Le convergenze parallele di Cosa nostra e dell’ex Pci
Da: P. Cirino Pomicino da il Giornale)
Data: 3/19/2001
Il pubblico ministero del processo per la strage di Capaci, Luca Tescaroli, nella sua requisitoria finale spiega, confortato da elementi documentali, chc l’obiettivo della mafia era di azzerare la Democrazia cristiana e con essa sconvolgere l’assetto politico del Paese. Motivo di questa scelta mafiosa, spiega Tescaroli, è stata la grande offensiva che negli anni che vanno dal 1989 aI 1992 le forze di governo, sotto la guida dei democratici cristiani, hanno sferrato contro la mafia e i suoi tentacoli aggredendola anche sul piano finanziario e introducendo dentro la sua vita e le sue regole il virus della disgregazione omertosa attraverso la legislazione premiale per i pentiti. Per ragioni completamente diverse, la Sinistra italiana aveva lo stesso obiettivo e cioè quello di battere la Dc (e il Psi n.d.r.) e cambiare gli assetti politici del Paese. Uguali obiettivi, dunque, che naturalmente non Sono di per sé dimostrativi dell’esistenza di legami tra il Pci-Pds e la mafia. In quegli anni, però, incominciano ad accadere fatti che si incastrano logicamente e temporalmente facendo intravedere un mosaico mostruoso in cui si staglia l’intesa scellerata e oggettiva tra settori mafiosi e settori politici per cambiare gli assetti democratici dell’Italia. Andiamo con ordine. Nell’autunno del 1989, quando il Muro di Berlino già iniziava a scricchiolare sotto i colpi d’ariete della Perestroika di Gorbaciov, il governo Andreotti, ministro della Giustizia Vassalli, emanò un decreto legge per prolungare i termini di custodia cautelare per i reati di mafia impedendo, così, ai malesi condannati nel maxiprocesso di uscire per decorrenza dei termini. La mafia, con i suoi legali, si ribellò a quel provvedimento e la Sinistra comunista, rafforzata da uomini dell’antimafia militante come Alfredo Galasso, contrastò duramente nel Parlamento e nel Paese l’approvazione di quel decreto.
In quell’occasione, dunque, iniziarono, pur con motivazioni diverse e distinte, battaglie uguali tra la mafia e la Sinistra italiana. Primavera ‘91. Il governo emana alle 21 della sera del 1» marzo un decreto legge con 11 quale dà l’interpretazione autentica di alcune norme del Codice penale sulla custodia cautelare e la notte vennero riarrestati quei boss condannati al maxiprocesso che poche ore prima erano stati rilasciati per decorrenza dei termini. Ribellione dei legali della mafia che parlarono di mandati di cattura fatti dal governo e non dall’autorità giudiziaria e freddezza estrema della Sinistra che, non potendosi schierare apertamente con i mafiosi arrestati, criticò pesantemente quel provvedimento. La mafia ritenne responsabile di quell’accentuazione della repressione legislativa non solo il governo Dc-Psi presieduto da Giulio Andreotti ma anche il suo vecchio nemico di sempre, Giovanni Falcone, che proprio dal marzo 1991 si era trasferito alla Direzione generale degli affari penali con Claudio Martelli ministro della Giustizia. Da quel momento vengono rispolverati rilanciati i piani mafiosi per ‘uccisione di Falcone e da quel momento si scatena una guerra iella Sinistra comunista contro Falcone sino a impedire la sua nomina a capo della Procura nazionale antimafìa istituita proprio in quel periodo. Naturalmente sempre motivazioni diverse e distinte tra loro quelle della mafia e del Pci-Pds, ma comportamenti uguali per un obiettivo comune, contrastare e annullare Giovanni Falcone.
Anzi, in quel periodo diventa alleato del Pci-Pds uno dei leader della Sinistra democristiana siciliana, quel tal Leoluca Orlando Cascio fondatore della Rete e sulla cui famiglia nel 1974 il povero Pio La Torre nella relazione di minoranza sul fenomeno mafioso gettò l’ombra lunga del sospetto e della collusione con la mafia. Fu proprio Orlando, poi, che pochi mesi prima della strage di Capaci accusò in diretta televisiva Giovanni Falcone di tenere nel suo cassetto carte compromettenti. Ragioni ancora una volta diverse e distinte tra loro, dunque, quelle della mafia e del Pci-Pds e dei suoi alleati, ma obiettivi comuni che addirittura, nel caso di Falcone, fanno stagliare all’orizzonte la liturgia mafiosa dell’isolamento che precede l’uccisione. Nell’autunno dello stesso anno, secondo il giudice Tescaroli, la mafia mette a punto la sua scelta stragista per cambiare gli assetti di governo del Paese e sa che per far questo ha bisogno di una sponda politica. Chi ha gli stessi obiettivi e gli strumenti per concorrere, pur su altri versanti, a rovescire l’equilibrio di potere che governa il paese? La Sinistra, naturalmente. Alla vigilia di Natale viaggiano sullo stesso aereo Roma-Palermo Giovanni Brusca, uomo di fìducia di Totò Rima, e Luciano Violante, guida indiscussa degli ambienti giudiziari vicino al Pci-Pds e ispiratore di quell’opzione giudiziaria per la conquista del potere denunciata con amarezza dallo stesso Gerardo Chiaromonte. Quel viaggio Roma-Palermo fu certamente una coincidenza, come dicono e scrivono i Giuseppe D’Avanzo, i Pantalconi Sergio, gli Attilio Bolzoni, autorevoli giornalisti esperti di mafia e di intrighi, ma se assumessimo per un momento la logica di certi Pm dovremmo sospettare foschi scenari per quel viaggio casuale tra un boss della mafia stragista e un autorevole dirigente della Sinistra politica, ma non avendo noi ambizioni poliziesche, a certi scenari (o teoremi) preferiamo non credere. Due mesi dopo Luciano Violante, da sempre deputato piemontese, è improvvisamente capolista a Palermo per le elezioni del 5 aprile ‘92. In quelle elezioni la mafia appoggia il Pci-Pds e alcune forze dell’ordine inviano al ministero dell’interno un rapporto che misteriosamente scompare, o, almeno, noi non siamo stati in condizioni di ritrovarlo. A pochi giorni da quelle elezioni in cui tutti davano per scontata la vittoria delle forze di governo, scattano in un’impressionante contestualità, l’attacco di Mani pulite ai socialisti a Milano e l’inizio delle stragi mafiose in Sicilia con l’uccisione del democristiano Salvo Lima.
Due cose certamente distinte e diverse tra loro, ma è Tescaroli, a concludere la sua requisitoria finale al processo per la strage di Capaci dicendo: «Per individuare le ulteriori responsabilità di chi, dall’esterno di Cosa nostra, ha avuto interessi convergenti occorrerà indagare per individuare chi, in quell’epoca, era in rapporto di reciproco scambio di interesse politico, economico e finanziario e se e in che misura sussiste un collegamento tra le indagini di Tangentopoli e la campagna stragista». Da quel febbraio-marzo 1992 succede in pochi mesi di tutto, dall’allarme del ministro dell’Inteno Scotti all’uccisione di Falcone e Borsellino sino alle indagini giudiziarie che travolgono i leader della Dc e del Psi eliminando parte rivelante della classe politica del tempo. Si realizza così quel che Rima diceva e cioè «scalziamo quelli che stanno in sella e portiamone altri» e nel marzo del 1993 i comunisti entrano, dopo cinquant’anni, di nuovo nel governo del Paese.
Una parte di queste cose le ho scritte nel mio libro ‘Strettamente riservato’ e la Procura di Caltanissetta, quella che con Tescaroli e Giordano ha sostenuto l’accusa contro gli assassini di Falcone, mi ha voluto interrogare come persona informata dei fatti. Un mese dopo mi sono arrivate minacce di morte e il mio studio è stato visitato da ignoti. Questo il racconto per sommi capi di due percorsi diversi, quello della mafia e quello della Sinistra italiana che, come si suoi dire, hanno camminato divisi per colpire uniti.
Come diceva Pasolini della Democrazia cristiana io non ho le prove se non un paziente lavoro di ricostruzione logica e temporale di coincidenze impressionanti, Il mio j’accuse politico, però, è confermato dal grande depistaggio messo in piedi in questi giorni dalla Sinistra giornalistica. Con la vicenda di Luttazzi-Travaglio, infatti, la sinistra ha tentato di far credere agli italiani che il responsabile di tutto quanto abbiamo sinora descritto fosse Berlusconi che avrebbe così tramato per due anni contro i suoi amici di sempre, e cioè Bettino Craxi e Arnaldo Forlani, con l’aiuto indiretto dei procuratori di Sinistra e della mafia di Riina che nel ‘92 ha dato i propri voti ai post comunisti siciliani.
L’impudenza, come si vede, non ha limiti e quando si sente vicina la resa dei conti si trasforma in paura e chi ha paura getta scompostamente sugli avversari il proprio bagaglio di nefandezze nel tentativo disperato di disfarsi delle proprie responsabilità.
PAOLO CIRINO POMICINO




Rispondi Citando
....
