I BEATI PAOLI
TRA LEGGENDA E REALTÀ
di Giovanni Iozzia
In una terra come la Sicilia dove il sopruso e l'angheria, da parte dei nobili e dei funzionari dello Stato, erano all'ordine del giorno, l'idea di qualcuno che si ergesse a difensore della gente comune era perlomeno allettante.
Quella dei Beati paoli è una delle più interessanti e misteriose fra tutte le leggende di Sicilia. L'immagine di uomini incappucciati che, nel cuore della notte, si riunivano per organizzare vendette e rappresaglie contro coloro che avevano infranto impunemente la legge, ha profondamente colpito l'immaginario polare. In una terra come la Sicilia dove il sopruso e l'angheria, da parte dei nobili e dei funzionari dello Stato, erano all'ordine del giorno, l'idea di qualcuno che si ergesse a difensore della gente comune era perlomeno allettante. Ma nel corso di questi secoli, in molti, si sono posti il problema su dove porre il confine tra leggenda e realtà.
Una traccia appare nella "Storia della magia" (1859) di Elifas Levi. Ecco cosa scrive l'occultista francese:
"Carlomagno inviò in Vestfalia, dove il male era maggiore, i suoi agenti devoti incaricati di una missione segreta. Questi agenti attirarono a loro e si legarono col giuramento e la mutua sorveglianza tutti quelli che erano energici tra gli oppressi, tutti quelli che amavano ancora la giustizia, sia tra il popolo, sia tra la nobiltà; scoprirono ai loro adepti i pieni poteri che avevano avuto dall'imperatore e istituirono il tribunale dei franchi-giudici.
Era una polizia segreta avente diritto di morte. Il mistero che circondava i giudizi, la rapidità delle esecuzioni, tutto colpì l'immaginazione di questi popoli ancora barbari. La Santa Veeme prese proporzioni gigantesche; si tremava al racconto delle apparizioni di uomini mascherati, delle citazioni inchiodate alle porte dei signori più potenti, dei capi dei briganti trovati morti col terribile pugnale crociforme sul petto, e con l'estratto del giudizio della Santa Veeme nella striscia attaccata al pugnale.
Questo tribunale teneva nelle sue riunioni le forme più fantastiche: il colpevole, citato in qualche crocicchio isolato, vi era preso da un uomo nero che gli bendava gli occhi e lo conduceva in silenzio; era sempre di sera, a un'ora inoltrata, perché le sentenze non si pronunciavano che a mezzanotte. Il delinquente era introdotto in vasti sotterranei; una sola voce l'interrogava; poi gli si toglieva la benda: il sotterraneo s'illuminava e si vedevano i franchi-giudici tutti vestiti di nero e mascherati."
Poco più di trecento anni dopo appare a Palermo la Setta dei Vendicosi. Nella sua "Indagine sui Beati Paoli", Francesco Castiglione cita due testimonianze, dell'Anonimo di MOnteccasino e dell'Anonimo della Cronaca di Fossa Nova, che parlano della comparsa di questa setta tra il 1185 e il 1186. Castiglione riporta, inoltre, la testimonianza di un altro francese, Jean Levesque de Burigny, che nella sua "Histoire de Sicilie" (1745) scrive: "Nell'anno stesso delle nozze di Costanza (nel 1186, appunto, Costanza d'Altavilla sposò Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa N.d.R.) avvenne il rimarchevole scoprimento d'una nova setta di empia e capricciosa gente, cui davasi il nome di Vendicosi, ovvero Vendicatori. Nei loro segreti e notturni congressi ogni scelleratezza rende anzi lecita - sotto il colore di riparare gli altrui torti".
Probabilmente accostare la Santa Veeme ai Vendicosi è un po' una forzatura, ma si può notare come gli intenti siano simili, cambia solo la posizione nei confronti del "potere costituito". Il collegamento tra i Vendicosi e i Beati paoli viene offerto, sempre tramite il Castiglione, da Mariano Scasso, traduttore del Burigny, che scrive in una nota a piè pagina: "Ella è costante opinione appo il Volgo, che più volte videsi rinnovellare cotesta Società di nascosti Vendicatori in Sicilia, ed altrove comunemente appellati Beati Paoli". La stessa ipotesi viene avanzata da un passo di Gabriele Quattromani, citato nel libro "I Beati Paoli" di Francesco Renda, tratto dalle "Lettere su Messina e Palermo di Paolo R." (1835): "Io non so come questa terribile setta si estinguesse e parmi non errare se la credo figlia di quel che in Germania chiamavasi tribunale segreto Vesfalico o santo vehemè o vehemè gerichte".
Identificata una più o meno plausibilità storica dei Beati Paoli, un'altra necessaria precisazione riguarda l'origine del nome.
Le teorie possibili sono due: la prima è il riferimento a San Paolo poiché, secondo la leggenda, chi nasceva la notte del 29 giugno aveva nella saliva straordinarie proprietà medicamentose (i cirauli) e questo lo rendeva un uomo eccezionale; la seconda è legata a San Francesco di Paola: costoro era i devoti del Beato di Paola.
I Beati Paoli, comunque, restano per anni ai margini della storia di Palermo e dell'intera Sicilia. Solo dopo il 1841, con l'espandersi delle società segrete patriottiche, i Beati Paoli escono da quell'angolo nel quale la storia li aveva relegati ed entrano a pieno titolo nella leggenda.
Non è del tutto provato, ma a questo punto pare chiaro che una setta o un'associazione segreta con le connotazioni che vengono attribuite ai Beati Paoli, sia veramente esistita a Palermo. Erano e sono in molti coloro propensi ad affermarlo, anche se le informazioni sull'attività dei Beati Paoli sono spesso frammentarie e spesso in contraddizione tra loro; gli stessi documenti ufficiali delle varie epoche su sette e associazioni segrete sono poco chiari.
Ma è con il libro di Luigi Natoli che i Beati paoli conquistano definitivamente il loro importantissimo posto nell'immaginario collettivo dei siciliani. Anche Natoli, come evidenziato da più parti, non utilizza molto il materiale storico e ben poco, tra l'altro, poteva utilizzare. Concordando totalmente con il Renda, l'idea che qualcuno potesse riparare alle iniquità, alle ingiustizie di uno stato corrotto ed inefficiente doveva necessariamente farsi strada in una società come quella siciliana.
Tutto questo sembrava perfino calzare con il modello di una mafia "romantica", diffuso fino ad una ventina di anni fa. L'antistato che sostituisce, integra e sopperisce allo Stato. Adesso che la mafia ha svelato la sua vera immagine e lo Stato, purtroppo, rimane sempre distante, ecco che i Beati Paoli diventano un modello ideale, una mitica età dell'oro e della ragione alla quale guardare con nostalgia.
Dalla pubblicazione del libro di Luigi Natoli, l'interesse sui Beati Paoli e sulle loro leggendarie gesta è cresciuto a dismisura. Negli ultimissimi anni, oltre al saggio introduttivo di Umberto Eco all'edizione del 1972 de "I Beati Paoli" di William Gelt (pseudonimo di Natoli), edita da Flaccovio, altri due interessanti lavori sono quelli curati da Francesco renda e da Francesco Paolo Castiglione per i tipi della Sellerio. Ad entrambi, nelle loro pur esaurienti bibliografie, sembra essere sfuggito un libro di Giovanni De castro, pubblicato dalle Edizioni Athena di Milano nella seconda metà del 1800 e ristampato dalle Messaggerie Pontremolesi nel 1990 dal titolo "Le società segrete dal medioevo al XIX secolo".
Il lavoro del De Castro si divide in cinque sezioni: Le società militari e religiose, I Templari, I Vendicatori, Astrologi e Alchimisti, le Società dei lavoranti. Il capitolo "I Vendicatori" si divide in tre paragrafi: la Santa Veheme, I Franchi Giudici e I Beati paoli.
De Castro descrive brevemente questa società segreta siciliana e quindi lascia spazio alla testimonianza del marchese di Villabianca (citata integralmente anche da Francesco Renda). Ma l'elemento di particolare novità sembra essere contenuto nella nota a piè pagina nell'apertura del paragrafo: "Abbiamo sui Beati Paoli un romanzetto di Vincenzo Linares, Palermo 1840, ed una ballata di Felice Bisazza". Poiché di quest'ultimo non siamo riusciti a trovare alcuna traccia, chiediamo lumi al mondo.
Dal sito http://www.akkuaria.com/





Rispondi Citando
