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Discussione: Storia del CN

  1. #31
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    "Bisogna fare Comunità cristiane come la Sacra Famiglia di Nazareth che vivano nell'Umiltà , nella Semplicità e nella Lode , dove l'altro è CRISTO"
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    ILSIGNORE CI HA CHIAMATO A VIVERE UN CAMMINO DI CONVERSIONE, ATTRAVERSO IL QUALE CI È DATO DI RISCOPRIRE LE RICCHEZZE IMMENSE DELLA NOSTRA FEDE IN UN CATECUMENATO POST-BATTESIMALE, IN CUI, A POCO A POCO, TAPPA PER TAPPA, GRADINO PER GRADINO, POSSIAMO SCENDERE FINO ALLE ACQUE DELLA RIGENERAZIONE ETERNA, AFFINCHÉ IL BATTESIMO,CHE UN GIORNO CI CONFERÌ LA CHIESA POSSA ARRIVARE A ESSERE ,MEDIANTE LA NOSTRA ADESIONE, SACRAMENTO DI SALVEZZA, BUONA NOTIZIA PER GLI UOMINI.

  2. #32
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    Il CAMMINO E LE TAPPE



    <H2 style="TEXT-ALIGN: center" align=center>

    </H2>

    -Le comunità neocatecumenali

    -Processo neocatecumenale

    -Prima tappa: il Kerygma

    -Seconda tappa: il catecumenato post-battesimale

    -Terza tappa: l'elezione, la rinnovazione delle promesse battesimali

    -La Famiglia di Nazareth, immagine delle comunità neocatecumenali






    Breve commento alla Lettera del Santo Padre sul Cammino

    Neocatecumenale


    Le comunità neocatecumenali
    Il Signore ci ha chiamato a vivere un cammino di conversione, attraverso il quale ci è dato di riscoprire le ricchezze immense della nostra fede in un catecumenato post - battesimale, in cui, a poco a poco, tappa per tappa, gradino per gradino, possiamo scendere fino alle acque della rigenerazione eterna, affinché il Battesimo che un giorno ci conferì la Chiesa, possa arrivare ad essere, mediante la nostra adesione, sacramento di salvezza, buona notizia per gli uomini. Con il Neocatecumenato si apre, al centro della pastorale della Parrocchia, un cammino di iniziazione cristiana, che sviluppa una pastorale di evangelizzazione per adulti, generando alla fede tanti fratelli nostri che oggi vivono un cristianesimo abitudinario e dando la possibilità a tanti uomini, che vivono immersi in un mondo secolarizzato, di incontrarsi con il Nostro Signore Gesù attraverso comunità cristiane che vivono la loro fede nella statura adulta dell'amore nella dimensione della Croce e della perfetta unità
    Come sono nate
    Questo cammino è cominciato nel 1964 a Madrid fra i baraccati di "Palomeras altas". Lì Kiko Argüello e alcuni fratelli chiamati dal Signore a vivere il loro cristianesimo in mezzo ai poveri, compartecipando esistenzialmente la vita di quelli che nella loro miseria sopportano le conseguenze del peccato nella nostra società - si trovarono, poiché richiesti dalle stesse persone con le quali vivevano, a dover annunciare la Buona Notizia del Nostro Salvatore Gesù Cristo. Questa parola che nasceva debole e balbuziente per la difficoltà che comporta proclamare il Vangelo a gente senza cultura né educazione di nessun tipo, cominciò a concretizzarsi in una sintesi catechetica: un kerygma potente che, nella misura in cui discendeva sopra i poveri, comportava la nascita di una nuova realtà, la koinonia.
    Con meraviglia fummo testimoni di una Parola che, facendosi carne in gente così povera che la accoglieva con gioia, dava luogo alla nascita di una comunità in preghiera, a una liturgia sorprendente come era la risposta di tanti fratelli che, pieni di peccati, benedicevano il Signore che si era ricordato di loro; così in un periodo di tre anni vedemmo apparire davanti ai nostri occhi, un vero cammino di gestazione alla fede, una specie di catecumenato che andava creando, a poco a poco, una Chiesa, realizzava una comunione fraterna, dava luogo all'amore in una dimensione che stupiva tutti, che era quella della morte per il nemico, la dimensione della Croce.
    Come si sono diffuse
    Questo Amore, fatto visibile in una piccola comunità fu il segno che chiamò alla fede molte persone lontane dalla Chiesa. Così i parroci di S. Frontis in Zamora e di Cristo Re in Madrid ci invitarono a portare nelle loro parrocchie l'esperienza di catechesi che avevano visto: la nostra sorpresa fu di vedere come in quelle parrocchie, il cui ambiente sociologico era diverso da quello delle baracche, nacquero tuttavia, dopo l'annuncio del Kerygma attraverso catechesi di due mesi, comunità in cammino di conversione.
    L'allora Arcivescovo di Madrid, Mons. Casimiro Morcillo, messo in contatto con questa realtà, la appoggiò con entusiasmo e lui stesso ci inviò in quelle parrocchie che chiedevano di incominciare questa esperienza, raccomandandoci di farlo con il parroco in centro. Rapidamente l'esperienza si diffuse in Madrid e in altre diocesi in Spagna.
    Nel 1968, fummo invitati a venire a Roma e, con una lettera dell'Arcivescovo di Madrid per l'allora Cardinal Vicario Dell'Acqua, iniziammo il cammino nella parrocchia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Martiri Canadesi. Esso si diffuse poi in tutta la diocesi attraverso la predicazione di catechisti eletti dalle prime comunità e in tanti altri paesi, in tutti i continenti, tra i quali ci sono paesi di missione.
    Catechisti itineranti
    Ma presto le richieste da parte di parroci di altre diocesi hanno dato luogo al manifestarsi del carisma dei catechisti itineranti, i quali, partendo dalla propria comunità per un certo tempo, si rendono disponibili per portare il neocatecumenato in quelle diocesi che lo richiedono.
    Molte équipes di catechisti itineranti - dopo un'esperienza di evangelizzazione nella propria nazione - sono state chiamate dal Signore ad aprire il cammino in altre nazioni, da dove erano pervenute numerose richieste di Vescovi e parroci, soprattutto a partire dal 1972.
    Per noi, oggi, una delle esperienze più grandi, che ci fa benedire il Signore, è vedere come Dio permette che annunciamo il Vangelo in tante parti del mondo; e non soltanto che proclamiamo il Kerygma, ma che sorga un cammino comunitario di gestazione alla fede, attraverso il quale, col tempo, la parrocchia possa passare da una pastorale di sacramentalizzazione a una pastorale di evangelizzazione.
    Una via concreta per la evangelizzazione dei lontani
    Il cammino neocatecumenale è vissuto all'interno dell'attuale struttura parrocchiale e in comunione con il Vescovo, in regime di piccole comunità formate da persone di diverse età, condizione sociale, mentalità e cultura. Non si tratta di un gruppo spontaneo, né di una associazione cattolica, né di un movimento di spiritualità, né di un gruppo di élite all'interno della parrocchia. Si tratta di persone le quali vogliono riscoprire e vivere pienamente la vita cristiana e le conseguenze essenziali del loro Battesimo attraverso un neocatecumenato, diviso in differenti tappe, simile a quello della Chiesa primitiva, adattato alla loro condizione di battezzati. Queste comunità hanno perciò la missione di essere, al centro della parrocchia, il segno e il sacramento della Chiesa missionaria; aprire una via concreta all'evangelizzazione dei lontani dando - nella misura in cui la fede si sviluppi - i segni che chiamano i pagani a conversione: l'AMORE nella dimensione della Croce e l'UNITA'. "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati, e in questo amore conosceranno tutti che siete miei discepoli" (Gv. 13,34-35). "Padre, io vivendo in loro e tu in me, perché siano perfettamente uno e così il mondo creda che tu mi hai inviato" (Gv. 17,21).
    Portare il Concilio alle parrocchie
    Alla luce del Concilio Ecumenico Vaticano II, il cammino neocatecumenale è apparso ai nostri occhi come una via concreta per edificare la Chiesa in piccole comunità che siano nel mondo il corpo visibile di Cristo risorto. Esse non si impongono, sentono il dovere di non distruggere nulla, di rispettare tutto, presentandosi come il frutto di una Chiesa che si rinnova e che dice ai suoi Padri che sono stati fecondi perché da essi sono nate.
    Carismi e ministeri
    Laddove si sviluppa questa realtà, si intravede una nuova struttura della Chiesa locale formata da piccole comunità cristiane, come un corpo organico, che, nella misura in cui la fede si va dispiegando, fa maturare carismi e richiede ministeri che aiutino, servano e rendano possibile tale rinnovazione dato che essi sono il mezzo voluto da Dio per far crescere costantemente la sua Chiesa (Ef. 4,11; I Cor. 13). Così stiamo vedendo come i carismi che fanno presente il Cristo totale - Cristo Apostolo, Profeta, Diacono, Pastore, Didascalo, fedele al Padre, unito alla sua Chiesa, compassionevole verso i sofferenti, ecc. - appaiono in ciascuna comunità nel presbitero, nei responsabili (per i quali abbiamo chiesto il diaconato), nei catechisti itineranti e locali, nelle vergini, nelle vedove, negli sposi, ecc.


    Processo neocatecumenale

    Spirito del Cammino
    La prima finalità di questo catecumenato o iniziazione alla fede è la formazione della comunità. Questa, al principio, nasce molto imperfettamente poiché nel fondo è sempre condizionata all'adesione di ciascuno alla Parola. Dopo, a poco a poco, i nostri difetti vengono in nostro aiuto obbligandoci ad un ripensamento costante della nostra fede. L'impotenza ad amare, cioè ad assumere dell'altro quello che ci distrugge - i suoi difetti - si impone a noi come interrogativo fortissimo. Amare comincia ad apparire come la distruzione del nostro io, cioè di quello che è la nostra sicurezza, amare insomma sarà morire e la nostra tragedia è non voler morire; amare quello che non sono io sarà sempre un salto nel vuoto, sarà sempre aver vinto la morte.
    È scritto nel capitolo II della lettera agli Ebrei, che l'uomo è sottomesso durante tutta la sua vita al male e al demonio per la paura che ha della morte; per questo Gesù Cristo è venuto "per distruggere mediante la morte il signore della morte, cioè il diavolo, e liberare quanti per paura della timore della morte erano, durante la vita, sottomessi a schiavitù; (Eb. 2,14).
    Se amare veramente è trascendersi totalmente nell'altro, cioè morire a quello che sono io, e tutti siamo sottomessi al maligno durante la vita perché abbiamo paura della morte, è chiaro che se in noi la morte non è stata vinta dalla resurrezione di Gesù Cristo, non possiamo amare. Quale sarà allora il segno che la morte non ha più potere sopra di noi? Quale sarà il segno che noi siamo resuscitati con Cristo? L'amore fino alla morte, l'amore nella dimensione della Croce, l'amore al nemico "come io vi ho amato". "In questo amore riconosceranno tutti che siete miei discepoli". E per questo è necessario rinascere da Dio, ricevere la vita nuova di Cristo risuscitato dalla morte mediante lo Spirito Santo. "Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli".
    Dove nascono
    Dove nascono queste comunità che fanno presente Cristo risorto nell'amore che hanno ricevuto gratuitamente? Nella parrocchia: essa ci appare come il luogo ideale per far apparire la Chiesa locale come "sacramento di salvezza", senza creare una Chiesa parallela, senza distruggere nulla, assumendo a poco a poco la realtà della Chiesa di oggi e il tempo di transizione che vive.
    Missione della parrocchia
    Oggi gran parte dei nostri cristiani tradizionali vivono la loro fede in una dimensione infantile, come dimostra il divorzio evidente tra religione e vita. Per questo è assolutamente necessario un processo serio di conversione che si realizzi nella propria esperienza quotidiana. Un tempo in cui, condotti dalla Parola di Dio e dalla Eucaristia, vissute nella dimensione concreta di una comunità possano sperimentare Cristo Salvatore, possano sperimentare il Regno di Dio che li raggiunge, possano sperimentare la gioia della pace.
    Per arrivare a questo sarà necessario dare nel loro ambiente i segni della fede, segni che facciano presente e credibile Cristo; segni chiari per qualsiasi uomo della strada che Cristo lo ama fino al punto di poterlo liberare dalla sua alienazione, dalla sofferenza, dalla morte.
    "Amatevi come io vi ho amato, in questo amore conosceranno (quell'uomo della strada) che siete miei discepoli". "Siano perfettamente uno come Tu ed io siamo uno perché il mondo creda".
    I segni della fede chiamano la parrocchia a conversione. Mediante l'amore e l'unità di queste comunità di fede, tutta la parrocchia è chiamata a conversione, constatando che, lì dove sono nate queste comunità è stata rivoluzionata positivamente la parrocchia, dati i segni interrogativi creati intorno a sé e chiamando, in conseguenza, molte persone lontane dalla Chiesa che sono entrate in altre comunità nella stessa parrocchia. In questo modo ha incominciato ad apparire una nuova struttura di parrocchia che senza distruggere quella esistente va facendo coscienti tutti i fratelli della necessità assoluta, oggi, di un approfondimento della fede.
    È il ritorno della comunità popolo di Dio, della primitiva Chiesa nella quale attraverso i segni dell'amore nella dimensione della Croce e della perfetta unità si lievita e si sala l'ambiente in cui si trova. Di nuovo il grido "Guardateli come si amano!" sorge in mezzo agli uomini chiamandoli a conversione.
    Come si avvia il cammino
    Quando un parroco desidera iniziare questo cammino, prende contatto con le parrocchie nelle quali esistono comunità neocatecumenali. Dopo essersi reso conto di che cosa sia il cammino e di aver accettato di esserne al centro, chiede che gli vengano inviati dei catechisti, i quali si impegnano a iniziare a guidare il catecumenato, in comunione col parroco. I catechisti parlano anche con tutto il presbiterio, presentando la necessità di inaugurare una pastorale di evangelizzazione attraverso un catecumenato post-battesimale; successivamente hanno un incontro con i movimenti della parrocchia e, da ultimo, fanno un invito a tutti i fedeli durante le messe domenicali. L'équipe di catechisti è composta da un sacerdote, garante dell'ortodossia e della ecclesialità dell'annunzio, e di una coppia e un giovane, costituendo una piccola comunità di evangelizzazione.



    Prima tappa: il Kerygma

    La prima tappa è quella del Kerygma, annuncio di salvezza che si sviluppa attraverso un dialogo diretto ed esistenziale sull'incidenza del cristianesimo nella vita delle persone. Le catechesi si basano sul tripode
    PAROLA - LITURGIA - COMUNITA'
    sul quale sempre si fonderà tutto il percorso neocatecumenale.
    Il precatecumenato
    Formatasi la comunità si inizia la seconda fase: il precatecumenato. È questo un periodo di "kenosis", in cui le persone verificano la loro fede camminando insieme ad altre persone imperfette e peccatrici, nella novità di una comunità concreta che fa da specchio e che chiama ciascuno a conversione nel vedere chiaramente la sua realtà.
    In questo travaglio, la comunità ha bisogno di una parola che illumini la sua realtà e la aiuti: essa celebra la Parola di Dio una volta alla settimana, con temi appropriati - come l'acqua, l'agnello, la sposa, ecc. - per una iniziazione al linguaggio biblico, e l'Eucaristia della domenica il sabato sera. Una volta al mese passa la domenica in ritiro perché ognuno dia liberamente la propria esperienza della Parola e come questa incide sulla propria realtà di lavoro, famiglia, sesso, società ricchezza, ecc.
    Dopo circa due anni, i catechisti che hanno vigilato sulla comunità ritornano e la preparano, in un ritiro di tre giorni, al primo scrutinio di passaggio al catecumenato. In questo scrutinio, alla presenza del Vescovo, viene posta davanti alle persone la prima parte del loro Battesimo affinché dicano "Amen" e la grazia da esso conferita possa crescere ed operare, aprendo la porta al catecumenato.



    Seconda tappa: il catecumenato post-battesimale

    Il catecumenato si sviluppa in due periodi. Durante il primo la comunità perseverando nella Parola, nell'Eucaristia e nella comunione fraterna, sperimenta la potenza di Cristo che porta i neocatecumeni a mettere Dio al centro della propria vita, spogliandosi a poco a poco, senza sforzo, degli idoli (soldi, carriera, affettività) e vigilando come vergini in attesa dello sposo. Dopo circa un anno i catechisti ritornano a preparare lo scrutinio di definitivo passaggio al catecumenato, di modo che il primo scrutinio è come una porta che si apre e che, nel secondo, si chiude. Ora i catecumeni sono iniziati dai catechisti ad una preghiera individuale e quotidiana con la consegna dei Salmi. Dopo, mediante la Traditio e la Redditio Symboli, scoprono come il Battesimo che un giorno diede loro la Chiesa li fa inviati, rendendo testimonianza della loro fede nell'ambiente di lavoro, nella famiglia e soprattutto lavorando nella parrocchia in un apostolato esplicito come l'annuncio del Vangelo, due a due, nelle case del loro quartiere, la catechesi parrocchiale, ecc.
    A questo punto del cammino, le persone sono rese responsabili di trasmettere la fede ai figli e perciò si fanno tre tipi di adunanze: una in famiglia con la partecipazione dei figli, un'altra della comunità e infine riunioni di tutte le comunità della parrocchia per le grandi feste come la Veglia di Pasqua.
    Abbiamo scoperto la gioia più profonda e il centro della nostra vita nella celebrazione della Pasqua, in una veglia che dura fino al sorgere della stella del mattino.
    Dopo ciò si scopre come il Battesimo ci fa figli di Dio e questo mediante la riscoperta e lo studio del Padre Nostro in un contesto di preghiera profonda e meravigliosa e dove si insegna a gridare "Abbà Padre".


    Terza tappa: l'elezione, la rinnovazione delle promesse battesimali

    Il tempo del catecumenato post-battesimale tende a portare i neocatecumeni alla semplicità a farsi piccoli, ad abbandonarsi alla volontà del Padre. Ciò permetterà - sempre guidati dai catechisti in comunione col parroco - di passare, attraverso detto abbandono, a una spiritualità di lode e di ringraziamento, così che siano preparati a entrare nell'ultima fase del cammino: l'elezione e la rinnovazione delle promesse battesimali. Ecco che hanno percorso le tre tappe fondamentali della vita cristiana: umiltà (precatecumenato), semplicità (catecumenato post-battesimale) e lode (elezione e rinnovamento delle promesse battesimali.



    La Famiglia di Nazareth, immagine delle comunità neocatecumenali

    Nicodemo domanda a Gesù "Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse tornare una seconda volta nel seno di sua madre?" (Gv. 3,4)
    Questa frase illustra lo spirito delle comunità neocatecumenali: tornare al seno della Chiesa, tornare a nostra Madre, alla Vergine, perché essa generi e faccia crescere il noi il seme del Battesimo che portiamo dentro. Questo tempo di gestazione e di crescita lo chiamiamo neocatecumenato. Maria, immagine della Chiesa e di ogni cristiano, riceve un annunzio di gioia, una buona notizia: il Messia nascerà in te. Dopo la sua accettazione di questa parola, lo Spirito Santo la coprirà con la sua ombra e inizierà la gestazione della nuova creatura: Cristo Gesù si andrà formando a poco a poco fino alla nascita in Betlemme. Annuncio, gestazione, nascita e vita occulta, nella piccola comunità di Nazareth, dove crescerà fino a raggiungere l'età necessaria per realizzare la missione affidatagli dal Padre; sono le fasi che vogliamo percorrere, convinti che attraverso esse la Chiesa può rinnovarsi per rispondere ai nuovi tempi e servire il mondo di oggi.
    Cristo, costituito da Dio Spirito che dà vita, primogenito di una nuova creazione, rende accessibile al mondo la sua opera di salvezza nella Koinonia, nella Agape di un popolo da Lui risuscitato in una Chiesa, in una comunità di uomini che si amano per il nuovo Spirito diffuso su di loro: lo Spirito Santo.
    Il neocatecumenato si presenta come un periodo di gestazione, nel seno della Chiesa. In quegli uomini che, come Maria dicano il loro "Amen" all'annuncio del Salvatore, la Parola comincia a generare una nuova creazione, opera dello Spirito Santo.
    La Chiesa si presenta come una Madre che genera, nutre, dà alla luce, alleva, fino alla statura dell'uomo nuovo di cui San Paolo dice "Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me".
    E la comunità, in cui Cristo si fa visibile, vive in umiltà, semplicità e lode, come la Sacra Famiglia di Nazareth, consapevole di avere uno scopo: dar tempo che Cristo cresca in essa per compiere la missione affidata da Dio: quella del servo di Jahvè.

  3. #33
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  4. #34
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    Il Cardinale Caffarra spiega il Magistero sulla famiglia di Giovanni Paolo II

    “La vocazione originaria della persona è l’amore”






    BOLOGNA, domenica, 2 aprile 2006 (ZENIT.org).- L’Arcivescovo di Bologna, il Cardinale Carlo Caffarra, ha spiegato che le direttive fondamentali del Magistero di Giovanni Paolo II collocano la “questione matrimonio-famiglia” nella “questione antropologica”, per cui “la vocazione originaria della persona è l’amore”.

    “La persona è nella misura in cui ama”, e “l’amore misura al contempo la consistenza della propria soggettività e dell’affermazione dell’altro”, ha precisato.

    Questo in sintesi il discorso pronunciato dal porporato nell’intervenire a Bologna il 31 marzo presso l’Istituto “Veritatis Splendor”, alla presentazione del secondo volume della Bibliotheca Ioannes Paulus PP. II di FMR-ART’E”: “Familia via Ecclesiae. Il magistero di Papa Wojtyla sul matrimonio e la famiglia”.

    L’incontro è stato voluto dalla Chiesa di Bologna per celebrare la venerata memoria di Giovanni Paolo II in occasione del primo anniversario della sua morte.

    Nel suo intervento, il Cardinale Caffarra ha illustrato come “l’essenza dell’amore è la vocazione originaria di ogni persona” e “l’amore sponsale è una realizzazione privilegiata di quell’essenza”

    “Chi vive l’esperienza dell’amore coniugale, vive in forma privilegiata l’esperienza dell’essenza dell’amore e quindi dell’essenza della persona”, ha sottolineato.

    “Da questo Magistero risulta che il matrimonio è radicato nella natura della persona umana: il matrimonio non è un fatto puramente culturale, senza alcun fondamento nella natura della persona umana – ha continuato –. E pertanto la sua definizione istituzionale non è una mera convenzione sociale”.

    Per Caffarra l’approccio antropologico porta Giovanni Paolo II a costruire una dottrina del matrimonio in chiave storico-salvifica, così che “la cristianizzazione del matrimonio non è qualcosa di estrinseco alla vita ed esperienza coniugale, ma ne è la piena realizzazione”

    “L’elevazione soprannaturale della naturale sacramentalità del matrimonio assume il carattere redentivo: è redenzione del matrimonio”, ha detto.

    In merito alla morale sessuale, Giovanni Paolo II sostiene che: "Gustare il piacere sessuale senza tuttavia trattare la persona come un oggetto di godimento” è “il nocciolo del problema morale sessuale”.

    A tale proposito l’Arcivescovo di Bologna ha precisato che “la caduta dell’uomo e della donna in quanto coniugati consiste nell’aver perso la superiorità della loro persona sulla loro sessualità.. Il proprio corpo non è più la trasparenza della persona, ed il corpo dell’altro non è più inteso come linguaggio della sua persona”.

    Si tratta di una “malattia spirituale o meglio di una condizione morbosa” ha sottolineato il porporato, in questo modo “la persona diventa incapace di fare dono di sé. E poiché essa si realizza solo nel dono di sé, diventa incapace di realizzarsi: è perduta!”.

    “Di conseguenza, il rapporto coniugale diventa un uso contrattato e consentito che gli sposi fanno del loro corpo”, ha aggiunto.

    Secondo il porporato, a questo punto Giovanni Paolo II arriva a spiegare che a guarire l’uomo e la donna è Cristo, il quale ridona loro “la capacità di amare”, cioè “di impiantare dentro al linguaggio della sessualità l’autodonazione della persona”.

    Il Cardinale Caffarra ha aggiunto che “la redenzione del corpo operata da Cristo apre però alla persona umana non solo la via dell’autorealizzazione secondo la forma coniugale, ma anche secondo la forma verginale, vera novità questa dell’economia salvifica cristiana”.

    Riferendosi alla situazione odierna, l’Arcivescovo di Bologna ha ricordato che “il malessere mortale di cui soffre il matrimonio e la famiglia” è “determinato dalla crisi del concetto di verità” cosicché i termini come “dono di sé”, “paternità-maternita”, “amore” sono diventati “equivoci”.

    Secondo Giovanni Paolo II la “crisi del concetto di verità”, così come “il segno del collasso della libertà” è “l’individualismo, la cui essenza consiste nella ricerca del proprio bene prescindendo dal bene dell’altro”, ha riferito il porporato.

    L’Arcivescovo di Bologna ha quindi sottolineato che per guarire matrimonio e famiglia Giovanni Paolo II non si è accontentato di “riproporre le norme morali”, ma ha indicato “la possibilità offerta dall’evangelizzazione per l’uomo e la donna di un incontro con Cristo vivente e presente”.

    Da questo punto di vista Papa Wojtyla ha richiamato continuamente la necessità di mostrare la “rilevanza antropologica” dell’annuncio cristiano attraverso “l’educazione intesa come introduzione dei giovani dentro alla verità ed alla bellezza di un incontro con Cristo che sveli loro tutta la ricchezza della loro umanità”.

    Il Cardinale Caffarra ha ricordato le tante occasioni in cui ha potuto discutere di questi temi con Giovanni Paolo II, soprattutto nei primi anni di fondazione del Pontificio Istituto di Studi su matrimonio e famiglia, ed ha confessato di essersi chiesto “varie volte che cosa ultimamente lo muoveva a porre al centro del suo ministero pastorale il matrimonio e la famiglia”.

    “Ho pensato che fosse uno sguardo posato sull’uomo come attraverso due finestre: la finestra della libertà dell’uomo nella quale egli decide di se stesso per sempre; la finestra dell’atto redentivo di Cristo nella quale Dio ha svelato quanta stima ha dell’uomo”, ha spiegato.

    “E l’uomo e la donna che si sposano sono manifestazione privilegiata di quel rischio che è insito nello stesso mestiere del vivere umano”, ha infine concluso l’Arcivescovo di Bologna.

  5. #35
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    Seminari Diocesani “Redemptoris Mater”: strumenti di evangelizzazione
    Enviado el Domingo, 19 de marzo de 2006 a las 20:18 por
    (ZENIT.org - 19/3/2006).-

    E’ una realtà ancora giovane, ma il Seminario “Redemptoris Mater” della capitale spagnola si è già rivelato uno strumento di evangelizzazione per il mondo.

    Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, in Spagna si celebra la Giornata del Seminario, che quest’anno coincide con il V centenario della nascita di San Francesco Saverio, patrono universale delle missioni.


    Per tale ragione, l’episcopato spagnolo ha proposto in questa Giornata il santo della Navarra come icona di ascolto e risposta alla chiamata di Dio nel contesto odierno, e come inviato ad evangelizzare.

    E’ questo uno dei tratti distintivi dei seminari “Redemptoris Mater” – ce ne sono già 64 nei cinque continenti – promossi dal Cammino Neocatecumenale, le cui comunità hanno prodotto ben 3.000 sacerdoti, 1.100 dei quali si sono formati in questi seminari.

    Il primo Seminario Diocesano Missionario “Redemptoris Mater” è stato eretto dal Cardinal Poletti, allora Vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma, il 14 febbraio 1988. Si rispondeva in questo modo alla necessità di presbiteri diocesani per la Nuova Evangelizzazione.

    Appena un anno dopo iniziava la sua attività il Seminario “Redemptoris Mater” di Madrid (nell’anno 1989-1990), i cui seminaristi hanno iniziato a vivere, provvisoriamente, in casa di famiglie del Cammino Neocatecumenale. Erano allora 28 candidati di 8 Nazioni.

    Nell’anno 1990-1991 il numero è aumentato a 53 seminaristi di 18 Nazioni.

    Per la necessità di contare su un luogo adeguato alla formazione specifica al sacerdozio, i seminaristi si sono trasferiti nel convento dei domenicani San Pietro Martire, dove da allora risiedono in mancanza di una casa propria.

    Dall’anno 1993-1994 ad oggi, il numero degli ospiti di questo Seminario di Madrid si mantiene stabile sugli 80 seminaristi in formazione, provenienti da una ventina di Paesi. Tutti appartengono ad una Comunità Neocatecumenale nei loro luoghi di origine.

    Ci sono tratti specifici che delineano il profilo dei Seminari “Redemptoris Mater”: sono diocesani a tutti gli effetti, per cui sono totalmente sotto la giurisdizione del Vescovo, che designa i loro formatori; sono missionari, per cui tutti i loro membri hanno la disponibilità ad andare in tutti i continenti; sono internazionali, perché i seminaristi provengono da varie Nazioni e si preparano per la loro missione in diverse parti del mondo.

    A ciò si aggiunge uno degli elementi più caratteristici: combinare il Seminario – come ambito proprio per la preparazione al presbiterato – e la Comunità Neocatecumenale – come spazio per rivivere il Battesimo ricevuto – “di modo che il seminarista cresce in questa simultaneità”, ha spiegato a ZENIT Juan Fernández, Rettore del Seminario “Redemptoris Mater - Ntra. Sra. de la Almudena” di Madrid.

    In questa sede, nell’anno 2005-2006 ci sono 78 seminaristi di 18 Nazioni: 37 sono spagnoli, gli altri provengono da Cile, Cina, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Francia, Guatemala, Italia, Messico, Nicaragua, Paraguay, Perù, Polonia, Repubblica Dominicana, Uruguay e Venezuela.

    Dopo un processo di discernimento – che può durare uno o vari anni – e una convivenza internazionale, gli aspiranti al sacerdozio vengono distribuiti rispondendo alle necessità di ogni Seminario, cercando un equilibrio tra il numero di seminaristi, la loro lingua, la preparazione accademica, ecc.

    Nella tappa di formazione filosofico-teologica è tipica dei Seminari “Redemptoris Mater” la realizzazione di un’esperienza di itineranza in un’équipe di evangelizzazione, sia in Spagna che in altri Paesi, o aiutando un sacerdote nel suo compito pastorale.

    In ogni caso, tutto l’itinerario formativo coniuga le dimensioni spirituale, umana, intellettuale e pastorale. “L’azione pastorale è per i seminaristi l’orizzonte della loro formazione spirituale e umana e del loro lavoro intellettuale”, ha sottolineato Juan Fernández.

    Del Seminario Diocesano Missionario “Redemptoris Mater” di Madrid sono già stati ordinati 98 sacerdoti di 21 nazionalità, “disposti ad accogliere le molte richieste dirette al Signor Cardinale Antonio María Rouco Varela provenienti da vari Paesi, così come a rimanere nella diocesi per il tempo che egli deciderà”, spiega il rettore.

    Attualmente, di questi 98 sacerdoti più della metà si trova già in missione (18 nell’America del Nord e Centrale, altri 18 in America Latina, 11 in Africa, Asia ed Europa e 14 in varie zone della Spagna).

    Questo Seminario “vuole essere uno strumento al servizio della diocesi, orientato soprattutto a coltivare le vocazioni di quanti, sotto la fiamma dello Spirito Santo, hanno maturato una scelta preferenziale per l’evangelizzazione di tutti i popoli”, ha concluso il Rettore.

    Il Cammino Neocatcumenale, i cui statuti sono stati approvati dalla Santa Sede il 29 giugno 2002, è al servizio dei Vescovi diocesani e dei parroci come una modalità per riscoprire il sacramento del Battesimo e di educazione permanente nella fede.

    Il Cammino è iniziato nel 1964, quando Kiko Argüello, all’epoca giovane pittore, seguendo le orme di padre Charles de Foucauld, lasciò tutto per vivere tra i più poveri, tra le baracche di Palomeras Altas, alla periferia di Madrid. Iniziatrice del Cammino è stata anche Carmen Hernández; li accompagna attualmente padre Mario Pezzi.

    Attualmente esistono circa 20.000 comunità del Cammino Neocatecumenale in più di 6.000 parrocchie di 900 diocesi, che riuniscono circa un milione di cattolici. Nel Cammino – oltre al citato numero di sacerdoti – sono nati 1.500 seminaristi e 5.000 religiose.


  6. #36
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    Poi vidi che tutto ciò che riguardava il Protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione.

    In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre". (1820)

    "Vedo molti ecclesiastici che sono stati scomunicati e che non sembrano curarsene, e tantomeno sembrano averne coscienza. Eppure, essi vengono scomunicati quando cooperano (sic) con imprese, entrano in associazioni e abbracciano opinioni su cui è stato lanciato un anatema. Si può vedere come Dio ratifichi i decreti, gli ordini e le interdizioni emanate dal Capo della Chiesa e li mantenga in vigore anche se gli uomini non mostrano interesse per essi, li rifiutano o se ne burlano". (1820-1821)

    "Vidi molto chiaramente gli errori, le aberrazioni e gli innumerevoli peccati degli uomini. Vidi la follia e la malvagità delle loro azioni, contro ogni verità e ogni ragione. Fra questi c’erano dei sacerdoti e io con piacere sopportavo le mie sofferenze affinché essi potessero ritornare ad un animo migliore". (22 marzo 1820)

    "Vidi molto chiaramente gli errori, le aberrazioni e gli innumerevoli peccati degli uomini. Vidi la follia e la malvagità delle loro azioni, contro ogni verità e ogni ragione. Fra questi c’erano dei sacerdoti e io con piacere sopportavo le mie sofferenze affinché essi potessero ritornare ad un animo migliore". (22 marzo 1820)

  8. #38
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    "Fra le cose più strane che vidi, vi erano delle lunghe processioni di vescovi. Mi vennero fatti conoscere i loro pensieri e le loro parole attraverso immagini che uscivano dalle loro bocche. Le loro colpe verso la religione venivano mostrate attraverso delle deformità esterne. Alcuni avevano solo un corpo, con una nube scura al posto della testa. Altri avevano solo una testa, i loro corpi e i cuori erano come densi vapori. Alcuni erano zoppi; altri erano paralitici; altri ancora dormivano oppure barcollavano". (1 giugno 1820)

    "Quelli che vidi credo che fossero quasi tutti i vescovi del mondo, ma solo un piccolo numero era perfettamente retto. Vidi anche il Santo Padre - assorto nella preghiera e timoroso di Dio. Non c’era niente che lasciasse a desiderare nella sua apparenza, ma era indebolito dall’età avanzata e da molte sofferenze. La testa pendeva da una parte all’altra, e cadeva sul petto come se si stesse addormentando. Egli aveva spesso svenimenti e sembrava che stesse morendo. Ma quando pregava era spesso confortato da apparizioni dal Cielo. In quel momento la sua testa era dritta, ma non appena la faceva cadere sul petto vedevo un certo numero di persone che guardavano rapidamente a destra e a sinistra, cioè in direzione del mondo.

  10. #40
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