San Giuseppe travolto da una società di senza padri?
Di Vittorio Messori.
La Santa Crociata in onore di San Giuseppe,
a. XCII, n 3, marzo 2006, pp.18-19.
Mentre politici, propagandisti e commercianti inventano le loro feste; mentre il “mondo” impone I suoi nuovi miti, uomini di Chiesa in raptus masochisticoaccettano che vengano declassate le feste “vere”, care da millenni al popolo cristiano. È successo – per stare la mese di marzo- a San Giuseppe, del quale si è peraltro subito impadronita l’industria dei liquori e cravatte per un’improbabile “festa del papà”.
Nonostante la grande devozione di papa Giovanni (che mette sotto il suo patrocinio il Concilio Vaticano II), si sa che il culto per questo “uomo giusto” (Mt 1, 19) sia insidiato ora da molti clericali “adulti” che vorrebbero ricacciarlo nel limbo delle “deviazioni devozionali”, magari “alienanti” e “antiecumeniche”[Vittorio sei un portento della natura!!!! N.d.R.]. Ma fores va bene così: come, e ancor più che per Maria, silenzio e nascondimento ben si addicono a San Giuseppe, cui, nei vangeli non è fatta dire neanche una parola.
È proprio questa realtà che sempre aver suggerito all’Alighieri qualcosa che, curiosamente, è stato notato solo da poco. Stupiva che il poeta non nominasse mai San Giuseppe nel suo poema. Ed ecco che uno specialista, Jean Léroy, riesaminando il canto finale della Commedia –il XXXIII del Paradiso- si accorge che nella preghiera a Maria di San Bernardo, Dante ha celto un acrostico: le lettere iniziali delle terzine che vanno dal verso 19 al 39 formano uno IOSEP AV(E). “Iosèp”(accentato sulla –e) era la grafia ordinaria nel Medioevo; il troncamento della finale di AVE è per far sì che le lettere dell’acrostico siano 7, numero simbolico di armonia e perfezione. Dunque, proprio nella preghiera più alta a Maria, giunto al vertice del Cielo, Dante ha inserito il suo saluto: nascostamente rispettando lo stile del Grande Silenzioso. Una curiosità? Non solo. A noi, sembra un’ennesima conferma che poco si capisce di poeti se non partecipando della loro prospettiva di fede [straquoto da filologo medievista!!! N.d.R.]
Ma perché, pur essendo Patrono ufficiale del Vaticano II (oltre che della Chiesa tutta), proprio negli anni che hanno seguito il Concilio molti hanno cercato di mettere da parte colui che – stando ai documenti di tanti papi- è, tra le creature, dopo Maria, il più santo e potente nell’intercessione? Secondo alcuni avrebbe operato qui quella “rivolta contro i padri” che ha portato la cultura moderna a rifiutare lo stesso Padre Eterno; e ha portato, forse, certo mondo cattolico a rimuovere questa figura cui più che ad ogni altra è legata l’idea della paternità umana.
La contestazione della famiglia avrebbe poi reso poco simpatica ad alcuni quella notazione di Luca (“Gesù tornò a Nazareth e stava loro sotomesso” 2, 51) che dà avallo evangelico all’autorità, in senso forte dei genitori. Anche i problemi legati a castità e verginità devono avere contribuito alla rimozione di questo sposo “al di là dell’eros”. Difficile, sotto il bombardamento sessualista, capire la comunità dio vita di Nazareth, implicante un amore pieno e profondo e al contempo non orientato al sesso. Una coniugalità nuova, anticipatrice della condizione escatologica, ma incompresa oggi da molti.
Eppure proprio la psicanalisi sembra aiutare a capire meglio il ruolo di Giuseppe. L’analista francese Françoise Dolto ricorda come si confonda spesso “padre” e “genitore”: «Bastano tre secondi all’uomo per essere genitore. Ma non basta spesso una vita per imparare ad essere padre: che è un’arte, un’avventura, un impegno di ogni giorno. Dunque Giuseppe può ben essere stato, e nel senso più profondo, padre di Gesù, pur senza esserne stato genitore». C’è, di San Giuseppe, un suo devoto sorprendente e di particolare attualità: nientemeno che Renzo Arbore, lo showman televisivo di maggior successo, oggi. Ha detto, in un’intervista, cose in cui risuona l’intuizione dell’artista: «Dopo Maria, tra i miei santi c’è Giuseppe. Mi piace quella stupenda commedia di Eduoardo De Filippo, De Pretore Vincenzo. Quando il bricconcello De Pretore si trova condannato all’inferno, protesta perché sì ne ha fatte tante, ma è sempre stato molto devoto a S. Giuseppe. Dunque, il santo deve aiutarlo. Allora Giuseppe interviene e intercede sul Padreterno, che però non gli dà retta. Giuseppe dice: “Se le cose stanno così, vado anch’io all’inferno con De Pretore. Ho la mia dignità da salvare”. Ma, sentitolo, la Madonna esclama: “Se va via mio marito, me ne vado con lui”. Interviene a quel punto Gesù stesso: “ Vado anch’io all’inferno, non posso lasciare soli I miei vecchi”. E Sant’Anna: “Vado pure io, sono la mamma di Maria” e così via, finché si svuota tutto il Paradiso e Dio li richiama indietro insieme a De Pretore Vincenzo perché sennò, che Paradiso è se ci sta Lui solo?».
Commenta Arbore: «Ecco finalmente, la riabilitazione dell’omino che sta sempre zitto, rivelatasi il cardine di tutto il Cielo. Mi piace molto questo Giuseppe che sembra incolore ma che, se lo guardi bene, ha invece un’importanza fondamentale in tutta la storia di Gesù. È una figura simile a tante figure terrene, apparentemente banalotte, che non spiccano mai, che non sono mai in prima fila. E, però, sotto sotto, si rivelano le vere basi. Nella nostr Religione (io sono cattolico e praticante) di questi Giuseppe ce ne è tanti. Sono la vera forza del cristianesimo». Ecco, mi pare, un buon esempio di “omelia”; e se a farla è una star della televisione, non guasta. Anzi.
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accettano che vengano declassate le feste “vere”, care da millenni al popolo cristiano. È successo – per stare la mese di marzo- a San Giuseppe, del quale si è peraltro subito impadronita l’industria dei liquori e cravatte per un’improbabile “festa del papà”.
. Difficile, sotto il bombardamento sessualista, capire la comunità dio vita di Nazareth, implicante un amore pieno e profondo e al contempo non orientato al sesso. Una coniugalità nuova, anticipatrice della condizione escatologica, ma incompresa oggi da molti.
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