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Discussione: Primavera a Parigi

  1. #1
    Bestia in via d'estinzione...
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    "Molti canti ho sentito nella mia terra natìa, canti di gioia e di dolor. Ma uno mi s' è inciso a fondo nella memoria ed è il canto del comune lavorator"...spettrale residuo di quegli estatici giorni rivoluzionari!
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    Predefinito Primavera a Parigi

    Primavera a Parigi
    ANNA MARIA MERLO
    La situazione è bloccata tra Villepin e gli studenti, con i sindacati in mezzo, rivitalizzati dai giovani. Ne valeva la pena? È la destra adesso a chiederselo, spaventata del proprio tentativo di affondo. Valeva la pena di scatenare una crisi sociale dell'ampiezza che sta vivendo in questi giorni la Francia, per imporre dall'alto, senza nessuna concertazione preventiva con il mondo del lavoro e della scuola, il Cpe, il contratto di prima assunzione, che in realtà non è destinato a cambiare nulla nella situazione dei giovani, che vivono al quotidiano l'insicurezza, il precariato come sola alternativa alla disoccupazione, l'assenza magari soprattutto psicologica di prospettive per il futuro? Il carattere psico-rigido, il narcisismo testardo di Dominique de Villepin non spiegano tutto. La sinistra francese è quasi nell'imbarazzo di fronte all'ampiezza della rivolta degli studenti e dei liceali. Da 25 anni, come la destra, non ha trovato risposte alla crisi sociale emergente, adeguandosi all'analisi liberista dominante. Non si aspettava un'offensiva ideologica cosi' forte da parte di Villepin, che fino a qualche tempo fa aveva cercato di darsi un'immagine «sociale» di stampo vetero-gollista. Non si aspettava la rivolta dei giovani che gridano: «a chi dice precariato, i giovani rispondono: resistenza! ». E che spiegano: «non vogliamo questa società che ci propone un futuro senza avvenire». Il Cpe, il contratto di primo impiego riservato ai giovani di meno 26 anni che istituzionalizza il precariato, è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno da anni. Arcaismo dei giovani francesi, specchio di un paese che si chiude su se stesso e che resiste ai diktat della mondializzazione? È la spiegazione data dai media statunitensi. Eppure, studenti e liceali della quarta potenza economica del mondo pongono una domanda che ci riguarda tutti: le persone devono trasformarsi in kleenex, in oggetti usa e getta, mentre gli utili delle società vanno alle stelle (89 miliardi di euro quest'anno solo per le prime 40 società quotate alla Borsa di Parigi)? I soldi non mancano, ma l'ineguaglianza cresce, la povertà è visibile ai piedi dei bei quartieri, l'individualizzazione dei rapporti sociali, la rottura delle vecchie solidarietà, non ha portato alla realizzazione di sé per tutti, ma all'esplosione degli egoismi e alla miseria umana. Questa è la domanda che i giovani francesi pongono all'Europa: come vogliamo costruire il nostro futuro? I giovani danno la loro risposta. Anche se il fumo alzato dalla violenza è lo strumento pronto a screditarla. Malgrado i rischi di derive, ci dicono che la rivolta delle banlieues del novembre scorso e quella degli studenti - «privilegiati» secondo il governo - comunicano la stessa inquietudine. Al di là di tutte le ipocrisie del potere per favorire un melting pot nei posti di responsabilità - dal prefetto «musulmano» al presentatore di tg appartenente a «una minoranza visibile» - marciano tutti assieme, classi medie franco-francesi, liceali banlieusards di tutte le origini, per dire «resistenza» al precariato. I sindacati, da tempo addormentati e in Francia poveri di iscritti da decenni, sembrano aver capito che la battaglia contro il Cpe riguarda tutti: si tratta della qualità della vita di ognuno, della qualità della vita di una società che aveva costruito, negli anni del boom, uno stato sociale efficiente, e che ora - in tempi dove circolano molti soldi ma manca il lavoro per tutti - l'ideologia liberista vorrebbe distruggere. Un altro mondo è possibile, costruiamolo, dicono gli studenti. La sinistra annaspa e questo è il rischio maggiore, che potrebbe trasformare lo slancio in una delusione destinata ad essere pagata cara. Perché le aspettative frustrate non sono mai buone consigliere e la paura nemmeno.
    "Gli idoli di legno possono vincere, le vittime umane venir sacrificate."
    Karl Marx

  2. #2
    Bestia in via d'estinzione...
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    Se le banlieues vanno alla Sorbona
    Le nuove alleanze Gli studenti discutono il rapporto con i ragazzi delle periferie
    ANNA MARIA MERLO
    PARIGI
    Circa duemila casseurs si sono intrufolati nel corteo di giovedì, a Parigi, secondo la polizia. Sono responsabili di violenze contro i manifestanti, dei passanti, dei negozi e ristoranti, delle auto. Secondo la polizia, questi casseurs si dividono in tre cetegorie: i militanti di estrema sinistra e di estrema destra, che con motivazioni opposte cercano di creare confusione nel movimento, dei deliquenti tipici appartenenti a bande, che «vengono dalla banlieue», precisa un poliziotto, e dei liceali e studenti «della piccola borghesia - spiega sempre il poliziotto - che si mettono ad imitare i banlieusards, anche per un sentimento di solidarietà, senza neppure rendersi conto di compiere atti illegali». Jacques Chirac ha giudicato «inaccettabile» la violenza. I sindacati esprimono preoccupazione per la radicalizzazione che sfugge loro di mano. Un ragazzo di 21 anni era ancora ieri in ospedale, in uno stato giudicato grave, per truma cranico. 34 poliziotti e 32 manifestanti sono rimasti feriti negli scontri agli Invalides. 260 persone sono state fermate e ieri 84 non erano ancora state rilasciate. La violenza pone un problema serio. Ieri in tarda mattinata, gli studenti della Sorbonne si sono riuniti in un'assemblea generale (Ag) a Tolbiac (la Sorbonne è sempre chiusa), la facoltà di lettere e scienze costruita nel '73 dagli architetti Pierre Parat e Michel Andrault con l'obiettivo di limitare al massimo le possibilità di riunione degli studenti negli spazi comuni (conseguenza dell'esplosione del '68). L'Ag ha luogo nell'anfiteatro K, una cinquantina di persone all'inizio, poi via via l'aula si riempie. Prima di scegliere i tre delegati della Sorbonne per il coordinamento nazionale che si svolge da stamattina a Aix, la discussione verte sulla manifestazione di giovedi' e sulla sua conclusione violenta. I ragazzi si sono messi d'accordo per interventi di due minuti, se qualcuno esagera, Maxime e Julien, seduti dietro la cattedra, battono la mano sul tavolo. Nessuno fuma, i toni sono pacati, anche se molti discorsi sono radicali. Gli applausi sonori sono rari, per approvare gli studenti muovono le mani in silenzio, come delle marionette, per disapprovare fanno il pollice verso. «Eravamo numerosi, questo è un dato molto positivo - dice Olivier - c'erano molti liceali. Dobbiamo assicurare la nostra sicurezza. Quando facciamo una catena come servizio d'ordine per i casseurs è più difficile entrare nel corteo. Ieri, alcuni sono entrati, con bottiglie rotte che hanno usato come minaccia per rackettare la gente. I liceali si mettono all'interno del corteo, perché si sentono più sicuri. Bisogna evitare di uscire dal corteo per telefonare». Un ragazzo propone una «mozione sulla violenza: l'Ag ricusa il discorso del governo che vuole oppore i giovani delle banlieues, violenti, al movimento degli studenti, educati. Dobbiamo prendere in conto il movimento delle banlieues, la Sorbonne deve dichiararsi solidale». Una ragazza, dal tono deciso afferma : « è bene che le banlieues si muovano. Ma non dobbiamo fare confusione, anche là i liceali e gli studenti sono minacciati dagli stessi che se la sono presa con noi e che non hanno nulla a che vedere con il movimento ». Ma questa posizione non passa. Sylvain risponde a un ragazzo che aveva spiegato che la polizia non puo' intervenire all'interno del corteo e che quindi non ha la responsabilità di quello che è successo. Accusa polizia e sindacati : « i poliziotti non sono nostri amici, sono nostri nemici. La manifestazione è finita male a causa dei delinquenti e i poliziotti erano contenti. La responsabilità è della della direzione dei sindacati, che non hanno lanciato un appelo allo sciopero e hanno lasciato soli studenti e liceali. Non bisogna fare confusione tra delinquenti e banlieues, quello della banlieue è un movimento come il nostro ». Molti pollici versi accolgono questo intervento. Un ragazzo informa di avere con sé il materiale farmaceutico per i primi soccorsi e di far passare parola alla prossima manifestazione. Un altro dice che tra gli studenti della Sorbonne ci sono stati due feriti e che si cercano testimoni per il ragazzo ricoverato con il trauma cranico, per stabilire come sono andate le cose. Per Danièle, « il movimento è stato importante, malgrado quello che è successo. Sono della bande di delinquenti, ma noi non dobbiamo pronunciarci su questo ». Per un ragazzo « li chiamano delinquenti, ma io, che lavoro in una scuola media, vedo che sono uguali agli allievi che ho di fronte. Non sono gli individui che dobbiamo condannare, sono loro le prime vittime». Jules si dice « fiero del successo della manifetazione che emmerde il governo. Bisogna tenere e ampliare. I licei delle banlieues fanno parte del nostro movimento». Uno studente della Réunion, che porta la solidareità dell'isola lontana, è applaudito, questa volta in modo sonoro. La porta dell'anfiteatro si apre, entrano una giornalista e due operatori tv : « siamo di Tf1 ». Fischi. Messa al voto per accettarne la presenza : 35 contro 37 a favore. Tf1 resta, ma alcuni si coprono il volto con la sciarpa per non essere filmati. « Abbiamo di meglio da discutere che su Tf1» dice un ragazzo. Il dibattito riprende. «Solidali con le banlieues ? - si chiede una ragazza - cosa vuole dire? Cosa gli diamo? Dobbiamo organizzare delle assemblee con loro». Pénélope si dice «stanca di dover sempre puntare il dito, dire chi è violento e chi non lo è. Mi oppongo alla stigmatizzazione dei media, del governo. Non siamo giustizieri». Agnès è d'accordo per respingere « la stigmatizzaaione. Ma non chiedetemi solidarietà verso chi ci ha attaccato. Tutti sapevano cosa sarebbe successo, la resposabilità è del governo ». Per Guillaume « non dobbiamo farci dettare le problematiche del dibattito né dal governo né dai casseurs ». L'Ag continua con il voto del mandato « semi-imperativo » per i delegati ad Aix: la Sorbonne chiede il ritiro del Cpe, del Cne e di tutta la legge sulle eguali opportunità, fatta per le banlieues, e propone di fare appello alla popolazione, per trovare appoggi al di là dei sindacati. «Riappropriamoci del tempo intimo - conclude il ragazzo che porta la farmacia ambulante - occupiamo i luoghi».
    "Gli idoli di legno possono vincere, le vittime umane venir sacrificate."
    Karl Marx

  3. #3
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    SINISTRA
    La lotta di classe c'è
    FRANCO CARLINI
    «Di lotta di classe ormai parlano soltanto Giuliano Ferrara e Fausto Bertinotti, dotati di spirito provocatorio. Ma in realtà più non esiste, da quando è caduto il muro di Berlino e con essa il suo riferimento internazionale, l'Unione Sovietica. Certamente permangono dei conflitti tra i gruppi sociali ma in ogni caso non si tratta più dello scontro tra Capitale e Lavoro, per il possesso dei beni di produzione, ma di lotte per la distribuzione della ricchezza prodotta». Questo il pensiero sbrigativo proposto da Michele Salvati, economista, commentatore del Corriere della Sera e tra i più riflessivi pensatori dell'Ulivo. Eppure quanta leggerezza : la lotta di classe infatti non è mai stata connessa alla presenza dell'Urss; addirittura c'era anche prima del capitalismo, ma sempre per il controllo dei mezzi di produzione, per esempio la terra. Chi ne parla e ne studia non necessariamente è ad essa favorevole, ma ne registra comunque l'esistenza e il dipanarsi nei secoli. Ma soprattutto è interessante nei ragionamenti di Salvati (e non solo suoi) la cancellazione della figura dei produttori (e dei loro diritti) e l'enfasi messa invece sui consumatori (e i loro diritti). E' sulla base di questo che nel caso dell'oscenaWal-Mart si mette l'accento sui benefici che ne deriverebbero per gli acquirenti a basso reddito, contrapponendoli ai bassi salari dei lavoratori. Oppure si sottolinea l'egoismo dei ferrovieri, in fittizia opposizione al diritto dei viaggiatori. Tuttavia Salvati e i teorici dell'economia dei consumatori (tra cui Mario Monti) non considerano due cose. Intanto che malgrado tutta l'enfasi sull'immaginario e l'immateriale, sei miliardi e mezzo di persone sul pianeta terra devono comunque vivere e cioè mangiare e vestirsi, e dunque, perché il cibo arrivi in tavola c'è a monte un'intera filiera di contadini e persino di operai i quali continuano a svolgere quel ruolo di venditori di forza lavoro produttiva che Karl Marx ben descrisse. Sono invisibili solo per chi non li vuole vedere. Di solito non controllano terrà né macchine. Altrettanto significative, le si chiami come si vuole, sono le lotte per il controllo dei mezzi di produzione proprio nella modernissima economia dell'immateriale, fatta di informazioni e conoscenze, le quali sono insieme materia prima, semilavorati e macchine produttive. Qui è caduto vertiginosamente il costo degli strumenti per produrre film, musica, foto, romanzi, ma, proprio per questo, lo scontro si è spostato sul controllo delle idee e delle intelligenze sparse. Gli economisti hanno già notato il paradosso: la conoscenza è per sua natura abbondante e non privatizzabile, infatti basta buttare lì un'idea ad alta voce e qualcuno potrà riusarla e migliorarla senza che noi ne siamo deprivati. Ma allora per farne merce occorre creare artificiosamente una scarsità perché solo un bene scarso può essere venduto e scambiato con profitto nell'economia capitalistica (diversamente da quella del dono). Da un lato le idee vengono rubate ai popoli che le producono collettivamente, dall'altro vengono loro rivendute a caro prezzo. Se non è lotta di classe, certo un po' ci assomiglia. Tutte le diatribe sul copyright e i brevetti hanno questo sottofondo, come nel caso dello scontro tra parlamento francese e Apple computer: il pubblico vorrebbe che la musica, lecitamente pagata, sia almeno facilmente trasportabile; le aziende vogliono recintarla per controllare il mercato. Anche per questo aziende e governi hanno inventato, una minacciosa sigla che si chiama Drm: la chiamano Gestione dei diritti digitali (Digital Rights Management), ma più propriamente la R sta per Restrizioni - della libertà di produrre e di consumare.
    "Gli idoli di legno possono vincere, le vittime umane venir sacrificate."
    Karl Marx

  4. #4
    Amico di Oniria..wooff...
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    la francia non è fatta di casseur....
    ma da persone civili....

 

 

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