente sputtanato il ruolo di imparzialità apparente, buona norma di ogni giornalista schierato che fa lavoro di propaganda, per l’ansia di rivelare uno scoop. Del resto nella serata del 28 la Rai ha trasmesso una intervista praticamente a reti unificate del ministro degli esteri israeliano, futuro candidato a primo ministro.
    Nel circuito ufficiale dei media italiani si somma quindi la consolidata propaganda usata su temi nazionali, in funzione anche nettamente antisindacale, a quella di tipo internazionale. E quest’ultima è leggibile e riconoscibile secondo modelli consolidati dall’inizio degli anni ’90 e che sono stati isolati dalla ricerca del Glasgow Media Group in questo lavoro sulla copertura britannica delle notizie sul conflitto israelo-palestinese.
    E qui tanto per sparare sulla croce rossa bisogna ricordare che il centrosinistra, nelle sue varie articolazioni, in quasi un quindicennio dopo il referendum del ’95 sulla concentrazione proprietaria delle tv, ha mai messo in discussione questo sistema di integrazione tra politica e notizie sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Perché né è parte integrante. Per questo l’emergenza democratica dell’informazione in Italia non ha mai fatto veramente parte dell’agenda politica mainstream.
    Viene quindi da lontano il modello sovranazionale di copertura delle notizie: oltre a influenzare l’opinione pubblica, strutturare la percezione dei fatti quando i partiti sono televisivi (ovvero sempre) detta direttamente l’agenda politica. E inoltre influenza la politica estera perché questa la si fa sempre sul modo di coprire televisivamente i fenomeni. Non a caso una copertura televisiva globale sostanzialmente favorevole alla guerra all’Iraq ha favorito politicamente l’invasione del 2003, nonostante che l’opinione pubblica mondiale fosse contraria. Il modello di integrazione tra politica e media è questo: applicare tattiche di disinformazione e di propaganda alle notizie. Se l’opinione pubblica le recepisce bene, se no agire ugualmente. Tanto alla lunga l’opinione pubblica sfavorevole si disgrega mentre i media agiscono tutti i giorni plasmando e rimodulando la realtà politica.
    E’ d’obbligo un parere da rivolgersi alle organizzazioni che si occupano di solidarietà con la Palestina, in questo contesto. A nostro avviso si tratta di intensificare le manifestazioni sotto la Rai e sotto Mediaset pretendendo di contrattare l’agenda setting delle notizie, delegittimando il ruolo di informazione di queste sedicenti televisioni. La solidarietà con la popolazione palestinese passa oggi da ciò che circola su antenne e parabole satellitari.

    Per Senza Soste, nique la police

    28 dicembre 2008

    Fonte:www.senzasoste.it
    (un ringraziamento ad Andrea Carancini per la segnalazione)


  10. #2700
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    Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

    Intervento dell'ex ministro dell'informazione del governo di unità nazionale palestinese

    di Mustafa Barghouti



    http://it.peacereporter.net/articolo...ini+di+Gaza%3F

    E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

    E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

    E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?

    Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

    So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

    (testo raccolto da Francesca Borri)

 

 
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