Perché gli USA vogliono un altro presidente in Bielorussia
di Jef Bossuyt
inviato a Minsk
marzo 2006
Secondo la segretaria di Stato americana Condoleeza Rice, la Bielorussia è un “avamposto della tirannia”. Un testimone oculare, da qualche giorno nella capitale Minsk, sotto la neve alla vigilia delle elezioni, racconta.
Martedì 7 marzo, ore 18. Minsk ha un aspetto moderno. Molte nuove costruzioni, poca sporcizia e pressoché totale assenza di mendicanti. Sorprendentemente pochi manifesti elettorali ma, su ciascuno di essi, le foto dei quattro candidati alla presidenza, in fila.
Di fronte al parco Gorki, alcune centinaia di manifestanti a sostegno del presidente Lukashenko. Un manifestante racconta: “Il presidente prepara dei piani quinquennali al servizio del popolo, e perlomeno li realizza. Non c’è un grande fossato tra ricchi e poveri. Il reddito medio da noi è il più elevato tra quelli di tutte le ex repubbliche sovietiche, e si può vivere senza problemi. Noi produciamo ciò che serve per il nostro sostentamento e otteniamo energia a buon mercato dalla Russia”.
Taisia Boroditch: “Lukashenko attua una politica sociale. I salari sono corrisposti puntualmente, le aziende funzionano.” Aleksandr Pernikov, ingegnere minerario: “Per una famiglia di tre figli, lo Stato paga il 50% del prestito per una casa, per una famiglia di cinque figli, il 100%. I terreni di fabbricazione sono rimasti proprietà dello Stato. Lukashenko è la stabilità assicurata, non ha permesso che il paese venisse saccheggiato.” Aleksander Boukcha, studente di elettrotecnica: “Siamo soddisfatti delle nostre borse di studio e quando avremo terminato gli studi, ci vedremo proporre tutti un impiego.”
Le elezioni, democratiche?
Mercoledì 8 marzo, ore 15, di fronte al Centro culturale Traktorni Zavod. Ci imbattiamo nel candidato dell’opposizione filo-occidentale Milinkevich nel bel mezzo di un meeting elettorale: “Ho incontrato i dirigenti dei principali paesi europei. Vogliono che la Bielorussia entri nell’UE. L’Europa ne ha abbastanza di dittatori alla Hitler.” Radio Free Europe, pagata dagli Stati Uniti, trasmette integralmente il discorso. Milinkevich prosegue: “Queste elezioni non saranno oneste e il mondo civile non le riconoscerà. Se sarà il caso il 19 marzo noi inviteremo tutta la gente a scendere alle 20 nelle piazze di Minsk.”
Il meeting si scioglie a causa del freddo pungente. Interpelliamo un giovane, che aveva posto delle domande critiche: “Sono Vladimir Zoubrik, operaio in un’industria di plastica”, dice, “Milinkevich afferma di voler privatizzare solo le aziende non redditizie. Come se queste interessassero all’Occidente! Non è vero. Dal nostro vicino ucraino, hanno venduto l’acciaieria Krivorosstahl, estremamente redditizia, e vogliono fare la stessa cosa anche da noi: svendere all’Occidente, agli USA la fabbrica di trattori, la fabbrica di motori e quella di automobili. E non resterà nulla per la Bielorussia.”
Perché Washington vuole l’allontanamento di Lukashenko?
“La Bielorussia è l’ultima dittatura in Europa”, ha detto il presidente degli USA George Bush il 5 maggio 2005, in visita nella capitale della Lituania, Vilnius. Una dittatura, e perché mai? Per iniziare, Lukashenko ha degli amici poco raccomandabili. Durante la sua visita a Cuba, ha descritto Fidel come “un modello per tutti gli uomini politici del mondo”. Allo stesso modo, con il presidente del Venezuela Hugo Chavez, Lukashenko vuole rapporti più stretti in vista di un reciproco sostegno contro l’ingerenza degli USA e degli altri paesi occidentali. Ma c’è qualcosa di ancora più imbarazzante. La Bielorussia attua una politica diversa da quella degli altri paesi dell’Est. Sebbene si resti nel quadro del capitalismo, le principali imprese restano nelle mani dello Stato, e la libertà di movimento dei capitali è estremamente limitata. Tutto ciò non piace per nulla agli USA. Dal momento che vorrebbero aprire la Bielorussia al Fondo Monetario Internazionale, alla NATO e alle multinazionali.




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orizhstal. Se l’anzidetta ispirazione politico-ideologica ha consentito alla Bielorussia di mantenere un più alto tenore di vita interno rispetto alle realtà circostanti (con un tasso di disoccupazione azzerato, di contro al 18% della Polonia), l’ha però anche resa un pericoloso corpo estraneo in un contesto regionale strategicamente delicato, una sorta di ingombro sulla strada del liberismo trionfante. Essa continua ad incarnare una flagrante violazione al principio recitato dal finanziere George Soros nel corso di una recente visita a Kiev: “E’ necessario affermare con forza il diritto di proprietà, presupposto imprescindibile per la crescita” (cfr. Liberazione, 27-11-05). Oltre a ciò, bisogna aggiungere che la destabilizzazione di questo Paese è l’ultimo anello in ordine di tempo di una linea di condotta che punta a fare progressivamente il vuoto attorno alla Russia, sottraendole uno ad uno i suoi alleati più prossimi: non è un mistero che i più autorevoli maitres à penser dei due schieramenti politici statunitensi – bastino i nomi di Henry Kissinger e di Zbigniew Brzezinsky – abbiano da sempre ritenuto essenziale agli interessi Usa l’obiettivo di impedire alla Russia di tornare a svolgere un ruolo di potenza mondiale. Anche per quel che concerne l’attuale amministrazione Bush, il tasso di diffidenza nei confronti di Putin è tornato ad essere in rapida ascesa, soprattutto a seguito dei provvedimenti anti-oligarchi promossi da quest’ultimo nonché dopo le recenti deliberazioni a tutela delle risorse strategiche nazionali e a delimitazione della libertà d’azione degli investitori internazionali.
