Ma...la democrazia?
Il sogno di una democrazia reale è e rimane quel che è: un sogno, un utopia. Non per questo però bisogna rassegnarsi e accettare lo stato di cose attuale come contingente, non per questo si deve chinare il capo e considerare persa una battaglia che viene combattuta dagli albori dell’umanità, la battaglia per un governo giusto.
Qualcuno disse: la democrazia è la peggiore forma di governo, dopo quelle provate fino ad ora.
Come non riconoscere a quest’affermazione di aver evidenziato un’amara verità?
Il cammino verso un governo veramente giusto, verso una democrazia degna di essere tale, è ancora lungo, e plausibilmente disseminato di ingiustizie, soprusi ed abusi.
Ma c’è un dato allarmante. Oggi, in italia, anzichè andare avanti, la democrazia sta regredendo.
È messo in discussione il perno centrale dello stato moderno, che dev’essere alla base dello stato democratico, la separazione dei poteri.
Già compressa dal giusto e necessario principio delle interferenze funzionali, la separazione dei poteri si sta riducendo sempre più in una vuota formula, quasi arcaica, quasi come se fosse passata di moda, detta separazione, quasi come se vi fosse la necessità di tornare al potere assoluto.
La logica del parlamentarismo ha annebbiato i partiti, che hanno perso di vista i veri obiettivi del fare politica, la logica della coalizione ha svuotato di senso il contenuto dei valori di cui i singoli partiti si fanno portatori. I partiti hanno venduto l’anima alla coalizione, e in questa guerra di trincea che si combatte in parlamento non si fanno prigionieri, o si è dentro o si è fuori, perchè ormai il parlamento può essere a pieno titolo identificato come appendice legislativa del governo. È una falsa speranza quella riposta nella separazione di competenze tra esecutivo e legislativo, chi detiene la maggioranza in parlamento fa le leggi mentre governa. Questo perchè, come già detto, i partiti si sono prostrati alla logica della coalizione, l’imperativo è governare, continuare a farlo, non farlo nell’interesse del paese. Se una legge è voluta dall’esecutivo il parlamento la DEVE approvare, a colpi di fiducia, se necessario.
È singolare e curioso notare come nel votare i provvedimenti a più marcato carattere politico le due fazioni di questa guerra si arrocchino sempre di più sulle rispettive posizioni di intransigenza, niente sconti, niente concessioni, o dentro o fuori. Non c’è una via di mezzo, la coalizione su tutto.
E invece no, quello che dev’essere al di sopra di tutto non è la coalizione. La coalizione può essere un mezzo, ma oggi è diventato un fine a sè stesso. Quello che va posto al di sopra sono i valori, civici e morali, la coscienza politica, la buona fede, nei confronti del paese. Ma per lasciarsi guidare da questi valori è necessario ammettere che non sempre si può vincere, non sempre si può avere ragione...cosa che oggi NESSUNO è disposto a fare.

Mentre quindi esecutivo e legislativo si fondono progressivamente in un tutt’uno si assite ad un altro processo di involuzione democratica, che è forse il più pericoloso.
La magistratura, che nulla ha a che fare con governo e parlamento, è attaccata su tutti i fronti proprio perchè troppo sfuggente al controllo dei “vertici”.
Ma chi continua ad attaccare la magistratura forse si è dimenticato che la magistratura è un “vertice” a sè, è scritto nella costituzione. È vero d’altronde che negli ultimi anni si è assistito ad un agghiacciante atteggiamento di sufficienza nei confronti della carta fondamentale, cambiandola a proprio comodo, ma a tutto c’è un limite, e finchè una cosa è scritta nella costituzione, va rispettata. Da tutti.
A onor del vero l’attacco alla magistratura non è un fenomeno recente, è una battaglia che va avanti dal ventennio fascista, ma è agevole notare come si sia manifestato sempre e solo quando i magistrati si siano intromessi in affari “che non li riguardano”, quando tirano in ballo i politici.
Come non ricordare a questo proposito Cesare Mori, il “prefetto di ferro”, mandato nel ’24 da Mussolini a combattere la mafia in Sicilia. Certo i metodi di Mori erano alquanto forti, ma ottenne i suoi risultati, quando però iniziò ad alzare il tiro, ad interessarsi ai “colletti bianchi” della mafia, si cambiò atteggiamento.
Successe che i fascisti siciliani insorsero, ritenendo troppo destabilizzante per gli assetti politici la presenza di un soggetto del genere. Mussolini si arrese, e lo richiamo. La fine della storia è che Mori, il primo che riuscì a far sentire la presenza dello stato alla mafia, allora indisturbata governante dell’isola, venne “sbattuto” in cassazione, a conclusione di un’onorata carriera, e soprattutto ben lontano dalla sicilia e dalla mafia.
Ma la storia si ripete, e con picchi di ipocrisia da far venire il vomito anche ad un mafioso.
Come non ricordare allora quelli che sono ora considerati eroi nazionali, ma che in vita dovettero patire umiliazioni e ingiustizie, proprio in virtù dell’efficienza del loro operato?
E sto parlando di Falcone e Borsellino, lodati quando si dedicarono a smantellare il braccio militare della mafia, ostacolati e delegittimati quando anche loro alzarono il tiro, e si interessarono ai politici. Basti a questo proposito ricordare qualche indicativo episodio: l’incomprensibile assegnazione di Antonio Meli a capo dell’ufficio istruzione di Palermo, quando Falcone era a tutti gli effetti erede naturale di Caponnetto; il conseguente scioglimento del pool di magistrati che tanti risultati aveva conseguito, con la ridicola convinzione che le indagini antimafia dovessero essere dislocate sul territorio a seconda della commissione del fatto, come se Cosa Nostra fosse un’accozzaglia disorganizzata di criminali della domenica; le accuse, “professionisti dell’antimafia”, “centro di potere”, “uso strumentale dei pentiti”, “giustizia politicizzata”...perchè la lotta alla mafia va bene, ma fino a un certo punto.
Poi qualcosa cambia, accade un evento che ribalta il pensare comune, eh si, vengono ammazzati... allora forse erano degli eroi.
Per avvicinarci ai giorni nostri, è d’obbligo spendere un paio di parole su Gian Carlo Caselli, “toga rossa”, a detta dei politici.
È strano però, perchè Caselli si sentì dare anche del fascista, ai tempi della lotta al terrorismo. Eh già, anche Caselli è il tipico esempio di magistrato buono quando attacca i criminali palesi, pessimo quando attacca i professionisti della “politica criminale”.
Poco importa se è stato grazie al suo incalcolabile contributo se si è riusciti a smantellare le Brigate Rosse, poco importa se alla morte di Borsellino abbia chieso egli stesso di essere assegnato alla procura di palermo, poco importa se è stato grazie a lui che gli esecutori materiali delle stragi di Capaci e via D’Amelio sono stati processati e condannati, quello che conta è che ha tirato in ballo i politici. Ma anche in questo caso poco importano le modalità dei fatti, poco importa che al suo arrivo a palermo si è trovato sulla scrivania un fascicolo segretissimo con le dichiarazioni dei pentiti che tiravano in ballo Andreotti, poco importa che il Senato, esaminati gli atti, abbia accordato l’autorizzazione a procedere nei confronti del senatore a vita, poco importa. Poco importa se gli stessi che si scagliarono contro Falcone e Borsellino quando erano in vita, adesso li gettavano in faccia a Caselli additandoli come esempio di metodo.
Tutto questo ha poca importanza, quello che importa è che i rapporti tra mafia e politica sono un tabù, la politica dev’essere “lasciata stare”. E quindi giù anche su di lui le solite accuse, già sentite, “centro di potere” “giustizia politicizzata” ecc ecc...
Caselli, la “toga rossa”, cui il parlamento ha dedicato una legge-l’unica- contra personam impedendogli di fatto di concorrere per la carica di Procuratore nazionale antimafia. Come risarcimento per i danni arrecati al senatore a vita Andreotti, dissero chiaramente.
Già, andreotti, per dirla con la parole di Dell’Utri: portatore sano di cancro giudiziario.
Peccato però che la sentenza di cassazione che dichiarava prescritto il reato di concorso esterno in associazione mafiosa compiuto fino al 1980 fu spacciata dalla stampa e dalla televisione come una sentenza d’assoluzione, peccato.

Pietro Calamandrei scriveva, nel 1935, in Elogio dei giudici scritto da un avvocato:

Sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria.

Parole come macigni.

Mi chiedo, però, se tutti quelli che si divertono ad additare i giudici come “comunisti” sappiano chi è che ha dato il via a questa “moda”.
Correva l’anno 1994, nell’aula bunker di Catanzaro si celebrava un processo per omicidio, e uno degli imputati scatto riferndosi ai pubblici ministeri-Caselli e Violante(se non sbaglio)- e li apostrofò come “i comunista che portano avanti queste cose contro di me”.
Quell’imputato era Totò Riina, altro portatore sano di cancro giudiziario.

Ed ora, in questi anni, abbiamo assistito ad un pericoloso tentativo sempre più incisivo, da parte del governo, di assoggettare la magistratura ai propri interessi, non nel senso che devono indagare su quel che dicono loro, ma nel senso che non devono indagare su quel che riguarda loro.

Me ne rendo conto, lo stato assoluto è vicino.