Il ritorno a casa di Milarepa
Al tramonto arrivai alla mia casa - così racconta Milarepa - ed ahimè la vidi nelle stesse condizioni in cui mi era apparsa in sogno. La bella casa che prima sembrava un tempio, non era più che una squallida rovina. La collezione di libri sacri era stata danneggiata dalla pioggia ed uno spesso strato di polvere e terra, caduta dal soffitto sfondato, li aveva ricoperti. Topi ed uccelli vi avevano costruito il nido. Dovunque io volgessi lo sguardo non vi trovavo che desolazione e rovina. Affranto dal dolore mi diressi verso l'atrio e mi imbattei in un mucchio di terra e cenci su cui un grosso cespuglio di erba era cresciuto. Lo scrollai ed intravidi alcune ossa umane che riconobbi istintivamente per quelle di mia madre. Un'indicibile angoscia mi vinse; tanto forte fu il dolore di non potere più vedere mia madre che ero sul punto di venir meno, quando mi ricordai degli insegnamenti del mio maestro; feci un cuscino delle ossa di mia madre e mi assorsi in uno stato indisturbato di tranquillità, in una chiara e profonda meditazione. E sette giorni e sette notti passarono così. Poi, riflettendo, arrivai alla conclusione che il giro delle morti e delle rinascite è irreale e decisi di seppellire le ossa di mia madre e ritirarmi nella grotta di Dragkartaso per passare il mio tempo colà in continua meditazione. Risolsi di sedere colà giorno e notte fino al termine della mia vita e feci voto che se mai un qualche pensiero mondano avesse dovuto tentarmi, avrei piuttosto commesso suicidio che lasciarmi sopraffare.
La casa infernale di Filippo Melantone...
Gli angeli mi comunicarono che quando Melantone morì gli fu assegnata nell'altro mondo una casa illusoriamente simile a quella che aveva avuto sulla terra. (A quasi tutti i nuovi arrivati nell'eternità accade la stessa cosa ed è per questo che credono di non essere morti). Gli oggetti domestici erano uguali: il tavolo, la scrivania con i suoi cassetti, la biblioteca. Non appena Melantone si svegliò in questo nuovo domicilio, riprese la sua attività letteraria come se non fosse stato un cadavere, e per alcuni giorni scrisse sulla giustificazione per fede. Com'era sua abitudine, non spese una parola sulla carità. Gli angeli notarono questa omissione e inviarono dei messaggeri a interrogarlo. Melantone disse loro: « Ho irrefutabilmente dimostrato che l'anima può prescindere dalla carità e che per entrare in cielo basta la fede ». Diceva queste cose con superbia e non sapeva di essere già morto e di non trovarsi affatto in cielo. Allorché gli angeli udirono quel discorso lo abbandonarono.
Di lì a poche settimane, i mobili cominciarono a dissolversi fino a diventare invisibili, tranne la poltrona, il tavolo, i fogli di carta e il calamaio. Le pareti della stanza, inoltre, si macchiarono di calce e il pavimento di vernice gialla. Anche i suoi abiti erano già molto più scadenti. Lui tuttavia continuava a scrivere, ma siccome persisteva nella negazione della carità fu trasferito in uno studio sotterraneo dove c'erano altri teologi come lui. Lì rimase prigioniero per qualche giorno, finché cominciò a dubitare della sua tesi e gli permisero di far ritorno. I suoi abiti erano di pelle non conciata, ma egli si sforzò di credere che si era trattato semplicemente di un'allucinazione e continuò a esaltare la fede e a denigrare la carità. Una sera sentì freddo. Allora fece il giro della casa e scoprì che le altre stanze non corrispondevano più a quelle della sua dimora terrena. Una era piena di strumenti sconosciuti; un'altra era talmente rimpicciolita che era impossibile entrarvi; un'altra ancora non era cambiata, ma le finestre e le porte davano su grandi dune. La stanza in fondo era piena di persone che lo adoravano e gli ripetevano che nessun teologo era sapiente quanto lui. Tale adorazione gli piacque, ma, siccome alcune di quelle persone non avevano volto e altre sembravano morte, finì per averne orrore e diffidarne. Decise allora di scrivere un elogio della carità, ma le pagine scritte oggi risultavano cancellate l'indomani. Questo perché le scriveva senza convinzione.
Riceveva molte visite di gente appena morta, ma si vergognava di riceverle in un alloggio così squallido. Per far credere a costoro che si trovava in cielo, si mise d'accordo con uno degli stregoni della stanza in fondo, e questi li ingannava con simulacri di splendore e di serenità. Non appena i visitatori si ritiravano, e talora anche un po' prima, ricomparivano la miseria e la calce.
Le ultime notizie su Melantone dicono che il mago e uno degli uomini senza volto lo portarono verso le dune e che ora è una specie di servo dei demoni.
Questo breve racconto è riportato in appendice a ""Storia Universale dell'Infamia" di Jorge Luis Borges (Adelphi, pagg. 90 e seguenti), con il titolo "Un teologo nell'aldilà". Tempo fa Pcosta, che conosce bene il vezzo di Borges di burlarsi delle fonti, si è messo a indagare e ha scoperto che in "Arcana coelestia" non c'è traccia di questa descrizione infernale ma che, in compenso, il racconto ricalca da vicino un brano del "De vera religione", sempre di Swedenborg. Citazione inesatta, dunque, quella di Borges. Volutamente inesatta, credo, forse per confondere ulteriormente, forse per sottolineare il labilissimo confine tra immaginazione e realtà…