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Discussione: 25 Aprile

  1. #241
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    Citazione Originariamente Scritto da Elettra_R.
    ALLORA VA' A PIANGERE SULLA TOMBA DI QUEL PERACOTTARO DEL DUCE E NON ROMPERE I COSIDDETTI. TANTO L'ULTIMA PAROLA NON L'AVRAI.
    Non passeranno Compagna!

    Onore ai Partigiani, evviva il Comunismo e la liberta'

  2. #242
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    Citazione Originariamente Scritto da BOY74
    Non hai capito nulla.
    Nessuno parla del fascismo o di Mussolini, si parla solo di chiudere una vicenda che ha diviso l'Italia.
    Ancora?

    None.... non si puote.... avete Perso!

    Basta, finiti... annegati.... fascismo raus!!!!

    RSI traditori, fascisti, sconfitti.

    Niet.

    Capito ora?

  3. #243
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    Citazione Originariamente Scritto da Antiglobal
    Non passeranno Compagna!

    Onore ai Partigiani, evviva il Comunismo e la liberta'
    Siamo nel 2006 non nel 1945.
    Poi criticate Berlusconi perchè l'anticomunismo sarebbe una cosa ormai superata... e voi che parlate come fossimo 60 anni indietro??

  4. #244
    Assatanata, cogliona & indegna
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    Già cogliona ed oggi anche "indegna di essere italiana"!!!
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    Citazione Originariamente Scritto da BOY74
    Siamo nel 2006 non nel 1945.
    Poi criticate Berlusconi perchè l'anticomunismo sarebbe una cosa ormai superata... e voi che parlate come fossimo 60 anni indietro??
    I fascisti che inneggiano al nano come "duce, duce"???

  5. #245
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    Citazione Originariamente Scritto da Elettra_R.
    I fascisti che inneggiano al nano come "duce, duce"???
    E chi sarebbero questi fascisti??? Io non ne vedo in giro...
    Quanto al "duce,duce" chiunque capirebbe che è una cosa scherzosa, se vogliamo attaccarci a questo allora è inutile che parliamo..

  6. #246
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    Citazione Originariamente Scritto da BOY74
    Siamo nel 2006 non nel 1945.
    Poi criticate Berlusconi perchè l'anticomunismo sarebbe una cosa ormai superata... e voi che parlate come fossimo 60 anni indietro??
    Frega niente.
    La memoria non viene mai meno, lo ho promesso ai miei nonni, a mio padre e me lo faro' promettere da mio figlio!

    Antifascismo, ora e sempre!

    Resistenza, a memria passata, presente e futura!

  7. #247
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    Wallhalla, corte celeste dalle innumerevoli porte, dove gli eroi defunti dimorano tra i piaceri della tavola e l'ebrezza della battaglie sempre vittoriose
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    LA RSI E LA POPOLAZIONE.
    Non posso omettere, a chiusura di questa breve e sommaria rassegna sul mio operato di ministro delle Forze Armate della Repubblica Sociale, di accennare alla istituzione dell'Ufficio Assistenza Distrettuale, che si rese altamente benemerito delle famiglie dei militari, senza alcuna distinzione di appartenenza al Sud o al Nord. Scopo della sua creazione fu di evitare che la disorganizzazione susseguita all'8 settembre si estendesse ai servizi dell'assistenza alle famiglie. Successivamente l'Ispettorato si trasformò in Ufficio centrale, alle dipendenze del Gabinetto del ministro. Esso aveva il controllo sulla sezione assistenziale degli enti militari periferici, e funzione di consulenza e patrocinio per le famiglie dei militari e militarizzati alle armi, presenti alle bandiere, dispersi, prigionieri, internati, o comunque già appartenenti alle forze armate regie; oltre che ai militari ricoverati in ospedali, in convalescenza ed in attesa di quiescenza. L'Ufficio centrale di assistenza, oltre a provvedere, per quanto concerneva le famiglie dei militari appartenenti alle forze armate repubblicane, curava altresì : di far aumentare, sino ad adeguarli al costo della vita in atto in quel momento, gli assegni spettanti alle famiglie dei militari deceduti o dichiarati irreperibili, quasi tutti delle forze armate regie; di far corrispondere gli assegni anche in base alla semplice corrispondenza privata, od a semplice testimonianza; di fare effettuare i pagamenti dagli uffici postali locali in base ad appositi ruoli, che assicuravano la continuità meccanica nei pagamenti, onde le famiglie predette poterono continuare a percepire regolarmente i loro assegni, anche nel periodo turbinoso della cessazione delle operazioni belliche, e nei mesi successivi. Gli ufficiali addetti all'Ufficio di assistenza e delle Delegazioni non sono stati, questa volta almeno, incriminati di collaborazionismo col nemico ai danni del popolo italiano e l'attività da loro svolta è stata apprezzata dal Ministero della Guerra attuale, che non sono stati ritenuti passabili d'altra pena che di semplice rimprovero. (da "Una vita per l'Italia", pag.220-221)

    E che dire di quei seicentomila soldati d'Italia che, ignari di quanto l'8 settembre a Roma si perpetrava a loro rovina, furono trascinati nei campi di concentramento in Germania? Chi si occupò della loro sorte, chi li assisté in tutti i modi? Gli atti del Governo del Nord relativi a questa vertenza forse sono stati distrutti dopo il 25 aprile, oppure, se caduti nelle mani degli Anglo-Americani o degli Uffici informazioni italiani, vengono tenuti ben occulti al popolo italiano perché esso ignori la verità. Ma si rivela dalla indiretta testimonianza che emerge dal Libro bianco del Cardinale Schuster ciò che fu fatto per loro dal Governo repubblicano. L'azione personale di Mussolini, che anche per questo si batté tenacemente con Hitler, e l'intervento diretto del Ministero delle Forze Armate - quindi mio - a mezzo della Commissione presieduta dal generale Morera in Germania, valsero finalmente a che essi fossero tolti dai campi di concentramento e dichiarati lavoratori liberi prima, per chi volle accettare la qualifica di volontario del lavoro, infine completamente liberati. Quei seicentomila uomini non erano certo stati deportati in Germania per colpa del Governo del Nord ma di chi, attraverso l'ignominiosa resa a discrezione, ne aveva tradito la buona fede mentre volgevano il petto al nemico e li aveva poi abbandonati al furore dell'alleato di ieri contro il quale avrebbero dovuto volgere le armi. (da "Una vita per l'Italia", pag.223)

    Nello stesso giorno del 23, a seguito dell'avvenuta proclamazione del PFR, era stata abrogata l'ordinanza emessa da Kesselring l'11 settembre in cui l'Italia, occupata dai tedeschi, era considerata "territorio di guerra", ciò che avrebbe implicato un'assoluta dittatura militare. Se tale abrogazione non fosse avvenuta, è sempre Romualdi che scrive, la popolazione, le istituzioni e le industrie italiane del centro-nord, e fino al termine della guerra, sarebbero state senza appello assoggettate alle spietate e vessatorie leggi del Terzo Reich hitleriano, e nessun intervento ufficiale o ufficioso avrebbe potuto mitigarle. Restavano ovviamente valide le leggi internazionali di guerra, sancite dalla Convenzione di Ginevra, secondo cui un esercito, in territorio straniero, aveva il diritto di rappresaglia contro attentati o attacchi armati proditori, ufficialmente definiti atti illegittimi di guerra. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.54-55)

    Lo stesso Mussolini dichiarò d'essere diventato capo della RSI per forza maggiore. A questo proposito così si era espresso: "Non penseranno che io mi diverta a governare in queste condizioni. Non mi diverto affatto; e non lo farei se non avessi la certezza di essere utile al mio Paese e alla futura pacificazione del mondo [...] Non appena presi contatto con Hitler, nonostante la sua accoglienza davvero amichevole, mi accorsi delle sue tremende intenzioni nei riguardi dell'Italia, e ne rimasi assai sconcertato, specie allorché capii che rifiutando io di costituire un governo, altri uomini qualsiasi sarebbero stati incaricati di farlo con le buone o le cattive, e con quali conseguenze è facile immaginare. Materialmente non me lo dissero, ma dalle loro parole dalle loro iniziative era fin troppo facile arguirlo". Del resto, in un suo discorso, Hitler aveva parlato di gas per i traditori e di terra da bruciare riferendosi all'Italia [...] E l'ambasciatore tedesco Rudolf Rahn: "L'Italia è stata dichiarata terra di preda bellica. Potrà avvenire di essa quello che è avvenuto per la Polonia. Costituendosi questo Governo, la violenza sarà attutita". (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.56-57)

    A proposito dei nostri rapporti con i tedeschi, così si espresse il Duce: [...] "Comprendo perfettamente, caro Borghese, aggiunse, tutta la vostra amarezza che, consentitemi, è poca cosa rispetto a quella che personalmente, dalla costituzione della Repubblica Sociale Italiana, vado di giorno in giorno accumulando. Durante la mia detenzione avevo avuto modo di riflettere a lungo. Non vi sorprenderete dunque se vi dirò che quando mi incontrai con Hitler, dopo la liberazione dal Gran Sasso, pur prendendo sulle mie spalle tutta la responsabilità della situazione italiana, gli dichiarai di essere fermamente deciso a uscire dalla scena politica. Ero stanco, ammalato, sconfitto. Ma Hitler mi mise con le spalle al muro. Mi disse che l'Italia senza il fascismo sarebbe stata trattata come nemica della Germania, quindi soggetta a occupazione militare e preda di un esercito assetato di vendetta e che, a garanzia politica e militare, avrebbe incorporato il Trentino e l'Alto Adige nel Terzo Reich. Inoltre, avrebbe fatto di Trieste una base navale germanica. Continuando nelle sue minacce, il Fuhrer mi disse anche che avrebbe sempre trovato, qualora io insistessi nel mio rifiuto a rientrare sulla scena politica, uno o più gerarchi disposti a costituire un governo fantoccio che egli avrebbe manovrato a suo piacimento. Compresi che non avevo scelta: l'Italia aveva ancora bisogno di me. E accettai l'incarico di costituire la Repubblica Sociale Italiana, nonché ritenni mio dovere di salvare il salvabile, a costo di molti sacrifici per la mia dignità personale. [...] Per quello che ho ritenuto fosse il bene del Paese, sono stato a volte obbligato ad assumere posizioni che possono apparire di acquiescenza e di subordinazione. Ma ho agito così e così continuerò ad agire, perché anche la vita dell'ultimo degli italiani mi sta a cuore. Se gli italiani non lo comprendono, lo comprenderà, forse in un domani, la Storia". (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.164-165)

    Mi tornarono alla mente, in quei momenti, le giornate del dicembre precedente, quando la visita di Mussolini a Milano aveva scatenato un'ondata di entusiasmo popolare, autentico e incontenibile, mentre nessun partigiano aveva osato farsi vivo per le vie della città. (da "La generazione che non si é arresa", pag.7)

    E in questa prospettiva che vanno visti i numerosi tentativi fatti da uomini responsabili delle due parti che si vanno delineando, i quali consci della sventura in cui è caduto il paese, memori di un passato che si è vissuto insieme, pur nelle divergenze dei giudizi su quella crisi, manifestano una chiara volontà di trovare un modus vivendi che permetta di superare quel punto senza arrivare a uno scontro frontale tra italiani. Diffuse su tutto il territorio e in tutti gli ambienti della Repubblica, quelle iniziative di "riconciliazione" non possono essere viste come episodi slegati, connessi alla buona volontà di questo o quell'altro, ma costituiscono una corrente di ispirazione che investe i migliori e i più responsabili. A Venezia prende corpo la più importante di queste iniziative. Il 29 settembre '43 il federale Eugenio Montesi, che pur era stato imprigionato nel periodo badogliano, dopo aver disposto la liberazione dalle carceri degli ebrei e degli antifascisti che vi erano detenuti, insieme al podestà Alessandro Passi convoca una conferenza alla quale partecipano gli esponenti degli altri partiti, dai comunisti ai repubblicani ai socialisti ai democristiani, con l'invito ad affrontare la drammatica situazione del paese "con cuore puro, al di sopra degli egoismi e delle passioni di parte". A conclusione di questa riunione, in cui tutti hanno pari dignità e pieno diritto di esprimere le proprie opinioni e in cui si prospettò la formazione di un "fronte unico nazionale, nel quale tutti gli italiani si sarebbero ritrovati per poi ricostruire la Patria", l'avvocato Gianquinto che si era presentato come "comunista nazionalista" dichiarava: "Siamo qui per fare opera di pacificazione e di collaborazione nel limite del possibile". A questa iniziativa, sostenuto perfino dagli squadristi della città, risponde il federale di Verona che chiede al comando tedesco di liberare tutti i prigionieri politici arrestati dopo l'8 settembre "per mostrare coi fatti la volontà di unione e di concordia". Stanis Ruinas ricorda che a Firenze e a Modena "fascisti e antifascisti, di fronte al dramma del paese volevano bruciare vecchi e nuovi rancori, darsi la mano e lavorare assieme soprattutto per il popolo che allora più che mai aveva bisogno di guida e di assistenza". (da "I balilla andarono a Salò", pag.110-111)

    "Il tentativo di pacificazione è generale" scrive Giorgio Bocca storico antifascista, resistente, partigiano di Giustizia e Libertà, "a Padova il ministro della istruzione, Carlo Alberto Biggini, mantiene nella carica di rettore dell'università Concetto Marchesi, che accetta, nella linea di Gianquinto, e solo dopo l'inaugurazione dell'anno accademico [...] riceve la severa critica del suo partito [comunista] e l'ordine di troncare ogni rapporto col ministro". (da "I balilla andarono a Salò", pag.111)

    Mussolini giunse a Rastenburg con un cappellaccio in testa ed un cappottone che lo facevano apparire come un terremotato giunto in un campo profughi. Hitler lo accolse cordialmente e, dopo i convenevoli, i due si ritirarono per discutere la dura realtà della politica. Del colloquio non esiste un verbale, ma è certo che fu lì che Mussolini accettò di assumere la carica di capo del governo nazionale fascista, la cui nascita era stata annunciata il 9 settembre. Mussolini, è appurato, voleva ritirarsi a vita privata, eppure accettò. Perché? La solita soggezione a Hitler che gli faceva dire sempre di si? Se essa era presente già nel 1940, figuriamoci ora, in simili condizioni. L'amore, assopito, ma mai scomparso, verso il potere o, quantomeno, verso la politica? Il desiderio di vendicarsi del re, di Badoglio, di Grandi? La volontà di dimostrare di essere capace, per esprimerci come si fa oggi, di un come back? Senza dubbio. Ma di certo il suo pensiero andò anche all'Italia, forse soprattutto. Hitler avrebbe potuto mutare le sorti della guerra con sbalorditive armi segrete: che ne sarebbe stato del popolo italiano, in questo caso? Le armi segrete furono forse l'argomento principale anche del ricatto di Hitler che, giocherellando con il prototipo di una bomba volante, disse rivolgendosi a Mussolini: "Lei decide se quest'arma verrà provata su Londra o su Genova e Milano!". La minaccia ebbe il suo effetto: Mussolini disse di si ed il 15 settembre, dopo 52 giorni di scomparsa dalla scena politica, egli riassunse la carica di capo del governo. […] Alla fine di febbraio del 1945 Mussolini disse: "La mia vita politica è finita il 25 luglio 1943. Questa non è che un'appendice non volontaria alla quale mi sono lasciato andare nella speranza di fare ancora qualche cosa che possa essere utile al mio paese!". (da "In nome della resa", pag.408)

    La FIAT, nel 1915, vedendo nella Grande Guerra un grosso affare, aveva puntato tutto sugli interventisti e poi, negli anni '30, aveva ricavato fortune dalla politica espansionista mussoliniana. Nel 1940, però, precedendo di un anno e mezzo l'atteggiamento prudente di molte industrie giapponesi, avrebbe preferito la neutralità, perché più sicura, ma alla fine aveva ancora una volta accordato fiducia allo "stellone" del Duce. La sconfitta di El-Alamein aveva fatto però crollare ogni fede nella vittoria e aveva condotto a sperare in una rapida intesa con gli Alleati occidentali. Dopo l'8 settembre, l'occupazione tedesca e la nascita della RSI, condussero la FIAT e le altre industrie ad inserirsi nell'orbita dello Stato nazifascista, mantenendo stretti contatti con il Duce, pranzando e cenando con i "capoccioni" tedeschi e, contemporaneamente, attendendo gli Alleati (la cui vittoria era fuori discussione), presso cui avevano i propri rappresentanti. Questa strategia, che prevedeva anche la distribuzione di centinaia di milioni di lire al CLNAI (con lo scopo di crearsi una "verginità antifascista" e, per giunta, "comunisti riconoscenti"), fece parare il colpo della socializzazione, garantendo, per il dopoguerra, il potere industriale anche nel caso improbabile (o impossibile) di una tarda vittoria del Terzo Reich e quindi della Repubblica Sociale Italiana. (da "In nome della resa", pag.422-423)

    Indubbiamente la RSI sorse per proteggere gli italiani e lo dimostra la frase di Hitler del 13 settembre 1943. Nell'occasione il Fuhrer disse: "O vi sarà il binomio Mussolini-Graziani o l'Italia verrà trattata peggio della Polonia!". Questa minaccia ci è confermata dal colonnello Eugen Dollmann, che spesso funse da interprete di Hitler per la lingua italiana: egli, a fine guerra, ha sostenuto che, senza la RSI, la vendetta di Hitler verso i "traditori italiani" sarebbe stata assai più spietata e, conoscendo la crudeltà del Fuhrer, vi è motivo di credergli. Non solo, ma tutta l'idea di ricostruire un'Italia neofascista ed alleata del Reich non piacque affatto ad Hermann Goring, che avrebbe voluto far fucilare Mussolini, né a Josef Goebbels, il quale, nemico di tutti gli italiani (fossero essi fascisti o no), temeva che uno Stato sotto Mussolini avrebbe potuto intralciare i piani tedeschi sull'Italia. Non li intralciò, è vero, ma il tentativo di essere un cuscinetto fra i dirigenti nazisti ed il popolo italiano vi fu, se gli stessi soldati tedeschi usavano dire ridendo: "Hitler ha dato a coloro che hanno liberato Mussolini al Gran Sasso la Croce di Ferro. Ma colui che lo riportasse laggiù, quello meriterebbe le Fronde di Quercia!", indicando con l'ultima una decorazione assai più alta. (da "In nome della resa", pag.423-424)

    Erich Kuby, la cui fede democratica è fuori discussione, ricorda che il governo di Gargnano creò a Berlino il SAI (Servizio Assistenza Internati), per assistere le vittime dell'operazione Achse e stanziò per loro un miliardo di lire da spendere in vitto, ma i pacchetti furono usati, per ordine delle autorità naziste, a favore dei sinistrati tedeschi dei bombardamenti aerei. […] Nel primo incontro il Duce chiese un miglioramento del trattamento degli internati, necessario anche per motivi politici, per rendere più favorevoli verso la RSI le loro famiglie in Italia, che rappresentavano una massa dì sei milioni di congiunti. Durante il secondo incontro, Mussolini chiese di adoperare gli internati come lavoratori e cioè di trattarli meglio. Venne esaudito il 3 agosto, ma la riforma non si estese agli internati fuori dei confini dei Reich... e cioè alla maggioranza di loro. L'unico successo concreto fu il rimpatrio di 200.000 internati nell'inverno 1944-45: vennero raccolti a Verona e rifocillati dalla Repubblica Sociale. (da "In nome della resa", pag.424)

    Le due accuse, dal canto loro, sono rimaste e, allargate, hanno colpito tutti gli appartenenti a quella che fu la Repubblica Sociale Italiana: uno Stato - senza dubbio - sorto per salvare il buon nome dell'Italia, per proteggere l'Italia dalla vendetta hitleriana, per difendere l'Italia dagli invasori anglo-americani, ma che divenne automaticamente sodale del Terzo Reich anche quando non partecipò o si oppose verbalmente alle efferatezze di quest'ultimo sul nostro suolo e per questo venne considerato dalla popolazione come un ulteriore peso alla già pesante dominazione tedesca. Privata, come fu, della possibilità di comportarsi in modo "italiano" verso gli italiani, la RSI venne interpretata, forse in modo un poco semplicistico, come uno Stato-lacché della Germania nazista. Non è azzardato perciò affermare che i veri patrioti che aderirono (e furono tanti!) vennero traditi da Berlino, che sfruttò i loro pentimenti per instaurare un sistema con il solo obiettivo di tenere meglio sotto controllo la popolazione italiana e di depredare meglio il territorio italiano. Se Badoglio tradì perciò la Germania, Hitler tradì a sua volta la Repubblica Sociale Italiana. (da "In nome della resa", pag.427)

    A sua volta la RSI, allo scopo di sostituire il Nembo sul fronte di Nettuno, fece partire su autobus dalla Spezia, il 19 febbraio, il battaglione della X MAS Barbarigo (capitano di corvetta Umberto Bardelli), che tra le sue file annoverava anche un tredicenne, come "mascotte". La partenza dei soldati repubblicani dalla Spezia ricorda da vicino, per quanto concerne l'entusiasmo della popolazione, il passaggio attraverso le Puglie dei soldati regi che, un mese prima, andavano a rinforzare le truppe al fronte. (da "In nome della resa", pag.484)

  8. #248
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    Citazione Originariamente Scritto da HADEN
    LA RSI E LA POPOLAZIONE.
    Non posso omettere, a chiusura di questa breve e sommaria rassegna sul mio operato di ministro delle Forze Armate della Repubblica Sociale[/COLOR]
    Fascisti, carogne siete e sarete sempre nelle fogne!

  9. #249
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    LE FORZE ARMATE DELLA RSI.
    In forza di questa autorità e dei suoi riconosciuti diritti, Borghese fece immediatamente il giro dei vari improvvisati campi di concentramento in cui i tedeschi, per deportarli in Germania, avevano raccolto reparti dell'ex Esercito italiano o della Marina che si erano arresi, o militari sbandati o civili che erano stati rastrellati. Borghese riuscì a sottrarre alla deportazione centinaia di uomini prendendoli in forza alla X Mas. Appena giunti in sede, chi di essi non voleva realmente arruolarsi (ed erano i più) veniva fornito dal nostro comando di regolare congedo e lasciapassare, in modo che potesse tornare indisturbato alla propria famiglia. In quei giorni, alla sede del Muggiano accorsero molte donne per segnalare in quali zone i propri congiunti, arrestati dai tedeschi, erano stati raccolti, e il Comandante interveniva immediatamente. Proprio per questa assidua, rapida e instancabile azione di salvataggio di centinaia di uomini, a La Spezia la Decima Flottiglia Mas era considerata un'ancora di salvezza ed era portata in palmo di mano dalla popolazione. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.42-43)

    Alla nostra sede affluirono anche numerosi elementi specializzati tra cui ufficiali e sottufficiali istruttori provenienti da Tarquinia, e nuotatori da Livorno. A questi si unirono reduci della Folgore e della Nembo. Altri provennero dal 10 reggimento Arditi. Alcuni piloti della X Mas, tagliati fuori dallo sbarco di Salerno, riuscirono ad attraversare a piedi le linee nemiche e a tornare alla base di la Spezia. Qual era la forza che li spingeva? Come avvenne il fenomeno di migliaia di uomini di tutte le età, di tutte le classi sociali, di varie ideologie politiche, che corsero ad arruolarsi nella X, anelanti di combattere? Costoro oggi son definiti, da un postulato imposto come un credo, avventurieri, soldati di ventura, rinnegati al soldo del nemico ecc. ecc. Ma in realtà che cosa poteva portare volontariamente alle armi mutilati di tutti i fronti, se non l'amor di Patria e la volontà di poterle essere ancora utili? E furono centinaia i mutilati che chiesero di arruolarsi nella Decima! E quale sentimento mosse veterani delle campagne d'Africa, di Grecia e di Russia, se non l'amor di Patria? E i giovanissimi delle classi non ancora chiamate alle armi che avevano una sola aspirazione: essere mandati in linea? E ancora: generali e ammiragli ed ex ministri e ufficiali superiori di tutte le armi che si presentarono alla Decima chiedendo di servire la Patria da semplici soldati? Chi li spingeva? Forse il lucro, l'ambizione? La libidine di tradimento? O non piuttosto una volontà decisa, quasi furente, quella di salvare l'Onore del combattente italiano, non subire la resa incondizionata, infamante per i morti, fatale per i vivi? E tutti hanno pagato, chi con la galera, chi con le persecuzioni, chi con le calunnie, chi col sacrificio della vita. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.47)

    Una particolare iniziativa che la X intraprese fu quella del recupero di ufficiali e marinai internati in Spagna. Si trattava degli equipaggi delle navi da guerra che il 9 settembre 1943 si erano fermate a raccogliere i naufraghi della corazzata Roma. La piccola squadra navale, capeggiata dall'incrociatore Attilio regolo [...] s'era diretta a Minorca. Qui [...] gli equipaggi erano passati in internamento [...] Borghese concepì allora l'idea dell'operazione "Recupero internati dalla Spagna" e la direzione dell'iniziativa fu assunta a Bordeaux dal comandante Grossi [...] Egli avrebbe fornito abiti civili, passaporti e guide per il passaggio in Francia. Qui giunti, essi dovevano dichiarare di volersi arruolare nella X e in questo modo egli li poteva spedire a La Spezia, con l'intesa, poi, che chi non intendeva effettivamente arruolarsi era libero di andare dove voleva. Ma furono in molti ad arruolarsi volontari nella X Flottiglia Mas. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.49)

    L'opera assistenziale della X già si estendeva a molte centinaia di persone appartenenti alla Marina ivi comprese le famiglie dei nostri ufficiali e marinai che le vicende della guerra avevano relegato nell'Italia del Sud. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.58)

    Ritengo che dai fatti narrati emerga una realtà indiscutibile: la Decima era un'unità di volontari uniti da un solo ideale, quello dell'amor di Patria. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Quegli ufficiali, quei ragazzi, spesso quei ragazzini, volevano combattere per l'Onore, non credevano nella vittoria, non si facevano illusioni sul domani. Volevano solo cancellare il disonore che pesava sull'Italia. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.59)

    "La maggior parte degli storici, scrive Bonvicini, ha prestato scarsa o addirittura nessuna attenzione al fenomeno del volontariato nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana. Quanti furono questi volontari? Escludendo i reparti di partito (come le Brigate Nere e quelli della polizia, come la PAI o la Muti), tale volontariato può calcolarsi nella cifra prudenziale di 200.000. Ma è più attendibile che arrivò a toccare le 250.000 unità, tra uomini e donne". Quel che è certo è che nessun momento della storia d'Italia, dal Risorgimento a oggi, ha mai avuto un tale afflusso di volontari: non le guerre sabaude o i moti mazziniani o le imprese garibaldine, non la prima guerra mondiale, non la seconda dal 1940 al 1943, e tantomeno la Resistenza. Ciò, invece, si verificò dal 1943 al 1945, nel momento in cui l'Italia era tagliata in due da un fronte di combattimento, quando già molte migliaia di soldati italiani erano morti, feriti o prigionieri, in un Paese diviso e occupato da opposti eserciti stranieri, distrutto, avvilito, disprezzato e sul punto di perdere la propria identità nazionale. E, in più, questi volontari di guerra davano per scontata la loro sconfitta. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.98)

    Eppure, ci ricorda Alessandro Cova, strano ma documentabile, il bando del 9 novembre 1943 si rivelò un successo [...] Alla cartolina precetto risposero in 87.000 chiamati alle armi. L'Emilia brillava col 98 per cento dei presenti all'appello. Erano le classi 1924 e 1925 (diciottenni e diciannovenni). Con gli ufficiali il successo assunse proporzioni straripanti: 300 generali e 40.000 ufficiali di grado inferiore, quanto occorreva per 100 divisioni. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.105)

    Tutti furono aiutati senza alcuna discriminazione, nei limiti del possibile. Anche i familiari degli appartenenti alla Marina che si erano schierati con Badoglio, ricevettero, quando fu necessario, aiuti e solidarietà. Il capitano di vascello Ernesto Forza, comandante della X dal 1941 al 1943, così dichiarò al processo contro Borghese: "Dopo l'8 settembre il Borghese aiutò la mia famiglia che era rimasta isolata a Roma, devolvendole la somma di lire 20.000 prelevata da un fondo di beneficenza organizzato dal Borghese per aiutare le famiglie degli ufficiali che si erano diretti al Sud'". (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.106)

    La situazione dei militari della nostra Marina, fatti prigionieri nel settembre-ottobre 1943 e deportati in Germania, era particolarmente preoccupante. Mancavano d'indumenti adatti, pativano la fame, non ricevevano notizie da casa. Malgrado qualche spedizione più che altro a scopo di propaganda politica organizzata dal governo repubblicano, o dal clero, gli italiani trattenuti in Germania mancavano di tutto. Nessuno aveva mai portato loro una parola di conforto e di solidarietà. Dopo lunghi colloqui con Wolff e Rahn, Borghese ottenne il permesso di inviare nei campi di concentramento tedeschi una missione guidata da sua moglie Daria. In breve tempo fu approntato un camion che volontarie dell'ufficio assistenza riempirono di 500 pacchi contenenti vestiario e generi di conforto. La missione toccò ben 32 campi di concentramento, distribuì pacchi ai militari internati, raccolse la loro corrispondenza per le famiglie, portò espressioni di fraternità a quanti, lontani dalla loro terra, scontavano una colpa non commessa. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.106-107)

    Numerose testimonianze di uomini appartenenti all'una e all'altra parte, rese anche in sede giudiziaria, confermano il contributo essenziale dato da Borghese alla salvezza del porto di Genova. Tra queste, la deposizione giurata, fatta in tribunale il 17 dicembre 1948, da Vito Pavano, ufficiale del SIM del Regno del Sud presso il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. "So che Borghese si interessava per la salvezza del porto di Genova, dichiarò Pavano, e per questo scopo egli si adoperava presso il servizio segreto tedesco [...] E a me sembro l'unico che ottenne risultati positivi". Infatti, come sostenne Carlo Silvestri: "Non è niente vero che i tedeschi avessero rinunciato alla distruzione degli impianti industriali dell'Alta Italia in seguito alle trattative col CLNAI". E furono soprattutto "le leali trattative da combattente a combattente intercorse il 14 aprile 1945 tra il generale Wolff e il Comandante Borghese [...] che indussero i tedeschi alla rinuncia al sabotaggio dei porti di Genova, Savona, Marghera e dell'arsenale di Venezia, e al piano di totale distruzione già ordinato personalmente da Hitler che, senza dubbio, avrebbe determinato scontri sanguinosi tra le forze tedesche e quelle italiane, scontri che avrebbero potuto disturbare gravemente la ritirata". (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.194)

    Quale meraviglia se la loro carenza produrrà poi quelle reazioni che portarono centinaia di migliaia di uomini, sparsi su tutti i fronti, a rimanere a fianco del vecchio alleato, per seguirne fino all'ultimo le sorti, senza affatto calcolare se si puntasse sul vincente o sul perdente, ma solo per essere fedeli al simbolo dell'onore?. (da "Una vita per l'Italia", pag.154)

    Dopo la resa dell'aprile 1945, la Corte Internazionale Permanente riconobbe alle truppe della Repubblica Sociale la qualità di combattenti regolari ed il trattamento di prigionieri di guerra. Successivamente un decreto del governo italiano stabiliva che il fatto di aver appartenuto ad esse, e di aver prestato giuramento al governo repubblicano, non era considerato reato. In seguito a ciò, i suddetti venticinquemila ufficiali, ed i settecentottantamila circa armati repubblicani non sono stati perseguiti per legge. (da "Una vita per l'Italia", pag.215)

    Ma ecco finalmente a fare il punto la sentenza della Corte d'Assise, Sezione Speciale, di Roma nella causa contro il generale Berti e gli altri componenti il Tribunale di Guerra del C.A.R.S. (Corpo Addestramento Reparti Speciali) e del C.O.G.U. (Corpo Controguerriglia), responsabili di aver pronunciato molte sentenze di condanna a morte, poscia eseguite, di partigiani. Tutti gli imputati - presidente, giudici e pubblico accusatore - sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. La Procura Generale non ha ricorso avverso la sentenza, che è pertanto divenuta irrevocabile. La sentenza ha affermato che il principio della Repubblica Sociale Italiana fu uno Stato, nel senso politico e giuridico della parola, e come tale essa fu rivestita dei poteri e delle funzioni sovrane, che allo Stato competono. (da "Una vita per l'Italia", pag.275)

    Nello studio di un amico pittore incontrai un giovane professore comunista, insegnante di storia e filosofia nelle scuole superiori, persona colta e garbata. Una volta saputo del mio passato repubblichino, mi accennò alla sua conoscenza con un ex ufficiale della Xa Mas di Bologna, di cui mi disse il nome, che mi lasciò ovviamente del tutto indifferente. Sorpreso e quasi incredulo per quella mia ignoranza, il giovane professore mi manifestò con candore la sua meraviglia: "Ma, come! Eravate così pochi che credevo proprio vi conosceste tutti!". E evidente che quel professore di liceo, che andava insegnando, non so se con sussiego o, così, alla buona, la recente storia nazionale alle nuove generazioni di italiani, era stato formato dai luoghi comuni diffusi e ribaditi dalla sterminata letteratura di parte sull'argomento, la quale faceva appunto degli uomini di Salò un'insignificante minoranza, formata da un pugno di vecchi incalliti manigoldi e da una manciata di sciagurati ragazzi traviati, estranei al paese reale, tutto schierato dall'altra parte. (da "I balilla andarono a Salò", pag.24)

    Giampaolo Pansa, di parte contraria, nel suo libro "L'esercito di Salò", opera che si fonda su dati parziali e fonti particolari, non avanza cifre globali, limitandosi a mettere in luce soprattutto il fenomeno della renitenza alla leva che afflisse fin dall'inizio la chiamata alle armi delle classi '23, '24, '25, '26, la fluidità di molti reparti, che sembrano dilatarsi e sgonfiarsi a seconda delle circostanze, le diserzioni, i passaggi da un campo all'altro. Quasi che di questi mali non ebbero a soffrire, specularmente, per ovvie e contrapposte ragioni, anche le forze partigiane, per non parlare della quasi totale renitenza alla leva che si verificò nell'Esercito Regio nelle regioni del sud dove, ormai giunti i liberatori anglo-americani e la tanto agognata "pace", nessuno aveva più voglia di ricominciare una naja, riprendere le armi, gettate l'8 settembre, per un governo definitivamente squalificato. (da "I balilla andarono a Salò", pag.25)

    Insomma, in quel periodo di grande disorientamento delle coscienze, così incerto negli esiti, e soprattutto al di là di ogni considerazione di opportunismo e di calcolo personale, le quali suggerivano invece una scelta diversa, alcune centinaia di migliaia di giovani italiani sentirono l'imperativo di mettere a repentaglio le loro vite, condizionare il loro futuro, abbandonare studi, case e famiglie per schierarsi dalla parte "fascista", che "ha ancora una sua capacità di appello presso i giovanissimi", come Bocca riconosce. (da "I balilla andarono a Salò", pag.26)

    Di non diversa natura è la scelta dei capitano di vascello Junio Valerio Borghese, comandante della Xa Mas, e degli uomini alle sue dipendenze. [...] Si barricò con quelli dei suoi subalterni che vollero restare nella base della Xa Mas, in quella striscia di terra tra La Spezia e Lerici, pronto a difendersi contro chiunque avesse preteso la sua resa, cioè in sostanza contro i tedeschi, gli unici che in quella situazione gli avrebbero potuto portare offesa, tanto che, come dichiarò più tardi: "Se un tedesco avesse tentato, dopo l'8 settembre, di disarmarmi o di fare violenza alla "Decima" avrei dovuto difendermi: se fossi stato ucciso, cosa probabile, oggi sarei stato considerato un eroe della Resistenza". Altri reparti sparsi per la penisola o nei territori occupati dal nostro esercito, spesso ridotti a un pugno di uomini, in un paesaggio di disfatta e di fughe, compirono la stessa scelta, per gli stessi elementari motivi di "dignità di soldati" e di "onore" che, nonostante tutto, in quel momento di dissoluzione di ogni punto di riferimento sono sopravvissuti. Va sottolineato che queste scelte - che poi condussero a Salò -, questa decisione di non arrendersi, questo soprassalto del sentimento di rivolta contro la vergogna e le conseguenze di quella resa, si determinarono nei giorni immediatamente successivi all'8 settembre, cioè prima della liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi, indipendentemente da essa, prima della formazione di qualsiasi embrione di governo "fascista", prima ancora che se ne potesse ipotizzare la costituzione; avvennero per moto spontaneo, in circostanze particolari, per decisioni individuali prese sul campo. (da "I balilla andarono a Salò", pag.34)

    In quel momento di sbandamento generale, parallelamente alle scelte di quei reparti militari, si produssero nell'animo di una minoranza di giovani confusi moti di rivolta e di rifiuto che non sono nei più ancora chiaramente differenziati. Scatta in alcuni un istintivo soprassalto di ribellione contro lo sfacelo che si scorge attorno, un sentimento di non accettazione della miseria morale in cui è sprofondato il paese, il bisogno di dissociarsi dalle viltà, le fughe, l'abbandono, che si manifestarono nel cercarsi fra coetanei, nell'impulso a unirsi, a fare gruppo. Quando, nei primissimi giorni dell'occupazione tedesca, con un gruppetto di coetanei mi presentai a un comando germanico a Roma con la richiesta di essere "inviato al fronte a fermare il nemico", c'era tra noi un ragazzetto di sedici anni, un piccolo siciliano, Franco Grita, studente di scuola media superiore, che in quegli incontri in cui decidemmo di compiere quel passo, mi stringeva il braccio e continuava a ripetere: "Stiamo insieme, stiamo insieme", quasi che in quel gruppetto egli ritrovasse il sentimento della patria che era andata in pezzi. (da "I balilla andarono a Salò", pag.35)

    Sono ragazzi, poco più che adolescenti, che manifestano rabbie e delusioni, barlumi di speranza e di rifiuto. Alla fine di quella giornata, quando ci contammo nell'anticamera di quell'ufficiale tedesco, al quale ci eravamo rivolti per "andare a combattere" e che non sapeva come esaudire quella nostra richiesta, ma, congedandoci, ci chiese da soldato l'onore di stringerci la mano, eravamo in venti. Andando là in gruppetti di due o tre, studenti liceali, matricole universitarie, giovani artigiani, indipendentemente gli uni dagli altri, avevamo sentito lo stesso impulso di "presentarci" e chiedere che ci venissero "date le armi" che gli altri avevano buttato. Altri compirono lo stesso passo in altre città. Giovanissimi, ancor prima della costituzione della RSI si presentarono ai comandi tedeschi o diedero vita a spontanee embrionali formazioni, che furono poi assorbite dalle prime unità regolarmente costituite dal governo di Salò. A Firenze - come mi raccontò l'animatore dell'iniziativa, un giovane della mia stessa età, Alessandro Guarnieri - un gruppo, che raggiunse la consistenza di 56 ragazzi, in quegli stessi giorni si presentò al comando germanico della città con la nostra stessa richiesta. [...] Questo plotone, insieme alla divisione della quale faceva parte, venne inviato sul fronte russo meridionale e si segnalò in vari scontri sulla testa di ponte di Nikopol, sul Dnieper e in altre località dove combatté fino al novembre 1944. Si trattava di giovani dai sedici ai vent'anni (ce n'erano anche di quindici e quattordici, che giunti clandestini al fronte, nascosti sotto e dentro i mezzi blindati sui carri ferroviari, furono rimpatriati). (da "I balilla andarono a Salò", pag.35-36)

    Riflettendo sulle cause che spinsero i giovani usciti dai ventennio fascista su questa o quell'altra strada, Italo Calvino ha scritto che in quei giorni di generale disorientamento bastò un niente a decidere un'esistenza: l'essersi trovati in un posto piuttosto che in un altro, aver fatto questa o quella esperienza personale, ovvero un'amicizia, l'incontro con una persona, la lettura di un libro. (da "I balilla andarono a Salò", pag.38)

    Un altro luogo comune, costruito dalla storiografia antifascista della Resistenza è quello che fa della RSI una continuazione del ventennio fascista, anzi la sua logica conclusione, nella quale il fascismo, tolta la maschera di rispettabilità assunta negli anni del suo apogeo, mostrerebbe il suo volto più vero e odioso. [...] In realtà non c'è nulla di più inesatto. Nella sua nascita, nelle sue componenti umane, nelle intenzioni che mossero la maggior parte di coloro che aderirono alla RSI, nei loro comportamenti e anche nelle loro illusioni, c'è ben poco di quanto era stato per ventun anni il regime fascista. Nonostante che a capo di quell'effimero stato ci sia stato Mussolini, che il solo partito ufficialmente riconosciuto sia il Partito fascista repubblicano (tranne il tardivo esperimento di E. Cione che, tra il febbraio e il marzo del 1945, diede vita a un Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista),in quella repubblica i fascisti non furono che una minoranza, lo spirito che la dominò, perfino nell'ambito dello stesso PFR, fu di rifiuto e di condanna del ventennio trascorso, e la maggioranza di coloro che vi aderirono aveva a che vedere con il regime che aveva governato l'Italia per un ventennio non più della generalità degli italiani, compresi non pochi di quelli che scelsero la Resistenza. (da "I balilla andarono a Salò", pag.75-76)

    Dei 29 membri del Gran Consiglio del fascismo, che era la suprema assise del regime, il cui voto determinò la liquidazione del fascismo, solo due aderirono alla RSI: Buffarini Guidi e Farinacci. [...] Degli ex segretari del PNF nessuno sarà a Salò. Lo stesso dicasi degli ex comandanti generali della Milizia. E solo mosche bianche o nere della pletora dei federali fascisti, dei presidenti, direttori generali, funzionari delle varie istituzioni e organizzazioni fasciste, Opera Nazionale Combattenti, Dopolavoro, GIL, ecc., dei membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, del Senato, daranno la loro adesione alla RSI. Carmine Senise nominato capo della polizia il 25 luglio registra la corsa di gerarchi, federali, prefetti a testimoniare il loro "antifascismo", la loro segreta opposizione al regime, i loro distinguo, ad assicurare la loro adesione al nuovo regime. "I prefetti fascisti rimasero tutti al loro posto, pronti a servire il nuovo governo: non uno di essi, non uno, mostrò il più lontano desiderio di essere collocato a riposo. Moltissimi anzi fecero premura in senso opposto [...]. Altrettanto avvenne nelle file della Milizia [...]". (da "I balilla andarono a Salò", pag.77-78)

    Quella che sarà la RSI, abbiamo visto, nasce prima della sua costituzione ufficiale, prima che essa assuma una struttura istituzionale e una fisionomia politica, amministrativa, militare, e indipendentemente da essa. Nasce con quel soprassalto di indignazione contro la vergogna dell'8 settembre che muoverà una non esigua minoranza di italiani a schierarsi contro l'armistizio. Nasce con quei nuclei che si raccolgono intorno a un ufficiale che ha deciso di non accettare la resa, in quei gruppi di giovani che prima della ricomparsa di Mussolini vanno a riaprire le federazioni, in quei manipoli di ragazzi che si presentano a un comando tedesco a chiedere di essere inviati a combattere, i quali tutti anche in seguito conserveranno una notevole indipendenza e autonomia dal governo centrale, che non sarà mai in grado, per le interferenze dei comandi tedeschi, la precarietà delle comunicazioni, l'assenza di una vera autorità, anche morale, per uno spirito ribaldo e anarcoide che anima tutti, di dare un indirizzo politico unitario, esercitare un reale imperio. (da "I balilla andarono a Salò", pag.79-80)

    In una serie di interviste rilasciate nel 1964, ai collaboratori di Ruggero Zangrandi, Junio Valerio Borghese, comandante della Xa Mas, che fu il più agguerrito ed efficiente corpo militare della RSI, dichiarava: "Io non dò troppo peso alle definizioni. Poniamo, ad esempio, il quesito: "Fu fascista la RSI". Per me, la RSI rispose a una esigenza morale e nazionale: avrebbe potuto formarsi anche senza Mussolini. Non va confusa con il fascismo tradizionale. Alla RSI aderirono uomini che non erano mai stati fascisti e si trovarono a fianco con fascisti del ventennio per un ideale più alto di quello di un partito". (da "I balilla andarono a Salò", pag.80-81)

    È la Patria senza aggettivi che indica il maresciallo Rodolfo Graziani, ministro della guerra, con quel suo intestardimento a dar vita a un esercito apolitico al quale consegnerà come distintivo da appuntare sulle mostrine delle uniformi, al posto delle stellette dell'esercito regio, il gladio romano circondato da un serto d'alloro e su impressa la scritta ITALIA. E nel processo che gli sarà intentato dopo la guerra, la sua difesa sarà tutta sulla linea che dà il titolo al suo libro "Ho difeso la Patria". Quella di aver appiattito tutta la RSI, tutte le sue diverse componenti, la sua vera anima, sull'etichetta "fascista" è stata una delle più riuscite operazioni di falsificazione storica attuate dall'antifascismo, sia quello autentico, che aveva patito prigione ed esilio, sia quello nuovo e nuovissimo, in irresistibile odore di opportunismo ed eterno italico trasformismo. (da "I balilla andarono a Salò", pag.83)

    Ma allora perché quegli uomini sono lì, perché hanno scelto quella via? Perché hanno messo a repentaglio le loro vite, il loro avvenire in un'avventura che molti sanno o intuiscono non può concludersi che nella sconfitta? Perché sono lì, da quella parte, 62.000 ufficiali dell'ex Regio esercito, tra cui non pochi di quelli che si sono battuti contro i tedeschi nella mancata difesa di Roma, i quali hanno risposto all'appello lanciato da Graziani nel raduno dell'Adriano del 10 ottobre '43, che si concluse con l'accorata invocazione: "Io vi dico, camerati: superate voi stessi, superate voi stessi! Guardate solo in faccia alla vostra coscienza. La Patria, la Patria, la Patria è quello che vale". [...] La lista non è finita qui. Perché su quella barricata, eroica e feroce insieme, contraddittoria e grottesca, ad aumentare la confusione e ad aggiungere una nota di sconcerto ci sono, come ha ricordato G.B. Guerri, uomini come Nicola Bombacci, il vecchio rivoluzionario, fautore della scissione di Livorno del PSI e fondatore, con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, del Partito Comunista d'Italia! (da "I balilla andarono a Salò", pag.85)

    Ci sono tutti questi uomini di diversa provenienza e discordanti esperienze, accomunati da qualcosa che è scattato nei giorni dell'8 settembre e li ha spinti a compiere quel passo, sperando molti di essi di dare a quel gesto un valore che, al di là di ogni considerazione di ordine "realistico", si situi in un ambito ideale nel quale possa restare e assumere il significato di simbolo. [...] Anch'essi, molti, pagheranno con il sangue, quali "collaboratori col tedesco invasore", "spie", "traditori", il silenzioso, schivo, pudico rifiuto di "voltar gabbana". E anche gli atroci squadristi, che forniranno rancori inaciditi e ferocie imputridite alle Brigate Nere, non sono quelli che hanno avuto posti e prebende durante il ventennio, quelli che hanno imperversato nelle organizzazioni e negli istituti del fascismo, ma sono quelli che usati nel '21, furono messi da parte ed emarginati dal regime. Essi si riaffacciano carichi di rimproveri e di volontà di vendetta verso gli uomini del regime, e si richiamano al "fascismo primigenio" di San Sepolcro (quello nel cui programma si riconosceva nel '36 la classe dirigente del Partito Comunista), repubblicano e rivoluzionario, che ancora sa delle sue origini anarco-sindacaliste, socialiste, ardite, fiumane, futuriste. (da "I balilla andarono a Salò", pag.86-87)

    Importante, mi sembra, quest'ultima constatazione, nella quale, già allora, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra c'era qualcuno di noi che sapeva chiaramente come quei soldati, quei giovani, che volontari o di leva si erano arruolati nelle forze armate di Salò, erano andati, consapevoli o meno, "a pagare" per il fascismo, perché qualcuno doveva pur esserci che avesse il coraggio e la dignità di andare a saldare il conto che il paese aveva aperto con la storia, ad assumersi per tutti la responsabilità di quella che era stata una generale ubriacatura nazionale. In quel contesto Bolzoni racconta episodi che hanno del paradossale: quello di un marò della divisione San Marco che per aver fatto esplodere un carro armato americano era stato decorato della croce di ferro tedesca, e che avrebbe potuto benissimo, secondo l'autore, essere fregiato anche della bronze star americana per aver sabotato nei pressi di San Savino due camion carichi di SS, provocando la morte di numerosi di essi. Quel soldato era figlio di ebrei: la madre era stata inviata in campo di concentramento, mentre il padre era stato ucciso dalla mitraglia di un Mitchell americano. E ancora il caso di un alpino del gruppo "Bergamo", "feroce antifascista" reduce di Russia da dove aveva riportato in patria un lembo della bandiera del reggimento, e dove il suo capitano, nelle gelide notti passate davanti alla stufa in un caposaldo sul Don, lo aveva iniziato al comunismo, che egli a sua volta andava spiegando ai suoi commilitoni dell'esercito di Graziani, il quale però continuava a combattere nel suo gruppo alpino dalla parte di Salò, perché quel suo capitano, morendo, gli aveva detto: "la bandiera soprattutto". Casi estremi e singolari, ma che danno la misura di quanto variegata e contraddittoria fu la partecipazione a quella esperienza anche a livello di semplici soldati, di giovani, di ragazzi idealisti, che pagarono largamente, molti con la vita, e furono bollati dall'etichetta, che pretendeva di infamarli, di "fascisti", mentre proprio la loro partecipazione, la loro ingenua dedizione, i loro inutili eroismi quella etichetta nobilitarono. (da "I balilla andarono a Salò", pag.96-97)

    "Io vivo per la Patria e per la Patria ho giurato la morte" scriveva alla madre, prima di essere fucilata, agli inizi di maggio 1943, nei pressi di Torino, Margherita Audisio giovane ausiliaria di vent'anni: "Tutti i pensieri, le passioni di adolescente, di giovane ventenne non mi hanno fatto volgere gli occhi, non mi hanno vinto. Io sento le pupille sbarrate all'orizzonte lontano e nebuloso: là è la Patria". (da "I balilla andarono a Salò", pag.97)

    Anche se in momenti di esaltazione c'era chi si aggrappava alla chimera delle armi segrete che avrebbero capovolto le sorti dello scontro, oscuramente sapevamo che gli esiti di quella guerra erano segnati e che comunque noi, come nazione, ne eravamo fuori. "Io non voglio tornare al fronte per vincere la guerra" scrive in un romanzo autobiografico, un altro ragazzo di Salò, Mario Gandini, giovane sottotenente d'artiglieria, che, reduce dal fronte russo, dopo mesi di incertezze e interrogativi, decide di riprendere le armi, e si presenta a un centro di arruolamento. "Voglio tornare al fronte per perderla. Soltanto che la voglio perdere a modo mio". (da "I balilla andarono a Salò", pag.101)

    Si è per decenni speculato sulla ferocia della repressione, l'accanimento nei rastrellamenti, la durezza dell'azione antipartigiana di queste formazioni, facendo di ciò la sola reale ispirazione della RSI. Durezza, atrocità, violenze ci furono, eppure esse non furono che l'omologo della stessa durezza, ferocia, violenza delle forze partigiane, come avviene, senza resti e senza sconti, in ogni scontro che ha carattere di guerra civile come ci hanno poi confermato le guerre d'Algeria, del Vietnam, d'Afganistan eccetera. Al di là di quei giudizi denigratori espressi dagli storiografi della Resistenza sull'esercito repubblicano, presentato come una sorta di accozzaglia di compagnie di ventura, che solo hanno sete di sangue e di violenza, in una visione grottescamente manichea, quali erano in realtà i sentimenti di quei soldati che, arruolatisi per andare a combattere il nemico esterno che ha invaso l'Italia, si trovarono di fronte all'amaro compito di affrontare altri italiani in una guerra fratricida che si farà col tempo, per il concatenarsi delle reciproche ritorsioni sempre più feroce e spietata?. [...] Ho rintracciato negli Archivi dello Stato una lettera, della quale avevo completamente perduto memoria, inviata a Mussolini nell'ottobre del '44 dai legionari della mia stessa compagnia, appartenente a un reparto, che in quell'opera di repressione era stato durissimo, come durissima era stata l'azione partigiana contro di esso nelle operazioni di polizia in cui era stato impegnato prima in Valsesia, poi sull'Appennino umbro-marchigiano e infine in alta Valcamonica. In questa lettera, redatta in un linguaggio che mostra chiaramente la semplicità d'animo, l'ingenuità e il modestissimo livello culturale di chi scriveva, quei giovani soldati chiedevano al Duce che il reparto venisse liberato dai compiti di controguerriglia cui era stato assegnato, manifestando chiaramente un sentimento di repulsa per questo genere di impiego. (da "I balilla andarono a Salò", pag.137-138)

    Ci eravamo arruolati per andare al fronte ad affrontare quello che continuavamo a considerare il nemico straniero che aveva invaso il nostro paese, in uno scontro leale, faccia a faccia, sulla linea del fuoco, e fummo invece costretti, amareggiati e riluttanti, a combattere contro altri italiani che ci sparavano alle spalle e ci tendevano insidie e imboscate. E ben noto che quando nell'estate '44 la Xa Mas fu spostata dalla sua sede originaria di La Spezia a Ivrea, in una zona già infestata da bande partigiane, il comando del reparto fece affiggere dappertutto manifesti in cui si professava che la Xa aveva come scopo quello di fare la guerra agli alleati e non aveva alcuna intenzione di entrare in conflitto con altri italiani. Fu solo dopo l'agguato, avvenuto nel luglio '44, in cui una formazione partigiana mancando fede alla tregua d'armi stipulata per parlamentare massacrò vilmente dieci marò e ufficiali, fra i quali il capitano di corvetta Umberto Bardelli, che aveva comandato il battaglione Barbarigo sul fronte di Nettuno, e in seguito ad altre uccisioni ugualmente proditorie, che il reparto fu costretto a prendere misure antipartigiane per tutelare l'incolumità dei propri soldati. Prima di dare inizio a operazioni di polizia il comandante Borghese radunò i suoi ufficiali e concesse a chi non se la sentiva di affrontare quel compito la smobiitazione dal reparto, cosa che fu attuata per quindici di essi. Nessuno di quei giovani che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie, gli studi, le normali attività di vita per arruolarsi nelle formazioni volontarie della RSI, ha immaginato allora che l'Italia sarebbe stata trascinata in quel gorgo di sangue e che essi sarebbero stati chiamati a combattere, e in quel modo così spietato, contro altri italiani. (da "I balilla andarono a Salò", pag.139)

    Personalmente, quando mi resi conto, pur nella mia cosmica ingenuità di diciottenne di allora, che quei "compiti di polizia" cui eravamo stati adibiti ci avrebbero inchiodati chissà per quanto sotto quelle montagne, distogliendoci da quella che era la nostra sola e unica aspirazione, chiesi di essere smobilitato dal reparto. Molti dei miei commilitoni in infinite occasioni disertarono per unirsi a unità che si diceva sarebbero partite per il fronte. Ci furono reparti che giunsero fino all'ammutinamento e uomini pronti a mettere in giuoco la loro vita pur di non essere coinvolti in quella guerra fratricida, quasi che con quel rifiuto avessero potuto esorcizzarla. Emblematico è il caso del battaglione NP (nuotatori paracadutisti) di Valdobbiadene che nel gennaio del '45 si rifiutò di essere adoperato per una azione antipartigiana. [...] Nonostante i nostri rifiuti e la nostra repulsione, quella guerra di guerriglia si è imposta, e quei giovani, volenti o nolenti, sono stati costretti a combatterla. Ed essa, con le sue imboscate, i suoi prelevamenti notturni di "fascisti", i suoi agguati all'angolo di una strada, in cui d'un tratto vedi cadere il compagno che hai accanto, quello con cui hai diviso una sigaretta o una pagnotta, senza neppur aver scorto la faccia di chi ha sparato, senza aver avuto alcuna vera opportunità di combattimento, susciterà un sentimento di offesa, un rabbioso senso di rivolta da cui scaturisce una implacabile volontà di vendetta a ogni costo. L'odio, all'inizio inspiegabile, arcano, devastante, di cui ti senti fatto oggetto produrrà altrettanto odio per quel nemico invisibile e insidioso che ti colpisce da dietro una roccia o al riparo di un albero e si dilegua, come hanno sperimentato tutti i soldati che sotto ogni latitudine hanno combattuto guerre siffatte. Ed esso dilaga come un fiume, avvelena le passioni. Alla violenza si risponde con la violenza, al sangue col sangue, alla ferocia con la ferocia in una interminabile spirale di vendette e controvendette. (da "I balilla andarono a Salò", pag.140-141)

    Allo sfruttamento tedesco nei confronti della Repubblica Sociale Italiana, risultato del vassallaggio a cui quest'ultima era sottoposta, fa contrasto il fatto che dalle tragiche giornate dopo l'8 settembre in poi, non meno di 300 generali e di oltre 62.000 ufficiali aderirono ad essa: di certo molti solo per lo stipendio e la carriera, ma molti anche nella sincera convinzione di salvare così il proprio onore di soldati e di italiani. (da "In nome della resa", pag.414)

    Per obiettività, tuttavia, dovremo aggiungere che fra il mezzo milione di prigionieri italiani in mano anglo-franco-americana, ben 80.000 di essi aderirono alla RSI (sono cifre risultanti da appositi plebisciti indetti dalle autorità alleate) e ciò dimostra che Graziarli avrebbe avuto più successo se avesse avuto possibilità di disporre di quei prigionieri di guerra. (da "In nome della resa", pag.416)

    Quanti furono allora i militari della RSI? Secondo i dati ufficiali, se si esclude la GNR, le forze armate repubblicane comprendettero 248.000 uomini: 143.000 dell'esercito, 79.000 dell'aviazione e 26.000 della marina. Altri 382.000 uomini formarono le cosiddette truppe ausiliarie. Queste cifre non dicono naturalmente alcunché sul numero dei disertori, che furono tanti, tantissimi, ma non cosi tanti da impedire una partecipazione alla guerra non grande, ma brillante (e comunque non inferiore a quella delle forze armate regie), partecipazione di cui parleremo dettagliatamente in seguito. Coloro che, per partito preso, denigrano le forze armate repubblicane, perché credono che solo cosi si possa essere buoni antifascisti, dimenticano che l'indagine storica non può essere "politica" e non si accorgono che, anche affermando la teoria della "diserzione di massa" non si può negare che vi furono rispettabilissime resistenze a Mondragone, a Nettuno, a Barga, a Tossignano, a Tarnovo e allo Chaberton. La teoria poi, che solo il terrore tenesse assieme quelle forze armate, condanna ancor di più i partigiani che si macchiarono di violenze nei confronti di quei soldati dopo la loro resa nel 1945 e la repubblica attuale, che tuttora non concede a quei soldati nessun riconoscimento, neppure ai fini previdenziali. (da "In nome della resa", pag.417-418)

    Protagonisti dell'episodio furono i paracadutisti che, sul fronte calabrese, non accettarono la resa e decisero di continuare la guerra con i vecchi alleati. Belisario Naldini, nel suo libro Morire per qualcosa, descrive lo stato d'animo di quei soldati la sera dell'8 settembre: "Penso possa significare qualcosa il pianto che eruppe dagli occhi di molti di quei ragazzi, lo smarrimento che li assalì, il silenzio dei primi minuti nei quali nessuno voleva o poteva credere [alla resa]. Non era il desiderio di proseguire una guerra che anche i più ottimisti comprendevano ormai senza speranza, né alcun risentimento di natura polìtica, ma la sensazione netta e precisa della fine ingloriosa di un conflitto combattuto fra mille difficoltà". Avevano insomma la certezza che niente fosse salvo, la preoccupazione di ciò che potessero pensare o fare i tedeschi dopo quell'avvenimento. Spinti dalla molla profondamente patriottica di far di tutto per salvare l'Italia dall'accusa di tradimento, non solo da parte dei tedeschi, ma anche degli stessi anglo-americani, decisero di rifiutare la resa. Il loro comandante, capitano Edoardo Sala, lo disse ai suoi uomini: "Dissi loro che personalmente non intendevo arrendermi, perché non potevo credere che il re avesse dato l'ordine di affiancare l'esercito italiano agli anglo-americani per combattere contro l'alleato germanico. Tale gesto non era degno del re-soldato!". (da "In nome della resa", pag.426)

    Un incidente, avvenuto il 10 aprile al Ponte di San Pietro, a Gorizia, ne aveva fornito l'occasione. Un ufficiale cetnico, ubriaco, aveva cercato di superare in macchina, senza fermarsi, il posto di blocco n.3 (tenuto da elementi del 4° reggimento della MDT) ed era stato ucciso dopo che aveva tentato di colpire al volto il comandante italiano che si era avvicinato al finestrino della vettura. Il giorno dopo i tedeschi intimarono di cedere il posto di blocco ai serbi. Gli italiani dovettero piegare la testa ed il piccolo presidio (portato, dopo l'incidente, a 21 uomini) incominciò ad incamminarsi verso un vicino sottopassaggio. A questo punto i serbi, al cenno di un caporale tedesco, presero a sparare all'impazzata: il capitano Orlando Dilena fu colpito a morte e con lui 16 dei suoi uomini, fra cui Dajmo Draghicevic, un diciannovenne spalatino di sentimenti italiani. Quando, il 13, ci furono i funerali vi erano anche, mimetizzati tra la folla, i partigiani della Osoppo. Alcuni giorni dopo furono infatti trovati sulle tombe dei fiori ed un biglietto: "I partigiani italiani ai difensori di Gorizia italiana". Ormai non si trattava più di fedeltà a Roma o a Gargnano, di fascismo o di antifascismo: da una parte e dall'altra, in quell'angolo d'Europa, gli italiani non avevano più né amici, né alleati, ma solo nemici che li volevano liquidare in quanto tali... Ed in questa situazione, il 27 aprile, si ritenne giunto il momento di difendere Gorizia tutti assieme: soldati repubblicani e partigiani verdi. Ce n'era bisogno. Tito ed i suoi generali avevano impartito ordini molto espliciti, che Carlo Simiani ha cosi condensato: "Sono da considerarsi terre slave quelle al di qua dell'Isonzo e gli abitanti delle stesse crudeli invasori e sfruttatori del popolo iugoslavo... è dovere dì ogni buon soldato comunista liberare città e villaggi, trucidandone le popolazioni senza pietà; sradicare usi e costumi, diffondere la nuova luce dell'Oriente accesa dal verbo marxista [sic!] di Mosca". (da "In nome della resa", pag.545)

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    IL MOVIMENTO PARTIGIANO.
    Gli italiani sono stati ubriacati con le menzogne per centocinquant'anni, affermò al suo rientro in patria, nel 1945, Francesco Saverio Nitti, dopo gli anni trascorsi in esilio per la sua opposizione al fascismo [...] Anche il movimento partigiano, che agiva in nome della liberazione, era fondato su una menzogna. I partigiani italiani vorrebbero farci credere che la loro fu una lunga, nobile lotta contro i mali del fascismo, dell'occupazione e della repressione durante la tremenda campagna invernale del 1944-45 [...] Alcuni gruppi della resistenza agirono con coraggio, e molti dei loro componenti pagarono a caro prezzo, ma la stragrande maggioranza dei "partigiani", circa duecentomila elementi, entrò nei ranghi solo dopo il termine delle ostilità. Alcune fonti affermano addirittura che nel giugno 1945, due mesi dopo la fine della guerra, erano stati distribuiti circa settecentomila certificati di militanza partigiana contro il pagamento di una modesta somma. Anche i gruppi di partigiani in azione durante gli ultimi sei mesi di guerra, divisi fra loro da contrasti politici, avevano dato scarso contributo allo sforzo bellico. (da "La guerra inutile", pag.14)

    Quando la retroguardia della Wehrmacht incominciò a evacuare la città vi fu addirittura una specie di sollevazione, anche se non proprio all'altezza della leggenda popolare. Vi furono alcune scaramucce che si protrassero per quattro giorni e costarono la vita a cinquanta italiani e a meno di una dozzina di tedeschi. Nonostante ciò, la città si convinse di aver espiato con quel gesto il suo passato e di aver diritto al rispetto degli Alleati; ma non lo ottenne, soprattutto da parte dei britannici che continuarono a trattare gli italiani con disprezzo. (da "La guerra inutile", pag.231)

    Non esistono dati precisi, ma, secondo le stime delle attività militari italiane, nel dicembre 1944 vi erano all'incirca 100.000 partigiani dietro le linee nemiche; di questi, però, non più di 10.000 combattevano come veri guerriglieri. Per il resto, si trattava di profughi, oppure di uomini rifugiatisi in montagna per non essere rastrellati dai tedeschi e mandati a lavorare in Germania. (da "La guerra inutile", pag.466)

    Quando fummo a circa seicento metri da Grosio, sentimmo alle nostre spalle alcuni colpi di fucile e delle raffiche di mitra. I partigiani, accortisi che in paese non c'era più un fascista, si erano decisi a liberarlo. (da "La generazione che non si é arresa", pag.51)

    Ponte Valtellina era si in mano ai partigiani. Ma appena ci videro scapparono via. Non ci fu nemmeno bisogno di sparare. Quei pochi che furono raggiunti dai nostri ragazzi gettarono le armi a terra e alzarono le braccia. Vennero liquidati a calci nel sedere. Erano le 10,30 del 28 aprile del 1945. (da "La generazione che non si é arresa", pag.71)

    Basti ricordare le parole del maresciallo Alexander, comandante delle forze alleate in Italia e nel Mediterraneo: "Di tutti i fronti terrestri della seconda guerra mondiale, quello che maggiormente ci impegnò per la tenacia e per l'eroismo del nemico [...] fu il fronte italiano". Ma non ebbe parole di eccessiva ammirazione per quegli italiani che erano andati dalla sua parte, cioè erano saltati sul carro del vincitore, e per i partigiani che pur erano foraggiati e armati dagli Alleati: "La loro collaborazione fu trascurabile e di poco conto". (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.178)

    La liberazione dell'Alta Italia diede nuovo impulso e autorità al CLN. Il numero dei partigiani "della ventiquattresima ora" (cioè scesi in piazza dopo il 26 aprile), aumentò di quattro o cinque volte quello dei partigiani che già operavano prima della cosiddetta insurrezione. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.211)

    Persona di spicco fra i giustiziati, accusato di aver organizzato e finanziato i primi nuclei di partigiani comunisti della Valsesia, era Giuseppe Osella, industriale della lana, il quale, come Elio Vittorini, era stato squadrista, aveva partecipato alla Marcia su Roma, era stato poi una delle personalità più in vista del fascismo vercellese e, fino al 25 luglio del '43, podestà di Varallo Sesia. È ovvio che nella storiografia ufficiale e nell'albo d'oro della Resistenza, Giuseppe Osella, il cui nome è inciso sulle targhe di vie e piazze e al quale fu intitolata allora una formazione garibaldina, figuri come "martire della libertà". (da "I balilla andarono a Salò", pag.15)

    Seguendo il filo della vicenda esemplare dei pochissimi autentici e coerenti antifascisti che languivano nelle carceri e al confino politico, o si trovavano in esilio all'estero, si è accreditata la favola di un lungo processo di netta opposizione al fascismo, che ha le sue radici nel passato prefascista, vive una ininterrotta continuità nelle prigioni politiche e nell'esilio, e da un certo punto in poi cresce e si sviluppa per esplodere fra il 23 luglio e l'8 settembre del '43 nella contrapposizione aperta, dove da una parte sono schierati i "fascisti" (una minoranza), responsabili esclusivi dello sfacelo del paese, e dall'altra quella che sta rapidamente diventando la maggioranza degli italiani, sicuramente orientati in senso "antifascista", mondi da peccati, e che, ribellatisi alla tirannide subita per ventun anni, si batteranno nei venti mesi dal settembre '43 all'aprile '45, con le armi in pugno, per la libertà e per la democrazia. Visione oleografica, la quale, con un sapiente gioco di luci tutte concentrate sul passato esemplare e coerente di quei pochi e di fitte ombre, nelle quali si mimetizzano e si confondono le responsabilità, i coinvolgimenti, i consensi dei molti, riesce a realizzare un'operazione di trasformismo retroattivo per mezzo del quale i più assumono come propria la storia dei pochissimi, retrodatano le loro recentissime e molto spesso opportunistiche abiure alla costante opposizione di quelli, si depurano delle loro responsabilità, fino al punto di autoconvincersi della limpidezza del loro impegno antifascista. A testimoniare una di queste metamorfosi, con la conseguente cancellazione e trasformazione del proprio passato, mi accadde di leggere su una rivista letteraria che Davide Lajolo, discorrendo di Curzio Malaparte e dei messaggi in chiave che questi avrebbe inviato nei suoi reportage dai fronti di guerra dichiarava: "Noi militanti del PCI dal fondo di una cella abbiamo capito dalle corrispondenze che lui mandava dal fronte che i tedeschi non ce l'avrebbero fatta ...". Sembra incredibile, perché è sempre stato noto a tutti che Lajolo non solo non era mai stato "nel fondo di una cella" fascista, ma anzi al tempo in cui venivano scritti quei reportage di Malaparte era un baldo e valoroso ufficiale delle Camicie Nere, reduce da tutte le guerre mussoliniane, alle quali aveva partecipato da volontario, mistico esaltatore di Mussolini e del fascismo fino al 25 luglio '43, che lo colse vice-federale fascista di Ancona. Apparteneva cioè proprio alla schiera di chi aveva rinchiuso nelle celle i pochi superstiti militanti comunisti e vi montava ben armato la guardia. (da "I balilla andarono a Salò", pag.27-28)

    Prima fra tutte la scelta del governo della RSI di ricostituire un esercito di leva, che spingerà, in varie riprese, migliaia di giovani a sottrarsi agli obblighi della coscrizione, nascondersi, cercare rifugio alla macchia e quindi per molti di essi, non fosse altro che per necessità di sopravvivenza fisica, entrare nell'orbita della Resistenza organizzata ed essere col tempo assorbiti nel partigianato. (da "I balilla andarono a Salò", pag.129)

    Scorrendo il libro di Longo, al di là della non gradevole sensazione che produce un'opera avente il preciso scopo di accreditare una versione dei fatti tutta di parte, tutta strumentale, smaccatamente agiografica e celebrativa di chi ha fatto la scelta antifascista, e di contro denigratoria e infamante per chi sta dall'altra parte, chi scrive è inciampato più volte in madornali alterazioni della verità difatti di cui ha conoscenza diretta per avervi personalmente partecipato dalla parte opposta. Ne cito qualcuno. "Diecimila fascisti, che dall'11 marzo erano stati trattenuti in valle dalle forze di Moscatelli, abbandonarono l'11 giugno la Valsesia" (p. 272). Ora quei "diecimila" fascisti cui Longo fa riferimento che lasciano la Valsesia nel giugno del '44, erano la Legione Tagliamento nella quale chi scrive militava. Questo reparto iniziò le operazioni in quella valle nel dicembre del '43 con effettivi che superavano di poco le trecento unità e le terminò, dopo la fusione con un altro reparto (battaglione Camilluccia) e l'ulteriore arruolamento di volontari con un effettivo che non raggiungeva i mille uomini. Inoltre essa non "abbandonava" la Valsesia, ma, dopo aver, con sistemi durissimi e azione continua, occupata con presidi stabili tutta la valle e "ristabilito l'ordine" in quella zona, partiva per andare al fronte sulla linea Gotica, come ho già accennato. Nello stesso libro si legge: "A Camasco (Val Sesia) il 63o Battaglione "M" per due giorni di seguito è attaccato dai nostri distaccamenti e obbligato alla fuga, dopo aver lasciato sul terreno il vicecomandante, trenta morti e la bandiera" (p. 161). Chi scrive c'era. Si trattò di tre brevissimi scontri a fuoco in cui un distaccamento partigiano, con la tecnica del "mordi e fuggi", sparando da posizione elevata sul mucchio di militi ammassati su autocarri e sorprendendo di notte una pattuglia isolata, causò sei morti tra i quali un sottotenente. Non ci fu nessuna "fuga" del reparto che rientrò alla base a Vercelli secondo l'originario ordine di operazione, né fu lasciata alcuna bandiera non foss'altro perché le bandiere si portano in giro nelle parate e non davvero in operazioni di controguerriglia sulle montagne. Questo stesso episodio è raccontato anche nel libro Il Monterosa è sceso a Milano di Pietro Secchia e Gino Moscatelli, nel capitolo "La battaglia di Gamasco", alla quale sono dedicate tre pagine di testo, seguite da una lunga dissertazione di strategia guerrigliera, nelle quali quelle fugaci sparatorie (quella nella quale fui coinvolto personalmente non durò più di pochi secondi!) si trasformano in una serie di operazioni militari cui prendono parte varie unità con coordinamento tattico di mosse, spostamenti, che danno a tutto l'insieme l'incredibile apparenza di una vera e propria battaglia. Sempre in questo libro, altro testo di prima grandezza della mitografia partigiana, si descrive un rastrellamento, iniziato il 5 aprile '44, come una vasta operazione militare alla quale partecipano "colonne" di fascisti e tedeschi di "mille" e "millecinquecento" uomini, dotati di armamento pesante, risalenti la valle da varie direzioni, punteggiata da scontri, resistenze fisse e mobili, attacchi, ripiegamenti, contrattacchi che danno l'idea di una vasta battaglia dove sono impegnate ingenti forze anche da parte garibaldina, e articolata in mosse tattiche, spostamenti, azioni a vasto raggio e via discorrendo. Anche in questo caso chi scrive era là e può testimoniare per esperienza diretta. La colonna di "mille uomini" di cui facevo parte era composta in realtà dalla II compagnia del mio battaglione, che avendo lasciato ovviamente alla base scritturali, furieri, piantoni eccetera, forse arrivava alla consistenza di 90 uomini. La sua marcia sulla neve fu contrastata all'altezza del passo Baranca da due raffiche di mitragliatrice (che ferirono a una gamba un ufficiale), sparate da un partigiano appostato dietro una roccia e che colpito dal fuoco di risposta degli uomini in testa alla colonna fu abbandonato agonizzante nella neve dai suoi compagni che si dileguarono. Unico caduto di tutta l'operazione. Potrei andare avanti così per innumerevoli episodi, "scontri", "battaglie", "cicli di operazioni" eccetera, gonfiati e romanzati a tal punto, da risultare identificabili da parte di chi c'era solo per una data, il nome di una località, ai quali presi personalmente parte o che mi furono riferiti a caldo direttamente da compagni d'arme che vi avevano partecipato. [...] Come ad esempio, cogliendo nel mazzo, la "relazione sui fatti d'arme del 12-13 gennaio del 1944" cui partecipò la banda "Italia libera" del PDA in Valle Grana nel Cuneese, e che ritengo emblematica di questa propensione alla gigantografia che sembra dominare la letteratura e la memorialistica resistenziale. In quell'occasione, in cui un reparto tedesco forte di cinquecento uomini, appoggiati da quattro autoblinde e quattro cannoni semoventi si scontrò con un centinaio di partigiani malamente armati, equipaggiati e diretti, secondo la relazione suddetta, dove si descrivono le varie complesse fasi della "battaglia", alla fine degli scontri "le nostre perdite ammontano a un morto, cinque feriti e due dispersi (gruppo Damiani). Le perdite nemiche a cento uomini". Queste macroscopiche gonfiature dei fatti, dove mille diventa diecimila, sei si trasforma in trenta, novanta cresce fino a mille, dove un battaglione di uno dei più agguerriti e ben armati eserciti del mondo lascia sul terreno un quinto dei suoi effettivi contro un solo morto di una banda di un centinaio di uomini sommariamente armati, furono tranquillamente ammannite all'opinione pubblica, stampate in ponderosi volumi dai maggiori editori italiani e imposte come verità storiche. (da "I balilla andarono a Salò", pag.131-134)

    "Di quell'afflusso nelle bande di renitenti alla leva fascista cioè di elementi giovanili che, almeno in parte, intendevano sottrarsi all'obbligo di combattere per i tedeschi, ma non avevano ricevuto nessun addestramento né avevano alcuna precisa volontà di battersi contro l'occupante e il governo di Salò", Edgardo Sogno, medaglia d'oro della Resistenza, il quale esaminava direttamente il fenomeno, ma senza le lenti deformanti di una ideologia che voleva accreditare a tutti i costi una ben precisa versione dei fatti, concludeva così: "La posizione di costoro è descritta nel commento che colsi sulla bocca di un cittadino qualunque: "Questa gente non aveva nessuna voglia di fare la guerra. Adesso gli hanno detto che è patriottico non farla. E naturale che vada in montagna"". Nel gennaio del '44, chi scrive fu presente alla resa, nel paese di Goggiola, in provincia di Biella, di una formazione partigiana, la Giacomo Matteotti. Questa banda era formata da non più di una ventina di giovani, miei coetanei o di poco più anziani che stremati dalle fatiche, il freddo, i disagi dell'inverno, incalzati dalla nostra azione, avevano deciso di deporre le armi e "presentarsi alle autorità". Con essi ebbi modo di conversare a lungo e dai loro racconti vennero fuori, in un quadro di continue marce e fughe estenuanti, carichi di materiali da spostare da un rifugio all'altro, di notti insonni, di scarso cibo, le motivazioni che li avevano spinti a rifugiarsi in montagna che erano appunto quelle pure e semplici di sottrarsi al servizio militare, perché ritenevano che la guerra dopo l'armistizio fosse ormai finita e soprattutto nel timore di essere "mandati in Germania", nei campi di addestramento che si andavano approntando per le divisioni italiane dell'esercito di Graziani. D'altronde come poteva essere diversamente per giovani appartenenti a modestissime famiglie, la cui educazione si era svolta fra la frequentazione della parrocchia, della scuola (fascista) e il lavoro? Dove trovare motivazioni "alte", per una scelta "resistenziale" consapevole e responsabile, che avesse un qualche contenuto "politico", la quale poteva scaturire solo da una informazione di gran lunga superiore alla media o da esperienze personali particolarmente importanti direttamente vissute?. (da "I balilla andarono a Salò", pag.134-135)

    Giorgio Albertazzi, che fu mio compagno d'armi, in un passaggio di un suo libro autobiografico, racconta la pietosa riesumazione dei corpi di alcuni suoi militi uccisi in una imboscata tesa loro dai GAP. A quei giovani soldati erano stati cavati gli occhi con l'uncino della "M" mussoliniana che il nostro reparto portava sulle mostrine. Al Ponte della Pietà, alle porte di Borgosesia, in una notte di massacro, vi furono da parte dei partigiani di Moscatelli atti di una ferocia inaudita come raccontato da uno di loro stessi, li presente: "Il tenente è ucciso dal Pesgu [comandante partigiano] che gli prende il mitra. Mario è feroce, ogni suo atto è impregnato di odio: ne ammazza altri cinque a colpi di pistola, a un milite gli dà sette pugnalate [...] c'era qualcuno che bruciava vivo dalla paura sul camion e uno aveva le mani alzate, gli bruciavano gli abiti addosso, era una torcia umana: "Non ammazzatemi. Tiengo mamma in Sicilia", [...] ma ormai era ridotto malissimo, oltre che ferito tutto bruciacchiato. L'ho buttato giù dal camion [...] e il Pesgu l'ha ammazzato". (da "I balilla andarono a Salò", pag.142-143)

    Erano questi i sentimenti che animavano quei giovani cresciuti all'ombra del suo mito, espressi in modo così appassionato, ancora nel giugno '42, da uno di essi, Davide Lajolo, ufficiale delle Camicie Nere, volontario nelle guerre d'Etiopia, di Spagna e nell'ultima, decorato al valore, autore di romanzi di appassionata fede fascista. [...] Lo stesso Davide Lajolo, non più tardi di tre mesi dal 25 luglio, che lo sorprese vice federale di Ancona, riapparirà con il nome di battaglia di "comandante Ulisse" sui monti del Piemonte con la budionka, il famoso berretto a punta con la stella rossa della cavalleria sovietica, sul capo, il pellicciotto stile GPU, in veste di comandante della VIII e IX divisioni garibaldine, le armi spianate contro quei fratelli minori che di quel mito sembra ancora non siano riusciti a liberarsi, o che comunque, consapevoli o no, se ne sono andati a caricare sulle fragili spalle il peso. (da "I balilla andarono a Salò", pag.152-153)

    Anche l'esposizione e lo strazio dei cadaveri di piazzale Loreto non fu un accidente: fu, per un verso la diretta, inevitabile, necessaria conseguenza e conclusione di quella macelleria, dell'odio e della ferocia che la sovraintese, e per l'altro la calcolata, deliberata e attuata conclusione "popolare" di quel bagno di sangue, nel quale si volle coinvolgere nell'infamia e nello scempio tutto il popolo. Come tutti i congiurati delle idi di marzo sono spinti a immergere i loro pugnali nel sangue dell'abbattuto Cesare per condividerne l'assassinio, così quei cadaveri furono portati a Milano ed esposti affinché la macelleria della fazione fosse legittimata dallo scempio della folla, consacrata dalla partecipazione della massa. Quanti degli uomini e delle donne che scalpiccianti, in una città dove ancora non sono stati ripristinati i servizi pubblici, accorrono lì a formare quella folla bisbigliante, come ci mostrano i filmgiornale, erano scesi in piazza negli anni precedenti a osannare eccitati ed esaltati lo stesso uomo le cui membra vengono ora mostrate come quelle dell'animale totemico abbattuto e dilaniato in un rito sanguinano e primitivo. (da "I balilla andarono a Salò", pag.167)

    Un'ultima variabile, infine, è data dall'affluenza affrettata di nuove reclute nelle file partigiane. A partire dal mese di marzo 1945, con l'avvicinarsi della bella stagione e la soluzione del conflitto ormai prossima, un gran numero di elementi entra nelle formazioni [...]. (da "La resa dei conti", pag.123)

    Nonostante le cause che provocarono il suo sorgere e gli appoggi che esso ricevette, il movimento partigiano rimase tuttavia, in Italia, fino al tardo aprile del 1945, un fenomeno limitato: la lotta partigiana non acquistò, in altri termini, da noi quei caratteri di massa che contraddistinsero, fin dal suo inizio, l'analogo movimento iugoslavo e che permisero a quest'ultimo di svolgere un ruolo politico decisivo per il destino del proprio paese. (da "In nome della resa", pag.433)

    Anche qui, tuttavia, non si può parlare di un vero e proprio movimento partigiano. Se vi fosse stato, però, sarebbe stato certamente combattuto senza mezzi termini da parte delle autorità militari alleate: non dimentichiamo infatti che Alexander stabili una lista di ben 23 reati punibili con la morte nelle zone occupate, tra cui i discorsi con parole ostili o dispregiative nei confronti delle Nazioni Unite. Non vi è dubbio che anche il governo di Brindisi (o di Salerno o di Roma) avrebbe risposto con la forza delle armi (dei carabinieri e dei soldati regolari) per cercare di stroncare un movimento del genere che avrebbe minacciato la propria esistenza. Fu una fortuna, perciò, che una lotta neofascista (o comunque anti-alleata ed antiregia) non si sviluppò nelle retrovie alleate e nel Mezzogiorno, poiché ciò avrebbe provocato nuovi lutti alla Nazione e nel modo peggiore, poiché, è risaputo, nessuna forma di guerra convenzionale è più crudele di quella partigiana. (da "In nome della resa", pag.434)

    Protagoniste di questa fase furono nuove formazioni che si suddivisero in gruppi armati che furono chiamati in prosieguo, molto pomposamente, "divisioni" e "brigate". Essi operarono come reparti d'assalto alle spalle degli occupanti e dei loro alleati in gruppi di azione partigiana (GAP) e squadre di azione partigiana (SAP), con compiti di attentati e di sabotaggio nei centri abitati. Da un punto di vista bellico l'intera lotta partigiana fece "sanguinare" i tedeschi, con la tipica tecnica delle "punture di spillo", ma non li sconfisse. La vittoria militare fu perciò opera della 5a armata americana e del'8a armata britannica. (da "In nome della resa", pag.434)

    In questa situazione è lecito domandarci se la lotta partigiana, che non accelerò la fine della guerra (o quando lo fece, come a Firenze, lo fu in modo insignificante), fu necessaria oppure no. Se, infatti, i nazifascisti commisero stragi gratuite, quante se ne aggiunsero come reazione alla guerriglia? Eliminò (la lotta partigiana) la distruzione delle nostre ricchezze, le deportazioni : in Germania e la paura che si era impossessata delle nostre città o delle nostre campagne? O piuttosto l'aumentò? Creando difficoltà al governo di Gargnano, impedì a quest'ultimo di arginare l'intromissione tedesca nei nostri affari interni? Si è sempre detto che un popolo non può attendere lo straniero per liberarsi, ma non combattevano forse truppe italiane al fronte, proprio per venire a liberare il territorio sotto occupazione tedesca? Si è sempre detto che la liberazione doveva essere anche politica e sociale. Giusto. Ma era logico combattere contro Hitler, o peggio, contro Mussolini in nome di Stalin? (da "In nome della resa", pag.441)

    L'ingresso dei partigiani nelle città aumentò a dismisura i "combattenti della libertà" dell'ultima ora, con la conseguenza che nessuno ha mai potuto stabilire, neppure approssimativamente, quanti furono i partigiani italiani. Alla fine le domande per ottenere la qualifica di "partigiano" furono 1.600.000! Secondo i dati governativi, i partigiani caduti furono 44.720, a cui si aggiungono 21.168 mutilati ed invalidi. (da "In nome della resa", pag.446)

 

 
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