"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels


La Conquista dello Spazio



Scritto da Maurice Blanchot


L’uomo non vuole lasciare il suo luogo. Dice che la tecnica è pericolosa, che essa insidia il nostro rapporto col mondo, che le vere civiltà sono quelle a carattere stabile, che il nomade è incapace di acquisto. Chi è quest’uomo? Ciascuno di noi, nei momenti in cui cede alla pesantezza. Questo stesso uomo ha subito un trauma il giorno che Gagarin diventò l’uomo dello spazio. L’avvenimento è ormai quasi dimenticato; ma l’esperienza si rinnoverà in altre forme. In questi casi, dobbiamo prestare ascolto all’uomo della strada, a colui che non risiede. Egli ha ammirato Gagarin, l’ha ammirato per il suo coraggio, per l’avventura, e anche in omaggio al progresso; ma uno di loro ha detto la ragione giusta: È straordinario, abbiamo lasciato la terra. Qui sta, effettivamente, il vero significato dell’esperienza: l’uomo si è svincolato dal luogo. Si è avuto il senso, almeno per un istante, di qualcosa di decisivo: lontano – in una lontananza astratta e di pura scienza – sottratto alla condizione comune quale è simboleggiata dalla forza di gravità, c’era qualcuno, non più nel cielo, ma nello spazio, in uno spazio che non ha essere né natura ma è la pura e semplice realtà di un (quasi) vuoto misurabile. L’uomo, ma un uomo senza orizzonte. Atto sacrilego. Al suo ritorno, Gagarin ebbe qualche battuta di bassa lega: era stato in cielo e non vi aveva incontrato Dio. Gli organi cattolici protestarono. Ma a torto. Non c’è dubbio che una profanazione c’era stata: il vecchio cielo, il cielo delle religioni e delle contemplazioni, il “lassù” puro e sublime, si era dissolto in un attimo, spogliato del privilegio dell’inaccessibilità, sostituito da un nuovo assoluto, dallo spazio degli scienziati, che non è altro se non una possibilità calcolabile. Ma con tutto questo, più che il cristiano, è rimasto sconfitto da Gagarin l’uomo che, in noi, è eternamente sedotto dal paganesimo, che ha come suprema aspirazione di abitare la terra, di insediarsi sulla terra, di soggiornare, fondare, mettere radici, aderire ontologicamente alla razza biologica e al suolo ancestrale; l’uomo possessivo che vuole avere la terra e che la terra ha, che sa appropriarsi e aggrapparsi, incrostato per sempre dove si trova, nella sua tradizione, nella sua verità, nella sua storia, e non vuole che si attenti alle sedi sacre del bel paesaggio e del grande passato; il melanconico che si consola della malvagità degli uomini frequentando gli alberi. Gagarin ci ha, per un momento, affrancati da un tale uomo e alleviati della sua suppellettile millenaria (così ben rappresentata da Ionesco nel Locataire). Vittoria della tecnica? Certamente. La libertà acquisita (sia pure in modo ancora illusorio) nei confronti del “luogo”, questa sorta di levitazione dell’uomo-sostanza, dell’uomo-essenza ottenuta per distacco dalla “località”, è venuta a prolungare e per un momento a concludere il processo attraverso il quale la tecnica sconvolge le civiltà sedentarie, distrugge i particolarismi umani, fa uscire l’uomo dall’utopia dell’infanzia (se è vero che l’uomo-bambino, in ciascuno di noi, ricerca il ritorno al luogo). E quanto sia difficile lasciare queste regioni e innalzarsi a una formulazione dei problemi della maturità, abbiamo subito avuto occasione di constatarlo, perché non appena quello stesso Gagarin, sottraendosi alle forze originarie e immettendosi in un movimento di dislocazione pura, cominciava a diventare uomo separato, Krusciov si affrettava a reinserirlo nella specie porgendogli il saluto a nome della terra, sua “patria”: sorprendente formula di intimidazione, disconoscimento memorabile che avrebbe potuto essere pronunciato allo stesso modo da quegli uomini di stato che si chiamano Kennedy o De Gaulle, uomini del retaggio, pronti a esaltare per ragioni di prestigio i vantaggi della tecnica, ma incapaci di accettarne, di accoglierne la conseguenza, che è di dissolvere ogni appartenenza e di mettere in questione il luogo, in ogni luogo.

E sia pure. Ma non c’è anche da dire che, per un certo verso, l’impresa di Gagarin – nei suoi riflessi politici, e in quelli mitici – ha avuto per risultato di autorizzare i russi ad abitare in modo ancora più saldo la terra russa, e che d’altra parte essa non può apparire tale da avere fisicamente modificato in modo decisivo il rapporto col Fuori? Naturalmente, è giusto dire questo, come è giusto dire che la superstizione del luogo non può essere estirpata in noi se non attraverso un momentaneo abbandono a qualche utopia del non-luogo.[1] La condizione del cosmonauta è, per certi aspetti, compassionevole: uomo che è portatore del senso stesso di una libertà e che mai è venuto a trovarsi più prigioniero della propria situazione, libero dalla forza di gravità e gravato più di ogni altro essere, in cammino verso la maturità e tutto fasciato nei suoi pannolini scientifici, come un neonato d’altri tempi, ridotto a nutrirsi col biberon e a vagire, più che a parlare. Ancora oggi ascolto quella povera parola, che di fronte all’inaspettato non profferisce che banalità; parola priva, del resto, di ogni garanzia, e che nulla ci vieta di attribuire (come fece Nixon) a una qualsiasi mistificazione. Eppure, qualcosa ci turba e ci sgomenta in quello sproloquio: esso non si arresta, non deve mai arrestarsi; il minimo strappo nel rumore significa già il vuoto per sempre; qualsiasi lacuna o interruzione introduce qualcosa che è ben più della morte, che è il nulla esterno entrato dentro al discorso. È dunque necessario che, laggiù, l’uomo del Fuori parli, e che parli di continuo, non solo per rassicurarci e per informarci, ma perché non ha più altro rapporto col vecchio Luogo se non quella parola incessante, che, con accompagnamento di stridori e contro ogni armonia delle sfere, dice, a chi non la sa intendere, solo qualche luogo comune insignificante, ma dice anche questo a chi ascolta meglio: che la verità è nomade.



[1] Bisognerebbe citare, in questa sede, Emmanuel Levinas a cui siamo debitori di una parte di queste riflessioni e che ha detto con forza: „La tecnica è pericolosa, ma meno pericolosa dei geni del Luogo".


trad. Guido Neri (Prima pubblicazione ne Il Menabò (1964), pp. 10-13).