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  1. #1
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    Predefinito Ancora sulla Bielorussia

    Perché gli USA vogliono un altro presidente in Bielorussia


    di Jef Bossuyt
    inviato a Minsk
    marzo 2006



    Secondo la segretaria di Stato americana Condoleeza Rice, la Bielorussia è un “avamposto della tirannia”. Un testimone oculare, da qualche giorno nella capitale Minsk, sotto la neve alla vigilia delle elezioni, racconta.



    Martedì 7 marzo, ore 18. Minsk ha un aspetto moderno. Molte nuove costruzioni, poca sporcizia e pressoché totale assenza di mendicanti. Sorprendentemente pochi manifesti elettorali ma, su ciascuno di essi, le foto dei quattro candidati alla presidenza, in fila.



    Di fronte al parco Gorki, alcune centinaia di manifestanti a sostegno del presidente Lukashenko. Un manifestante racconta: “Il presidente prepara dei piani quinquennali al servizio del popolo, e perlomeno li realizza. Non c’è un grande fossato tra ricchi e poveri. Il reddito medio da noi è il più elevato tra quelli di tutte le ex repubbliche sovietiche, e si può vivere senza problemi. Noi produciamo ciò che serve per il nostro sostentamento e otteniamo energia a buon mercato dalla Russia”.



    Taisia Boroditch: “Lukashenko attua una politica sociale. I salari sono corrisposti puntualmente, le aziende funzionano.” Aleksandr Pernikov, ingegnere minerario: “Per una famiglia di tre figli, lo Stato paga il 50% del prestito per una casa, per una famiglia di cinque figli, il 100%. I terreni di fabbricazione sono rimasti proprietà dello Stato. Lukashenko è la stabilità assicurata, non ha permesso che il paese venisse saccheggiato.” Aleksander Boukcha, studente di elettrotecnica: “Siamo soddisfatti delle nostre borse di studio e quando avremo terminato gli studi, ci vedremo proporre tutti un impiego.”



    Le elezioni, democratiche?



    Mercoledì 8 marzo, ore 15, di fronte al Centro culturale Traktorni Zavod. Ci imbattiamo nel candidato dell’opposizione filo-occidentale Milinkevich nel bel mezzo di un meeting elettorale: “Ho incontrato i dirigenti dei principali paesi europei. Vogliono che la Bielorussia entri nell’UE. L’Europa ne ha abbastanza di dittatori alla Hitler.” Radio Free Europe, pagata dagli Stati Uniti, trasmette integralmente il discorso. Milinkevich prosegue: “Queste elezioni non saranno oneste e il mondo civile non le riconoscerà. Se sarà il caso il 19 marzo noi inviteremo tutta la gente a scendere alle 20 nelle piazze di Minsk.”



    Il meeting si scioglie a causa del freddo pungente. Interpelliamo un giovane, che aveva posto delle domande critiche: “Sono Vladimir Zoubrik, operaio in un’industria di plastica”, dice, “Milinkevich afferma di voler privatizzare solo le aziende non redditizie. Come se queste interessassero all’Occidente! Non è vero. Dal nostro vicino ucraino, hanno venduto l’acciaieria Krivorosstahl, estremamente redditizia, e vogliono fare la stessa cosa anche da noi: svendere all’Occidente, agli USA la fabbrica di trattori, la fabbrica di motori e quella di automobili. E non resterà nulla per la Bielorussia.”



    Perché Washington vuole l’allontanamento di Lukashenko?



    “La Bielorussia è l’ultima dittatura in Europa”, ha detto il presidente degli USA George Bush il 5 maggio 2005, in visita nella capitale della Lituania, Vilnius. Una dittatura, e perché mai? Per iniziare, Lukashenko ha degli amici poco raccomandabili. Durante la sua visita a Cuba, ha descritto Fidel come “un modello per tutti gli uomini politici del mondo”. Allo stesso modo, con il presidente del Venezuela Hugo Chavez, Lukashenko vuole rapporti più stretti in vista di un reciproco sostegno contro l’ingerenza degli USA e degli altri paesi occidentali. Ma c’è qualcosa di ancora più imbarazzante. La Bielorussia attua una politica diversa da quella degli altri paesi dell’Est. Sebbene si resti nel quadro del capitalismo, le principali imprese restano nelle mani dello Stato, e la libertà di movimento dei capitali è estremamente limitata. Tutto ciò non piace per nulla agli USA. Dal momento che vorrebbero aprire la Bielorussia al Fondo Monetario Internazionale, alla NATO e alle multinazionali.

  2. #2
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    Elezioni Presidenziali: il commento del Ministero degli Esteri Bielorusso


    24.03.2006 - 112

    Comunicato del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Belarus

    In merito alle elezioni del Presidente della Repubblica di Belarus del 2006

    Il 19 marzo u.s si sono svolte le elezioni del Presidente della Repubblica di Belarus. Secondo i dati preliminari della Commissione Centrale della Repubblica di Belarus per le Elezioni e lo Svolgimento dei Referendum Nazionali la vitoria alle elezioni sarebbe stata conseguita da Aleksandr Lukashenko, il quale avrebbe ottenuto l’82,6 % dei voti degli elettori . La presenza degli elettori sarebbe stata impreceduta, raggiungendo il 92,6 %.

    Le elezioni si sono tenute in piena conformità alla Costituzione ed alla legislazione nazionale. Il popolo bielorusso ha fatto la propria scelta a favore dell’ulteriore consolidamento della sovranità nazionale e l’aumento del livello di prosperità.

    Le Autorità della Repubblica di Belarus hanno svolto un enorme lavoro di preparazione del processo elettorale perché ogni cittadino potesse pienamente realizzare il proprio diritto costituzionale di eleggere od essere eletto.

    Ciò è stato favorito da un’effettiva alternatività dei candidati. La gente ha avuto una vera scelta tra diversi programmi politici.

    L’osservazione del corso della preparazione delle elezioni e del loro svolgimento è stata svolta da più di 30 mila osservatori interni, nonché, su invito della Repubblica di Belarus, da più di 1200 osservatori internazionali – sia indipendenti sia rappresentanti di varie strutture internazionali, di cui fa parte la Repubblica di Belarus. Secondo l’opinione della schiacciante maggioranza degli osservatori, ed in particolare della missione degli osservatori della CSI, la campagna elettorale e le elezioni si sarebbero svolte in conformità al Codice Elettorale in vigore ed agli impegni internazionali della Repubblica di Belarus nel campo di svolgimento delle elezioni democratiche, nonostante una pressione esterna senza precedenti.

    Nel rispetto del principio di trasparenza e delle rispettive norme del Documento di Kopenhagen dell’OSCE del 1990, la Repubblica di Belarus ha invitato con dovuto anticipo anche l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani e l’Assemblea Parlamentare dell’OSCE ad osservare le elezioni presidenziali. Nonostante i seri reclami nei confronti dell’obiettività ed i metodi di lavoro dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani enunciati con la nostra partecipazione da diversi paesi dell’OSCE, le Autorità bielorusse hanno garantito una costruttiva collaborazione con la missione dell’OSCE ed hanno creato tutti i presupposti necessari al suo lavoro.

    Nell’invitare la missione dell’OSCE, la parte bielorussa ha voluto ancora una volta accertarsi se l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani dell’OSCE fosse in grado di impegnarsi in modo responsabile e professionale nel suo lavoro e produrre un’imparziale ed obiettiva valutazione delle elezioni.

    L’attività della missione degli osservatori dell’OSCE nella Repubblica di Belarus ha dimostrato ancora una volta: l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani dell’OSCE rappresenta uno strumento per l’enunciazione dei verdetti formulati in anticipo secondo le istruzioni esterne.

    La Parte Bielorussa non è d’accordo con le conclusioni preliminari della missione dell’OSCE per l’osservazione delle elezioni presidenziali nella Repubblica di Belarus. Esse travisano la realtà e non considerano il carattere aperto e democratico del processo elettorale nella Repubblica di Belarus.

    Numerosi gravi e sistematici difetti nei metodi dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani sono evidenti: l’ignoramento delle opinioni dei propri osservatori – membri della missione nella formulazione delle conclusioni, l’uso nel lavoro delle informazioni non accertate ed esclusivamente negative, la violazione dagli osservatori dell’OSCE del loro status, la violazione delle proprie regole e dei criteri stabiliti per la formazione della missione degli osservatori.

    Il lavoro della missione dell’OSCE è stato una conferma di un’urgente necessità della riforma delle attività dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani dell’OSCE nel campo dell’osservazione delle elezioni, ciò che la Repubblica di Belarus ha più volte dichiarato nell’ambito dell’OSCE.

    Senza un’analisi comparativa delle legislazioni e delle prassi elettorali di tutti i paesi-membri, il perfezionamento della metodologia dell’osservazione dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani dell’OSCE, nonché l’elaborazione degli criteri unificati per la valutazione delle elezioni e per la formazione delle missioni dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani l’ulteriore attività del citato Ufficio favoriranno solo la creazione della tensione nella regione di competenza dell’OSCE.

    Prossimamente la Repubblica di Belarus invierà alla Presidenza in carica ed al Direttore dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani le sue dettagliate osservazioni e proposte in merito alle attività dell’Ufficio ed auspica che esse siano prese in considerazione nella stesura del rapporto per il prossimo Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri dell’OSCE che si terrà a dicembre del 2006 a Bruxelles, nonché nelle decisioni concrete dei paesi-membri per la riformazione del citato istituto dell’OSCE.

    Inoltre, la Repubblica di Belarus esprime il suo rammarico per il fatto che le conclusioni dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche ed i Diritti Umani dell’OSCE non corrispondenti alla realtà siano stati afrettatamente utilizzate dai rappresentanti di taluni paesi ed organizzazioni internazionali per le dichiarazioni, attigui all’intrommissione nei processi politici interni della Repubblica di Belarus. Questo fatto solamente conferma che essi avrebbero fatto le loro conclusioni in merito alle elezioni molto prima dello svolgimento delle elezioni stesse.

    Minsk, lì 22 marzo 2006

  3. #3
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    La Bielorussia dopo il voto


    di Manuele Bonaccorsi

    Intervista a Giulietto Chiesa

    Raggiungiamo Giulietto Chiesa in una pausa tra le riunioni del Parlamento Europeo, a Bruxelles. “Qui c’è un pessimo clima- dice l’europarlamentare- si parla apertamente di sanzioni; parlamentari della destra, con l’appoggio di settori dei verdi e del partito socialista, sono autori di un pericoloso e insensato estremismo. Dinanzi alla Bielorussia c’è anche chi vorrebbe mettere in gioco le relazioni con la Russia. Speriamo che la Commissione e il Consiglio abbiano pareri più pacati”.

    A Giulietto Chiesa, profondo conoscitore delle vicende dell’ex Urss, chiediamo delucidazioni sugli accadimenti di Minsk e sulla turbolenta frontiera orientale dell’UE.

    I giornali di oggi parlano di arresti di oppositori politici e di repressione delle mobilitazioni contro l’elezione di Lukashenko in Bielorussia. Si parla di una nuova rivoluzione arancione, simile a quelle che hanno investito prima la Georgia e poi l’Ucraina. Qual è la tua opinione in proposito?

    E’ in corso un tentativo di far passare gli avvenimenti di Minsk come una nuova rivoluzione colorata, ma nessun giornale sembra notare che la realtà politica della Bielorussia non è paragonabile a quella che ha defenestrato i leader filorussi, da Kiev a Tblisi passando per Belgrado. La differenza è questa: Lukashenko ha un reale appoggio popolare. Mentre in Ucraina il ritorno alle urne ha dato un esito diverso da quello iniziale, convocare in Bielorussia nuove elezioni non farebbe che ridare il potere in mano al vecchio presidente.

    Eppure gli osservatori internazionali hanno parlato di evidenti irregolarità…

    Il giudizio dato dall’Osce sulla validità delle elezioni era già deciso. Si tratta, lo dico senza mezzi termini, di giudizi tendenziosi, faziosi e manipolati. Ho avuto molte volte l’occasione di vedere all’opera gli osservatori internazionali, e ho sempre verificato di prima mano come le loro relazioni fossero bugiarde.

    Quindi?

    Quindi bisogna prendere atto del consenso popolare del leader Bielorusso, e chiedersi, semmai, quale sia il suo fondamento. Tra i pochi dirigenti comunisti contrari allo scioglimento dell’Urss, Lukashenko è salito al potere battendo i suoi oppositori con un programma quantomai preciso: nessuna privatizzazione economica e protezione del sistema di sicurezza sociale. Lukashenko vince perché è riuscito a tenere in piedi pezzi del sistema socialista, senza immettere il paese nell’onda della “capitalistizzazione” forzata che stava già impoverendo la Russia e le altre repubbliche ex-sovietiche. I suoi avversari, al contrario, sono stati conquistati dalle ipotesi di occidentalizzazione del paese. Si tratta di una rilevante minoranza, ma non ci sono dubbi che la maggioranza del paese rimanga fedele alla politica di Lukashenko. Si tratta di una questione politica, dunque, non solo di una maggiore o minore aderenza alle regole democratiche.

    Cosa nasconde, dunque, le levata di scudi di Ue, Usa e Nato?

    L’obiettivo occidentale è assai chiaro: sottrarre all’influenza della Russia tutti i suoi vicini, di modificare nel profondo, cioè, il quadro geopolitico della regione. Si tratta di un progetto imperiale. Gli Stati Uniti sono tra i maggiori finanziatori dell’opposizione interna. Ma anche Polonia e Paesi Baltici sono in prima fila per limitare la sovranità dello scomodo vicino. Ci sono poi la Nato e l’Ue, il cui obiettivo è quello di spingere sempre più a est le frontiere delle proprie organizzazioni. Dinanzi a questa realtà non posso non pormi una domanda: siamo tutti consapevoli che questa politica ha come diretta conseguenza una nuova guerra fredda, una nuova contrapposizione frontale con la Russia? Sappiamo quali pericolo comporterebbe una simile ipotesi?

    Dietro l’instabilità delle ex repubbliche sovietiche si nasconde la grande partita per il controllo dell’energia. Come si può inserire in questa battaglia la vicenda Bielorussa? E qual è il ruolo della Germania, il cui ex cancelliere Gerard Schoeder è tra i sostenitori dell’operazione Gazprom?

    La questione energetica è di fondamentale importanza per la comprensione del quadro geopolitico. Pensiamo, ad esempio, all’accordo tra Mosca e Pechino che prevede la costruzione di un nuovo gasdotto che porterà in Cina l’energia di cui essa ha grande bisogno. Pensiamo anche alla crisi dell’Iran, dove si prepara una nuova guerra con l’obiettivo americano di esercitare su questo paese il proprio potere. La Bielorussia, poi, si inserisce perfettamente in questo scenario, poichè potrebbe ospitare i gasdotti che la Russia vuole negare all'Ucraina. La questione, in sintesi, è questa: da un lato l’occidente ha la presunzione di esercitare uno stretto controllo sulla produzione dell’energia.

    Dall’altro è sempre più evidente che questo controllo è impossibile. C’è poi la vicenda di Gazprom e il tentativo tedesco di stringere i rapporti con la Russia, anche attraverso la costruzione di un gasdotto che, scorrendo in acque internazionali, aggiri i paesi baltici, strenui avversari di Mosca. Per qualcuno questo progetto ha avuto il senso della frattura della solidarietà europea in materia di politica energetica. E’ chiaro che l’Ue cerca faticosamente, ma con scarsi risultati, una politica comune dell’energia. In questo conteso si inserisce la proposta del commissario al commercio Peter Mandelson, che in un articolo di pochi giorni fa sull’International Herald Tribune ipotizza la costruzione di un mercato comune dell’energia. Una proposta che avrebbe quantomeno il merito di sottrarre la questione energetica dai criteri politici aggressivi che emrgono con forza all'interno dell'Europa.

    Sullo sfondo, dunque, rimane la potenza russa…

    Il capogruppo dei verdi in parlamento oggi diceva: “Se dietro la Bielorussia non ci fosse la Russia Lukashenko sarebbe già stato spazzato…” Mi pare evidente che ci troviamo dinanzi a una nuova teoria della sovranità limitata, che questa volta l’Europa gioca contro la Russia. Si è gridato allo scandalo, ad esempio, dinanzi alla notizia delle limitazione imposte da Putin all’attività delle Ong nel suo paese. Ebbene, l’UE ha fatto finta di non sapere che molte di quelle Ong non sono altro che emissari occidentali che lavorano per una penetrazione politica all’interno della Russia. Ha diritto Putin di fare ciò? Io credo di sì. Poiché con una scelta del genere Putin difende il diritto del popolo russo di decidere del proprio futuro.

  4. #4
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    Elezioni in Bielorussia


    di Luigi Marino

    21 marzo 2006

    La Bielorussia di Lukashenko è da tempo sotto attacco mediatico da parte di molti paesi occidentali. Ed ancora oggi, sia prima che dopo queste elezioni presidenziali, i mass media non hanno esitato a demonizzare il Presidente uscente, definito come "ultimo dittatore dell'Europa dell'est", accusandolo di "gravi violazioni della libertà d'espressione e di altri diritti dell'uomo, nonché di arresti di oppositori ecc..". Precedentemente, nel settembre dello scorso anno organizzato dall'Assemblea Parlamentare della Nato, si è svolto a Vilnius in Lituania uno speciale "Seminario sulla Bielorussia" al quale avevano partecipato rappresentanti di partiti e gruppi di opposizione, di organizzazioni non governative e di associazioni che in vario modo raccolgono il dissenso nei confronti della politica del Presidente Lukashenko e che hanno richiesto a tal fine sostegni politici e finanziari, nonché più efficienti mezzi di comunicazione anche dall'esterno del Paese. Tutto ciò per "promuovere la democrazia" in sintonia con la posizione ufficiale americana. Insomma ancora una volta è stata dispiegata per tempo e con adeguati supporti una campagna denigratoria nei confronti della Presidenza Lukashenko a scapito di un'analisi obiettiva della politica complessiva portata avanti in tutti questi anni.


    La Bielorussia è uno Stato non nucleare, si è dichiarata contro la proliferazione delle armi, ha preso posizione ferma contro il terrorismo, pur dichiarandosi contro l'allargamento della Nato ha dato piena adesione alla "Partnership for Peace", è stata riammessa nell'OSCE, ha ottime ralazioni commerciali oltre che con la Russia anche con la Polonia e la Lituania, ecc. ed essendo un Paese di transito costituisce anche una piattaforma logistica verso il mercato russo. In politica interna la Bielorussia ha un'economia in crescita dal 1996, un debito quasi nullo, una disoccupazione all'1,4% ed ha conservato una elevata spesa sociale. In Bielorussia non si sono avute privatizzazioni selvagge, a differenza delle altre repubbliche ex sovietiche, per cui l'80% delle imprese sono restate pubbliche e nei settori privatizzati lo Stato si è riservato la "golden share". In base all'ultimo rapporto dell'ONU la Bielorussia fa parte dei paesi meno corrotti al mondo. La tranquillità sociale, l'assenza di forti conflitti e la stabilità economica sono dati indiscutibili e riconosciuti da tutti gli osservatori internazionali. Cresce l'economia, ma deve crescere certamente anche la democrazia, che non è mai troppa ovunque.

    Perché allora questo accanimento, questa ostilità, se non livore contro la politica di Lukashenko? Forse perché la Bielorussia - contrariamente ad altri paesi ex socialisti - si è dichiarata contraria alla guerra in Iraq? perché non desidera far parte della Nato ed invece segue una linea politica di integrazione economica e commerciale con la Russia? Al di là di un discorso sui poteri presidenziali, che certamente non riguarda solo la Bielorussia, perché negare o sottovalutare la portata del consenso reale di cui gode Lukashenko, confermato anche in questa tornata elettorale?

    L'adesione alla politica del Presidente è nel paese convinta da parte della stragrande maggioranza della popolazione, anche perché non vi sono candidati alternativi credibili e quelli che sono scesi in campo scimmiottano le tesi, come sono state esposte a Vilnius dai loro rappresentanti, quali il passaggio all'economia di mercato insieme a quelle sulle "necessarie privatizzazioni perché vengano attratti gli investitori stranieri" che incutono più che giustificati timori in un Paese in cui si è conservato un welfare di tipo sovietico. Vi è paura sì, ma per le politiche iperliberiste che hanno prodotto tante tragedie nei paesi ex socialisti, compresa la forzata emigrazione all'estero.

    Non vi potevano essere sorprese nel voto per le presidenziali in Bielorussia nel senso che Lukashenko è stato riconfermato per la terza volta Presidente grazie anche alla modifica alla Costituzione approvata, ma non perché l'opposizione tanto sostenuta anche dall'esterno sia stata messa a tecere o non abbia ricevuto nessuno spazio per affrontare una competizione elettorale così ardua. Ancora una volta l'OSCE invece non ha ritenuto le elezioni conformi agli standard e si è espressa in maniera fortemente critica, mettendo in discussione non lo svolgimento o la regolarità delle elezioni, quanto gli stessi presupposti per una competizione tra i diversi candidati in termini di equità di trattamento. E qui con tutta chiarezza va detto che se i candidati avversari hanno avuto modo di apparire anche in TV e di illustrare, nei limiti di tempo fissati, i propri programmi, in una repubblica presidenziale ovviamente il Presidente in carica, per le funzioni e prerogative che esercita anche a livello internazionale, vi compare per ovvie ragioni quasi quotidianamente. Insomma la "par condicio" è lontana! Ed è chiaro che i candidati d'opposizione denuncino soprattutto tale deficit di democrazia, che impedisce, a loro avviso, il libero e paritario svolgimento della campagna ed il loro successo elettorale. Il Presidente uscente, dopo anni di governo di un paese che cresce non solo economicamente, non poteva non essere inevitabilmente più favorito rispetto a candidati che si sono presentati per la prima volta, che hanno rivendicato maggiore democrazia - e questo lo si capisce! - ma che hanno presentato soprattutto programmi quanto meno ambigui e non rassicuranti in relazione alle questioni economico-sociali ed alle scelte di politica internazionale. D'altra parte, malgrado gli impegni assunti a Vilnius, le opposizioni non sono riuscite né a concordare un chiaro programma comune, né a convergere su un unico candidato contro Lukashenko. Il risultato elettorale quindi non poteva che essere del tutto scontato ma non certamente per presunti brogli, manipolazioni e falsificazioni nei seggi.

  5. #5
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    L’ “Imperialismo democratico” al lavoro in Bielorussia


    di Bruno Steri


    La fabbrica del consenso “democratico”


    “Il Kgb stronca la protesta”, “I pretoriani del regime spazzano via l’opposizione democratica da piazza Oktiabraskaja”, “Immediate e dure le reazioni dell’Unione Europea e degli Usa che si apprestano a varare sanzioni contro la Bielorussia”. Questo il tono prevalente dei commenti apparsi sulla stampa il giorno successivo allo sgombero ad opera della locale polizia di qualche migliaio di manifestanti dalla piazza di Minsk. In questo modo gli effetti dell’ennesima pesante ingerenza dell’Occidente vengono trasformati in una specie di riedizione dei fatti di Genova rivisitati in salsa bielorussa. Ma il clima mediatico era stato da tempo preparato. Era già oltremodo significativa l’unanimità del coro intonato a proposito delle elezioni tenutesi il 19 marzo scorso: pressoché tutti allineati e coperti dietro la denuncia dell’illegittimità del plebiscito pro-Lukashenko e in sostanziale sintonia con il Congresso Usa che già lo scorso 8 marzo (con un solo voto contrario) si pronunciava contro “l’ultima tirannia d’Europa”.


    Questa vicenda consente emblematicamente di apprezzare la forza dei dispositivi attraverso cui è costruita l’informazione ufficiale e, più in generale, quali gravi manipolazioni si celino dietro l’odierno uso della nozione di ‘democrazia’. Accedendo a fonti ‘eterodosse’ - e posto che si abbia la volontà politica di farlo - si ha tuttavia la possibilità di ascoltare voci dissonanti: il sito de L’Ernesto lo ha fatto pubblicando, ad esempio, un’intervista (tradotta dal russo) ad Aleksandr Fadeev, incaricato per le questioni bielorusse dell’Istituto dei Paesi della Csi. In essa leggiamo il seguente resoconto, tanto più significativo in quanto fa riferimento a valutazioni di osservatori dei Paesi Csi espresse prima del 19 marzo: “Già ora le elezioni presidenziali vengono considerate falsificate sebbene nessuna scheda elettorale sia stata ancora depositata nell’urna”. Eppure “i rappresentanti dell’opposizione hanno potuto tranquillamente raccogliere le firme per la presentazione delle candidature, esponenti dell’opposizione sono oggi in corsa per la presidenza (…). A tutti i candidati è stato concesso uno spazio televisivo, così che non è assolutamente possibile parlare di discriminazione alcuna”. Nonostante ciò, “non c’è alcun dubbio che Washington e Bruxelles dichiareranno le elezioni illegittime. Tutto induce a pensarlo”. E così è stato: gli osservatori internazionali di emanazione Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) hanno subito parlato di gravi irregolarità, ribadendo dunque quella che appare una condanna comminata da tempo. Il commento di Giulietto Chiesa (anch’egli intervistato su questo sito), deputato europeo della cui autorevolezza e competenza nessuno potrebbe dubitare, è in proposito lapidario: “Il giudizio dato dall’Osce sulla validità delle elezioni era già deciso. Si tratta, lo dico senza mezzi termini, di giudizi tendenziosi, faziosi e manipolati. Ho avuto molte volte l’occasione di vedere all’opera gli osservatori internazionali e ho sempre verificato di prima mano come le loro relazioni fossero bugiarde”.


    Bielorussia: un ingombro sul cammino del neoliberismo


    L’accanimento nei confronti della Bielorussia è in effetti fin troppo sospetto. Che Lukashenko si sia dimostrato ostile all’Occidente, non vi è dubbio: egli ha tenuto il suo Paese al riparo dalla “transizione al capitalismo” scaturita dall’implosione del socialismo reale, evitando per un verso di svendere le risorse nazionali e imponendo vincoli al mercato, preservando per altro verso il già vigente sistema di sicurezza sociale. Così Lukashenko ha sin qui impedito che accadesse in Bielorussia quello che viceversa è accaduto in Ucraina, dove il neo-liberista Yushenko ha immediatamente inaugurato il suo mandato presidenziale procedendo ad oltre 3 mila passaggi di proprietà pubbliche ai privati, vendendo beni pubblici di portata strategica quale il colosso metallurgico Krorizhstal. Se l’anzidetta ispirazione politico-ideologica ha consentito alla Bielorussia di mantenere un più alto tenore di vita interno rispetto alle realtà circostanti (con un tasso di disoccupazione azzerato, di contro al 18% della Polonia), l’ha però anche resa un pericoloso corpo estraneo in un contesto regionale strategicamente delicato, una sorta di ingombro sulla strada del liberismo trionfante. Essa continua ad incarnare una flagrante violazione al principio recitato dal finanziere George Soros nel corso di una recente visita a Kiev: “E’ necessario affermare con forza il diritto di proprietà, presupposto imprescindibile per la crescita” (cfr. Liberazione, 27-11-05). Oltre a ciò, bisogna aggiungere che la destabilizzazione di questo Paese è l’ultimo anello in ordine di tempo di una linea di condotta che punta a fare progressivamente il vuoto attorno alla Russia, sottraendole uno ad uno i suoi alleati più prossimi: non è un mistero che i più autorevoli maitres à penser dei due schieramenti politici statunitensi – bastino i nomi di Henry Kissinger e di Zbigniew Brzezinsky – abbiano da sempre ritenuto essenziale agli interessi Usa l’obiettivo di impedire alla Russia di tornare a svolgere un ruolo di potenza mondiale. Anche per quel che concerne l’attuale amministrazione Bush, il tasso di diffidenza nei confronti di Putin è tornato ad essere in rapida ascesa, soprattutto a seguito dei provvedimenti anti-oligarchi promossi da quest’ultimo nonché dopo le recenti deliberazioni a tutela delle risorse strategiche nazionali e a delimitazione della libertà d’azione degli investitori internazionali.



    Tecniche di ingerenza targate Cia

    Quanto detto è già sufficiente per affibbiare alla Bielorussia il carattere dell’intollerabilità, per farla rientrare a pieno titolo nel novero degli “stati-canaglia”. Gli strateghi della “guerra preventiva” si sono immediatamente messi all’opera. Come ha osservato in occasione della conferenza “Axis for Peace 2005” – il tedesco Andreas von Bulow, ex ministro socialdemocratico e membro della Commissione di controllo parlamentare sui servizi segreti, “i media rappresentano oggi il più importante strumento di manipolazione delle opinioni. Il Pentagono possiede, esso solo, un budget di 655 milioni di dollari per la disinformazione e per influenzare l’opinione pubblica, in particolare in quei Paesi poco disposti a seguire la politica di guerra preventiva degli Stati Uniti”(cfr. www.voltairenet.org). I metodi per “esportare la democrazia” sono infatti molteplici. E non sempre le soluzioni più direttamente cruente sono compatibili con le esigenze della politica: così, accanto alla scelta di un impegno militare diretto, troviamo ad esempio quello che von Bulow definisce “uno degli strumenti millenari di destabilizzazione”: l’uso delle minoranze etniche. Accanto a questo, i servizi segreti statunitensi hanno perfezionato – negli ultimi anni e specificatamente nell’area est-europea – un’ulteriore e quanto mai insidiosa leva di destabilizzazione: l’urto antistituzionale di una “rivoluzione interna” finalizzata ad un cambio di regime. Come - da ultimo - il caso dell’Ucraina ha ulteriormente comprovato, le cosiddette “rivoluzioni colorate”, pur rovesciando esecutivi in evidente difficoltà interna, sono state visibilmente eterodirette. Ciò vuol dire che, al di là dell’enfasi “democratica” profusa a piene mani dai mezzi di informazione occidentali, dietro i colori vivaci e la pretesa spontaneità “non violenta” si sono mossi e continuano a muoversi colossali flussi di dollari e uomini della Cia e del Pentagono.


    Beninteso, non è da oggi che sulla scena internazionale operano associazioni e fondazioni statunitensi, alimentate attraverso formidabili canali di finanziamento statale. Ne è un illustre esempio la Freeedom House (Casa della Libertà: un nome, un programma!), creata da Roosevelt per preparare l’opinione pubblica americana alla guerra; e, successivamente, instancabilmente attiva sul fronte dell’anticomunismo militante e delle missioni di libertà al servizio dell’atlantismo. Per tutta la seconda metà del secolo scorso fino ad oggi, la Freedom House ha attivato risorse e costruito opinione in sintonia con le necessità della Casa Bianca: ha organizzato campagne a favore del Piano Marshall e della Nato, ha preparato l’opinione pubblica motivando l’aggressione imperialista in Vietnam, ha sovrinteso all’affaire Iran/Contra e intrigato nel 1988 contro la rivoluzione sandinista. Negli anni ’90 ha allargato i suoi interessi all’Europa dell’Est, organizzando programmi di formazione per la dissidenza dell’Europa centro-orientale e - più recentemente, sotto la direzione dell’ex patron della Cia James Woolsey - creando in Ungheria un servizio web per le Ong est-europee e aprendo uffici in Ungheria, Polonia, Romania, Serbia e Ucraina (ma anche in Kazakhstan, Kirghizstan e Uzbekistan). (Cfr. Le reti di ingerenza Usa, Newsletter Galileo).





    Il colpo di stato non violento

    Che da tempo operino associazioni private a supporto della politica estera Usa od anche in qualche modo fiancheggiatrici dell’azione di intelligence, non è certamente una novità. Degno di nota, nonchè fonte di gravi ambiguità politiche, è viceversa il fatto che nel contesto di un’ispirazione radicale e non violenta vi sia chi si è posto al servizio della Cia e del pensiero neo-cons, per favorire e mettere in opera le tecniche del “colpo di stato postmoderno”. E’ il caso di Gene Sharp, già autore di un noto manuale radicale (Politica dell’azione non violenta) e successivamente patrocinatore dell’Albert Einstein Institution, un’associazione che sin dagli anni ’90 “iniziava una collaborazione, fatta di finanziamenti e consulenze, con istituti filo-governativi come il National Endowment for Democracy creato da Reagan nel 1983, il National Democratic Institute presieduto da Madeleine Albright e l’ International Republican Institute, fino alla Freedom House, nata durante la guerra fredda (…)” (F. Giovannini, Strategie non violente al servizio dell’Impero, ‘La Rinascita della sinistra’, 3-3-2006). Il “modello Sharp” è appunto quello felicemente sperimentato nell’ex Jugoslavia, in Georgia e Ucraina; e da ultimo applicato - questa volta con esito negativo - in Bielorussia: “Non le semplici tecniche di azione non violenta, ma ingenti finanziamenti ai gruppi di opposizione, stretta collaborazione con gli ambasciatori americani, appoggio dei mezzi di informazione e uso delle Ong per monitorare le elezioni accusando i singoli regimi di frodi elettorali” (Ibid.). Questa sorta di “imperialismo democratico e senza spargimenti di sangue” ha anche provato a sfondare – ma senza successo – nel Venezuela del presidente Chavez, dove l’Albert Einstein Institute di Sharp assieme al reaganiano National Endowment for Democracy hanno collaborato nell’organizzazione delle contestazioni di piazza e, anche qui, nell’amplificazione delle denunce di brogli elettorali: coloro che hanno sostenuto il fallito colpo di stato del 12 e 13 aprile 2003, mirante a rovesciare Chavez, hanno ricevuto finanziamenti anche dalle suddette associazioni.


    Bisogna insistere sul fatto che attività come quelle sopra descritte non solo sono l’opposto di quel che si intende per “normali e democratiche relazioni tra stati”, ma – in un senso propriamente tecnico – configurano un’ingerenza assolutamente indebita negli affari interni di un Paese. E’ quanto viene sottolineato in un recente articolo da Wayne S. Smith (La Cia di scorta si chiama Ned, ‘Il Manifesto’, 1-3-2006). Il National Endowment for Democracy (Ned) “è in apparenza una fondazione privata, non governativa e senza scopo di lucro”. In realtà “riceve un finanziamento annuale dal Congresso. La finzione ha una sua particolare importanza perché nella maggior parte dei Paesi – e anche negli Stati Uniti – esistono leggi severe che controllano l’attività dei cittadini che ricevono finanziamenti da un governo straniero. Negli Usa, tanto per fare un esempio, ogni individuo o Ente ‘soggetto a controllo estero’ deve essere registrato presso il dipartimento di giustizia e inviare ogni sei mesi una relazione sulle proprie attività, comprese quelle finanziarie”. La fondazione o l’associazione privata funziona dunque da prestanome privato, da canale alternativo a quelli governativi, formalmente legittimato a far affluire le necessarie risorse finanziarie. E’ in questo modo - e con tali esorbitanti mezzi - che viene organizzata la macchina operativa destinata ad influenzare la società civile, la stampa, le forze politiche, le unioni sindacali del Paese di turno da “democratizzare”.



    Unione Europea in prima fila

    Il caso bielorusso costituisce dunque l’ennesima messa in opera del suddetto copione. Lo conferma un’altra significativa agenzia questa volta trasmessa da Odalys Buscarion, corrispondente di Prensa Latina, una settimana prima delle elezioni del 19 marzo: “Il Comitato di sicurezza ha presentato all’inizio di questo mese la documentazione relativa a conteggi falsificati dei voti che avrebbero attribuito un virtuale trionfo all’oppositore filo-occidentale Milinkevich (…). Intervenendo alla televisione il capo di questo organismo, Stepan Sujorenko, ha anche affermato che esistono prove su piani di un colpo di stato, in corrispondenza con le elezioni, finalizzato ad occupare con la forza il potere. Ha menzionato tra i patrocinatori la Ong Partenariato, finanziata dall’estero (…) Il finanziamento a questa organizzazione, a giudicare dalle prove rinvenute, sarebbe da attribuire ad una filale regionale del cosiddetto National Democratic Institute. E’ di pubblico dominio che gli Stati Uniti hanno autorizzato uno stanziamento di circa 12 milioni di dollari per appoggiare nel 2006 le ‘attività per il sostegno alla democrazia’ in Bielorussia. Si sta attuando una colossale campagna di interferenza nelle elezioni bielorusse da parte di governi stranieri, ha rilevato il giornalista Jonatan Stil in un commento sul quotidiano britannico Guardian: Stil ha definito scandaloso l’atteggiamento di intromissione dell’Occidente nella contesa elettorale del Paese slavo” (www.prensalatina.com).


    Nel quadro dell’azione di ingerenza destabilizzatrice sin qui descritta, l’Europa figura in prima fila. Spingono in tale direzione i dieci nuovi entrati nel club dei 25 Paesi Ue, vero e proprio cavallo di Troia “americano”; e il portavoce del Consiglio d’Europa non ha perso tempo nel confermare l’appoggio alla scelta di sanzioni immediate nei confronti della Bierlorussia e del suo presidente. Tuttavia, per i Paesi del Vecchio Continente c’è qualche apprensione in più. E’ di questi giorni la notizia di un maxi-accordo tra la Russia e la Cina che impegna i due colossi energetici nazionali, il Gazprom e il China National Petroleum (Cnpc), per la realizzazione di due pipeline che serviranno a rifornire il Paese asiatico di gas naturale russo. Si tratta di un’opzione strategicamente decisiva, che rafforza una tendenza ampiamente in atto e che testimonia dell’insistenza con cui Vladimir Putin guardi ad oriente. Ciò non è senza conseguenze per la politica energetica europea: come ha osservato Roland Nash, analista di Renaissance Capital, “le riserve di idrocarburi della Siberia occidentale (…) potrebbero non bastare per soddisfare la domanda interna russa, il fabbisogno dei Paesi europei e quello in aumento della Cina” (Il Sole 24 Ore, 22-3-2006). In altri termini, l’Europa rischia di restare senza il gas russo: e, d’altra parte, gli esperti del settore sottolineano che la strategia energetica russa non può trascurare la conquista di nuovi mercati e quindi la riduzione della dipendenza dal mercato europeo. Di qui, il preoccupato commento del quotidiano confindustriale: “A Mosca non hanno certamente dimenticato la posizione apertamente filo-ucraina dell’Unione Europea durante la recente ‘crisi del gas’ tra Mosca e Kiev” (Ibid.). Senza alcun dubbio, la posizione assunta dall’Ue sulla vicenda bielorussa è destinata a complicare ulteriormente le cose.



    25 marzo 2006

  6. #6
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    Mi piacerebbe vivere immerso nel rosso della giustizia sociale.
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    Non avranno pace finchè non avranno portato la democrazia nel cosmo!
    La puttana nera della casa bianca l'ha detto che così non va e quella ci mette un niente, lo sa come si scatenano le guerre.
    Anche l'elettricista polacco leccaculo del vaticano ha detto che si sente un pò stretto e poi, il lavoro iniziato con il suo connazionale papa non è finito...non completamente...
    Intanto quì si costruiscono i riclassificatori:
    Comprimere e raffreddare il metano per liquefarlo e trasportarlo sulle navi, per poi a destinazione ripristinarne lo stato iniziale, costerà una cifra.
    Però ci permette di fare a meno dei gasdotti russi: parola di Berlusconi. Ahimè! Questi sono pazzi.

  7. #7
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    I parlamentari della sinistra lettone presentano una mozione contro il coinvolgimento del loro paese nelle provocazioni contro la Bielorussia



    Il pesante coinvolgimento della Lettonia (come anche degli altri stati baltici e della Polonia) nella fitta trama di provocazioni che la NATO sta tessendo a pochi mesi dallo svolgimento delle elezioni presidenziali nella Repubblica di Belarus, ha sollevato l’allarme nei settori di sinistra e progressisti, che, in quello Stato dispongono di una certa influenza e di una discreta rappresentanza parlamentare.



    Di fronte alle voci sempre più insistenti riguardanti l’appoggio materiale e logistico che il governo di Riga intenderebbe accordare all’opposizione nazionalista e liberista bielorussa, intenzionata ad utilizzare (secondo quanto affermano gli stessi suoi dirigenti) “tutte le forme legali e illegali” di lotta, al fine di rovesciare il presidente Lukashenko, i parlamentari della coalizione di sinistra, “Per i diritti umani nella Lettonia unita” hanno sollevato la questione, presentando una mozione, in cui si chiede esplicitamente di non dare corso ad una grave misura che potrebbe pregiudicare i rapporti di buon vicinato con la confinante Bielorussia, con gravi conseguenze sul piano economico, dal momento che essa rappresenta uno dei principali partner commerciali dei paesi della regione del Baltico.



    La mozione, presentata dal deputato Artis Pabriks, è stata sostenuta nell’aula del parlamento da Vladimir Buzayev, il quale, con toni polemici, ha definito l’atteggiamento delle autorità al potere come una reazione “di paura che i lettoni possano fare un paragone tra i “fallimenti” della Bielorussia e i “successi” della Lettonia”, acquisendo piena consapevolezza delle solide basi economiche e sociali che spiegano l’ampio consenso di cui gode l’attuale leadership della vicina Bielorussia. In Bielorussia, ha affermato Buzayev, “esiste il pieno impiego, sono assenti le più gravi piaghe sociali, è assicurato il diritto alla casa e le pensioni vengono pagate puntualmente”. Anche in questo modo si spiega la fretta con cui la dirigenza lettone sta cercando di sbarazzarsi dello scomodo vicino.



    Quanto alle accuse di violazione dei “diritti umani”, Buzayev, polemizzando contro la politica di “apartheid” nei confronti della rilevante minoranza russa presente in Lettonia (comportamento che viene di fatto tollerato dall’Unione Europea), ha voluto sottolineare che “senza chiedere il permesso a nessuno, i bielorussi hanno decretato due lingue di Stato, non hanno privato di metà dei diritti le minoranze nazionali ed hanno elevato al rango di festività nazionali sia le ricorrenze ortodosse che quelle cattoliche”. “Che vergogna!”, ha concluso ironicamente il deputato lettone.



    Sottoposta a votazione, la mozione è stata respinta con 65 voti contrari e 19 favorevoli, ma ha rappresentato comunque un segnale inequivocabile della presenza di una significativa resistenza ai piani aggressivi dell’amministrazione Bush e della NATO (che mirano a coinvolgere la totalità dei governi dei paesi dell’UE) nei confronti dell’indipendente Bielorussia, attorno a cui sarebbe auspicabile raccogliere la solidarietà di tutte le forze democratiche presenti in Europa.

  8. #8
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    Lukašenko dovrebbe espellere ogni polacco e lituano e mettere delle guardie armate lungo tutto il confine in modo che appena qualcuno cerca anche solo di affacciarsi, bruciarlo all'istante con una bella scarica di kalashnikov. Io non capisco che senso ha che ci siano ancora rapporti diplomatici fra Bielorussia e Polonia, visto il clima fra i due paesi. Gli ambasciatori e il personale diplomatico fanno spesso anch'essi da agenti provocatori e sobillano gli oppositori. Espulsione!

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Peucezio
    Lukašenko dovrebbe espellere ogni polacco e lituano e mettere delle guardie armate lungo tutto il confine in modo che appena qualcuno cerca anche solo di affacciarsi, bruciarlo all'istante con una bella scarica di kalashnikov. Io non capisco che senso ha che ci siano ancora rapporti diplomatici fra Bielorussia e Polonia, visto il clima fra i due paesi. Gli ambasciatori e il personale diplomatico fanno spesso anch'essi da agenti provocatori e sobillano gli oppositori. Espulsione!
    penso anche io così

    hanno voluto la solidarnosh adesso se la tengono.

  10. #10
    Hanno assassinato Calipari
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    Di sicuro le vicende delle ex repubbliche sovietiche mostrano che la politica nel mondo resta vivace e che non c'è mai il punto in cui la storia termina.

 

 

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