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Discussione: Le porte dell'Inferno

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    Predefinito Le porte dell'Inferno


    Inferi - Immagine tratta dal sito http://remacle.org/

    L'ADE

    La struttura del'Ade nella mitologia greco-romana è molto più semplice di quella dantesca a cui si ispira Kurumada. E' da precisare però che la stessa visione di Dante include diversi elementi pagani (ad esempio Caronte).
    Tuttavia, non esiste un'unica versione sulla struttura dell'Ade: questa cambia in base all'autore e all'epoca storica. A partire da Omero, i vari poeti hanno inserito nuovi particolari, anche in contraddizione: ad esempio, nell'Odissea tutti i morti subiscono la stessa sorte, mentre nell'Eneide c'è la distinzione tra Tartaro (il nostro Inferno) ed Elisio (il nostro Paradiso).


    LA NASCITA DELL'ADE


    L'Ade (Regno dei Morti, Inferi, Oltretomba, Averno, Orco, Erebo o Tartaro) è un luogo tenebroso situato all'interno della terra, temuto persino dai futuri Dei olimpi.
    Secondo la Teogonia di Esiodo, primissimo tra tutti nacque il Caos, poi la Terra (Gea). Dopo di lei apparvero Tartaro (luogo di punizione delle anime malvagie) ed Eros (l'amore). Da Caos nacquero Erebo e la nera Notte.
    NB: Queste entità, all'inizio, sono considerate sia come elementi naturali (il pianeta terra, i fiumi, il cielo...) sia come divinità. Successivamente, alcune di queste assumono solo il significato di luogo/elemento. Questo è il caso di Tartaro.

    Zeus, dopo la sconfitta del padre Crono e dopo avere precipitato i Titani nel Tartaro, nominò dio degli Inferi suo fratello Ade (Plutone o Dite).


    ENTRATA


    Tutti i morti, fossero stati in vita buoni o malvagi, giungono nell'Ade attraverso una qualsiasi voragine aperta nel terreno. Quindi, l'Ade comunica con l'esterno tramite tutti quei luoghi della superficie terrestre che amanano vapori sulfurei, ribollono di lava o si spalancano in tetre voragini.
    In rari casi, anche i vivi possono accedere al Regno dei Morti, la cui entrata varia a seconda delle leggende e tradizioni. Ad aver visitato da vivi il regno dei morti sono Ulisse, Enea, Ercole, Orfeo, Teseo, Pirotoo.
    L'entrata può essere situata:
    - nella più remota parte occidentale, dove non giungevano i raggi del sole.
    - in Sicilia, sul monte Etna.
    - il Capo Tenaro, all’estremità del Peloponneso.
    - caverne di Colono vicino ad Atene.
    - nella costa ionica della Grecia, nella baia di Ammoudia. Ora il luogo è cambiato per opera dell'uomo, ma un tempo, vicino alla palude Acherusia, c'era l'Oracolo dei Morti (Necromànteion). L'oracolo rimase in attività fino alla conquista romana, nel 176 a.C. Secondo gli antichi, la regione circostante, che si allunga tra il golfo, la riva destra dell'Acheronte e le montagne, era popolata dai leggendari Cimmeri, foschi abitanti delle tenebre, usi a vivere sottoterra senza mai uscire alla luce del giorno.
    Questo luogo potrebbe corrispondere fisicamente a quello descritto da Omero (Odissea Libro X, XI):
    "Non appena avrai attraversato il mare, scorgerai i bassi lidi e, denso di alti pioppi e improduttivi salici, il Bosco di Proserpina: a quella spiaggia battuta dal mare profondo, àncora la nave ed entra nei domini di Plutone. Lì si alza una rupe presso la quale due fiumi si mescolano rumoreggiando e, uniti, si gettano nell'Acheronte: il Cocito, ramo dello Stige, e il Piriflegetonte."
    "Passato il giorno e d'oscurità ricoperte le strade, dell'Oceano la nave toccò i gelidi confini, là dove vive il popolo dei Cimmeri, avvolti dalla nebbia e dal buio eterno."
    - presso Cuma, in Campania, nelle vicinanze del lago Averno, formato dal cratere di un vulcano profondo, circondato da rupi e pieno di esalazioni mefitiche. Secondo l'etimologia, Averno vuol dire "senza uccelli" ed effettivamente gli uccelli non vi potevano vivere a causa delle esalazioni.
    I greci che da tempo popolavano le colonie campane non si rassegnarono ad accettare, come dimora dei morti, una terra d'origine ormai troppo lontana (la baia di Ammoudia) e provvidero per tempo a trasferire la sede dell'oltretomba in un luogo più accessibile, scegliendo i Campi Flegrei. Qui una moltitudine di crateri, la natura selvaggia, il suolo ancora ribollente, la tetra immobilità delle acque raccolte nei vulcani spenti, fornirono gli elementi di una facile identificazione. Anche questa, quindi, potrebbe, essere la terra del leggendario popolo dei Cimmeri.
    Per secoli, i Greci prima, e i Romani poi, venerarono la sacralità del luogo. Ma i Quiriti badavano al sodo e in epoca augustea, quando si rese necessario un efficiente arsenale vicino a Pozzuoli, Agrippa non si lasciò intimidire dagli Dei Inferi e scelse il lago come sede di un cantiere navale. Fu allora che Virgilio vide il sito e, suggestionato forse dall'atmosfera misteriosa della ciclopica galleria, lo descrisse nel VI libro dell'Eneide narrando il viaggio oltremondano dell' eroe. Il lago senza vita fu così immortalato nella grande poesia epica proprio nel momento in cui le devastazioni delle guerre civili e l'irreligiosità crescente gli avevano ormai violato ogni carattere arcano e sacrale.
    "C'era una grotta profonda e immensa per la sua vasta apertura, rocciosa, protetta da un nero lago e dalle tenebre dei boschi, sulla quale nessun volatile impunemente poteva dirigere il proprio volo con le ali, tali erano le esalazioni che, effondendosi dalla nera apertura, si levavano alla volta del cielo."
    - Kurumada colloca un'altra entrata nel castello di Pandora, in Turingia (Germania).


    I CORSI D'ACQUA


    Un tempo si pensava che tutti i fiumi della terra confluissero sottoterra nel baratro immenso del Tartaro, per poi defluire e assumere aspetto diverso a seconda della natura del terreno. Alcuni fiumi sotterranei, prima di riversarsi nelle profondità del Tartaro, percorrono numerose gallerie; altri ancora circondano la terra con uno o più giri a spirale, come dei serpenti, fino a scendere al centro della terra (non oltre perchè altrimenti ci sarebbe una salita verso l'emisfero opposto).
    Quindi, è cosa certa è che in Ade sono presenti diversi corsi d'acqua, anche se la loro disposizione viene riportata diversamente a seconda delle fonti. Alcuni corsi d'acqua, che possono essere fiumi o paludi, scorrono lenti e minacciosi, altri avere correnti violente o infuocate. I principali sono:
    - Acheronte, il fiume del dolore o dei guai: nominato per la prima volta nell'Odissea, spesso è descritto come il fiume principale, che circonda l'Ade ed è situato subito dopo l'ingresso. La sua riva è sempre colma della infinita torma dei morti, in attesa di Caronte, il traghettatore.
    Questi è un vecchio di orribile squallore, ma dagli occhi fiammeggianti come brace e dalle membra ancor piene di vigore. Per traghettare le anime dei morti sull’altra riva, si serve di una grossa barca, vecchia e malandata. Trasporta solo i morti che possono pagarlo con l'obolo, un'antica moneta greca che i parenti pongono in bocca prima degli onori funebri (secondo Virgilio, trasporta solo quelli che sono stati sepolti); gli altri devono aspettare 100 anni (secondo alcuni, per l'eternità), in una lunga attesa che è per loro causa di indicibile tormento anche se sanno che, al di là del fiume, li attende una pena terribile ed eterna.
    - (Piri)Flegetonte, fiume del fuoco: circonda il Tartaro (che secondo alcuni è una sezione dell'Ade) e ogni tanto lo rischiara con le sue vampe di fuoco. Secondo Omero, si unisce al Cocito nel formare l'Acheronte. Secondo Platone, si riversa in una grande pianura arsa da fuoco violento e forma una palude più grande del mare, tutta ribollente d'acqua e di fango; da qui scorre circolarmente, torbido e fangoso e, sempre sotto terra, volge a spirale il suo corso fino a giungere alle estreme rive della palude acherusiade, ma senza mescolare le sue acque; dopo molti altri giri sotterranei, si getta in un punto del Tartaro che è più in basso. Il Piriflegetonte riversa sulla terra torrenti di lava dovunque trovi uno sbocco. I mitografi e i poeti immaginarono che vi si punissero i violenti.
    - Stige, fiume dell'odio: esistono più versioni di questo fiume che, secondo alcuni, è invece una squallida palude. Secondo Platone, Stigia sarebbe il fiume, caratterizzato da un colore blu cupo, mentre Stige sarebbe il nome dato alla palude che forma.
    Stige è considerata essa stessa terribile divinità (un'Oceanina figlia della Titanide Teti, oppure figlia della Notte e di Erebo).
    Secondo Omero ed Esiodo, la sua acqua ha proprietà magiche e proprio in questo fiume la Nereide Teti avrebbe immerso il figlio Achille per renderlo invulnerabile; e sull'acqua di Stige giurano gli dei, che subiscono castighi terribili se non rispettano il giuramento (per un anno il dio giace senza respiro, avvolto nel torpore e non può avvicinarsi al nettare e all'ambrosia; poi per nove anni non può avvicinarsi agli altri dei). Gli effetti dello spergiuro sono in un branodella Teogonia di Esiodo, che offre altri particolari sulla natura di quest'acqua fatale: essa rappresenta un braccio dell'Oceano, equivalente a un decimo del fiume iniziale, e forma con gli altri nove le nove spire con cui il fiume circonda il disco della terra. Questa cifra delle nove spire si ritrova nella descrizione virgiliana dello Stige infernale, il quale circonda con i suoi meandri il regno degli Inferi. Nell'Odissea lo Stige è più chiaramente definito come fiume; poi, nella tradizione posteriore, la figura della divinità tende a scomparire e prevale un'antichissima tradizione che fa derivare dallo Stige fiumi terrestri, o addirittura l'identifica in corsi d'acqua o paludi, presso le quali sarebbe stato l'ingresso dell'oltretomba.
    - Cocito, fiume dei lamenti o del pianto: menzionato già da Omero come affluente dell'Acheronte e ramo dello Stige. In esso sono immersi, secondo la descrizione di Platone nel Fedone, gli omicidi. Il Cocito acquista una corrente violenta a partire dalla palude Stige, si inabissa e scorre a spirale, in senso contrario al Periflegetonte, fino a toccare, dalla parte opposta, le sponde della palude acherusiade; ma nemmeno questo fiume vi mescola le sue correnti e, dopo aver compiuto un largo giro, si getta nel Tartaro dalla parte opposta al Periflegetonte.
    Secondo Virgilio, è una palude stagnante di fango nero e canne deformi. Nell'Inferno dantesco, così come in Saint Seiya, il Cocito è la confluenza di tutti i fiumi infernali ed è ghiacciato nell'ultimo girone dei traditori.
    - Palude acherusiade: citata da Omero e Platone, è la palude principale situata all'ingresso dell'Ade. E' formata dalla acque dell'Acheronte, del Flegentonte e del Cocito. Secondo Platone, qui si raccolgono le anime di coloro che hanno condotto una vita mediocre.
    - Lete, fiume dell’oblio: non nominato da Omero, secondo Virgilio è il fiume che attraversa l'Elisio; chi beve o si immerge nella sua acqua, perde la memoria della sua vita passata e può quindi reincarnarsi in un altro corpo.
    In un'altra versione, non c'è il Lete, ma due cipressi bianchi dove sgorgano due fontane: quella dell’Oblio e quella della Memoria. Le acque della prima cancellano il ricordo della vita passata, quelle della seconda rinnovano la memoria delle cose amate.


    LA SORTE DELLE ANIME SECONDO OMERO


    In Omero non c'è ancora una distinzione tra i buoni e i malvagi. Salvo eccezioni, tutte le anime subiscono la stessa sorte: non appena muoiono, raggiungono l'Ade, dove vivranno per sempre sotto forma di ombre incorporee, che hanno le sembianze dei loro corpi. Risiedono tutte nel Prato degli Asfodeli, luogo monotono, senza dolori, ma anche senza gioie, senza un futuro e senza la luce del sole. Lo stesso Achille si lamenta per la sua sorte:
    Odissea, Libro XI:
    "[Ulisse] "Ma, o forte Achille, uomo più beato di te non ci fu, ne mai ci sarà. Da vivo, come un dio, ti onoravamo ed ora tu regni sopra i defunti. Come puoi lamentarti di essere morto?" "Non consolarmi della morte" ad Ulisse replicava Achille. "Preferirei piuttosto fare il servo d'un bifolco che campasse giorno per giorno di uno scarso e misero cibo, piuttosto che essere sovrano nel regno dei defunti."
    Le anime dei pochi che hanno osato offendere gli dei risiedono insieme agli altri, ma sono costretti a partire in eterno delle pene "personalizzate": ad esempio Tizio, colpevole per aver violentato Latona, sposa di Zeus, è circondato da due avvoltoi che gli rodono il fegato.
    Col passare del tempo, gli spiriti dei morti entrano in uno stato di semi coscienza, chi più chi meno. A parte Tiresia l'indovino, nessuno possiede il dono della preveggenza. Ognuno però mantiene i ricordi della vita terrena. Vengono attirati dai sacrifici offerti dai vivi, che consistono in un rituale con preghiere e nel sangue di alcuni animali uccisi: una volta ottenuto il permesso di bere il sangue, riacquistano completa coscienza e, se lo vogliono, possono parlare. E' da precisare che il grado di coscienza varia a seconda delle anime: ad esempio, Tiresia ed Elpenore (il compagno di Ulisse morto da poco) riconoscono e parlano con Ulisse senza bisogno del sangue; gli altri morti (es. Agamennone), invece, lo riconoscono solo dopo aver bevuto il sangue.
    Odissea, Libro X:
    "Accostati alla rupe, ed una fossa, lunga un cubito e larga altrettanto, scava, o prode, con le tue mani; e miele con vino, e poi puro vino e acqua limpidissima, versavi attorno, in onore dei morti, e di bianche farine cospargi il tutto. [...] E dopo che avrai supplicato con voti le turbe dei morti, sacrifica loro un montone e una pecora nera, rivolgendoli con la testa verso l'Erebo."
    Omero non dà una descrizione dell'Ade, in quanto Ulisse rimane solo all'entrata. Accenna solo ad alcune cose che riesce a scorgere: il Prato degli Asfodeli, le pene di alcuni dannati, Minosse, la reggia di Ade, Orione.
    Odissea, Libro X:
    "Là vidi Minosse, lo splendido figlio di Zeus. Teneva in mano lo scettro d'oro rendeva giustizia tra i defunti stando seduto. Ed essi intorno a lui, il sovrano, chiedevano sentenze, chi a terra e chi in piedi, nella casa di Ade dalle ampie porte. E dopo lui scorsi il gigantesco Orione. Raccoglieva insieme le belve per il prato di asfodeli erano le belve che aveva uccise da vivo nei monti solitari. Teneva in mano una daga di bronzo massiccio, che mai non si spezza."

    L'Elisio è separato dell'Ade e viene localizzato da Omero all'estremità del mondo, e da Esiodo, col nome di Isole dei Beati, presso le correnti dell'Oceano; è infatti la sede del dio Oceano, che ha generato con la moglie Teti tutte le acque.
    L'Elisio (o Campi Elisi) è il luogo di ogni delizia, non abitato da Ombre, ma da pochi uomini sottratti alla morte e destinati dagli dei a godervi una vita migliore. Loro re è Radamanto.


    Filippo Morghen, Il lago d'Averno - Immagine tratta dal sito http://www.icampiflegrei.it/

    STRUTTURA DELL'ADE E SORTE DELLE ANIME DOPO OMERO


    Successivamente, è stata meglio definita la figura dei tre giudici dell'aldilà ed è stato suddiviso l'Ade in vari settori, in base alle azioni commesse in vita.
    In base alle testimonianze della scultura attica e della pittura vascolare classica, si riesce a ricostruire il viaggio delle anime:
    - E' Atropo (una delle Parche) che decide di tagliare il filo della vita di un uomo. Sono Ipno (il sonno) e Tanatos (la morte), adolescenti alati, ad allontanare il corpo di un guerriero morto sul campo di battaglia.
    - Ermes Psicopompo (Mercurio) prende in consegna le anime dei morti e le trasporta alle porte dell'Ade o le consegna a Caronte.
    - Caronte traghetta le anime al di là del fiume Acheronte, al prezzo di un obolo (come descritto sopra).
    - Oltrepassato il fiume, i morti percorrevano un lungo viale, attraversavano un boschetto di pioppi e di salici ed infine arrivavano ad una grandissima porta da cui tutti potevano passare. Lì c'è un terribile guardiano che veglia rabbioso contro i vivi che tentano di entrare e contro i morti che cercano di uscire: Cerbero, cane mostruoso fornito di tre teste, sempre vigile e pronto a scagliarsi contro i trasgressori delle leggi divine.
    Dopo di che, la disposizione delle aree dell'Ade varia leggermente in base alla fonte.
    - Varcata la soglia, le anime attraversavano la prateria degli Asfodeli (Asphodelos, da a= non, sphodos= cenere, elos= valle, ovvero valle di ciò che non è stato ridotto in cenere, ossia l'ombra dell'eroe dopo la cremazione). Nella prateria le anime degli eroi vagavano tra altri morti che svolazzavano qua e là come pipistrelli. Il loro unico piacere era bere il sangue delle offerte dei vivi.
    - Oltre la prateria si trovano l'Erebo (=coperto), il palazzo di Ade e di Persefone, cinta da possente mura sulle quali stanno le Furie. Le Furie o Erinni sono tre: Tisifone, Aletto e Megera, esse hanno il compito di torturare le anime che si sono macchiate di gravi colpe verso i familiari e gli dei. Solo quando la a pena era stata interamente scontata, la loro persecuzione cessava, ed allora, diventate benevole, erano venerate col nome di Eumenidi. Ai lati della reggia sorgono due cipressi bianchi da cui sgorgano due fontane: quella dell’Oblio e quella della Memoria. Le acque della prima cancellano il ricordo della vita passata, quelle della seconda rinnovano la memoria delle cose amate.
    Un'altra versione narra che, per giungere l'Erebo, bisogna attraversare lo Stige su una barca guidata da Caronte. Davanti alle porte sta Cerbero.
    - Minosse, Radamento ed Eaco sono i giudici infernali, che stanno su un incrocio di tre strade: da qui loro giudicano le anime e le indirizzano verso una delle tre aree. La leggenda narra che Eaco, anche custode delle chiavi, si dovesse occupare delle anime di provenienza europea, Radamanto di quelle di provenienza asiatica e Minosse i casi più difficili.
    - Le tre aree in cui risiedono i morti sono:
    1) Nella prateria degli Asfodeli si riunivano le anime degli ignavi e di coloro che in vita non si erano macchiati di colpe gravi, ma nemmeno erano stati buoni e virtuosi. La prateria è caratterizzata da un tedio senza fine, dove solo il cacciatore Orione, inseguendo eternamente dei daini, sembra godere del conforto di avere qualcosa da fare.
    2) Il Tartaro è destinato agli empi che nella vita si erano macchiati di colpe verso gli Dei o verso i propri simili (ad esempio, i Titani, Tantalo, Issione, Tizio). Il Tartato è immerso nel buio ed ogni tanto è rischiarato dalle vampe di fuoco del fiume Flegetonte. I dannati vengono perseguitati da mostri infernali che rimproverano loro le colpe di cui sono macchiati.
    3) I Campi Elisi (o Elisio) sono riservati ai giusti, ai virtuosi, ai saggi e agli eroi, dove essi vivevano eternamente sereni, in luoghi pieni di luce e di fiori, dediti alle occupazioni che più li avevano dilettati in vita. Ad allietare questo luogo ridente ci sono musiche, danze, canti e banchetti. Due figli della Notte abitano in questo regno: Thanatos, il demone della morte, e Hypnos, il sonno. Figli di questi sono i Sogni, che abitano in una grande casa al di là dell'Oceano. Questa casa ha due grandi porte: una di avorio e una di corno. Dalla seconda escono sogni premonitori, dalla prima escono sogni falsi e ingannevoli.
    - Oltre l'Elisio vi sono le Isole Beate, riservate a coloro che nacquero tre volte e ogni volta vissero virtuosamente.


    LA SORTE DELLE ANIME SECONDO PLATONE


    Plantone riprende la descrizione di Omero, ma colloca le anime presso i vari fiumi, in base alla vita condotta. Dopo aver scontato le pene, ricevuto eventuali premi e trascorso del tempo negli Inferi, le anime si reincarnano.
    Fedone, LXI
    "Dalla parte opposta, e con un corso contrario, c'è l'Acheronte che attraversa regioni desertiche e poi prosegue sotto terra per giungere alla palude acherusiade dove si raccolgono le infinite anime dei morti che dopo quel certo tempo a loro destinato, più o meno lungo, vengono restituite alla luce per incarnarsi in esseri viventi. "
    Fedone, LXII
    "Quando i morti giungono, ciascuno, in quel luogo dove il demone li ha guidati, prima di tutto vengono giudicati e distinti secondo che vissero o meno onestamente e santamente. Quelli che nella vita tennero, invece, una condotta mediocre, giunti all'Acheronte, salgono su delle barche già pronte per loro e arrivano alla palude acherusiade e lì si fermano per purificarsi e scontare le loro pene e liberarsi delle colpe se mai ne hanno commesse, dove però ricevono anche il premio delle buone azioni compiute, ciascuno secondo il suo merito.
    Ma quelli che sono stati riconosciuti peccatori senza rimedio, per la gravità dei loro delitti, per numerosi sacrilegi , per ingiuste e crudeli uccisioni o altri misfatti del genere, un giusto destino li precipita nel Tartaro, da dove non escono mai più.
    Quelli poi i cui peccati, sebbene gravi, son giudicati espiabili, per esempio chi nell'impeto dell'ira è stato violento contro il padre e la madre, ma poi ha trascorso in pentimento il resto della sua vita o chi ha commesso qualche omicidio sotto lo stesso impulso, costoro precipitano anch'essi nel Tartaro ma vi restano soltanto un anno, perché l'onda li ricaccia fuori, gli omicidi, nella corrente del Cocito, i violenti contro il padre e la madre, in quella del Periflegetonte; così sospinti, giungono alla palude acherusiade e qui chiamano con alte grida e invocano coloro che uccisero e che oltraggiarono, pregandoli di lasciarli passare nella palude e di accoglierli con loro; se riescono a persuaderli, passano al di là e le loro pene finiscono, altrimenti sono risospinti nuovamente nel Tartaro e ancora nei fiumi a patire il loro destino fino a quando non siano riusciti a piegare quelli che hanno offeso: è questa, infatti, la pena che per costoro han voluto i giudici.
    Quelli, invece, che si son distinti per santità di vita, e che son poi coloro che si son liberati da questa terra e se ne sono allontanati come da un carcere, giungono in alto, in una pura dimora e abitano la vera terra. E specialmente quelli che si son purificati attraverso la filosofia, vivono sciolti da ogni legame corporeo, per l'eternità, anzi giungono in sedi ancor più belle."


    SECONDO VIRGILIO NELL'ENEIDE


    Orfeo ha suonato la lira per ammansire Caronte e gli altri spiriti infernali che altrimenti lo avrebbero sbranato.
    Per questa ragione, Enea ha bisogno di una guida, non tanto per entrare in Ade, che è cosa facile, ma per uscirne illeso. Si rivolge quindi alla Sibilla Cumana, che gli ordina di sacrificare pecore nere e gli indica dove procurarsi un ramo d'oro da donare a Proserpina (nei pressi del lago Averno).
    Una volta effettuato il sacrificio, si apre il terreno e compare il passaggio che condice all'Ade.
    - Nel vestibolo infernale si trovano: la personificazione dei mali dell'uomo (il Lutto, gli Affanni, le Malattie, la Vecchiaia, la Paura, la Fame, la Miseria, la Morte, il Dolore, il Sonno, i Piaceri, la Guerra, le Eumenidi, la Discordia), un olmo ombroso sotto le cui foglie sono attaccati i Sogni fallaci, e numerosi mostri (i Centauri, le Scille, Briareo, l'idra di Lerna, la Chimera, le Gorgoni, le Arpie e Gerione). In realtà, si tratta solo di ombre senza corpo quindi non sono pericolose.
    - Dopo, c'è il fiume Acheronte; qui un gorgo torbido di fango ribolle in una vasta voragine ed erutta tutta la sua melma nel Cocito. Caronte traghetta le anime dall'altra parte (attraversando sia l'Acheronte che lo Stige), ma solo quelle che hanno avuto sepoltura. Le altre devono vagare per 100 anni in quella boscaglia acquitrinosa. Caronte si rifiuta di trasportare persone vive, soprattutto se armate, ma fa un'eccezione quando Enea gli mostra il ramo d'oro.
    - All'ingresso di trova Cerbero, che viene fatto addormentare con delle focacce soporifere. Viene anche citato Minosse che fa da giudice, ma non è specificata la sua sede. E' da precisare che le anime sono incorporee e che, a differenza di Omero, sono tutte pienamente coscienti e, riconoscendo Enea, si comportano come avrebbero fatto in vita (Didone piange e non gli rivolge la parola, i Troiani lo avvicinano, i Greci hanno timore...).
    - Vicino all'entrata c'è una specie di antinferno, nel quale sono radunate le anime dei morti anzitempo: i bambini e i condannati a morte per un'ingiusta accusa. Lì vicino ci sono le anime dei suicidi, circondati dallo Stige.
    - Nei Campi del Pianto, formati da una selva di mirti, si celano coloro che sono stati consumati da un amore crudele (in genere, tutti coloro che si sono suicidati per amore, compresa Didone). Anche dopo la morte, sono tormentati dai loro affanni.
    - Quasi alla fine dei Campi del Pianto, risiedono coloro che sono morti in guerra. L'apparenza delle loro anime riporta ancora le ferite di battaglia.
    - Dopo i campi, c'è un bivio: la destra tende verso la reggia di Dite ed è la via che porta verso l'Eliso; invece la sinistra tiene vive le pene dei malvagi e conduce all'empio Tartaro.
    - Il Tartaro:
    "Sotto una rupe a sinistra vede vaste mura circondate da un triplice baluardo che il Tartareo Flegetonte, fiume dalla rapida corrente, lambisce con fiamme roventi e travolge risuonanti macigni. Di fronte si trova una porta enorme e colonne di solido acciaio, che nessuna forza di uomini né gli stessi dèi abitatori del cielo potrebbero distruggere con la guerra; s'eleva ferrea la torre nell'aria e Tisifone sedendo, avvolta in una veste insanguinata, di notte e di giorno è l'insonne custode del vestibolo. Qui si odono gemiti e risuonano crudeli percosse, poi uno stridore di ferro e catene trascinate.
    [...] Radamanto di Cnosso governa questi regni tanto dolorosi, castiga, ascolta le colpe e costringe a confessare le colpe commesse tra i vivi che qualcuno, lieto dell'inutile frode, rimandò di espiare oltre la morte lontana. Subito dopo la vendicatrice Tisifone armata di un flagello sferza oltraggiando i colpevoli e agitando minacciosa i contorti serpenti con la sinistra chiama la crudele schiera delle sorelle. Allora finalmente si aprono le porte maledette stridendo con orribile suono sul cardine. Vedi quale custode siede nel vestibolo? Quale figura è a guardia delle porte? Più crudele di questa l'Idra immane con cinquanta nere bocche spalancate ha qui dentro la sua sede. Poi il Tartaro stesso si apre come un precipizio e si stende sotto l'oscurità per due volte tanto quanto la vista del cielo si estende fino all'etereo Olimpo. Qui l'antica prole della Terra, la gioventù dei Titani abbattuti dal fulmine, si voltola nel basso profondo.
    [...] Qui si trovano coloro che vendettero la patria, odiarono i fratelli mentre durava la vita o percossero il padre o ordirono qualche frode a un protetto o coloro che da soli guardarono ammassate ricchezze e non le divisero coi loro parenti (questa è la folla più grande), e quelli che furono uccisi per adulterio o seguirono empie armi o non esitarono a tradire il giuramento fatto ai padroni: rinchiusi qui aspettano la pena. Non chiedere di sapere quale pena o quale tipo di scelleratezza o destino abbia sommerso questi uomini. Alcuni rotolano un sasso immenso e pendono legati ai raggi delle ruote."
    - A destra si trova la reggia di Dite, le cui mura sono state costruite dai Ciclopi. Dopo aver offerto il ramo d'oro a Proserpina, Enea può proseguire.
    - Eliso: "Qui un cielo più ampio avvolge in una luce purpurea i campi che hanno un sole proprio e proprie stelle. Parte esercitano le membra in palestre erbose, gareggiano nel gioco e lottano sulla fulva arena; parte ritmano danze coi piedi e recitano versi. A terra stanno piantate le lance e cavalli senza briglia pascolano qua e là per il campo. A destra e a sinistra ne vede altri che banchettano sull'erba e cantano in coro un lieto peana in mezzo a un odoroso bosco di alloro, dal quale scorre abbondante il fiume Eridano (il Po), arrivando fin sulla terra."
    Nell'Eliso ci sono eroi di guerra, casti sacerdoti, veggenti, artisti, persone meritevoli. Tutti hanno una fascia bianca sulle tempie. Non hanno una dimora fissa, ma gironzolano in giro per i prati, occupandosi delle loro attività preferite.
    - I Campi Elisi sono attraversati anche dal fiume Lete, situato in una valle appartata in un bosco isolato. Lì si riuniscono molte anime per bere l'acqua della dimenticanza e reincarnarsi sulla terra in un nuovo corpo.
    Anchise spiega ad Enea la teoria della metempsicosi:
    "Innanzitutto uno spirito vivifica dentro il cielo e le terre e le liquide distese e il globo luminoso della luna e l'astro Titanio (il Sole) e un'anima diffusa per tutte le parti del mondo muove la massa terrestre e si mescola al grande corpo. Di qui ha origine la stirpe degli uomini e degli animali e le vite degli uccelli e i mostri che il mare produce sotto la distesa marmorea delle acque. Questi semi (ogni essere vivente è un seme, cioè una particella staccata dall'essere universale) hanno un'energia ignea e un'origine celeste finché corpi nocivi non li rendono lenti e non li rendono ottusi gli organi terreni e le membra mortali. Per questo temono e bramano, si dolgono e godono e, chiuse le anime dalle tenebre e nell'oscuro carcere corporeo, non scorgono il cielo. Anzi, quando la vita nell'estremo giorno le ha lasciate, ogni male e tutte le malattie del corpo non si allontanano completamente dalle meschine anime, ma è destino che molti vizi, a lungo induritisi, attecchiscano profondamente in strani modi. Per questo sono gravate dalle pene e pagano le pene di antiche colpe. Alcune sospese sono distese ai venti leggeri, per altre il delitto commesso è lavato sotto un vasto gorgo ed è bruciato dal fuoco; ognuno soffre i suoi Mani; in seguito siamo mandati nel vasto Eliso e pochi occupiamo i lieti campi, finché un lungo giorno, compiuto il grande ciclo del tempo, cancella la macchia contratta e lascia puro lo spirito celeste e il fuoco della luce purificata. Tutte queste anime, quando per mille anni avrà finito di girare la ruota, il dio chiama al fiume Letè in grande schiera, s'intende affinché immemori rivedano le volte celesti e comincino a desiderare di voler tornare di nuovo nei corpi."
    Le anime dell'Elisio sono in grado di prevedere il futuro e sapere in chi si reincarneranno tutti.
    - Ai confini dell'Elisio, per uscire dagli Inferi, ci sono le due porte del Sonno: la porta fatta di corno è riservata alle vere ombre dei morti, per permettere loro di manifestarsi ai propri cari e tramettere sogni veritieri; l'altra porta è di candido avorio, destinata ai sogni fallaci e ai corpi viventi.


    Francois Perrier, Orfeo incontra Ade e Persefone - Immagine tratta dal sito http://www.rastko.org.yu/

    LA VITA ULTRATERRENA SECONDO CICERONE


    Cicerone affronta la tematica della vita ultraterrana nell'opera filosofica "De Republica"; nel VI libro, del quale ci è pervenuta solo la parte conclusiva, intitolata “Sogno di Scipione”, Cicerone, proseguendo il ritratto del principe perfetto, collega gli ideali politici al cielo: dopo una giornata trascorsa con Massinissa, re di Numidia, a Scipione l’Emiliano appare in sogno l’avo Scipione l’Africano, che gli predice le future imprese e la misteriosa morte.
    Cicerone non nomina nè il dio Ade nè il suo Tartaro nè l'Elisio. Più precisamente, l'Elisio, inteso come paradiso, si trova nella Via Lattea: è lì che si dirigono le anime dei virtuosi. Gli altri, prima di raggiungere la Via Lattea, sono costretti a vagare per la Terra per diverse generazioni. Il modo per guadagnarsi più facilmente un posto nella Via Lattea è quello di impegnarsi in politica e svolgere il proprio dovere verso lo Stato.
    Una volta in "paradiso", le anime possono contemplare l'intero Universo, osservare la Terra dall'alto e rendersi conto di quanto sia piccola. Cicerone, quindi, ne apprifitta per descrivere l'Universo secondo la concezione geocentrica dell'epoca e di rapportarla alla morale e agli ideali politici. Questo messaggio fu particolamente apprezzato da Dante, al quale si ispirò durante la stesura del Paradiso.
    "Ma perché tu, Africano, sia più sollecito nel difendere lo Stato, tieni ben presente quanto segue: per tutti gli uomini che abbiano conservato gli ordinamenti della patria, si siano adoperati per essa, l'abbiano resa potente, è assicurato in cielo un luogo ben definito, dove da beati fruiscono di una vita sempiterna. A quel sommo dio che regge tutto l'universo, nulla di ciò che accade in terra è infatti più caro delle unioni e aggregazioni di uomini, associate sulla base del diritto, che vanno sotto il nome di città.
    [...] (riferendosi ai defunti) Al contrario, sono costoro i vivi, costoro che sono volati via dalle catene del corpo come da una prigione, mentre la vostra, che ha nome vita, è in realtà una morte.
    [...] «Se questa è la vera vita, come mai indugio sulla terra? Perché non mi affretto a raggiungervi qui?». «No», rispose. «Se non ti avrà liberato dal carcere del corpo quel dio cui appartiene tutto lo spazio celeste che vedi, non può accadere che per te sia praticabile l'accesso a questo luogo. Gli uomini sono stati infatti generati col seguente impegno, di custodire quella sfera là, chiamata terra, che tu scorgi al centro di questo spazio celeste. Scipione, coltiva la giustizia e il rispetto, valori che, già grandi se nutriti verso i genitori e i parenti, giungono al vertice quando riguardano la patria; una vita simile è la via che conduce al cielo e a questa adunanza di uomini che hanno già terminato la propria esistenza terrena e che, liberatisi del corpo, abitano il luogo che vedi, che voi, come avete appreso dai Greci, denominate Via Lattea.
    [...] Sì, impegnati e tieni sempre per certo che non tu sei mortale, ma lo è questo tuo corpo: non rappresenti infatti ciò che la tua figura esterna manifesta, ma l'essere di ciascuno di noi è la mente, non certo l'aspetto esteriore che si può indicare col dito. Sappi, dunque, che tu sei un dio, se davvero è un dio colui che vive, percepisce, ricorda, prevede, regge e regola e muove il corpo cui è preposto, negli stessi termini in cui quel dio sommo governa questo universo; e come quel dio eterno dà movimento all'universo, mortale sotto un certo aspetto, così l'anima sempiterna muove il fragile corpo.
    [...] (a proposito dell'anima che è eterna) Tu esercitala nelle attività più nobili. Ora, le occupazioni più nobili riguardano il bene della patria: se la tua anima trarrà stimolo ed esercizio da esse, volerà più rapidamente verso questa sede e dimora a lei propria; e lo farà con velocità ancor maggiore, se, già da quando si troverà chiusa nel corpo, si eleverà al di fuori e, mediante la contemplazione della realtà esterna, si distaccherà il più possibile dal corpo. Quanto agli uomini che si sono dati ai piaceri del corpo, che si sono offerti, per così dire, come loro mezzani e che hanno violato le leggi divine e umane sotto la spinta delle passioni schiave dei piaceri, la loro anima, abbandonato il corpo, si aggira in volo attorno alla terra, e non ritorna in questo luogo, se non dopo aver vagato tra i travagli per molte generazioni."

    Dal sito http://www.saint-seiya.it/

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada
    Dopo, c'è il fiume Acheronte; qui un gorgo torbido di fango ribolle in una vasta voragine ed erutta tutta la sua melma nel Cocito. Caronte traghetta le anime dall'altra parte (attraversando sia l'Acheronte che lo Stige), ma solo quelle che hanno avuto sepoltura. Le altre devono vagare per 100 anni in quella boscaglia acquitrinosa. Caronte si rifiuta di trasportare persone vive, soprattutto se armate, ma fa un'eccezione quando Enea gli mostra il ramo d'oro...
    Di qui la via che mena a le tartaree
    acque de l’Acheronte. Pien di melma
    bolle con vasto vortice quel flutto
    e la molta in Cocìto arena erutta.
    Spaventoso nocchier tien la riviera
    Caronte, d’un’orrenda squallidezza,
    cui larga invade irta canizie il mento,
    s’apron gli occhi di fiamma, e da le spalle
    pende annodato lurido mantello.
    Esso regge a la barca e remo e vela;
    su la ferrigna chiglia i corpi porta,
    vecchio, ma cruda ha il dio verde vecchiezza.
    Quivi a riva una gran folla correva,
    donne e uomini, e corpi senza vita
    di magnanimi eroi, e giovinetti
    e vergini, e recati sotto gli occhi
    de' genitori adolescenti al rogo;
    quante col primo freddo de l'autunno
    si spiccano ne' boschi e cadon foglie,
    o quanta da l'oceano a le spiagge
    va nuvola d'uccelli, allor che il gelo
    oltre il mare li caccia a terre apriche.
    Stavan, pregando, di passare i primi,
    e tendevan le mani per amore
    de l'altra sponda, ma il nocchiero arcigno
    ora questi ora quei riceve e gli altri
    allontana e ricaccia da la riva.


    Eneide, Libro VI - vv 384 –410
    (traduzione di Giuseppe Albini)



    Gustave Doré, Caronte

  3. #3
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    Ancora il mitico Giuseppe Cosco...



    LE PORTE DELL' INFERNO

    Le nostre città nascondono luoghi diabolici, paludi malsane e tetre, pregnanti di oscure energie, che irrompono nel mondo soffiando i loro vapori sulfurei

    In certi ambienti esoterici si crede che vi siano dei luoghi dai quali si sprigionano grandi energie. Scrive Kenneth Grant in "Il risveglio della magia" (Roma 1973), che "sulla faccia della Terra vi sono innumerevoli centri ‘sacri’... (...). ...ampiamente distribuiti sulla superficie della Terra: uno è al Cairo, l’altro a Sumer, un terzo nelle isole britanniche, mentre il più esaltato e spirituale è situato all’estremità meridionale dell’India. Gli ultimi tre sono nella regione trans-himalaiana del deserto del Gobi, nelle Ande e in California". La California, afferma ancora Grant: "si rivelerà come il deposito di una forza tremenda durante l’evoluzione sia del pianeta, sia dell’uomo nell’attuale Eone di Horus". E, a proposito della California, è indicativo sapere che il satanismo contemporaneo si origina, in gran parte, dalla controcultura californiana, infatti, le diverse espressioni artistiche, che si manifestarono nella California degli Anni ’60, ne diffusero la filosofia.
    L’Eone è un termine gnostico per indicare la Divinità Suprema, ma è chiamato così, pure, un ciclo di tempo comprendente 2000 anni. Questo Eone-tempo, secondo Crowley, è quello di Horus iniziato nel 1904, che, sempre secondo Crowley, spazzerà via il Cristianesimo gettando il "Dio morente", Gesù Cristo, nell’abominio. Egli suggerisce, per affrettare tutto ciò, di usare riti sacrileghi e immondi. Ecco un esempio. In un suo rituale, Aleister Crowley, prescrisse che venissero pronunciate con enfasi le seguenti parole: "Cedimi il tuo posto, o Gesù; il tuo eone è trascorso; l’Età di Horus è stata suscitata dalla Magia del Padrone della Bestia che è l’Uomo; e il suo nome è seicento e sessanta e sei... Io, Mega Therion, ti condanno perciò, Gesù, Dio-schiavo, ad essere beffeggiato sputacchiato e flagellato e poi crocifisso...". Crowley così apriva le porte dell’Inferno.
    Lo scrittore maledetto Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) fa dire al suo eroe, in uno dei suoi ultimi racconti: "E’ l’inferno, se si vuole, il manuale per manovrare l’Universo". Ricapitolando, la California "si rivelerà come il deposito di una forza tremenda", rivela il discepolo di Crowley, Kenneth Grant, e avrà una grande importanza per accellerare una sorta di trasformazione radicale dell’uomo e del mondo, che vedrà l’affermarsi di una nuova era di paganesimo e magia e la dissoluzione della cristianità.
    I Centri vitali di queste energie disgreganti, i loro punti nevralgici sono costituiti da strane e inquietanti architetture, da geometrie occulte, come il "triangolo nero", che unisce la città del diavolo per eccellenza, Torino, a Londra, che diede i natali al satanico Aleister Crowley e a San Francisco, dove Anton Szandor LaVey fondò la prima Chiesa di Satana, a mezzanotte del 30 aprile del 1966, data importante per i satanisti, è la notte di Valpurga (Walpurgisnacht).
    In Italia, Napoli, racconta Antonio Emanuele Piedimonte in: "Napoli segreta" (Napoli 1997): "è una riconosciuta porta d’accesso agli Inferi sin dalla prima colonizzazione greca. (…). Una vasta letteratura – scrivono Ramondino e Muller in Dadapolis – ha individuato in Napoli uno dei luoghi di elezione delle potenze infere su questa terra". Non a caso Mary Shelley nel suo famosissimo "Frankenstein" scrive: "I miei genitori, dopo l’Italia visitarono la Germania e la Francia. Io, il loro primogenito, Victor Von Frankenstein, nacqui a Napoli…".
    L’antichissimo e diffusissimo simbolo del serpente, noto in Egitto come il dio Atum creatore del mondo e che ritroviamo, tra l’altro, anche attorcigliato al caduceo del dio Asclepio che i Latini chiamavano Esculapio, abita la città di Milano. In Grecia il tempio di Asclepio, dio della medicina, era molto venerato e i malati ci andavono a frotte. Anche a Milano, come dicevo, si annida il serpente. Elisa Ghiggini nel suo libro "Milano" (Torino 1989) scrive: "A pochi passi dalla colonna del destino, o colonna regale, all’interno della basilica di S. Ambrogio, sul secondo pilastro di sinistra è scolpito un rettile di bronzo a cui la tradizione popolare attribuiva molta importanza. Alcuni storici scrissero che la basilica di S. Ambrogio fu innalzata sulle rovine di un tempio di Asclepio e a testimonianza di ciò portano l’immagine della vipera che si può ammirare sulla colonna di marmo". E’ inimmaginabile la quantità di luoghi pregnanti di energie sparsi per il mondo.
    In America le geometrie occulte di molti importanti edifici non sono passate inosservate agli studiosi. Il leader islamico Louis Farrakhan, nel 1995, di Washington ha affermato: "la topografia di questa grande capitale è tutta basata sul rituale segreto massonico". Alfred Miller, storico delle religioni, ha ribadito che "George Washington era un Gran Maestro della massoneria, dopo di lui abbiamo avuto altri tredici presidenti massoni. Gli ultimi sono stati Harry Truman negli anni ‘40 e Gerry Ford in quelli ’70… Washington insistette perché le fondamenta dei primi palazzi, dalla Casa Bianca al Campidoglio, fossero gettate con riti massonici".
    Decifrata secondo il simbolismo massonico, Washington si mostra in una chiave esoterica inquietante. In Campidoglio la statua della libertà è girata verso l’Oriente, mentre sarebbe stato più logico che fosse disposta in modo da guardare ad Occidente, al paese, insomma. Il sufismo dà molta importanza all’orientamento. Per la dottrina sufi l’Occidente è riferito al corpo e l’Oriente all’Anima universale. La maggior parte dei templi indù, e particolarmente tutti quelli di Angkor, si affacciano al sol levante.
    Il grande parco La Mall, situato tra il Lincoln Memorial e il Campidoglio, ha una disposizione da est a ovest, esattamente come una loggia massonica, verso dove convergono Pensylvania e Maryland Avenue. Sembra disegnarsi un triangolo incompleto, identico a quello del compasso, del quadrato e della bibbia, dove officia il Gran Maestro. E chi ci ha fatto caso ha osservato che dall’alto, il monumento a George Washington, un obelisco egizio al centro di una rotonda, appare come il famoso <<punto nel cerchio>>, simbolo esoterico pregno di significati. Questi e altri simboli occulti figurano nei posti più diversi della capitale. Dappertutto s’incontrano triangoli e cerchi. Anche il Pentagono, che può essere considerato un palazzo recente, è stato costruito secondo la simbologia occulta.
    Lo scrittore Edward Decker nel libro "La massoneria, la porta di Satana sull’America?" assicura che "le forze del male" occupano Washington e che, vicino al simbolismo massonico, ne sarebbe occultato uno satanico. Di architetture impregnate di simboli magici il mondo ne è pieno. Si racconta che la stessa Casa Bianca, se guardata da una particolare prospettiva, originerebbe il sinistro disegno di una stella a cinque punte rovesciata (è il pentagono che usano i seguaci di Satana per evocare i diavoli).
    I Cavalieri del Tempio erano depositari di strane conoscenze segrete, relative ad occulte architetture. Edwuard W. Cox, nel 1890, a tal proposito, scrisse: "Durante il periodo delle Crociate, molte delle regole e dei misteri che erano noti in epoca classica sembrano essere stati riorganizzati. L’influenza dell’occupazione della Siria sull’architettura europea è veramente marcata... i Templari e altri ordini religiosi e militari, che fondarono delle comunità in Europa, portarono con loro tali conoscenze orientali".
    Per meglio comprendere, è da spiegare che "nei secoli XII e XIII le prime forme gotiche vennero sviluppate e raffinate. I metodi islamici furono studiati e incorporati in un nuovo linguaggio formale che andava di pari passo con una esplosione di simbolismo mistico. (...). In quei tempi perdurava una separata ma parallela tradizione di architettura ecclesiastica. ...le chiese rotonde occupano un posto speciale e per taluni aspetti eretico nello schema della geometria sacra" (Nigel Pennick, Magia, simboli e segreti dei luoghi sacri, Roma). Le chiese rotonde furono considerate eretiche perché, spiega Pennick, esse "erano originariamente derivate da precedenti templi pagani della stessa forma. (...). Come i templi pagani, le chiese rotonde erano microcosmi del mondo".
    I Cavalieri del Tempio avevano appreso le leggi architettoniche, che caratterizzavano queste misteriose architetture e, ci informa ancora lo studioso che: "La forma rotonda della chiesa divenne particolarmente legata a questo ordine e, al centro della rotonda delle loro chiese, non vi era un altare, ma un cubo perfetto di pietra levigata, che era uno dei misteri del Templarismo. (...). Con la soppressione dei Templari, la forma rotonda della chiesa scomparve, effettivamente, finché il Rinascimento non la riscoprì direttamente da antiche forme pagane. Dovette essere, quindi, ben presto abolita, quando le sue origini pagane furono riconosciute dalle autorità ecclesiastiche".
    La forma rotonda della chiesa fu considerata diabolica dalle autorità ecclesiastiche perché questa forma, diversamente da altre, simbolizzava il mondo e il Rex Mundi è Satana. I Templari enfatizzarono questa mondanità col cubo, che era situato all’esatto centro della rotonda. Gli esoteristi sanno perfettamente che il cubo, inscritto dentro un cerchio, simbolizza "la terra dei cieli", in poche parole tutto ciò rappresentava la fusione del potere del cielo con quello della terra e questo, per i cristiani, era una grande eresia. Per questo motivo condannarono l’Alchimia e la Magia che tentavano apertamente tale fusione.
    L’uso di tali simbolismi rafforzò ulteriormente l’accusa di eresia mossa ai Templari. E in più, a pregiudicare seriamente la già delicata situazione, furono i princìpi islamici evidenti, mutuati dal sufismo. Cornelio Agrippa, all’inizio del XVI secolo, affermò che i Templari medievali furoni temibili maghi. Questi enigmatici monaci-guerrieri erano esperti di misteriose architetture, che legano località diverse e, anche, molto distanti tra loro, con inquietanti fili invisibili. Le nostre città nascondono luoghi diabolici, paludi malsane e tetre, pregnanti di oscure energie, che irrompono nel mondo soffiando i loro vapori sulfurei. Porte infere, aperte su abissi di orrore.

  4. #4
    sacher.tonino
    Ospite

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    Vecchio della Montagna si destò:
    mirò il piano e la febbre del piano,
    percorse cogli occhi torri e pinnacoli,
    tracciò sulla terra secca uno strano segno,
    e così parlò nella notte:

    Come in una falsa notte una falsa tregua,
    così in questa lunga agonia secolare
    i costruttori di torri fanno nidi al vento della loro stoltezza:
    ma a ogni fiato di nuova tormenta precipitano le torri.
    O costruttori di torri, precipitano le torri.

    Zero (pseud. di Guido De Giorgio), Crollano le torri, "La Torre", n. 1, 1 febbraio 1930.
    In una lettera del 19 maggio 1936 a Vasile Lovinescu (alias Geticus) René Guénon affrontava il tema delle "sette torri del diavolo", una delle quali (quella degli Yazidi, in Mesopotamia) era stata descritta da W. B. Seabrook in un libro di viaggi uscito alcuni anni prima e già recensito dallo stesso Guénon. Le "torri del diavolo", aveva spiegato quest'ultimo, sono "centri di proiezione delle influenze sataniche nel mondo" e costituiscono una parodia dei sette "poli", ossia dei vertici della gerarchia spirituale subordinati al Polo Supremo; in altre parole, le "torri del diavolo" sono i centri controiniziatici dei "santi di Satana", che pretendono di contrapporsi ai centri iniziatici dei "santi di Dio".
    Ebbene, scrivendo a Vasile Lovinescu, René Guénon indicava, oltre al territorio mesopotamico abitato dagli Yazidi, diverse zone in cui potrebbero essere localizzate altre torri del medesimo genere: "Per le altre, si parla di certe regioni situate verso i confini della Siberia e del Turkestan; c'è anche la Siria, con gl'Ismaeliti dell'Agha Khan e qualche altra setta alquanto sospetta; poi il Sudan, dove esiste, in una regione montagnosa, una popolazione 'licantropa' di circa ventimila individui (l'ho saputo da testimoni oculari); più al centro dell'Africa, nei pressi del Niger, si trova la regione da cui venivano già tutti gli stregoni o maghi dell'antico Egitto (compresi quelli che lottarono contro Mosè); sembra che in tal modo si potrebbe tracciare una sorta di linea continua, procedente prima da nord a sud, poi da est ad ovest, la cui parte concava rinserra il mondo occidentale".
    Dopo avere indicata la probabile ubicazione di cinque delle sette "torri del diavolo", René Guénon proseguiva accennando ai centri controiniziatici presenti in Europa: "Naturalmente, ciò non vuol dire che non vi siano altri centri più o meno importanti al di fuori di questa linea; Lei parla di Lione, e di sicuro c'è qualcosa in Belgio".
    Veniva poi a parlare degli Stati Uniti: "Quanto all'America, il punto più sospetto sembra essere la California, dove si trovano riunite tante cose eteroclite; è vero che si tratta soprattutto di organizzazioni pseudoiniziatiche, ma vi è certamente qualcos'altro che le guida, anche a loro insaputa; l'uso della pseudoiniziazione da parte di agenti della controiniziazione, in parecchi casi, appare sempre meno dubbio, e io mi propongo di parlarne prossimamente in un articolo, a proposito di una storia di organizzazioni sedicenti rosicruciane.."
    Non è facile dire (anche se è legittimo sospettarlo) se le defunte Twin Towers si inquadrassero nella geografia della controiniziazione statunitense, dove le "torri del diavolo" non mancano: si pensi, ad esempio, alla celebre pellicola americana Incontri ravvicinati del terzo tipo, che ha reso nota l'esistenza di un altopiano, nello Wyoming, chiamato Devil's Tower.
    In ogni caso, in un'ottica metastorica sarebbe fin troppo facile stabilire un rapporto tra la distruzione delle due torri della Babele americana e gli eventi vaticinati da Geremia, L, 7 ("Ecco, Babele è caduta ed è andata in polvere") e soprattutto da San Giovanni in Apocalisse, XVIII, 9-20 ("I re della terra, che con lei fornicarono e presero parte al suo lusso insolente, quando vedranno il fumo del suo incendio, piangeranno e faran cordoglio su di lei, stando a distanza, per paura dei suoi tormenti, e diranno: 'Sventura, sventura! O grande città, Babilonia, la potente città; in un attimo è venuto il tuo giudizio ' (...) E i mercanti della terra piangono e portano il lutto per Babilonia (...) O cielo, esulta sopra di lei! E voi pure, o santi, o apostoli, o profeti! perché Dio, giudicandola, vi ha reso giustizia contro di lei!").
    Si potrà obiettare che George Washington non vedeva negli Stati Uniti la Nuova Babilonia, bensì la Nuova Gerusalemme, "stabilita dalla Provvidenza in un territorio dove l'uomo deve raggiungere il suo pieno sviluppo e dove la scienza, la libertà, la felicità e la gloria devono diffondersi in pace". Analogamente, per John Adams, gli Stati Uniti erano "una pura e benefica repubblica, il cui compito consiste nel governo del mondo e nel perfezionamento degli uomini". Bush junior è addirittura arrivato a rivendicare agli Stati Uniti, protagonisti della "lotta del Bene contro il Male", il ruolo di guida in una missione di "giustizia infinita". Con questa mitologia hanno una stretta relazione il simbolismo massonico del dollaro, i progetti sionisti di fondare lo Stato ebraico in America, le ricerche di Simon Wiesenthal circa la preistoria ebraica dell'America, le tesi esposte nel libro di Edmund Weizmann intitolato L'America. Nuova Gerusalemme.
    Questo pathos escatologico, che a suo tempo ha ispirato l'idea del Nuovo Ordine Mondiale e della "fine della storia", presenta i caratteri fin troppo evidenti di una vera e propria parodia del sacro, caratteri che René Guénon riscontrava, ad esempio, nella figura di un padre della patria statunitense da lui espressamente indicato come agente della controiniziazione: Benjamin Franklin. Caratteri di parodia controiniziatica sono emersi d'altronde in vari episodi della storia americana (si pensi, per esempio, alla "crociata per il Graal" proclamata da Mac Arthur nella seconda guerra mondiale). Tutto ciò ci rimanda ad una celebre formula della teologia cristiana, Satana simia Dei, e ci induce a pensare che, come Satana è la scimmia di Dio, così la Nuova Babilonia rappresenta la contraffazione parodistica della Nuova Gerusalemme.
    Per Aleksandr Dughin, che in Continente Russia (Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1991) ha scritto pagine illuminanti sull'escatologismo americano, "questo pathos messianico risulta incomprensibile e la dimensione colossale del falso spirituale che sta dietro di esso non può essere compresa e valutata", qualora non si prenda in considerazione il ruolo dell'Oltreatlantide nel suo insieme sovratemporale e metastorico. Infatti, se si legge attentamente il brano di Platone concernente l'Atlantide, si vedrà che l'America è situata oltre l'Atlantide, a occidente del continente scomparso sul quale si manifestò originariamente, secondo Guénon, la controiniziazione. Secondo quella stessa geografia sacra che colloca nei pressi di Kabul l'ingresso nel regno di Agarttha, l'America è dunque la terra dei morti, il regno delle tenebre, una sorta di mondo psichico che ricorda l'Ade o lo Sheol, sicché la stessa aggressione statunitense contro l'Afghanistan potrebbe essere guardata da una prospettiva metastorica.
    La scoperta dell'America ad opera di Cristoforo Colombo (che Simon Wiesenthal sostiene fosse ebreo, ad majorem Judaeorum gloriam) "ha in sé un significato alquanto funesto, poiché indica la comparsa, all'orizzonte della storia, dell'Atlantide sommersa, e neppure della stessa Atlantide, ma della sua 'ombra', della sua prosecuzione negativa nell'Occidente simbolico, nel 'mondo dei morti'". Così scrive Dughin, il quale trae la conclusione seguente: "Ed in questo senso è abbastanza significativa la coincidenza cronologica di questa 'nuova scoperta' con l'inizio del brusco declino della civiltà europea (ed in generale euroasiatica), che da allora cominciò a perdere i suoi princìpi spirituali, religiosi, qualitativi e sacrali".
    Chi scrive ha già avuto modo di sostenere che basta osservare un qualunque atlante geografico per rendersi conto del fatto che l'Occidente del planisfero terreste coincide con il continente americano e con le acque che lo circondano, sicché risulta erroneo collocare l'Europa in Occidente o fare dell'Europa una parte dell'Occidente. L'Europa non è Occidente, perché si trova nell'emisfero orientale ed è parte integrante di quel blocco continentale che si chiama Eurasia, sicché, se l'Europa ha un rapporto di continuità e di contatto naturale con altre parti del mondo, queste non sono le Americhe, ma l'Asia e l'Africa.
    Franco Cardini, il quale ci avverte che "il concetto di Occidente è relativamente nuovo e sembra di per sé inscindibile da quello della modernità", pone un interrogativo di questo genere: "Ma l'equatore è davvero una linea divisoria anche in termini di cultura e di economia - e di potere - più netta del meridiano atlantico che separa il continente europeo da quello americano?" (F. Cardini, Noi e l'Islam. Un rapporto possibile?).
    L'Atlantico però, nella geografia menzognera e parodistica che ci è stata imposta da oltre mezzo secolo, è diventato il Mare Nostrum dell'Occidente. Nel 1945 mezza Europa è diventata Occidente. Nel 1989 lo è diventata anche l'altra metà. E adesso, nell’ideologia dell’Occidente, il crociano "non possiamo non dirci cristiani" è diventato "non possiamo non dirci americani".
    Al dogma occidentalista noi opponiamo una verità rivoluzionaria: NON POSSIAMO NON DIRCI EURASIATICI.
    Claudio Mutti




    Per quanto riguarda l'articolo editato dal Federale, mi sembra un minestrone con qualche verità.Quello di Mutti si rifà ad una certa area politica.

    Riflessioni:
    E' possibile, che sul globo esistano dei "Centri Controiniziatici" il quale ruolo sarebbe, quello di confondere le menti.
    E' pur vero che, in un epoca dove è vero tutto e il contrario di tutto possibilità si aprono a coloro che riescono a discernere e cavalcare anche forze cosidette "temibili".
    In ultima analisi, l'uomo compie dell'esperienze, uniche, tutte sue, e in ultimo, compie l'esperienza suprema della morte.

    Milioni di persone si sono perdute nelle nebbie dello spiritismo.Altri, hanno trovato la loro dimensione nella necromanzia.Qualcuno discende l'inferno, divenendo un serial killer, cioè, adempiendo al suo DESTINO.
    Alcuni, come Francesco di Assisi, diventano santi, dopo aver SPERIMENTATO la vanità del mondo.
    Qualcuno, troverà nel sesso la sua "mania"; il suo modo di godere.
    Altri, si faranno gli affari propri, e scompariranno in qualche isola caraibica, con qualche conto lussuoso in banche off/shore;
    Molti vagheranno senza cibo, nelle stazioni delle metropolitane.
    Ognuno adempirà al suo KARMAN, finchè il fuoco divoratore, divamperà, bruciando l'Universo e dando inizio ad un nuovo ciclo cosmico.Il cerchio si chiuderà, per riaprirsi.Chi si è amato, si rincontrerà; il ricco vorrà essere povero, e l'assassino dormirà placido nei prati in fiore.
    Il Big Bang, i cicli cosmici, al di là, il Tao IMMANIFESTO.
    NESSUNO HA NULLA DA TEMERE, perchè l'unico potere da conquistare è quello che esercitiamo su noi stessi.
    sacher.tonino

  5. #5
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    certo che guenon...

  6. #6
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    Predefinito Le porte dell'inferno sono vicine a noi

    Quando Bodhidharma ebbe il suo lungo colloquio con l'imperatore cinese Wu Li Liang, sostenne l'esistenza dell'Inferno contro l'imperatore, che la negava.
    Ne discussero a lungo e Wu Li alla fine si arrabbiò.
    Soprattutto per il fatto che un monaco buddista si permettesse di contraddire il signore del Celeste Impero.
    Alla fine, accecato dall'ira, prese a insultare ferocemente Bodhidharma.
    Questi allora, molto tranquillamente, gli disse:
    - L'inferno esiste e in esso sei. -

  7. #7
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    Predefinito Le porte dell'inferno sono vicine a noi?

    Ho sognato che uscivo da un altro sogno – popolato da cataclismi e tumulti - e mi risvegliavo in una stanza irriconoscibile. Albeggiava: una luce difusa e sospesa definiva i piedi del letto di ferro, la sedia stretta, la porta e la finestra chiuse, il tavolo vuoto. Pensai spaventato dove sono? E compresi che non lo sapevo. Pensai chi sono? E non riuscii a riconoscermi. Il timore crebbe in me. Pensai: questa veglia sconsolata è già l'Inferno, questa veglia senza destino sarà la mia eternità.

    Jorge Luis Borges – Da "Discussione" (La durata dell’inferno)

  8. #8
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    La discesa nel cuore del mondo

    Penetrare nella "terra al centro della terra" equivale a conoscere e conquistare la nostra vera natura. Ma è un cammino irto di ostacoli, come sapevano maghi e narratori

    di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco

    "Davanti al vestibolo e proprio nella bocca dell'Orco / il Pianto ha posto il suo covo e i vendicatori Rimorsi. / ... Nel mezzo, braccia vetuste, apre i suoi rami / un olmo ombroso, grande, sede che i sogni vani / tengono in folla, raccontano sotto ogni foglia s'aggrappano. / E ancora molti fantasmi di strani animale, Centauri sulle porte hanno stalla e Scille biformi, / e con cento braccia Briareo e la belva di Lerna / paurosamente fischiante, e la Chimera armata di fiamme; / e ancora Gorgoni e Arpie, e con tre corpi Gerione".
    Virgilio, Eneide, VI, 273-289

    Per disciogliere la Materia Prima, in modo da renderla atta alle successive purificazioni che porteranno alla formazione della Pietra Filosofale, gli antichi alchimisti consigliavano l'uso corrosivo del Vetriolo.

    Come è noto, l'opera alchemica sui metalli non è altro che l'immagine allegorica di un'operazione a carattere fisio-psico-spirituale che l'adepto deve condurre su se stesso per trascendere la natura umana e riconquistare l'occulta esesnza divina, un tempo a lui connaturale. La "materia vile" che a poco a poco, attraverso le lunghe e faticose operazioni alchemiche, si trasforma nella purissima e miracolosa "pietra dei saggi", non è che il simbolo dell'uomo che risale fra molteplici pericoli, ma con salda volontà, la via verticale dell'iniziazione.

    Per prima cosa, dicevano gli alchimisti classici, occorre calcinare col fuoco: cioè, accendere dentro di noi la fiamma che consuma tutto ciò che è impuro, legato alla terra; accendere la fiamma del desiderio che attira verso l'alto, l'ardore del divino, lo slancio che dirige verso le stelle. Quindi, occorre sciogliere le ceneri del nostro essere. "La soluzione", scrive Richard Cavendish, "che corrisponde grosso modo alla Luna dei Tarocchi, è il processo della profonda autoanalisi e del profondo disgusto di sé. La polvere calcinata, che rappresenta le caratteristiche più solide e durevoli nascoste sotto la superficie dell'anima, viene dissolta nell'acqua mercuriale /cioè spirituale - ndr/. Le predisposizioni nascoste dell'alchimista, i suoi pregiudizi, i gusti, gli schemi e gli automatismi profondamente radicati di azione e reazione, sono dissolti grazie all'opera del "mercurio", ovvero della visione intelligente della propria essenza interiore" (R. Cavendish, "La magia nera", Edizioni Mediterranee, Roma 1972).


    LA PIETRA NASCOSTA

    Il Vetriolo è, come si è detto, l'agente raccomandato per provocare l'azione dissolvente del Mercurio Filosofico: il riferimento alla sostanza materiale ci rivela, infatti, la precisa operazione che occorre eseguire. Se, mediante le regole del notarikon cabalistico, espandiamo il vocabolo VITRIOL, troviamo: Visita Interiora Terrae Beatificando Invenies Occultum Lapidem; e cioè: "Visita le viscere della terra e, purificando, troverai la Pietra nascosta".

    La discesa nelle viscere della terra è, come altri simbolismi analoghi, l'allegoria dell'immersione nell'abisso dell'inconscio, della visita al nostro intimo, della presa di coscienza con noi stessi. E chi conosce se stesso conosce tutto, perché non v'è nulla al di fuori dell'uomo che non sia anche dentro l'uomo. "Noli foras ire", ammoniva Sant'Agostino, "In te ipsum redii: in interiore homine habitat veritas". E, prima di lui, l'oracolo di Apollo a Delfo aveva sentenziato: "Conosci te stesso".

    Non è impresa facile, perché guardare nel nostro intimo significa scoprire l'inferno che è in noi. In esso è necessario calarsi, e da esso ci dobbiamo purificare (rectificando invenies occultum Lapidem, dice la formula alchemica) se vogliamo raggiungere la saggezza suprema. E' lo stesso inferno che dovettero affrontare Ulisse, Enea e Dante per conoscere il rispettivo destino, ed è lo stesso che, millenni prima di loro, aveva violato per la prima volta nella mitologia conosciuta, la dea sumera Inanna. Non si deve viaggiare a lungo per raggiungerlo: occorre però conoscere il cammino. "Se l'uomo non comprende l'inferno, è perché non ha capito il suo cuore", ha scritto Marcel Jouhandeau ne L'algèbre des valeurs morales. E se ha rinunciato a questa comprensione, è perché ha avuto paura di aprire gli occhi nel buio. L'acqua della soluzione, dicono gli alchimisti, è amara.


    Arnold Böcklin, Medusa (1878 circa) - Immagine tratta dal sito http://upload.wikimedia.org/

    Scrive Jung nel suo Mysterium Coniunctionis: "E' amaro, in verità, scoprire dietro i nostri nobili ideali delle convinzioni ristrette e fanatiche, ma per questo ancor più care, e dietro le nostre pretese eroiche null'altro che rozzo egoismo, bramosia infantile e compiacimento. Tuttavia, questo doloroso correttivo è una misura inevitabile in ogni processo terapeutico". Per risalire al Paradiso è, così, necessario superare le Porte di Dite, affrontare ciò che si trova al di là di esse. Al livello dell'inconscio significa disciogliere le resistenze interiori, vincere le passioni vili, le tentazioni terrene, il retaggio della carne, gli istinti, i riflessi condizionati che formano il guscio psichico nel quale è prigioniero l'Io vero, purificarsi immergendosi nelle acque dell'Eunoè, "la santissima onda", dalla quale Dante, dopoa aver attraversato l'Inferno e il Purgatorio, uscì "rifatto sì come piante novelle / rinnovellate di novella fronda, / puro e disposto a salire le stelle". Ma la Porta di Dite, la città infernale, è guardata dalla Gorgone, e oltre le sue mura vi sono tormenti e diavoli. E' per questo che chiunque sia stato forte e coraggioso abbastanza da scendere al Centro della Terra, ha dovuto superare un ostacolo, e vi ha trovato mostri.

    L'immagine della "catabasi", il cui significato tradizionale abbiamo illustrato brevemente, si ripete innumerevoli volte nel mito, nella leggenda, nella poesia primitiva e nella letteratura iniziatica. In ogni trattazione, risalta l'analogia tra "viscere della Terra" e "interiore homine"; dalle infinite discese agli inferi degli eroi di tutte le religioni primitive, alle favole di tesori nascosti che occorre ritrovare nelle caverne più buie, gemme sepolte in gallerie accessibili soltanto dopo averne vinto i soprannaturali guardiani, oggetti miracolosi celati in recessi popolati da mostri, e così via.


    IMMAGINI PLATONICHE

    A livello letterario, l'immagine della Terra cava, o per lo meno della Terra perforata da tunnel e gallerie, è ugualmente molto antica. La sua origine precisa risale probabilmente (come la versione narrativa del mito di Atlantide) a un'immagine platonica: la descrizione del sotterraneo mondo dei morti contenuta nel Simposio. col suo intreccio di caverne e di fiumi di fango e di fuoco.

    Nella letteratura scientifica vera e propria, il tema è introdotto per la prima volta da Athanasius Kircher (1601-1680), gesuita tedesco perfezionatore della "lanterna magica" e sostenitore, in polemica con Francesco Redi, della "generazione spontanea" della vita. Il suo libro Mundus Subterraneus (1678) è famoso soprattutto per le incisioni in rame a illustrazione del contenuto: esse mostrano la Terra perforata nel suo interno come una mela rosa dai vermi. Le gallerie sono occupate da lava o acqua bollente (che spiegano l'attività di vulcani e geyser) e sono popolate, secondo Kircher, da rettili e draghi.

    Un diverso modello di "mondo sotterraneo" presentò invece all'inizio del Settecento l'astronomo inglese Edmund Halley (1656-1700), noto per i suoi studi sulle comete, il quale cercò di spiegare le variazioni del campo magnetico del globo terrestre ipotizzandolo cavo, con all'interno un secondo globo che scorreva a velocità diversa da quello esterno.

    I due esempi di mondi sotterranei così descritti, la "Terra porosa" e la "Terra cava", sono quelli essenzialmente impiegati dai narratori fantastici per le loro catabasi romanzate.

    La più celebre fra le prime versioni letterarie del mito fu l'opera del barone danese Ludwig von Holberg dal titolo "Nicolai Klimii iter subterraneum", pubblicata a Lipsia nel 1741. Il successo fu enorme: nello stesso anno della sua prima apparizione il libro venne tradotto in danese, tedesco, olandese e francese; nei successivi centocinquant'anni, ebbe 59 edizioni in undici lingue (comprese russo, svedese, ungherese). La storia narra di come un certo Nils Klim, durante un'escursione in montagna, sia caduto in un'apertura del terreno, precipitando nella cavità interna della Terra (allo stesso modo di Alice nella tana del Coniglio Bianco, un secolo dopo). Lì trovò un sistema solare in miniatura, con una stella centrale e i suoi pianeti. Viaggiando nello "spazio interno", finì con l'essere catturato nell'orbita di uno di essi, un mondo chiamato Nazar, sul quale infine riesce a scendere e che i suoi abitanti sono lieti di mostrargli. Il tono dell'opera è satirico, e una delle sue preoccupazioni principali è quella di rifare il verso agli scienziati del tempo, impegnati a elaborare un modelo dell'universo su basi del tutto differenti da quelle note nell'antichità. Significativo da questo punto di vista è un passaggio nel quale Nils Klim, ruotando in orbita intorno a Nazar, cava di tasca un biscotto e lo getta nel vuoto, scoprendo che, come lui stesso ruotava intorno al pianeta, così il biscotto aveva iniziato a girare intorno al suo corpo: "E da questo appresi le vere Leggi del movimento, dalle quali si deduce che tutti i Corpi posti in stato di Equilibrio, naturalmente assumono il Moto Circolare".

    (continua)

  9. #9
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    LE PORTE DELL’INFERNO

    Si racconta che in ogni città esistano degli ingressi per il regno oscuro e che anche a Genova pare ve ne siano addirittura tre. Attraverso due di queste porte non si accede nel profondo delle tenebre e vengono per lo più usate per permettere alle creature degli inferi di uscire indisturbate. Una si trova nella zona tra S. Siro e Via della Maddalena: una leggenda narra che nel 4° secolo d.c. Siro, prima di diventare santo, sconfisse e ricacciò nelle viscere della terra proprio una di codeste creature diaboliche che era emersa da un pozzo di cui non si scorgeva il fondo. Voci recenti collocano piuttosto nella zona le apparizioni del mitico Lupo Mannaro, che si aggirerebbe nella classiche notti di luna piena terrorizzando gli abitanti con i suoi ululati e compiendo stragi di poveri mici indifesi. La seconda porta sarebbe collocata in una zona che già ben conosciamo. Mi riferisco alla zona degli Angeli, sopra Di Negro. Mentre invece della terza porta si sa solamente che funzioni in entrambi i sensi, ma che è estremamente pericoloso addentrarvisi perché si correrebbe il rischio di non farne più ritorno. Il fatto si complica poi ulteriormente perché per trovarla bisogna congiungere sulla carta topografica di Genova i lati delle altre due, tenendo conto che i tre lati formano un triangolo equilatero. Se il coraggio non vi difetta, buona caccia e... soprattutto In bocca al lupo! Mannaro si intende.


    Da Genova Magica spettri demoni ed altri misteri - Autore Mago Alex - De Ferrari Editore
    http://www.ghosttour.it/inferno.html

    Dal sito http://www.ghosttour.it/

  10. #10
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    2.3.5. I possibili influssi della concezione islamica dell’oltretomba
    sulla Commedia di Dante

    Gruppo di lavoro costituito da Niccolò Bartolini, Agnese Fondi, Jamil Cappelli, Elena Facchini, Francesco Mannucci, Francesco Meacci, Giulia Misuri, Sara Salvadori, Francesco Santoni, Debora Vignali

    Introduzione storico-culturale
    Le relazioni fra il mondo islamico e l’Europa cristiana furono innumerevoli nell’età medievale. Si devono ricordare in primo luogo i rapporti commerciali, che avvenivano attraverso vari itinerari, sia terrestri che marittimi. Altre importanti occasioni di incontro fra i due mondi erano costituite dai pellegrinaggi, che fra i secoli IX e XI assunsero il carattere di vere migrazioni di massa, e dalle stesse crociate durante i secoli XII e XIII. Tuttavia i canali di comunicazione più importanti furono rappresentati dalle aree direttamente sottoposte al dominio musulmano: la Sicilia e, in misura maggiore, la Spagna.
    In Sicilia, dopo la riconquista dell’isola per opera dei normanni, l’influenza esercitata dalla cultura e dai costumi arabi perdurò a lungo: la corte del re normanno Ruggero II era formata da cristiani e musulmani e presso l’accademia delle scienze e delle lettere cooperavano sapienti arabi, ebrei e greci. Successivamente Federico II manifestò sempre un vivissimo interesse per la cultura musulmana: ne sono testimonianze concrete l’opera di raccolta di manoscritti arabi presso l’Università di Napoli, la traduzione dei testi di Averroè, la proficua permanenza a corte di dotti e poeti arabi.
    In Spagna si verificarono gli stessi fenomeni rilevati in Sicilia, ma con intensità ed estensione maggiori. I mozarabi, o cristiani arabizzati, andalusi costituirono un importante canale di comunicazione fra cristiani e musulmani in quanto intraprendevano spesso viaggi e migrazioni anche verso il nord della Spagna, sia per sfuggire alle sanguinose persecuzioni condotte da alcuni dei primi emiri di Cordova sia per scopi commerciali. Altri agenti di contatto erano gli schiavi di origine cristiana, che talvolta, dopo lunghi periodi trascorsi presso i musulmani, tornavano nelle patrie di origine, e i mercanti ebrei che stringevano rapporti sia materiali che culturali fra la Spagna musulmana e le principali città dell’Europa cristiana. Durante la riconquista della Spagna da parte dei re cristiani del Nord i mudejares (musulmani convertiti) si sostituirono ai mozarabi nel ruolo di trasmettitori della cultura islamica. In particolare Alfonso VI, conquistatore di Toledo, e i suoi successori Alfonso VII e Alfonso il Saggio dimostrarono di apprezzare la cultura e gli usi dei precedenti dominatori. Toledo diventò un importante centro di traduzione delle opere più celebri della filosofia e della scienza arabe: di solito mudejares ed ebrei traducevano dall’arabo in castigliano i testi; questi ultimi erano poi tradotti in latino dai dotti cristiani, non solo spagnoli, ma provenienti da tutta Europa, che affluivano a Toledo. Alfonso il Saggio (1221-1284) patrocinò in modo ufficiale i lavori di traduzione, aggiungendo anche testi di carattere più popolare e meno tecnico, appartenenti alla letteratura di evasione, morale, storica e religiosa; il sovrano arrivò perfino a fondare a Siviglia un’università interconfessionale, in cui i docenti cristiani erano affiancati da musulmani che insegnavano la medicina e le scienze.
    La trasmissione al mondo cristiano e a Dante delle leggende escatologiche dell’Islam.
    La notizia delle leggende (hadit) islamiche sull’oltretomba potè giungere nell’Europa cristiana per uno qualsiasi dei canali precedentemente descritti. Tali hadit precedono di molto il X secolo e hanno un evidentissimo carattere popolare. Inizialmente la loro trasmissione fu esclusivamente orale e soggetta a ulteriori aggiunte: solo nel IX secolo, quando Buhari e Muslim selezionarono gli hadit ritenuti autentici redigendo delle collezioni canoniche, si può dare per conclusa l’era del fervore creativo di nuovi testi. Inoltre, data l’attrazione esercitata dal tema ultraterreno sulla fantasia delle masse, il numero dei maestri di hadit, che vissero nei secoli precedenti al IX, si calcola in migliaia.
    La Spagna fu forse, fra i paesi musulmani, il più appassionato nello studio degli hadit: migliaia di fedeli, durante il pellegrinaggio alla Mecca, raccoglievano dai maestri orientali e africani gli hadit sconosciuti in Spagna e li trasmettevano, anche glossati e con abbellimenti retorici; erano poi particolarmente diffusi i testi relativi al mi’rag o ascensione di Maometto. Inevitabilmente tali leggende escatologiche dovevano diffondersi anche presso i cristiani di Spagna. Già nel IX secolo Alvaro di Cordova, sant’Eulogio e l’abate Esperaindeo alludono nelle loro opere con toni critici a certe favole che hanno per autore il Profeta della religione musulmana. Anche successivamente si trovano notevoli tracce delle leggende escatologiche islamiche presso i cristiani di Spagna: l’arcivescovo di Toledo, Rodrigo Jiménez de Rada, vissuto fra il 1170 e il 1247, fu autore di una Historia Arabum in latino, che inizia dai tempi di Maometto e riporta alla lettera la leggenda del mi’rag. Lo stesso Alfonso il Saggio compilò o fece compilare, fra il 1260 e il 1268, una Cronica general o Estoria d’Espanna in volgare in cui si riporta la versione del mi’rag tratta dall’opera latina di Rodrigo con alcune brevi aggiunte. Infine l’opera del vescovo di Jaén, san Pedro Pascual (Impugnaçion de la seta de Mahoma), scritta a Granada fra il 1297 e il 1300, dimostra quanto fosse diffusa nel XIII secolo fra i cristiani spagnoli la leggenda dell’ascensione di Maometto: il vescovo riporta integralmente tutta la leggenda del mi’rag accompagnandola con commenti polemici.
    Per spiegare come le leggende escatologiche islamiche siano giunte a Dante è indispensabile ricordare l’opera di mediatore svolta da Brunetto Latini, suo maestro. Già Asin Palacios aveva sottolineato la presenza di evidenti tracce di cultura araba nel Tesoro di Brunetto; del resto il dotto fiorentino, inviato dal partito guelfo come ambasciatore alla corte di Alfonso il Saggio nel 1260, ebbe certo la possibilità di frequentare personalmente il re mecenate e di conoscere l’opera svolta dai traduttori toledani e la cultura e la scienza arabe in generale. Mentre però Asin Palacios poteva solo ipotizzare la conoscenza da parte di Brunetto della leggenda del mi’rag e la sua trasmissione, magari a viva voce, a Dante, la studiosa italiana Maria Corti, nell’articolo citato nella bibliografia, individua un testo ben preciso che avrebbe costituito un modello per la Commedia: si tratta del Libro della Scala. Il Libro, composto in arabo nel secolo VIII, fu tradotto in castigliano alla scuola di Toledo, intorno al 1264, dall’ebreo Abraham Alfaquim, medico di Alfonso il Saggio; nello stesso 1264 fu tradotto dal castigliano in latino e in francese antico da Bonaventura da Siena, esule ghibellino toscano e notaio alla corte di Alfonso. È probabile che Brunetto conoscesse il Libro della Scala tradotto a Toledo da un senese e potrebbe aver comunicato notizie a Dante. Tuttavia è anche ipotizzabile che Dante disponesse di un esemplare del testo, che poteva giungere facilmente a Firenze, magari tramite uno dei molti mercanti pisani che in quel tempo commerciavano sia con la Spagna cristiana che con quella musulmana.
    Del resto occorre sottolineare con Asin Palacios e molti altri autorevoli dantisti (D’Ancona, Cosmo) che Dante fu uno spirito assai ricettivo e aperto a tutti gli aspetti della cultura del suo tempo: non avrebbe perciò escluso dalla sfera delle sue conoscenze la cultura islamica, nei confronti della quale intellettuali come Ruggero Bacone, Alberto Magno e Raimondo Lullo esprimevano giudizi assai positivi. Un esempio concreto dell’ammirazione dell’autore della Commedia per alcune figure del mondo arabo è fornito dalla collocazione di Avicenna, Averroè e Saladino fra i grandi spiriti del Limbo (Inferno canto IV). L’influsso esercitato dalla cultura araba su Dante riguarda tuttavia solo l’ambito letterario e scientifico, mentre emerge, nel canto XXVIII dell’Inferno, la netta condanna dell’Islam sul piano religioso: Maometto e ‘Ali sono giudicati da Dante come “seminatori di discordie”. L‚“epidemia di tagli” cui si assiste in questa ottava bolgia rimanda all’idea dello scisma e, secondo la Corti (p. 314), al paragrafo 199 del Libro della Scala: Gabriele spiega a Maometto che “qui verba seminant ut mittant discordiam inter gentes” sono puniti con il taglio delle labbra o la privazione della lingua con tenaglie di fuoco.
    Resta infine da affrontare un ultimo aspetto dei rapporti fra l’autore fiorentino e la cultura araba: Asin Palacios ha rilevato numerosi elementi comuni fra le opere di Dante e quelle del mistico spagnolo Ibn’Arabi, vissuto fra il 1165 e il 1240 (ad esempio la personificazione degli spiriti psicofisici nella Vita Nuova ha significative analogie con la consuetudine del mistico a far monologare e ragionare l’essere e il nulla, la materia e la forma, le facoltà dell’anima). In particolare lo studioso spagnolo concentra la sua attenzione su due opere di Ibn’Arabi, L’interprete delle passioni (raccolta di poesie amorose) e I tesori e gli splendori (commento allegorico alle medesime), che sono caratterizzate da un disegno strutturale simile a quelle del Convivio dantesco. Qualunque conseguenza si voglia trarre da queste considerazioni, è indubbio che, molto prima della nascita dell’idealizzazione della figura femminile nella lirica provenzale e nel Dolce stil novo, l’Islam orientale e spagnolo aveva prodotto opere letterarie in prosa e in versi in cui l’amore era scevro da ogni sensualità (si vedano ad esempio le poesie di Giamìl, della tribù dei Banu Udhra, che morì folle d’amore per la sua Buthaina); successivamente opere di carattere mistico-allegorico, come quelle di Ibn ‘Arabi, sottopongono tutta la ricchissima gamma della psicologia amorosa a un’analisi minuziosa e ad un’esegesi metafisica: «(Ibn ‘Arabi) afferma con sublime audacia che è Dio colui che si manifesta a ogni amante, sotto i veli della sua amata, la quale non sarebbe adorata se non rappresentasse la divinità; che il Creatore si nasconde, affinché lo amiamo, sotto le apparenze della bella Zainab, di Su’ad, di Hind, di Layla…»
    (Asin Palacios, vol. I, p. 407)
    Alcuni confronti fra le leggende escatologiche islamiche e la Commedia di Dante
    Seguendo Asin Palacios e Maria Corti, è ora possibile scendere nello specifico ed evidenziare in primo luogo alcune analogie fra le leggende islamiche e la Commedia dantesca.
    Le varie redazioni della leggenda relativa a un viaggio di Maometto nelle regioni dell’oltretomba, cui si accennava prima, già diffuse nell’Islam almeno dal secolo IX, erano nate da un versetto del Corano (XVII sura): «Lode a colui il quale trasportò il suo servo (Maometto), di notte, dal tempio sacro (della Mecca) al tempio più remoto (di Gerusalemme), del quale benedicemmo il recinto, per mostrare a lui alcuni dei nostri segni». Alcune di queste redazioni mostravano già una sola azione drammatica complessiva, suddivisa in due parti: la visita all’Inferno e l’ascensione al Paradiso. Le somiglianze con il poema dantesco che saltano agli occhi sono numerose; se ne forniscono di seguito alcuni esempi.
    1. Sia Maometto che Dante sono gli autori e i protagonisti delle rispettive opere e sono accompagnati da eccellenti personaggi, rispettivamente l’arcangelo Gabriele e Virgilio (per l’Inferno e il Purgatorio), che, oltre a guidare i pellegrini, soddisfano la loro curiosità e li invitano a essere grati a Dio per il particolare favore ricevuto.
    2. Entrambi i viaggi incominciano di notte e al risveglio del protagonista da un profondo sonno.
    3. Durante il viaggio verso Gerusalemme Maometto è ostacolato da tre voci che tentano di fermarlo; alla terza voce appare una donna dalle vesti multicolori, simbolo delle tentazioni del mondo. Allo stesso modo Dante è ostacolato nel suo cammino all’uscita della selva oscura da una lonza, un leone e una lupa.
    4. Per quanto riguarda l’architettura dell’Inferno, esso ha in entrambi i casi la forma di un gigantesco imbuto, in cui le categorie di peccatori, suddivise nei vari ripiani circolari, sono sottoposte a una pena che diventa sempre più grave via via che si scende, in rapporto alla maggiore gravità della colpa, e che è comunque correlata per analogia o contrapposizione al peccato commesso. Inoltre l’Inferno ha la stessa collocazione geografica nella Commedia e nella tradizione islamica (è posto al di sotto di Gerusalemme).
    5. Anche l’architettura del Paradiso è simile (ovviamente è ispirata in entrambi i casi a Tolomeo). Inoltre vi sono tre precise situazioni che ricorrono in entrambi i viaggi: a) lo splendore e la letizia di angeli e beati si manifestano sostanzialmente come luce; b) i pellegrini perdono la vista di fronte alla forza divina della claritas; c) «terza situazione collegata alla claritas è il movimento circolare delle luminose sfere angeliche, che a sua volta si fa musica e canto» (Corti, p. 312). Tuttavia il Paradiso islamico avrebbe offerto a Dante un minor numero di spunti rispetto all’Inferno: il poeta fiorentino sarebbe stato maggiormente attratto dalla descrizione concreta, realistica, quasi ispirata a violenza vendicativa, delle pene cui sono sottoposti i dannati. Si deve comunque ricordare almeno la famosa scala su cui Maometto e Gabriele salgono dalla terra al cielo della luna e che è percorsa da angeli luminosi; essa è presente nel Paradiso dantesco, quando Dante vedrà nel cielo di Saturno una scala color dell’oro, per i cui gradini scendono gli spiriti beati (Paradiso XXI, vv. 28-33).
    Come sottolineato prima, il confronto fra le leggende islamiche e l’Inferno di Dante offre la possibilità di riscontrare numerose e significative analogie, di cui offriremo un’ampia esemplificazione. L’analisi dei primi tre casi è opera di Elena Facchini; per gli altri esempi abbiamo seguito Asin Palacios.
    1. Nei testi della leggenda dell’ascensione di Maometto si trovano tre versioni della pena dei lussuriosi, che presentano notevoli somiglianze, ma anche contrasti, con il canto V dell’Inferno.
    E camminammo ancora, e incontrammo uomini e donne, dall’aspetto e dai vestiti più brutti e ripugnanti che si potessero vedere, e che emanavano un odore disgustoso, come di latrina. Chiesi: - Chi sono costoro? - Mi rispose: - Sono gli adulteri e le adultere.
    (Ciclo I - Redazione A della leggenda, Asin Palacios, vol. I, p. 414)
    E proseguii con loro, ed ecco (che vidi) un’abitazione costruita a mo’ di tubo, stretta in alto e ampia in basso; nella sua parte inferiore v’era acceso un fuoco. In tale fuoco c’erano uomini e donne nudi, che, quando il fuoco divampava, s’innalzavano fin quasi a uscirne, e, quando si mitigava, ritornavano in basso. Chiesi: - Che cos’è questo? - Mi risposero: - Tira dritto - […] - Le persone che hai visto nel forno sono gli adulteri.
    (Ciclo I - Redazione B della leggenda, Asin Palacios, vol. I, pp. 416-417)
    Poi guardai e vidi uomini e donne dentro dei forni, e il fuoco era acceso su essi, e la fiamma saliva fino ai loro volti e alle loro teste. Gridavano, e dalle loro pudenda scorreva pus, ed emanavano un odore tanto ripugnante che gli altri condannati li maledicevano. Chiesi: – Chi sono costoro? – Mi rispose: – Le adultere e gli adulteri.
    (Ciclo II - Redazione B della leggenda, Asin Palacios, vol. I, p. 422)
    La pena dei lussuriosi nell’Inferno dantesco consiste invece nell’essere trascinati da una bufera incessante che li porta continuamente su e giù:
    La bufera infernal, che mai non resta,
    mena gli spirti con la sua rapina,
    voltando e percotendo li molesta (V, vv. 31-33)
    così quel fiato li spiriti mali
    di qua, di là, di giù, di su li mena (V, vv. 42-43)
    Il contrappasso, per analogia, identifica quel vento con la passione che li travolse in vita e determinò le loro azioni, proprio come adesso la bufera li travolge e influenza il loro andare. L’immagine delle anime che si muovono trasportate da un elemento naturale è evidente e sorprendentemente simile nella seconda versione della leggenda dell’ascensione di Maometto: in luogo del vento troviamo il fuoco, che avvolge le anime e le porta su e giù. Esso è una metafora molto comune della passione amorosa, cara anche alla tradizione stilnovistica a cui apparteneva lo stesso Dante.
    In entrambi i testi i dannati non sono padroni delle loro azioni e del loro cammino, non hanno libertà di scelta: questa condizione esprime l’impotenza che hanno dimostrato di fronte alla forza dell’amore in vita. Per la tradizione cortese precedente a Dante, arrendersi alla passione era considerato inevitabile e giusto. Ma la condanna di Dante, che oppone il libero arbitrio all’inevitabilità del peccato, è chiara: egli pone i lussuriosi nell’Inferno, a prescindere dalle attenuanti che la passione può loro concedere. Il tema è sicuramente trattato più ampiamente nella Commedia che nei testi relativi a Maometto, ma sono le stesse le caratteristiche di fondo, cioè le modalità della pena (attraverso un elemento naturale) e la condizione di impotenza dei dannati. Il fuoco compare anche nella terza versione della leggenda, ma qui, come nella prima redazione, sono riscontrabili differenze più marcate nei confronti del testo dantesco. L’immagine dei dannati è quantomeno ripugnante: tutti emanano un odore disgustoso, e nella terza versione dalle loro pudenda scorre il pus: questo può essere metafora della condizione di impurità in cui li ha portati il peccato. Tutto ciò è in completo contrasto con la situazione del canto V dell’Inferno, il cui tono è alto e tragico: le prime parole che Francesca rivolge a Dante (“O animal grazioso e benigno...”, v. 88 e segg.) sono pervase da gentilezza e in nessuna parte il suo discorso scade nella minima volgarità.
    2. La pena dei ladri nella Commedia può essere messa a confronto con quella dei “divoratori di ricchezze” islamici che sono così descritti:
    E guardai verso il primo ripiano (di quei sette), ed ecco che esso era il ripiano dei colpevoli di peccato mortale. E vidi in esso settanta mari di fuoco, e in ciascuna delle loro spiagge una città di fuoco, e in ogni città settantamila case di fuoco, ognuna delle quali conteneva settantamila casse di fuoco, dove stavano rinchiusi uomini e donne, tormentati da serpenti e scorpioni e lanciando grida. Dissi: – O angelo (dell’inferno)! Quale fu il peccato di costoro nel mondo? – Mi rispose: – Essi commisero ingiuste violenze contro le genti e ne divorarono le ricchezze senza diritto, e s’inorgoglirono e agirono tirannicamente, dal momento che solo a Dio compete il dominio e la forza.
    (Ciclo II - Redazione B della leggenda, Asin Palacios, vol. I, pp. 420-421)
    Nell’Inferno dantesco, al canto XXIV, si legge:
    Noi discendemmo il ponte da la testa
    dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
    e poi mi fu la bolgia manifesta:
    e vidivi entro terribile stipa
    di serpenti, e di sì diversa mena
    che la memoria il sangue ancor mi scipa (vv. 79-84)
    Le prime analogie affiorano nella descrizione del luogo: sono notevoli in entrambi i casi le dimensioni e l’affollamento dell’ambiente (nel primo caso si tratta di milioni di casse di fuoco, nel secondo di una quantità inimmaginabile di serpenti). Lo scenario è quindi affollato e intricato: nella leggenda islamica è l’accumulo di numeri che crea questa situazione, nella Commedia la quantità dei serpenti, che danno l’idea di essere intrecciati e sparsi dovunque.
    Il testo di Dante continua così:
    Tra questa cruda e tristissima copia
    correan genti nude e spaventate,
    senza sperar pertugio o elitropia:
    con serpi le man dietro avean legate;
    quelle ficcavan per le ren la coda
    e ‘l capo, ed eran dinanzi aggroppate (vv. 91-96)
    Era apparsa a prima vista l’analogia delle due pene per la presenza dei serpenti; adesso il quadro delle somiglianze si fa più completo. In mezzo all’affollamento descritto prima trovano posto i dannati, raffigurati in entrambi i casi terrorizzati; la loro presenza sembra un po’ soffocata dall’ambiente circostante, sia dalle casse infuocate che dall’abbondanza di serpenti.
    Tutti i dannati sono impossibilitati a difendersi, in un caso perché rinchiusi nelle casse, nell’altro perché hanno le mani legate: un riferimento alla vita che hanno condotto, “slegata” dalla legge e dal rispetto per gli altri.
    Per completare il quadro si introduce anche nel testo dantesco l’elemento del fuoco:
    Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
    s’avventò un serpente che ’l trafisse
    là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
    Né O sì tosto mai né I si scrisse,
    com’el s’accese e arse, e cener tutto
    convenne che cascando divenisse (vv. 97-102)
    È da rilevare fra l’altro con la Corti (pp. 313-314) che nel Libro della Scala (paragrafo 140 e 143) si dice che Dio fa tornare uomini i dannati per nuovamente punirli e che i serpenti hanno un veleno che brucia subito il dannato riducendolo in cenere (anche se questa pena non è applicata in maniera specifica ai ladri).
    Tornando al confronto fra i ladri di Dante e i “divoratori di ricchezze” islamici, si può sottolineare che il legame fra il ladro e il serpente si trova nella bassezza del ladro, che si insinua e si nasconde per rubare. Il contrappasso è spiegato al verso 124: «vita bestial mi piacque e non umana». Il ladro è quindi una vera e propria bestia, e subdole come i movimenti di un serpente sono le sue azioni. Il dannato che sta parlando (il pistoiese Vanni Fucci) spiega infatti che non solo rubò, ma che del suo furto furono accusati altri. Nella leggenda dell’ascensione di Maometto la bassezza sta nel mascherare il furto dietro il potere e tale peccato è efficacemente condannato dall’espressione “divorarono”. Il fuoco e i serpenti, per gli stessi motivi, si ritrovano anche nella successiva descrizione di quelli che “ingiustamente divorano i beni degli orfani”. In generale sia Dante che la tradizione musulmana concordano nel giudicare il furto un peccato molto grave, espressione di un animo subdolo e prepotente.
    3. Nelle leggende dell’ascensione di Maometto non si parla propriamente di golosi, piuttosto di uomini dannati perché hanno infranto il digiuno. Dal momento che la pena a loro riservata è molto simile a quella dei golosi nel canto VI dell’Inferno, il confronto appare in ogni caso fruttifero: in fondo si tratta sempre di uomini che non sono riusciti a tenere a freno i loro istinti.
    E camminammo ancora, e incontrammo uomini e donne appesi per i polpacci, a testa in giù, che sorbivano un po’ d’acqua e un po’ di melma. Chiesi: – Chi sono costoro? – Mi rispose: – Sono quelli che, durante il digiuno, lo infrangono prima che la rottura sia lecita.
    (Ciclo I - Redazione A della leggenda, Asin Palacios vol. I, p. 414)

    Dante descrive i golosi nel canto VI come distesi e immersi in una fanghiglia che emana cattivo odore. Il contrappasso è per contrasto in quanto i golosi in vita hanno goduto di cibi raffinati e delicati, mentre all’Inferno sono costretti a stendersi nel fango puzzolente. L’analogia con la pena dell’Inferno islamico è evidente: il contrappasso appare lo stesso e la concordanza scende anche nei particolari, in quanto l’acqua e la melma sono presenti in entrambi i racconti.
    4. Nel sesto cerchio, nella città di Dite (canto X), gli eretici bruciano in un sepolcro di fuoco. Una situazione corrispondente si trova nella leggenda del mi’rag: Maometto, durante il suo viaggio, trova un oceano di fuoco sulle cui spiagge ci sono città formate da sepolcri infuocati dove sono tormentati i malvagi.
    5. Proseguendo il suo viaggio, Dante incontra i sodomiti, nel terzo girone del settimo cerchio (canto
    XV); essi sono costretti a camminare in modo circolare sotto una pioggia di fuoco che brucia i loro corpi (fra di loro riconoscerà proprio il suo maestro Brunetto Latini). Di questa pena è riscontrabile un modello arabo in una doppia serie di tradizioni: nella prima i reprobi sono puniti con una pioggia di acqua bollente o di ottone fuso, nella seconda i sapienti che non conformarono il proprio comportamento ai loro stessi insegnamenti devono muoversi in continuazione secondo un percorso circolare e i loro allievi chiedono ai saggi con meraviglia le ragioni per cui si trovano all’Inferno, dal momento che essi invece sono entrati in cielo proprio grazie a ciò che hanno imparato da tali maestri. Infine nel Corano (LV, 35-37), a proposito del giudizio finale, si dice che i dannati saranno colpiti da una pioggia di fiamme di fuoco e di rame fuso.
    6. Nella quarta bolgia dell’ottavo cerchio (canto XX, vv. 10-15) gli indovini sono costretti a camminare a ritroso e hanno la testa girata verso le spalle (con evidente allusione al fatto che in vita vollero conoscere quel futuro che alla natura umana è giustamente precluso). Tale pena trova un riscontro in un testo coranico in cui si dice: «O voi, ai quali è stato dato il Libro, credete in ciò che abbiamo fatto scendere a conferma delle scritture che sono presso di voi, prima che sfiguriamo i vostri volti e li trasformiamo in parti posteriori» (Asin Palacios vol. I, pp. 155-156). Il passo, variamente interpretato, era comunque riferito agli ebrei che avevano negato la verità del Corano, essendo così sviati dal retto cammino. Inoltre si possono riscontrare analogie con questo supplizio sia in una credenza islamica, in cui si afferma che certi demoni si mostrano agli uomini con i volti girati verso la nuca, sia in altre tradizioni arabe, nelle quali si descrivono i reprobi, al momento del giudizio, che sono resuscitati in questa posizione contorta, in modo da leggere la sentenza di condanna appesa alle loro spalle.
    . I giganti che attorniano la sponda di un pozzo immersi dall’ombelico in giù (canto XXXI), nel punto di passaggio da Malebolge al nono cerchio, quello dei traditori, possono essere confrontati con gli infedeli che, nella tradizione islamica, sono gli abitatori dell’ultimo ripiano infernale e hanno una statura imponente in modo da offrire maggior presa ai supplizi di cui sono vittime. Inoltre, nell’Inferno islamico, Iblis, re dei diavoli, si trova incatenato nella stessa strana posizione del gigante Fialte (avvinto con una catena dal collo in giù, col braccio sinistro legato davanti e l’altro dietro il petto, vv. 86-90).
    8. Sempre a proposito di Iblis, è da sottolineare che il re dei diavoli è in qualche modo l’equivalente del Lucifero dantesco, in quanto, posto nel fondo dell’Inferno, soffre il tormento del ghiaccio (tra l’altro il supplizio del freddo a cui sono sottoposti i traditori dell’ultimo cerchio dantesco non ha precedenti nell’escatologia biblica, mentre ha grande rilevanza nell’Inferno musulmano) ed è stato cacciato dal cielo per il suo peccato di superbia. Le tre orribili facce su un solo busto proprie di Lucifero (XXXIV, vv. 37-45) corrispondono alla rappresentazione dei traditori e degli stessi demoni in alcune tradizioni islamiche.
    9. Infine le varie posizioni che i traditori assumono nella palude ghiacciata del Cocito (XXXIV, vv. 13-15), tra cui quella stravagante dei piedi che toccano la testa, hanno numerosi precedenti nelle descrizioni dell’Inferno musulmano, anche se non compare in esse il supplizio del gelo.

    Tratto da: Islam Europa
    a cura di
    Tiziana Mori e Simona Giani

 

 
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