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    IL VALORE DI UN’ASTENSIONE



    Siamo nel cuore di una campagna elettorale indecente, che prepara la truffa bipartisan di elezioni che devono decidere soltanto chi gestirà l’unico programma ammesso nella non-democrazia del turbocapitalismo americanista che domina l’oggi ed ipoteca il domani: quello delle oligarchie finanziarie e del trasversalissimo partito americano.

    Grande è lo sforzo per presentarci questo appuntamento come un referendum pro o contro Berlusconi. Ed è comprensibile che così sia vissuto da ampi strati popolari.

    Tuttavia questo “referendum” è una truffa, un trucco per occultare la sostanza delle cose, per nascondere la straordinaria convergenza di programmi, obiettivi, interessi, modelli sociali e culturali che accomuna il centrodestra all’Unione.



    Questo è il bipolarismo. Dunque nessuno stupore ci è concesso, ma il rigore dell’analisi deve condurre ad un’indicazione precisa e ragionata. Da qui la scelta dell’astensione come unica arma politica a disposizione, per dire no ad entrambe le facce dello stesso regime, per cominciare a guardare già da oggi al futuro.



    Le elezioni sanciranno ciò che in fondo è già deciso. Il passaggio dal governo Berlusconi ad un esecutivo di centrosinistra da un lato è un fatto fisiologico, essendo questa l’essenza dell’imbroglio bipolare; dall’altro è già stato ratificato dal concreto posizionamento dei poteri forti nazionali ed internazionali.

    I centri finanziari, la Confindustria, la grande stampa hanno già scelto di affidare a Prodi il compito di proseguire le politiche liberiste, di privatizzazione e precarizzazione. Sperano, in questo modo, di completare il macello sociale di questi anni stemperando con la concertazione ogni possibile opposizione.

    Chi non ricorda i banchieri in fila alle primarie dell’Unione? E come spiegarsi altrimenti il sostegno eclatante dei vertici padronali a partire da Montezemolo? Che dire poi dell’illuminante editoriale sul Corriere della Sera di Paolo Mieli, uno dei principali esponenti del partito americanista-sionista?



    Nessuna persona che creda seriamente che sia ancora possibile battersi per un mondo diverso, tanto più se in una prospettiva anticapitalista, non può non attribuire il giusto peso a questi “fatterelli”.

    Un tempo, il semplice sospetto di un sostegno confindustriale sarebbe stato visto a sinistra come un oltraggio meritevole di querela, se non come un’onta da lavare nel sangue. Oggi banchieri e industriali sono dei “nostri”, e Della Valle (da un famoso titolo di un quotidiano che si dice ancora “comunista”) è “il nostro bomber”.



    Come reagire a questo mondo rovesciato? Con il silenzio, perché altrimenti il Cavaliere Mostruoso se ne avvantaggia? Con l’ambiguità del dire e non dire, in attesa del dopo?

    No, non solo sarebbe disonesto ed opportunista, ma sarebbe anche un madornale errore politico. E’ vero, il 9 aprile non potrà essere un momento di chiarificazione di massa: troppo grande è la confusione ed il disorientamento, troppo debole la nostra voce. Ma se vogliamo guardare al dopo, all’esigenza di costruire un polo alternativo, è necessario non sfuggire alla domanda dell’oggi: votare o non votare, accettare o respingere la truffa che ci viene proposta?



    Chi in questi anni ha giustamente lottato contro Berlusconi deve sapere quale futuro l’aspetta: un governo senza Berlusconi, ma intriso di berlusconismo. Un governo che continuerà la politica di sudditanza verso gli USA, pronto a mandare i suoi soldati dovunque richiesto; un governo attestato sull’Europa delle oligarchie a difesa di una costituzione antidemocratica ed antipopolare; un governo che manterrà la legge Biagi sul lavoro e la controriforma Moratti della scuola; un governo che vorrà la sua “Alta velocità” infischiandosene dell’ambiente e delle comunità locali che vedono stravolte le loro condizioni di vita.

    Un governo, infine, fondato sul costruendo “Partito Democratico”, vero passaggio cruciale sulla via della completa americanizzazione della politica italiana.

    Quest’ultimo aspetto viene spesso sottaciuto, ma come è possibile non vedere che per la prima volta dalla fine della prima repubblica si formerà un partito di maggioranza relativa, ben oltre il 30% dei voti? E, soprattutto, un partito ben radicato e ramificato nella sua struttura di potere sia ai livelli alti, sia a quelli bassi ed intermedi grazie alla fusione delle vecchie reti clientelari della ex Dc e dell’ex Pci?



    Questo partito darà agli Usa ben più garanzie di quante gliene possa offrire il pittoresco ed insuperabile servilismo scenico del buffonesco Berlusconi che si prostra indecorosamente davanti al Congresso degli Stati Uniti. Nel recente dibattito televisivo, Prodi ha già detto che l’Italia non si tirerà indietro di fronte alle nuove avventure della guerra infinità purché ci sia l’avallo dell’Onu. L’Onu, questo sì l’ultimo rifugio delle canaglie!

    In proposito, la vicenda irachena è illuminante. Se il ritiro da Nassyria è ormai nelle cose, le vie del servilismo non passano solo da Nassyria. Ed ecco allora la proposta del prode Fassino, che vorrebbe bilanciare immediatamente un ritiro fin troppo annunciato con un nuovo dislocamento di un contingente di carabinieri magari in altre aree dell’Iraq.

    Ma non del solo Fassino si tratta. Bertinotti ha già annunciato una duplice “lealtà”. Lealtà all’alleanza con gli Usa, lealtà al principio di maggioranza nella coalizione. E così chi ancora si illude sulla componente “alternativa” dell’Unione è servito.



    Sicuramente anche questi “fatterelli” non scalfiranno le robuste convinzioni dei fautori del “meno peggio”. Costoro non mettono in discussione l’esistenza dei “fatterelli” di cui sopra, ma li giudicano inessenziali di fronte all’esigenza primaria che tutto sovrasta: cacciare il Cavaliere Mostruoso. Questo “buon senso” di sinistra è l’anticamera del peggior conservatorismo. Berlusconi se ne andrà da Palazzo Chigi, ma poi? Non ci insegna forse l’esperienza che la logica del “meno peggio” prepara quasi sempre il peggio?

    Ha scritto Rossana Rossanda sul Manifesto, a proposito del programma dell’Unione: “Io mi sono letta quel malloppo senza delusione alcuna. Non mi ero affatto aspettata di più, come poteva essere? La coalizione si è data e si è formata su un obiettivo primario: battere la Casa delle Libertà. E non è poco, è una condizione della democrazia. Soltanto con Berlusconi fuori di scena si potrà ricominciare a parlare di politica”.

    Su un punto ha perfettamente ragione, che non era possibile aspettarsi qualcosa di diverso, come nulla di diverso potevamo aspettarci da chi come Rossanda, nel 1995, di fronte al governo Dini, dichiarò la necessità di “baciare il rospo”. Ma, questo è il punto, di bacio in bacio, di rospo in rospo, la sinistra (e non solo quella moderata) ha scritto la propria fine come fattore di speranza di cambiamento.



    Ma non esistono soltanto i buonsensai del “prima vota, poi rifletti”, vi sono anche i politologi d’accatto che, convinti di dominare un gioco del quale ignorano in realtà anche le leggi più elementari, vorrebbero spiegarci la necessità di “affrontare un nemico per volta”. E chi potrebbe essere così sciocco da voler invece fronteggiare tutti i nemici contemporaneamente? Certamente nessuno. Già, se i nemici fossero due. Ma sono due o sono solo due facce della stessa medaglia? E non è forse in questa medaglia del regime bipolare che risiede il nemico vero per l’oggi ed il domani?

    Sveglia, dunque, e bando alla presunta “realpolitik d’opposizione”.



    A tutti questi “realisti”, alcuni certamente in buonafede (di quelli in malafede non vedo cosa dovrebbe importarcene), vorrei provare a chiedere di riflettere – realisticamente appunto – su quello che rappresenterà il futuro governo Prodi. Quale sarà la sua politica e quali conseguenze determinerà? E cosa cambierà rispetto al quinquennio berlusconiano? Il governo che sta per lasciarci si è caratterizzato per quattro cose: una politica internazionale completamente allineata a Washington; una politica economica liberista quanto confusa e sconclusionata; una classe dirigente in genere penosa, a volte impresentabile; un leader che antepone spesso le proprie (personali) priorità a quelle più generali delle classi dominanti.

    Se partiamo da queste quattro caratteristiche, ci rendiamo subito conto di quali saranno le differenze del probabile governo Prodi.

    Sul primo punto (politica estera) il mutamento della forma corrisponderà ad un rafforzamento della sostanza. E’ esattamente questo che intendono dire Prodi, D’Alema e Bertinotti quando assumono un portamento apparentemente più dignitoso di fronte agli USA solo per potersi poi accreditare come alleati più seri. Alleati di un paese in guerra, che ne sta occupando altri, che sta preparando nuove aggressioni, che ha scatenato di fatto quella guerra di civiltà che tutti dicono di non volere.

    Sul secondo punto (politica economica) l’impianto dell’Unione è addirittura più organicamente liberista di quello del centrodestra, ed è questo un motivo di vanto dei suoi esponenti autoproclamatisi “riformisti”. Non dimentichiamoci (altro motivo di vanto) che le grandi liberalizzazioni, come le grandi privatizzazioni, nonché i grandi assalti allo stato sociale sono stati fatti tutti (ma proprio tutti) dai precedenti governi di centrosinistra e che Berlusconi ha soltanto continuato la loro opera devastatrice. Ecco perché i grandi centri di potere (con le oligarchie finanziarie al primo posto) sono schierati con il centrosinistra.

    Sul terzo punto (la qualità della classe dirigente) il centrosinistra non brilla, ma non sarà difficile fare meglio dei berluscones. Attenzione, questa diversa “qualità” è relativa soprattutto alla capacità di creare consenso, cioè di turlupinare le classi popolari, attività nella quale potrà essere utile tanto il mortadellismo di Prodi, quanto il funambolismo di Bertinotti.

    Sul quarto punto c’è ovviamente differenza, ma non solo nel senso che non c’è un equivalente di Berlusconi nel centrosinistra, ma soprattutto in quello che le priorità generali delle oligarchie finanziarie diventeranno legge.



    Questo è il “meno peggio” che ci attende.

    Credo che molti tra i comunisti, gli antagonisti, gli antimperialisti possano condividere all’ingrosso questa sintetica fotografia del futuro. Penso che la condivisione sia ancora maggiore tra gli antiamericanisti.

    Ma, allora, occorre essere conseguenti già dal 9 aprile.

    La nostra non sarà un’astensione gridata, non sarà un’astensione ideologica. Se vi fossero state le condizioni avremmo certamente preferito sfidare già qui ed ora il regime bipolare anche sul terreno elettorale. Queste condizioni ancora non vi sono. Dunque l’astensione è una scelta obbligata, ma non per questo meno forte.

    L’importante è combattere ed il combattimento lo si fa con le armi a disposizione. Oggi l’arma è l’astensione.



    Ad aprile chiederanno un voto contro Berlusconi per fare la sua stessa politica.

    Chiederà questo voto un ceto politico marcio, espressione di una politica che ha sostituito l’etica con il perbenismo ipocrita, i programmi con la mera amministrazione degli interessi delle classi dominanti, i valori con il chiacchiericcio buonista. Una politica che in realtà ha cancellato etica, programmi e valori per ridursi a gioco di cordate tra gruppi di potere tutti strettamente intrecciati alle oligarchie finanziarie dominanti.

    Non possiamo stare a questo gioco. Occorre dire di no, con l’astensione dal voto.

    No ad elezioni che cancellano i bisogni dei proletari, le esigenze della maggioranza della popolazione, i problemi della vita quotidiana, volendo occultare la crisi di una società che non solo non offre più alcuna prospettiva di una vita migliore, ma che garantisce ai più un domani assai peggiore, un futuro fatto di precarizzazione totale che si vorrebbe rendere accettabile solo con studiati dosaggi di droga consumista.



    Vogliono che tutto cambi perché tutto rimanga com’è. Rifiutare oggi la trappola bipolare, con l’astensione, è dunque il modo migliore per lavorare alla costruzione di un vero polo alternativo, unica prospettiva capace di cominciare a scombinare i giochi di un ceto politico ormai completamente staccato dai bisogni delle classi popolari, per un’alternativa politica al marciume di centrosinistradestra che, come i ladri di Pisa, litiga di giorno e ruba assieme la notte.



    L’astensione è l’unica arma per non piegarsi alle logiche del regime bipartisan, per compiere un primo passo sulla via della ribellione all’oppressione attuale. Quella via che verrà infine ritrovata se sapremo rifiutare sul serio la politica che ci propongono per ricostruire di sana pianta idee e percorsi della trasformazione sociale.



    Più del 9 aprile conteranno i fatti e le battaglie successive, ma se il 9 aprile le astensioni aumenteranno questo sarà il segno del distacco (ancora confuso, ma certamente crescente) tra il paese reale e quello legale sempre più strutturato in maniera autoritaria.

    Ecco perché, almeno in questo caso, l’astensione vale di più di ogni altro voto.



    Leonardo Mazzei

  2. #2
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  3. #3
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    Sulla lista antiamericanisti si sta sviluppando un interessante dibattito sull'argomento.

 

 

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