Lutero.
Giuseppe Card. Siri.
Renovatio, XVIII(1983), fasc. 3, pp.325-328.
Il quinto centenario della nascita di Lutero si distingue dai centenari precedenti: ha suscitato un generale interesse. Ciò è consono al costume del nostro secolo, che, essendo molto annoiato, si distrae con l’evocare il tempo che fu, e, spesso, tra centenari, cinquantenari etc… si diletta anche dei fantasmi.
Lutero non fu un fantasma.
E’ giusto si ridimensioni secondo verità obbiettiva questa figura, affidata per troppo tempo a sentimenti tradizionali, che, naturalmente andavano nel valutarla secondo il proprio angolo mentale. Non mancarono gli studi seri, ma gli studi seri sono letti da pochi.
Ridimensionare non vuol dire, diciamolo subito, scusare, giustificare, glorificare, canonizzare, siccome più o meno accade. E’ caratteristica, in certi momenti, la voglia di piacere ai propri avversari: ma questa galanteria non sempre segue la linea della verità.
A Lutero vanno date le giuste attenuanti. E cioè:
L’ambiente ecclesiastico, che lo circondava, aveva bisogno di essere disciplinarmente riformato. Le riforme riguardano gli uomini, non le verità. Niccolò V, grande Papa, aveva visto giusto su questo e aveva cominciato la riforma in Germania. Suo legato era il cardinale di Susa, grande matematico e grande filosofo, ma soprattutto uomo senza paura. Se Niccolò V, invece che di cinque anni, avesse potuto disporre di quindici, probabilmente a Lutero sarebbe mancato il terreno adatto, e la sua levata di scudi sarebbe rimasta un episodio ristretto e locale. Un certo numero di principi di Germania aveva interesse a mettere le mani sui ricchi benefici ecclesiastici e ad applicare poi il detto cuis regio illius et religio. Senza I principi Lutero non sasrebbe riuscito.
La predicazione delle indulgenze mancò, in Germania, della necessaria prudenza e della retta catechesi; la ignoranza e le esagerazioni si pagano. Se si osserva bene la carta geografica di Germania, si vede chiaramente che, con una certa precisione, l’iniziativa di Lutero venne recepita soprattutto oltre un tratteggio di frontiera che indica i popoli arrivati al Cristianesimo assai tardi.
Ciò posto, prima di procedere oltre, c’è da rilevare un fatto di estrema gravità, per un giudizio su Lutero. Egli voleva riformare, il che doveva portarlo ad agire sul terreno disciplinare; imboccò, invece, la strada di un altro terreno: quello dottrinale. Lui, che sacerdote e monaco, cedendo alla debolezza, violò i sacri voti, prese moglie, proclamò decadute la Chiesa e la sua legge, può chiamarsi un riformatore? Questa parola riformatore la si capisce di una parte sola di tutto lo schieramento, quello oggi protestantico; non la si può capire dall’altra parte dello schieramento, quello cattolico.
E’ giusto considerare l’uomo.
Credere che Lutero non abbia avuto una profonda religiosità, sarebbe contro la realtà dei fatti. La ebbe e, forse, in certo senso andò oltre perché non gli mancarono aspirazioni mistiche. Riesce più difficile valutare queste ultime, dato il seguito che ebbero.
Fu certamente intelligentissimo, e non si possono negare i suoi trionfi accademici, anteriori al 1517. Bene o male che fosse fatta, ebbe una grande statura. Non che gli autori di rivoluzioni abbiano sempre una grande statura; ma negarla a lui sarebbe ingeneroso. Quale statura? Chi ha letto accuratamente le sue opere, soprattutto il De captivitate Babilonica e I discorsi conviviali (la lingua dei quali, più o meno, è comune a quasi tutti gli altri scritti), e chi non considera in sede meramente teologica il suo dramma, non può non avere un’impressione abbastanza conturbante di quest’uomo. Certamente la passione, l’ira e l’odio gli presero bene spesso la mano. La logica sua non poggia, spesso o forse mai, su una lucidità logica. Il contrasto, da lui bene spesso confessato, tra la tendenza religiosa e quella sessuale che prevalse, è un dato di fatto e si può ritenere che abbia giocato la parte decisiva nel suo allontanamento dalla Verità cattolica. La Confessione Augustana fu più mitigata, ma la distorsione della verità cattolica fu sostanzialmente profonda.
Le contraddizioni non mancano: il suo contegno di fronte alla distruzione di centomila contadini, operata dai principi suoi partigiani, non può lasciare indifferenti. Le conseguenze, grandi e durature nella storia, si debbono ad una sua grandezza, o non fu piuttosto egli il sassolino che cominciò il crollo di un edificio socialmente, politicamente e disciplinarmente minato? In altri termini, fu egli a dominare gli avvenimenti o piuttosto non furono gli avvenimenti a dominare lui? Egli stesso confessa di non aver previsto molte cose. Ma è pericoloso trasferire dall’uno all’altro dei corni di questo dilemma la gloria dei fatti. Gloria?
I diversi livelli che si rilevano in questo uomo, badando a quello che lui ha scritto piuttosto che a quello da altri scritto amichevolmente di lui, hanno lasciato taluni così perplessi da formulare la tesi di una pazzia. E’ difficile aderire a questa tesi, ma è anche difficile negare un fondamento di anomalia. Il dramma teologico ha una parte centrale.
Perché egli cambiò la dottrina del peccato originale, riducendone la vittima, l’uomo, ad un esser privo della libertà, inaugurando in tal modo, oltre lo scempio dottrinale, la prevalenza del soggetto sull’oggetto, che dominò il pensiero protestantico fino a Hegel e ai suoi scolari? E’ stato detto che fece questo per giustificare la sua o incapacità ad esser fedele ai suoi voti sacri, che furono i primi ad essere violati.
E la divisione spirituale e culturale dell’Europa, che come onda sopravnazò Lutero, è cosa da non pesare in un giudizio?
Non siamo frettolosi, andiamo cauti. Pensiamo che di Lutero, per essere giusti con lui e con tutti, bisognerà ragionare, quando saranno spenti gli inni laudatori di una commemorazione centenaria. Tali commemorazioni sono a priori laudatorie o presentazioni di scuse, generosamente formulate.
Intanto si assiste ad uno strano spettacolo, quello di un club di benpensanti e di gente perbene, che vede entrare uno ritenuto prima sempre un «intruso»: tutti, presi da un senso di generosità o di colpa, si lanciano ad offrire una sedia per fare accomodare lo scomodo straniero. Ne nasce un tafferuglio.
Di questo Lutero certamente non ha colpa.
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