Forse il fatto che tutte le regioni in cui sembra che i Celti si siano insediati anticamente appartengono all'area di diffusione del complesso campaniforme è soltanto una casuale coincidenza. Ciò nonostante esso merita di essere esaminato senza pregiudizi. Non si tratta evidentemente di supporre che essi fossero i parlanti di una lingua discostatasi dal ceppo comune al punto di poterli definire Protocelti. Erano invece probabilmente parlanti di una forma di indoeuropeo che aveva già subito una certa diversificazione, che recava in sè i germi di una evoluzione che poteva condurre alle lingue celtiche, ma non solo ad esse. Gli indizi disponibili sono sottili, i dati complicati e spesso contradditori, le ipotesi molto fragili. TUTTAVIA NON POSSIAMO ACCONTENTARCI DI CERCARE LE RADICI DEI POPOLI STORICI NEL LORO PASSATO PIU' RECENTE.
A prescindere dalla loro configurazione etnica e dall'eventuale ruolo svolto nella diffusione delle lingue indoeuropee, i popoli del bicchiere campaniforme rappresentano, nella protostoria europea, l'ultimo complesso culturale di tale omogeneità da essere attestato in TUTTE le regioni in cui saranno prima o poi riconosciute popolazioni celtofone. L'Europa che esso lascia dietro di sè, alla fine del III millennio a.C., è già indubitabilmente differenziata dal punto di vista etnico, anche se possiamo esitare sul grado di differenziazione interna raggiunto in quell'epoca dai rappresentanti della famiglia indoeuropea (...) Probabilmente esitevano quindi parecchi complessi differenziati di dialetti tribali indoeuropei fin dall'inizio del II millennio a.C.: a ovest un gruppo che possiamo considerare protoceltico, al centro un grupo proto-venetico (attestato in Europa centro-orientale sopratutto grazie ai toponimi), più ad est un gruppo protobaltico (l'antenato delle lingue baltiche e slave), e a sud-ovest un gruppo protbalcanico di cui l'albanese sarebbe l'ultimo superstite (...).
Nel II millennio a.C. il gruppo protoceltico doveva occupare vasti territori dell'Europa centro-occidentale, della Boemia meridionale e dall'Austria occidentale alle regioni atlantiche. E' difficle pronunciarsi sul suo aspetto linguistico, ma la diversificazione culturale appare evidente consentendoci di distinguere dal II millennio a.C. parecchi complessi che sfociarono nei gruppi celtofoni riconosciuti a partire dal IV secolo a.C.: dalla zona centro-orientale fino all'attuale Francia centrale, il compleso delle culture dei 'tumuli' , da cui sono sorti incontestabilment ei Celti definiti storici; più a occidente, dalle isole britanniche al Portogallo, il complesso dell'età del Bronzo atlantica, che corrisponde a una realtà etnica nata da un forte sostrato non indoeuropeo, ma probabilmente già in parte inglobato in parlate "protoceltiche"; all'interno della provincia iberica, forse fino alle coste sud-occidentali, le culture dell'età del Bronzo apparentate con quelle atlantiche, da cui discendono i Celtiberi storici; infine a sud delle Alpi, le culture dell'Età del Bronzo recente e finale da cui si sviluppò all'inizio del I millennio a.C. la civiltà di Golasecca deiprimi celtofoni che usarono la scrittura per registrar ela loro lingua.
In generale le basi dell'Europa celtica sarebbero dunque molto più antiche di quanto appaia dall'immagine tradizionale, che si limita a presentare l'espansione dei Celti storici dal gruppo centro-occidentale, presunta origine del popolamento di tutte le regioni europee in cui è attestata la presenza celtofona. Oggi sembra sempre più evidente che, indipendentemente dal modello adottato per spiegare la diffusione delle lingue celtiche, la loro estensione e il loro radicamento anche nelle zone in cui è dimostrata l'esistenza di un forte sostrato non indoeuropeo non permettono di considerarla un esito tardivo, realizzato alla fine del II millennio a.C. a partire da un unico nucleo indoeuropeo.
(Venceslas KRUTA La Grande storia dei celti, Newton & Compton edizioni Roma 2003, pag. 140-141).
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