Maurizio Blondet
07/04/2006
Il grande industriale Henry Ford, allora cinquantenne, convocò i giornalisti nei suoi uffici di Detroit e annunciò di aver raddoppiato i salari dei suoi dipendenti (erano migliaia), con la paga minima di almeno 5 dollari al giorno.
Ford negò sempre di aver detto la frase: «voglio pagare i miei operai abbastanza, perché possano acquistare le mie auto».
Disse una cosa diversa: che siccome il Modello T andava così bene, gli pareva giusto che gli operai condividessero i profitti.
Il New York Times mandò un inviato a intervistare Ford.
La prima domanda fu: «lei è un socialista?».
Il Wall Street Journal, in un articolo intinto nel fiele, lo accusò di aver iniettato «principii biblici o spirituali in un campo cui non appartengono».
Ma all'America che allora soffriva di una grave recessione (una delle tante), Ford apparve come un faro di avvenire migliore.
E la politica salariale generosa rimase un fondamento dell'economia statunitense: alti salari significa alti consumi e di qualità, che fanno «girare» l'economia.
Ancora anni dopo, Ford ripeteva: «sono gli alti salari la causa della prosperità di questo Paese».
Non è più così, dice David Leonhardt, famoso opinionista finanziario del New York Times: ora, l'economia funziona senza le masse operaie né la classe media.
Sono i ricchi che la fanno «girare».
Il resto dell'umanità non serve più al capitalismo.
L'articolo è notevole per la sua franca brutalità (1).
Leonhardt ammette che le paghe dei lavoratori comuni, l'80 % della popolazione attiva, sono calate negli ultimi quattro anni in termini reali (depurate cioè dall'inflazione).
Eppure, questo impoverimento generale non ha impedito all'economia USA di crescere di più del 3 % l'anno; risultati «stellari», dice.
Negli ultimi anni, «sono state le famiglie ad altissimo reddito, diciamo il 20% della popolazione», a far continuare la crescita economica, guadagnando e consumando sempre di più.
La globalizzazione e le nuove tecnologie, che hanno portato a chiudere fabbriche e a deprimere i salari della maggioranza degli americani, sono invece state per i «colletti bianchi» dirigenziali, finanziari e professionali un'opportunità «di fare molto più denaro»; la rivalutazione azionaria e immobiliare (che noi ingenui chiamiamo «bolla speculativa») ha aumentato la ricchezza dei proprietari, che appartengono alle famiglie ad altissimo reddito.
Sono stati i super-ricchi, e non i poveracci, quelli che si sono indebitati di più e hanno più tagliato i loro risparmi, contribuendo al massimo alla «buona salute» dell'economia.
Le statistiche della Federal riserve lo dimostrano: nel 1992, il 20% superiore delle famiglie americane era responsabile del 42% dei consumi; nel 2000, la sua percentuale era salita al 46%, e da allora è probabilmente aumentata: il 20% della famiglie ricche spende in consumi la metà del totale.
«E' un'enorme quantità di denaro», si rallegra Leonhardt, «quasi 300 miliardi l'anno di spese di consumo sono state trasferite dai poveri e classe media ai benestanti».
E la tendenza non è affatto momentanea.
Da trent'anni le paghe americane non crescono più dell'inflazione, eppure l'economia cresce a spron battuto.
Ford è smentito: non è vero che solo quando la classe media migliora, migliora l'economia nel suo complesso, e che perché l'economia vada bene, bisogna pagare buoni stipendi.
L'articolo di Leonhardt può essere letto come il Manifesto del capitalismo terminale, e proclama l'avvento della plutocrazia totale. La società umana dei Paesi civili, ci sta dicendo, non serve più, perché non contribuisce più alla nuova economia.
Ad essa bastano i ricchi.
La nuova ideologia non è teorica.
Viene applicata rigorosamente dall'Amministrazione Bush.
Il suo recente taglio fiscale sugli «investimenti» (sui profitti azionari) favorisce solo gli alti redditi, che sono i massimi detentori di titoli.
Con l'ultimo taglio, le famiglie con reddito superiore a 10 milioni di dollari annui risparmieranno in media mezzo milione di dollari (2).
«Ormai non occorre una distribuzione equa per avere una crescita economica sostenibile», si rallegra Jared Bernstein, economista dell'Economic Policy Institute di Washington.
Spingere sull'iniquità sociale, divaricarla all'estremo, è anzi il vero motore della crescita. Diversamente che ai tempi di Ford, la produzione delle merci non è più in mano alle masse lavoratrici nazionali; è dispersa nel mondo alla caccia dei più bassi salari: il che allontana o rende improbabile la rivolta sociale del popolo americano medio, costretto a chinare il capo e a competere per lavori sempre meno pagati (3).
Leonhardt ha solo un vago timore: che l'iniquità sociale provochi l'emergere di leader «populisti».
Già la stagnazione salariale negli anni '90 ha provocato l'avventura presidenziale di Ross Perot e di Pat Buchanan, nonché «l'elezione di Clinton» (sic).
Oggi, cresce la domanda di «protezionismo», e ciò mentre la popolarità di Bush è ai minimi storici.
Henry Ford, ai suoi tempi, fu sul punto di diventare presidente degli Stati Uniti a furor di popolo.
Ci volle la persecuzione concertata di tanti «Jared» e «David», di potenti Bernstein e Leonhardt dell'epoca, a fargli rimangiare e chiedere scusa per quel suo saggio proibito («L'ebreo internazionale») che lo bollò definitivamente come «populista» da abbattere; la finanza, chiudendogli i crediti, lo rimise in riga.
Ora i metodi della democrazia capitalista sono perfezionati.
Perché altrimenti la Halliburton starebbe allestendo in fretta vasti campi di concentramento in USA?
Se non per gli americani tentati da qualche nuovo «populismo»?
Maurizio Blondet
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Note
1) David Leonhardt, «A century after Ford, middle class does less to drive economy», International Herald Tribune, 5 aprile 2006.
2) David Cay Johnson, «Rich are big winners under Bush tax cuts», IHT, 5 aprile 2006.
3) Intanto, sempre nuovi studi medici in USA sottolineano che la crescente insicurezza e precarietà dei lavoratori sta incidendo pesantemente sulla loro salute (confronta «Job insecurity takes heavy toll on worker health», HealthDay News, 3 aprile 2006). E Ichiro Kawachi ha dimostrato per gli USA che il «gradiente di ineguaglianza» delle società è correlato con il degrado della condizione fisica della popolazione. Per esempio la durata di vita dei greci, molto più poveri degli americani, è però molto più alta, per via della maggiore parità sociale. La gente che vive in una società dove l'ineguaglianza è più pronunciata - una società plutocratica - tende ad avere una vita più corta, meno sana e più violenta. Il tasso di omicidi appare proporzionale al tasso di mal-distribuzione della ricchezza nazionale. In USA, conviene ricordare, l'1% della popolazione detiene il 40 % della ricchezza nazionale (confronta I. Kawachaki, B.P. Kennedy e R.G. Wilkinson, «The society and population healt reader», New Press, New York 1999).
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