No, la madre di Carlo Giuliani, il ragazzo morto a Genova nel 2001 durante il G8 mentre dava l’assalto a una jeep dei carabinieri con un passamontagna sul volto, non «dovrebbe stare a casa a piangere», come lei stessa dice al Corriere della Sera. Dovrebbe probabilmente trovare la forza necessaria a elaborare un lutto così tremendo e continuare a vivere. Il più possibile normalmente, come faceva prima. Nel ricordo del figlio e nella certezza che giustizia non le sarà negata.
Ma se Haidi Gaggio Giuliani ha sentito la necessità di dover scendere in politica per fare chiarezza sul caso giudiziario che ha interessato Carlo, vuol dire che quei politici a cui fa riferimento non le danno alcuna garanzia di giustizia. Vuol dire che Rifondazione comunista, con cui si è candidata per una seggiola al Senato, non le garantisce il massimo impegno perché verità sia fatta.
Haidi Giuliani è sicura di un seggio da senatrice per quel suo posto da vice capolista in Liguria. Sopra di lei, primo a essere eletto, ci sarà soltanto Gigi Malabarba, che però ha da tempo fatto sapere di essere deciso a lasciare la poltrona conquistata. A fare cioè una gara da lepre, a fungere da richiamo per portare voti al partito senza però accettare la rielezione. A lei Malabarba non solo lascerà il posto dopo aver fatto campagna elettorale al suo fianco. Per la mamma di Carlo, il senatore ha chiesto una commissione parlamentare sui fatti del G8 di Genova. E a presiederla dovrà essere proprio lei, Haidi Giuliani. Per la madre di Carlo è dunque è già pronta una poltrona da super 007 politico. E se nello specifico il fatto della morte di Carlo non fosse già abbastanza tragico, si potrebbe dire che ci si trova di fronte a un caso di conflitto di interessi evidentissimo: la madre indaga sulla morte del figlio usando tutte le prerogative che le consente un ufficio come quello di presidente di una commissione parlamentare. Perché lei sì e le altre madri che hanno un figlio morto o che ritengono ingiustamente detenuto, no?
Altro che Madri di Plaza de Mayo prese a modello di questa avventura politica dalla mamma di Carlo Giuliani. In Argentina c’era la povertà e l’isolamento dal mondo. C’erano delle donne abbandonate e ferite negli affetti più intimi che hanno avuto la forza di far aprire gli occhi al mondo su una delle più truci tragedie dello scorso secolo. No, le Madri di Plaza de Mayo sono altra cosa rispetto alla candidatura di Haidi Giuliani. Quelle erano donne povere, e senza alcun seggio parlamentare certo che le garantisse, che si riunivano davanti alla Casa Rosada sfidando l’esercito ed esponendo in silenzio le foto dei loro cari dispersi a causa della repressione militare. Sono l’esempio di come qualunque semplice casalinga dei quartieri popolari argentini possa, partendo dalle necessità più naturali e più elementari, arrivare a far cambiare la politica e a far comprendere all’intero pianeta la necessità di una società in cui la giustizia tuteli tutti e non solo i potenti.
La signora Haidi Giuliani non ha bisogno di esporre nessuna foto. E non deve temere che qualcuno possa incarcerarla perché chiede quella giustizia che «le è stata negata» per la morte del figlio. Lei non corre nessun pericolo. Anzi, qualche tegola in testa durante la campagna elettorale possono lanciarglierla in testa proprio i sui alleati. Quel Francesco Caruso, ad esempio, candidato come lei, che soltanto fino a qualche mese fa gironzolava per manifestazioni «pacifiste» con i suoi amici col passamontagna.
Deve temere per quei no global, che tanto difende la signora Haidi Giuliani, che poi sono gli stessi che mettono a ferro e fuoco Corso Buenos Aires a Milano o che contestano violentemente in premier a Napoli durante un comizio elettorale. Deve temere gli attivisti del movimento dei disobbedienti del Nordest o quelli del centro sociale Pedro di Padova, quelli del Morion di Venezia o quelli del centro sociale Orso di Milano - due dei quali condannati a un anno e otto mesi di reclusione per i fatti che hanno portato all’assassinio di Davide Cesare all’ospedale San Paolo di Milano la notte tra il 16 e il 17 marzo 2003.
Sono questi campioni di democrazia che Haidi Giuliani frequenta e che farebbe bebe invece a temere. «Non ho paura di strumentalizzazioni, userò il nome di Carlo se servirà per denunciare una storia di giustizia negata», ha dichiarato la signora Giuliani. Se giustizia è stata negata, la signora fa bene a chiederne rettifiche. Ma il posto giusto per farlo non è dallo scranno di una Camera. Il luogo più adatto è un’altra aula, quella di un tribunale. Come può fare qualsiasi altro poverocristo. Ogni caso personale è il «caso» della vita per l’interessato. Lo sanno coloro che sono stati vittima di un’ingiustizia. La signora Haidi Giuliani invece la sua guerra la vuole combattere comoda tra i soffici velluti del Senato. E questo non è indicatore di giustizia sociale. E’, piuttosto, la consacrazione del carpe diem. Se la signora Haidi Giuliani vuole fare questa esperienza eviti di nascondersi dietro al nome del figlio morto




No, la madre di Carlo Giuliani, il ragazzo morto a Genova nel 2001 durante il G8 mentre dava l’assalto a una jeep dei carabinieri con un passamontagna sul volto, non «dovrebbe stare a casa a piangere», come lei stessa dice al Corriere della Sera. Dovrebbe probabilmente trovare la forza necessaria a elaborare un lutto così tremendo e continuare a vivere. Il più possibile normalmente, come faceva prima. Nel ricordo del figlio e nella certezza che giustizia non le sarà negata.
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