IL PALAZZO
Il palazzo non è infinito.
I muri, i terrapieni, i giardini, i labirinti, le scalinate, i balconi, le balaustre, le porte, le gallerie, i cortili circolari o rettangolari, i chiostri, gli incroci, i pozzi, le anticamere, le camere, le alcove, le biblioteche, le soffitte, le prigioni, le celle senza uscita e gli ipogei non sono meno numerosi dei granelli di sabbia del Gange, ma il loro numero è finito. Dai tetti a terrazza, verso occidente, c’è chi riesce a vedere le fucine, le falegnamerie, le scuderie, gli arsenali e le capanne degli schiavi.
A nessuno è dato percorrere se non una parte infinitesimale del palazzo. Qualcuno conosce solo le cantine. Possiamo percepire alcuni volti, alcune voci, alcune parole, ma ciò che percepiamo è infimo. Infimo e meraviglioso insieme. La data che l’acciaio incide nella lapide e che i libri parrocchiali registrano è posteriore alla nostra morte; siamo già morti quando non ci tocca più nulla, né una parola, né un desiderio, né un ricordo. Io so che non sono morto.
Jorge Luis Borges, l’oro delle tigri, Adelphi, Milano, 2004.
