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Discussione: 25 Aprile

  1. #251
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    Citazione Originariamente Scritto da HADEN
    LE FORZE ARMATE DELLA RSI.
    Fascisti, carogne siete sconfitti.

    Arrendetevi, il 25 Aprile vi seppellira'...

  2. #252
    Assatanata, cogliona & indegna
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    Già cogliona ed oggi anche "indegna di essere italiana"!!!
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    Lo avrai
    camerata Kesselring
    il monumento che pretendi da noi italiani
    ma con che pietra si costruirà
    a deciderlo tocca a noi.

    Non coi sassi affumicati
    dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
    non colla terra dei cimiteri
    dove i nostri compagni giovinetti
    riposano in serenità
    non colla neve inviolata delle montagne
    che per due inverni ti sfidarono
    non colla primavera di queste valli
    che ti videro fuggire.

    Ma soltanto col silenzio del torturati
    più duro d'ogni macigno
    soltanto con la roccia di questo patto
    giurato fra uomini liberi
    che volontari si adunarono
    per dignità e non per odio
    decisi a riscattare
    la vergogna e il terrore del mondo.

    Su queste strade se vorrai tornare
    ai nostri posti ci ritroverai
    morti e vivi collo stesso impegno
    popolo serrato intorno al monumento
    che si chiama
    ora e sempre
    RESISTENZA

  3. #253
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    25 APRILE
    L’importante è non rompere lo stelo
    della ginestra che protende
    oltre la siepe dei giorni il suo fiore
    C’é un fremito antico in noi
    che credemmo nella voce del cuore
    piantando alberi della libertà
    sulle pietre arse e sulle croci
    Oggi non osiamo alzare bandiere
    alziamo solo stinti medaglieri
    ricamati di timide stelle dorate
    come il pudore delle primule:
    noi che viviamo ancora di leggende
    incise sulla pelle umiliata
    dalla vigliaccheria degli immemori
    Quando fummo nel sole
    e la giovinezza fioriva
    come il seme nella zolla
    sfidammo cantando l’infinito
    con un senso dell’Eterno
    e con mani colme di storia
    consapevoli del prezzo pagato
    Sentivamo il domani sulle ferite
    e un sogno impalpabile di pace
    immenso come il profumo del pane
    E sui monti che videro il nostro passo
    colmo di lacrime e fatica
    non resti dissecato
    quel fiore che si nutrì di sangue
    e di rugiada in un aprile stupendo
    quando il mondo trattenne il respiro
    davanti al vento della libertà
    portato dai figli della Resistenza.

    AD UN PARTIGIANO CADUTO

    E’ un fiume di ricordi ormai amico
    la strada che conduce
    a quei giorni lontani di smeraldo
    dove sostammo come creduli ragazzi
    a creare coi sogni nelle vene
    fantasie di speranze e di parole
    fra pugni di “canaglie in armi”
    Forse potrei dimenticare il giogo
    che mi lega all’arco dei rimpianti
    se soltanto le voci dei compagni
    tornassero a cantare
    come quando la vita dilagava
    e tu portavi alla gioia di tutti
    il tuo sorriso di fanciullo
    e la forza serena dei tuoi occhi
    Ma anche se il tempo non ricama
    che fili d’ombra sulla memoria
    e il tormento di quell’assurdo giorno
    quando attoniti restammo
    davanti alla pietà della tua forca
    è pur sempre l’ora della tua lotta
    del tuo caldo vento di libertà
    immenso come grembi di colombe
    in volo fra fiori d’acquadiluna
    Tu solo amico adesso
    puoi scegliere i ritorni
    e dirci ancora
    col battito delle tue ali
    le bellezze della vita
    e le dolci innocenze della morte.

  4. #254
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    NOI CHE CADEMMO

    Fummo una zolla qualunque
    al taglio del vecchio aratro
    che il nuovo trattore ferisce
    inpianto, sudore e lavoro
    Ora ascoltiamo i sospiri
    di neri e snelli cipressi
    dipinti da soffi di sole
    in chicchi di riso azzurrino
    che l’acre piovasco flagella
    Viviamo in bellezze di morte
    fra pioppi inclinati sul rio
    E siamo la gialla pannocchia
    che nutre la fame del povero
    che accende la fede nell’uomo
    Siamo promessa di pace
    che tesse tovaglie d’altare
    e bianchi lini di sposa
    per alta promessa di vita
    ...........................................
    noi che cademmo a vent’anni
    nel sogno sublime dei liberi.

  5. #255
    Pensiero è potenza
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    Wallhalla, corte celeste dalle innumerevoli porte, dove gli eroi defunti dimorano tra i piaceri della tavola e l'ebrezza della battaglie sempre vittoriose
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    LA POLITICA DEI PARTIGIANI COMUNISTI.
    Nei giorni 12 e 13 settembre 1943, i delegati del Partito Comunista Croato e quelli del Partito Comunista Italiano, riuniti a Pisono, avevano convenuto che l'Istria doveva far parte della Croazia [...] La prima conseguenza di questa decisione fu che tutto il movimento partigiano dell'Istria passò sotto il controllo del Partito Comunista Croato e del Movimento Popolare di Liberazione Croato, che consideravano i comunisti italiani dell'Istria come i rappresentanti d'una minoranza nazionale all'interno della futura Jugoslavia comunista. [...] A metà ottobre del 1944, nell'incontro con Edvard Kardelj, esponente dei partiti comunisti jugoslavi, Palmiro Togliatti, segretario del PCI, fece notare che sarebbe stato utile per la causa comunista che l'esercito jugoslavo di Tito occupasse tutta la Venezia Giulia [...] Per raggiungere questo obiettivo, in tutti i luoghi dove vivevano gli italiani, soprattutto a Trieste, il Partito Comunista Italiano avrebbe dovuto cooperare con i comunisti jugoslavi. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.138-139)

    Il 7 gennaio 1945, sulle montagne del Friuli, avvenne l'eccidio di Porzus. Quello di Porzus fu soltanto l'episodio meglio conosciuto della lotta che vedeva i partigiani comunisti considerare nemici da annientare quanti, sia pur partigiani, erano anticomunisti e antislavi (o semplicemente non-comunisti) come i partigiani della brigata Osoppo. [...] Nelle malghe di Grondaz, ove i superstiti della Osoppo s'erano rifugiati, un centinaio di elementi scelti sia in una brigata GAP sia nella brigata Garibaldi-Natisone, eseguendo gli ordini del Partito Comunista, con un proditorio, inaspettato e improvviso attacco, circondarono e massacrarono, parte sul posto e parte più tardi, centinaia di partigiani della brigata "nazionalistica"; fu ucciso, fra gli altri, anche il fratello dello scrittore Pier Paolo Pasolini. Fu una strage feroce, bestiale e rivoltante di italiani commessa da altri italiani che avevano adottato le stesse modalità efferate in uso nei Balcani. Per il PCI si trattò esclusivamente di un'azione con finalità politiche allo scopo di affermare il proprio potere assoluto e incontrastato nel Friuli-Venezia-Giulia, ai confini con l'Austria e la Jugoslavia, per favorire la penetrazione delle forze comuniste di Tito nell'intera regione. Il tricolore che sventolava sul tetto d'un rifugio venne strappato e distrutto. Il capitano De Gregori e i suoi vennero torturati, evirati, sfigurati, ad altri furono cavati gli occhi, e i superstiti, che sopravvissero al primo fulmineo attacco, uccisi nei modi più turpi e spaventosi, a colpi di bastone e di martello per risparmiare munizioni. Capo operativo dell'attacco e del massacro di Porzus fu il partigiano "Giacca" che agì in obbedienza alle direttive del PCI impartite dal commissario delle Formazioni garibaldine del Friuli, detto "Andrea" (al secolo Mario Lazzero che, nel dopoguerra, fu segretario della Federazione Comunista di Udine e, nel 1981, deputato al Parlamento italiano. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.159-160)

    Insomma quei "fascisti" e quegli "antifascisti" si incontrano, discutono, si promettono aiuti reciproci, ai primi si forniscono addirittura indirizzi di persone ricercate che vivono in clandestinità. E chiaro che, da parte di chi si è ritratto in attesa, si vuole superare quel momento senza rotture drammatiche con chi invece ha scelto per il rifiuto dell'armistizio e intende ancora battersi contro il nemico di ieri. Si vuole vedere come evolvono le cose non essendo gli esiti del conflitto, dal quel punto di prospettiva e con le informazioni a disposizione, ancora completamente scontati, e comunque essendo convinti che tanto la liberazione quando avverrà non potrà essere che a opera delle armate alleate, all'arrivo delle quali i partiti che si vanno riformando potranno venire allo scoperto e riorganizzare la vita politica del paese, senza grossi traumi. Questo stato di cose è chiaramente evidenziato anche da parte antifascista da chi testimonia direttamente per esperienza personale. Ecco come Giovanni Pesce, responsabile dei GAP torinesi descrive una delle riunioni con gli esponenti dei partiti che stanno dando vita ai CLN, nella quale i moderati sono la quasi totalità e rifuggono da qualsiasi presa di posizione radicale che possa portare a conseguenze irreversibili. "L'atmosfera è curiosa, quasi di cospirazione ottocentesca [...] l'orientamento generale sembra essere quello di prepararsi per il momento in cui gli alleati arriveranno. Mantenere i contatti reciproci, organizzare i rispettivi movimenti politici per ogni eventualità. Anche le intenzioni più concrete di qualcuno naufragano in questa atmosfera: tutto sta per approdare a un nulla di fatto. Tra poco ci congederemo con un "buon appetito" e a presto [...]. Chiedo la parola [...]. Senza circonlocuzioni faccio capire chiaramente che l'ora dei discorsi è passata. È il momento di passare all'azione [...] le mie parole vennero accolte con evidente fastidio. Con cortesia mi fecero capire che avrebbero gradito come rappresentante del Partito Comunista un individuo più tranquillo. Lasciai quella sala convinto che bisognava cominciare ad agire perché gli antifascisti ci seguissero". La diffidenza verso i comunisti e il rifiuto alle loro pressanti sollecitazioni ad "agire", in quegli ambienti moderati, che per tutte le loro reticenze e riserve vengono bollati del marchio di "attendisti", ha a fondamento la consapevolezza che i comunisti, sostenuti in quella scelta dalla pattuglia degli azionisti, si battono per un disegno, che va al di là della vittoria sulla Germania e che è per i primi il capovolgimento degli attuali assetti sociali, per l'attuazione della rivoluzione proletaria, e per gli altri una rigenerazione radicale e altrettanto sanguinosa della società in senso giacobino. (da "I balilla andarono a Salò", pag.113-114)

    Insomma a poco più di due mesi dall'armistizio, la situazione sembra si stia avviando verso uno stato di non belligeranza tra i due schieramenti, di una fragile trepidante tregua nella quale dalla parte "antifascista" c'è una maggioranza moderata che per varie motivazioni non ha alcuna intenzione di venire a una rottura cruenta, e da parte "fascista", oltre a un'autentica aspirazione alla riconciliazione nazionale diffusa in vasti ambienti, ovviamente, tutto l'interesse, anche per la minoranza più radicale e revanchista, che la situazione si stabilizzi in modo da poter attuare il programma della ricostituzione di una forza armata da portare sulla linea del fronte a riscattare con le armi l'onta dell'8 settembre. [...] Per i comunisti infatti, che la situazione si "normalizzi" su posizioni di tregua è un pericolo da scongiurare a tutti i costi. Essi non potrebbero mai accettare che la "liberazione", come in sostanza si attendono i moderati e come e avvenuta nel sud d'Italia, si realizzi a opera degli eserciti alleati, affiancati dalle poche unità regolari del regio esercito salvatesi dal disastro, con l'ausilio tutt'al più (come prevedono i comandi anglo-americani) di una rete d'informazione e nuclei di sabotatori dietro le linee tedesche alle dipendenze dell'Intelligence alleata (sono queste in sostanza le originarie finalità della organizzazione "Franchi" di Edgardo Sogno). Compito specifico del PC è realizzare il progetto rivoluzionario mondiale mentre una soluzione del genere condurrebbe nient'altro che a una sorta di restaurazione, poiché alle spalle di quegli eserciti, avanza e riprende gradualmente autorità il governo, che in via formale è il solo legittimo, nel quale, ovviamente, prevalgono i partiti "borghesi", che rappresentano quei ceti che sono stati il reale sostegno del fascismo, i quali altro scopo non hanno che quello di conservare l'attuale assetto sociale con la sola variante di restituire al paese un sistema politico di democrazia parlamentare. Acconsentire a ciò sarebbe per il partito comunista buttar via un occasione unica: quella cioè di una nazione disgregata, dalle strutture statali in pezzi, con tutto il sistema dei valori borghesi in crisi profonda, in preda a sgomento e percorsa da fremiti di rivolta; una situazione da manuale (cui altro non poteva condurre la guerra capitalista e imperialista!), campo ideale in cui inserirsi prepotentemente, e gettare le basi strategiche, le posizioni di forza da cui operare a conflitto concluso in vista del traguardo della rivoluzione. Che è la sola reale meta dei comunisti, sia dei quadri intermedi e dei militanti, posseduti da una fede cieca nel prossimo avvento del comunismo, sia di una classe dirigente che si è formata e consolidata dentro le strutture organizzative del Comintern, ha partecipato alla elaborazione e alla esecuzione dei suoi progetti rivoluzionari planetari, è sopravvissuta alle purghe staliniane degli anni trenta ed è divenuta, senza esagerazioni, nient'altro che una delle più fedeli cinghie di trasmissione della strategia mondiale dell'URSS, alla quale è riconosciuto senza riserve il ruolo di paese guida del movimento mondiale. (da "I balilla andarono a Salò", pag.115-116)

    Per i comunisti allora non c'è che un imperativo: vanificare quel progetto di ricomposizione, spingere alle estreme conseguenze quella situazione di latente guerra civile, "far esplodere le contraddizioni" che si nascondono dietro quei tentativi di compromesso e di mediazione, perché la rivoluzione ovviamente non ha bisogno della composizione ma dello scontro, del taglio netto. [...] "E ovvio poi che siano gli antifascisti a muoversi prima dei fascisti e che si muovano per primi i comunisti: tocca ad essi provare con le armi che ci sono degli italiani pronti a battersi, pronti a pagare il biglietto di ritorno alla democrazia; al neofascismo, si sa converrebbe la quiete interna a prova del consenso o della rassegnazione popolare". [...] Gli antifascisti che partecipano agli incontri di Venezia, di Modena, di Firenze per fare opera di pacificazione, l'antifascismo, potremmo dire "nostrano", quello che si è manifestato, anche nella sua ala sinistra nei Gianquinto e nei Concetto Marchesi (quando ancora si muove liberamente e non ha ricevuto alcun "ordine" dalla direzione del suo partito), quelli che a Ferrara si incontrano con il federale Igino Ghisellini, gli esponenti del partito socialista dell'Emilia che prendono contatti con il federale di Bologna Eugenio Facchini, e tutti coloro che a vari livelli si muovono sulle stesse linee, tutti questi rifiutano la strada che una volta imboccata non può portare che a un'insanabile spaccatura del paese. Chi determina la svolta della guerra civile, la scelta delle armi e dello scontro senza esclusione di colpi, è la direzione del partito comunista che decide di dare immediatamente inizio a una campagna di attentati terroristici, di agguati a uomo, allo scopo di esasperare le reazioni dell'avversario, far esplodere la violenza latente, zittire ed emarginare i moderati, i conciliatori, far fallire, quindi, il progetto di normalizzazione. [...] La scelta del terrorismo urbano non è di quelle che si possano lasciare alle iniziative locali e infatti Paolo Spriano ci dice che fu presa dalla direzione del partito comunista "prima di quella della costituzione dei distaccamenti Garibaldi". Più chiaro di così. Non formazioni armate sui monti o nelle campagne per operazioni militari, sabotaggi a installazioni tedesche, colpi di mano a colonne, ponti, ferrovie, ma il terrorismo urbano, l'agguato contro i "fascisti", soprattutto là dove si ventilano possibilità di intese, di convivenza tra le due parti. (da "I balilla andarono a Salò", pag.117-118)

    Le uccisioni di Ferrara, di Milano, di Bologna, di Torino, che videro cadere uomini moderati e conciliatori, quali Igino Ghisellini, Aldo Resega, Eugenio Facchini, Ather Capelli, per citare solo i più noti di una foltissima schiera, sono tipiche azioni di provocazione terroristica. Compiute quasi senza alcun rischio da due o tre uomini, esse ebbero la capacità di suscitare puntualmente enormi risonanze e scatenare reazioni sproporzionate sia nella misura che nella violenza, come era nelle previsioni. A questo proposito, Carlo Silvestri, il socialista che aveva capeggiato la campagna di stampa contro Mussolini all'epoca del delitto Matteotti, il quale fu nel periodo delle RSI uno degli uomini più attivi nel tentativo di gettare un ponte tra le due parti, e al quale si deve il salvataggio di tanti antifascisti arrestati dalle SS o denunciati alle varie polizie fasciste, tra i quali Ferruccio Parri, Riccardo Lombardi, dichiarò: "Affinché non vi siano ombre sulla mia chiarezza, testimonio ancora una volta, che tutte queste uccisioni furono volute col criterio di esasperare la situazione e rendere inevitabile la guerra civile secondo il desiderio di Londra e di Mosca". [...] Alberto Franceschini, uno dei capi storici delle BR, il quale da ex partigiani comunisti, con la consegna delle vecchie armi di quelli, riceve l'investitura della continuità della Resistenza ("il filo rosso della rivoluzione"), ha dichiarato: "La storia non si può negare. La mitologia del nucleo storico delle BR è fatta proprio di quegli episodi e di quei racconti [di ex gappisti]... Noi avevamo il mito dei GAP. A Milano alcuni entrarono nelle BR sull'onda dei racconti della Volante Rossa" ("La Stampa", 3 settembre 1990). (da "I balilla andarono a Salò", pag.119-121)

    Malgrado ciò, gli uomini più avvisati, Mussolini per primo, si sforzano di placare gli animi, ben consci degli scopi che la strategia dell'assassinio politico si propone: "Mussolini è ben consapevole del rischio che la provocazione terroristica provoca. E invita a non rispondere a non lasciarsi trascinare nel gorgo della vendetta", scrive Giovanni Dolfin, suo segretario, che ne registra le parole: "Gli avversari che hanno da tempo inaugurato l'assassinio politico come sistema di lotta, fanno evidentemente il possibile per portarci sullo stesso terreno. Sarebbe da parte nostra un grave errore il seguirli, facendo il loro giuoco". (da "I balilla andarono a Salò", pag.122)

    E allora i moderati e i conciliatori, anche se si sforzeranno di continuare la loro opera per tutti i venti mesi della RSI, vengono attaccati dalla parte più dura e intransigente del fascismo repubblicano, dai violenti che altro non attendono che quella provocazione per scatenare sanguinose rappresaglie e smisurate vendette. Vengono screditati, smentiti dai "fatti" stessi, emarginati, zittiti. L'offensiva terroristica ha sortito i suoi effetti. Il rischio dell'apaisement è scongiurato a colpi di rivoltella, seguiti dalle atroci ritorsioni, le esecuzioni sommarie. Gli estremisti del fascismo repubblicano sono caduti nella trappola della provocazione terroristica. [...] Il partito comunista ha vinto la sua prima importante battaglia. Ha inchiodato la RSI nell'atto feroce della rappresaglia "stupida e bestiale", come l'ha giudicata lo stesso Mussolini, la quale suscita nella massa della popolazione immediate reazioni emotive di rifiuto, e negli ambienti ancora incerti prese di distanza sempre più nette e generalizzate. E ha tracciato la linea divisoria. [...] Di qua i "combattenti della libertà", formula che santifica tutti, indipendentemente dal passato, le personali responsabilità in quello che è stato il fascismo reale, le adesioni, i coinvolgimenti e gli scopi reali della loro azione attuale: primi fra tutti naturalmente i comunisti che si sono conquistati sul campo per attivismo, determinazione e con la "propaganda delle armi" il ruolo di guida dell'antifascismo combattente, che ancora timido e incerto nelle altre componenti, comincia a muovere i primi passi nella resistenza armata. (da "I balilla andarono a Salò", pag.123-124)

    "Eravamo giovani ed idealisti, per noi l'obbiettivo era soltanto la "sovietizzazione" dell'Italia" confessava ricordando quei tempi l'ex capo partigiano Mendel a "Il Giornale" l'8 settembre 1990. (da "I balilla andarono a Salò", pag.125)

    Per i comunisti la guerra non era affatto finita, ed è questo il punto essenziale. Il conflitto, nello scacchiere europeo, si era concluso solo per le democrazie occidentali, per chi aveva lottato per sconfiggere la Germania nazista e ricreare le condizioni per il ripristino di sistemi parlamentari di democrazia borghese, non certo per chi doveva attuare la rivoluzione. Per tutto il corso della lotta partigiana, la preoccupazione centrale di comunisti e azionisti - come risulta chiaramente dagli scritti del più puro e nobile di loro, Dante Livio Bianco - è per il "dopo": mantenere l'organizzazione costituitasi in montagna, coltivare lo spirito delle formazioni, e soprattutto raccogliere e occultare il maggior numero di armi per il "dopo". Con il crollo apocalittico della Germania per i comunisti si è toccata solo una tappa; la meta ultima è un'altra, è la presa del potere in nome del proletariato, l'abbattimento del sistema capitalista e l'instaurazione di un nuovo ordine collettivistico, quello che a macchia d'olio, nel giro di pochi anni, venne realizzato nei paesi dell'Est. Allora sarebbe un errore inaudito non cogliere quel momento così favorevole per togliere di mezzo coloro che, se lasciati in vita, domani, allo scoccare dell'"ora x", di certo si sarebbero nuovamente parati contro a ostacolare proprio il balzo conclusivo. Come lasciarsi sfuggire quella opportunità di mani libere per compiere sbrigativamente e alla chetichella quell'operazione di pulizia che si era spasmodicamente attesa per mesi e che in quei giorni tumultuosi sarebbe stata coperta dal frastuono delle celebrazioni, giustificata dalle universali esecrazioni, e colpevolmente ignorata dalle paure dei moderati?. (da "I balilla andarono a Salò", pag.171)

    Non si trattò di "episodi", di "frange estremiste", di "schegge impazzite", come si è cercato di contrabbandare ogni volta che dagli armadi della Resistenza mucchi di scheletri che chiedevano una parola di pietà e di giustizia, sono rovinati fuori dai battenti socchiusi. C'era una precisa volontà politica, una chiara necessità rivoluzionaria che spingeva a quel massacro, alla quale faceva da sostrato un "animus" diffuso, suscitato e coltivato da scritti, discorsi, messaggi più o meno palesi, e radicato in ben chiare premesse teoriche. "Non basterà colpire l'idea: bisognerà colpire chi si è macchiato sentendo l'idea fascista e chi si macchierà di fascismo. Occorre epurare: colpire gli individui renitenti, distruggerli, eliminarli integralmente: disinfettare l'aria infetta [...]. L'eliminazione dovrà colpire migliaia di fascisti e i colpiti saranno sempre pochi [...]. Non arrestiamoci per sentimentalismi o per stanchezza [...]. Intere classi e categorie sociali vengono coinvolte nella condanna del fascismo: colpire il fascismo significa colpire queste classi, significa distruggerle. Borghesia reazionaria e feudale, parassiti sfruttatori, cialtroni e farabutti, plebe senza coscienza e senza dignità [...], tutta questa genia va colpita". (da "I balilla andarono a Salò", pag.174)

    La combinazione tra lotta di liberazione e lotta di classe, che anima i combattenti comunisti, determina infatti la naturale accentuazione dell'aspetto epurativo, interpretato come movimento iniziale di un processo rivoluzionario che deve portare all'instaurazione di una società socialista. (da "La resa dei conti", pag.123)

    Per alcuni elementi di fede comunista, la lotta di liberazione deve proseguire nella lotta sociale contro "padroni e sfruttatori" e gli strumenti sono quelli radicali matuati dall'esperienza bolscevica: di qui la violenza contro certi possidenti e sacerdoti. (da "La resa dei conti", pag.132)

    Nel corso di una riunione clandestina, il rappresentante del Pci triestino aveva chiesto che venisse accolto nel comitato anche un rappresentante del Partito comunista sloveno e che si proclamasse ufficialmente che la popolazione giuliana, italiani compresi, desiderava unirsi alla "nuova Jugoslavia dì Tito". La risposta del CLN non poteva che essere negativa e, di conseguenza, i comunisti triestini abbandonarono questo organismo per confluire nel Comitato di liberazione iugoslavo. L'episodio ebbe forti ripercussioni all'interno del CLN Alta Italia che dirigeva la lotta clandestina nel nostro paese, ma il Pci, che vi era rappresentato da Luigi Longo, non sconfessò i compagni triestini. Anzi, più tardi, con una lettera del suo Comitato Centrale (che doveva essere riservatissima, ma che gli iugoslavi si affrettarono a rendere pubblica) si impegnerà a riconoscere la necessità di porre tutte le formazioni partigiane italiane operanti nella regione giuliana sotto il comando slavo, e ad accettare "l'annessione di Trieste e del Litorale alla Slovenia come un inevitabile fatto storico". (da "L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia", pag.54-55)

    Da parte sua, il Pci si schierò apertamente per la linea jugoslava. In una direttiva redatta da Mauro Scoccimarro, allora membro del governo del Sud, si legge: "La Venezia Giulia deve essere conquistata dai partigiani jugoslavi, e dai partigiani italiani che combattono con loro, prima dell'arrivo degli Alleati... I partigiani italiani che combattono con le formazioni jugoslave devono essere considerati a tutti gli effetti partigiani iugoslavi... Nella Venezia Giulia i soli patrioti sono quelli che combattono con gli jugoslavi". Il Pci, grazie al suo ruolo egemone nella Resistenza italiana, ottenne anche che il CLN Alta Italia, benché consapevole che i comunisti avevano abbandonato il CLN triestino, rivolgesse alla popolazione giuliana il seguente invito: "Date vita ai comitati antifascisti italo-sloveni e italo-croati i quali, oltre a organizzare la lotta contro i comuni oppressori, avranno Io scopo di armonizzare gli interessi dei due popoli. Il vostro dovere è quello di arruolarvi nei reparti italiani che combattono nella vostra regione, al comando del Maresciallo Tito, la comune guerra di liberazione. Le armate del Maresciallo Tito sono una parte dei grandi eserciti vittoriosi delle Nazioni Unite: voi lotterete al loro fianco come al fianco dei fratelli liberatori". In uno slancio di "solidarietà", il CLNAI concesse alle forze partigiane del Maresciallo Tito anche un prestito di tre milioni di lire (la metà del capitale di cui disponeva) che non sarà mai più rimborsato e che resterà privo di qualsiasi contropartita politica. (da "L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia", pag.96-97)

    Nel contempo imperversava una violenta campagna filotitina che negava l'esistenza delle foibe e considerava provocatori fascisti tutti coloro che sollevavano la questione giuliana o che cercavano di sensibilizzare gli esponenti della Resistenza per la difesa dell'italianità di Trieste e dell'Istria. A questo proposito è significativa una minacciosa lettera del ministro Palmiro Togliatti al capo del governo Ivanoe Bonomi rintracciata negli archivi dallo storico istriano Antonio Pitamitz. E' datata 7 febbraio 1945 e vi si legge: "Mi è stato detto che da parte del collega Gasparotto sarebbe stata inviata al CLN Alta Italia una comunicazione in cui si invita il CLNAI a far sì che le nostre unità partigiane prendano sotto il loro controllo la Venezia Giulia, per impedire che in essa penetrino unità dell'esercito partigiarto jugoslavo. Voglio sperare che la cosa non sia vera perché, prima di tutto, una direttiva di questo genere non potrebbe essere data senza consultazione del Consiglio dei Ministri. Quanto alla situazione interna, si tratta di una direttiva di guerra civile, perché è assurdo pensare che il nostro partito accetti di impegnarsi in una lotta contro le forze anti-fasciste e democratiche di Tito. In questo senso, del resto, la nostra organizzazione di Trieste ha avuto personalmente da me istruzioni precise e la maggioranza del popolo di Trieste segue oggi il nostro partito. Non solo noi non vogliamo nessun conflitto con le forze di Tito e con le popolazioni jugoslave, ma riteniamo che la sola direttiva da darsi è che le nostre unità partigiane e gli italiani di Trieste e della Venezia Giulia collaborino nel modo più stretto con le unità di Tito nella lotta contro i tedeschi e contro i fascisti". (da "L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia", pag.103)

    Oltre al IX Korpus sloveno, forte di uomini e di mezzi, operavano nella regione due divisioni italiane. La "Garibaldi-Natisone" di chiara tendenza comunista e la "Osoppo", composta in gran parte da alpini che portavano al collo un fazzoletto tricolore come palese testimonianza della loro scelta patriottica. Il contrasto fra le due formazioni non tardò a degenerare: i comunisti consideravano i "bianchi" della "Osoppo" alla stregua dei cetnici e dei domobranci. Li ostacolavano in tutti i modi. […] Era il 22 novembre del 1944. Pochi giorni prima, Palmiro Togliatti aveva scritto a Vincenzo Bianco ("colonnello Krieger"), rappresentante del Pci nel IX Korpus, una lettera in cui spiegava le motivazioni che avevano suggerito alla direzione del Pci l'emanazione di quell'ordine piuttosto scon certante. "Noi consideriamo come un fatto positivo" scriveva il segretario del Pci "di cui dobbiamo rallegrarci e che in tutti i modi dobbiamo favorire, l'occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del Maresciallo Tito. Questo significa infatti che in questa regione non vi sarà né un'occupazione inglese né una restaurazione dell'amministrazione reazionaria italiana, cioè si creerà una situazione profondamente diversa da quella che esiste nella parte libera dell'Italia. Si creerà insomma una situazione democratica." L'ordine di integrarsi nell'esercito del Maresciallo Tìto non era stato accolto con particolare favore dai partigiani della "Garibaldi-Natisone" ma in seguito, grazie all'intervento dello stesso "colonnello Krieger" e dei dirigenti del Pci friulano, i tremilacinquecento uomini della divisione avevano deciso "entusiasticamente" di passare agli ordini del IX Korpus sloveno. (da "L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia", pag.104-105)

    La mattina del 7 febbraio 1945, le sentinelle scorgono sul costone del monte Carnizza un gruppo di uomini armati che salgono alla spicciolata. Sono partigiani garibaldini con la stella rossa sul berretto e il fazzoletto rosso al collo. Li comanda il padovano Mario Toffanin, nome di battaglia "Giacca". Costui spiega alle sentinelle di essere scampato ad un rastrellamento e manifesta l'intenzione di passare coi suoi uomini, circa un centinaio, agli ordini di "Bolla". Quando lo avvertono dell'accaduto, "Bolla" manda Valente a vedere cosa sta accadendo e più tardi, non vedendolo tornare, scende anche lui verso le postazioni delle sentinelle. È a questo punto che ha inizio una tragedia di cui non si conoscono i dettagli. "Giacca", che ha già disarmato Valente, cattura anche "Bolla" con facilità, poi ordina ai suoi uomini di fucilarli. I loro cadaveri saranno ritrovati sfigurati dalle percosse e dalle pugnalate. Subito dopo, "Giacca" ordina ai suoi di dare la caccia agli altri partigiani "bianchi" che nel frattempo stanno cercando scampo fra i castagni del Bosco Romagno. Uno dopo l'altro, cadono nella trappola tutti gli uomini di "Bolla" tranne uno, l'ufficiale degli alpini Aldo Bricco il quale, benché ferito, riesce a salvarsi correndo a perdifiato giù dalla montagna. Per i prigionieri non c'è scampo: dopo essere stati percossi e sputacchiati, finiscono falciati dalle raffiche dei mitra. Fra gli uccisi ci sono anche Elda Turchetti e il fratello di Pier Paolo Pasolini. In tutto, i morti sono ventidue. […] Nel dopoguerra, 37 degli autori della carneficina furono identificati, arrestati e processati a Lucca. Condannati complessivamente a 800 anni di carcere, furono ben presto rimessi in libertà grazie all'amnistia voluta da Palmiro Togliatti. "Vanni" e "Giacca", condannati a trent'anni in contumacia, si erano nel frattempo rifugiati in Jugoslavia, poi si trasferirono in Cecoslovacchia. "Vanni" è stato graziato nel 1959, "Giacca" lo è stato nel 1978 per decisione del presidente Pertini. A quest'ultimo è stata anche riconosciuta, con relativi arretrati, una pensione militare di 670.000 lire mensili che l'INPS continua a versargli. Infatti, mentre scriviamo questo libro, Toffanin-"Giacca" vive ancora in Slovenia, a Scoffie, 500 metri dal confine italiano. Non ha mai ripudiato i suoi delitti e reclama dall'INPS anche la pensione della moglie defunta. (da "L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia", pag.106-107)

  6. #256
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    I MORTI ASPETTANO

    Udimmo il tonfo delle rane
    negli alti silenzi dei meriggi
    e il respiro lieve dei cavalli
    nelle estese vele delle notti
    gonfie di lucciole e di fremiti
    Sulle nostre tavole di fieno
    abbiamo mangiato
    lacrime e canti
    fra grappoli di rondini
    in giostra nel cielo
    Udimmo la scure abbattersi
    sui letti deserti dei boschi
    mentre carri di ricordi
    si trascinavano lenti
    Poi arrivò l’alba
    d’una rossa primavera
    con brezze di mandorli avvolte
    nell’immemore pianto della terra
    Tornammo dalle nostre madri
    dopo una lunga notte insonne
    intonando canti senza dolore
    Le culle delle foglie
    che ci furono compagne
    raccolsero il vagito
    della rinata libertà
    e sui crateri di sangue
    - scavati -
    dalla nostra lotta
    mani nude di orfani
    sfidarono il cielo
    Dal buio delle fosse
    vergini di croci
    gli occhi spalancati
    dei partigiani caduti
    si chiuderanno solo
    se la loro speranza
    diventerà la nostra.

  7. #257
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    UN RAGAZZO DAGLI OCCHI DI SOLE

    Sono tornato dove un ragazzo
    dai grandi occhi di sole
    ha maturato le sue radici
    Sono tornato dove abbiamo
    sepolto la nostra giovinezza
    e dove il nome di battaglia
    nasceva tra bagliori di fuoco
    Ed ho ritrovato la mia estate
    L’estate dei ramarri sui muri
    la fionda dall’elastico rosso
    i piedi scalzi color di terra
    e tutta la luce del giorno
    a tingerci d’ambra le mani
    Qui “giocavamo” alla guerra
    fra siepi di rovi e di more
    dietro lo scudo delle foglie
    povera “canaglia” della libertà
    inerme come grembi di colombe
    Raccogliemmo morte e mirtilli
    e tra cappotti di lune rosse
    rubammo l’oro alle lucciole
    Quando tua madre ingobbita
    come la collina che ti colse
    soffocò l’urlo e i singhiozzi
    nella “tana” d’uno scialle nero
    per te cantarono le cicale
    e si schiusero nidi di viole
    C’era un profumo di ginestre
    nel cielo della tua ultima estate
    Ora ti guardo senza piangere
    compagno dagli occhi di sole
    e mi chiedo se non fu fortuna
    quel tuo andartene allora
    col freddo sudore di morte
    sul tenerume delle labbra
    ancora ebbre di latte materno
    Te ne andasti e forse fu meglio
    perchè adesso solo le pietre
    urlano come monumenti nudi
    e perchè ragazzo senza nome
    siamo ormai pochi a ricordare
    il “sorriso” delle tue tenere vene
    che si svuotavano come calici
    per l’ultimo brindisi alla vita.

  8. #258
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    Altre LAPIDI E MONUMENTI COMMEMORATIVI
    L’autoritratto pubblico della città nella resistenza, disegnato dalle lapidi uniformate dalla dedica “Al martire dell’eterna libertà” e collocate sui luoghi stessi delle rappresaglie, delle esecuzioni o degli scontri, fa di Torino un esempio insolito tra le città dell’Italia uscita dal fascismo, dove il peso di una guerra perduta con esiti catastrofici e delle lacerazioni del 1943-1945, induce più alla rimozione che all’epica commemorativa.
    L’eccezione torinese è il segno di una forte presenza della resistenza antifascista, radicata nella collettività e in grado di organizzarne la memoria1 la cui vitalità si protrae nel tempo producendo, per l’iniziativa di associazioni partigiane, partiti politici, (o, più recentemente, delle Circoscrizioni cittadine) un’altra importante serie di iscrizioni, cippi e monumenti. Si tratta di lapidi diverse per tipologia, in molti casi più vicine alle forme del ricordo dei morti della prima guerra mondiale, dove accanto ai caduti della resistenza sono elencati i caduti sui fronti, nella deportazione, in prigionia, o i civili vittime dei bombardamenti residenti in un quartiere o dipendenti di una stessa azienda. Si ritrovano in esse molti dei nomi già ricordati nelle vie della città: così, ad esempio il nome di Michele Vicari, si trova, oltre che sulla targa apposta sul luogo dell’uccisione in via Casalis, anche nella lapide collocata a Porta Nuova dal Cln ferroviario per i ferrovieri caduti del Compartimento di Torino, e in quella dedicata agli “Eroi della lotta partigiana caduti per la libertà” del quartiere Cit Türin.
    Diamo qui un elenco, anche se non esaustivo, a completamento del quadro delineato nelle sezioni precedenti.

    Targhe collocate sui luoghi sede di riunione clandestina del Clnrp:
    • Albergo Canelli in via San Dalmazzo 5 (lapide già nel salone del ristorante, oggi non visibile per i lavori di ristrutturazione);
    • casa di via Cibrario 68: la lapide ricorda l’attività della “Gina”, Maria Giaccone Tomasini, portinaia dello stabile;
    • Archivio di Stato, via Santa Chiara 40;
    • ex Conceria Fiorio, via Durandi 10;
    • chiesa di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, via Luini 90.
    Lapidi su luoghi di detenzione:
    • caserma La Marmora, via Asti 22, lapide apposta dalla divisione Genio Cremona nel fossato, all’interno della caserma, a ricordo dei partigiani qui fucilati. La caserma era sede dell’Ufficio politico della Guardia nazionale republicana;
    • carceri Nuove, corso Vittorio Emanuele II 127, lapide dedicata ai detenuti politici antifascisti.
    Lapidi, cippi e monumenti nei quartieri:
    • via Reiss Romoli 71/73, cippo dedicato ai caduti per la liberazione;
    • via Lanzo 85, lapide ai caduti partigiani e militari del quartiere Madonna di Campagna;
    • largo Damiano Chiesa, monumento ai caduti dei rioni Barca e Bertolla;
    • giardini Colonnetti, monumento alla resistenza e cippo dedicato a Emanuele Artom;
    • scuola Madonna di Campagna, cippo ai caduti partigiani, deportati e militari del quartiere;
    • largo Montebello 31, lapide ai caduti partigiani di Vanchiglia;
    • corso Vercelli 141/3, cippo ai caduti della Barriera di Milano nella resistenza;
    • corso Racconigi 25, lapide dedicata a Franco Centro e altri nove caduti nella resistenza;
    • via Cimarosa 30, il cippo attuale ha sostituito una precedente lapide dedicata ai caduti partigiani e militari della zona;
    • piazza Martiri, lapide dedicata a ventidue caduti del rione Cit Türin;
    • via Stradella 192, lapide ai partigiani, ai deportati e agli internati militari della quinta Circoscrizione;
    • piazza Bengasi, cippo ai caduti del quartiere Lingotto;
    • via Biglieri 50, cippo all’interno delle case Iacp, dedicato a undici caduti del quartiere nella resistenza;
    • corso Francia 285, lapide dedicata a trentun caduti partigiani del quartiere;
    • via Omegna ex sede dalla Società operaia di mutuo soccorso Campidoglio, lapide dedicata ai soci caduti nella prima e nella seconda guerra mondiale, e ai civili caduti durante i bombardamenti;
    • giardini di via San Donato, cippo, eretto nei giardini a lui intitolati, alla memoria di Domenico Luciano, giovanissimo partigiano fucilato a Givoletto il 23 febbraio 1945. Una seconda lapide lo ricorda all’interno di un circolo già sede di una sezione dell’ex Pci, in via San Rocchetto;
    • piazza Abba 9, lapide collocata il 26 aprile dal Cln a ricordo dei caduti del rione, partigiani, militari, politici e civili, a ricordo dei quali vennero piantati gli alberi sulla piazza; vi è aggiunta una piccola targa dedicata a Carlo Amisano, deportato e morto a Mauthausen;
    • viale Medaglie d’oro, parco del Valentino, i quattro cippi marmorei che riportano i nomi dei decorati con medaglia d’oro a Torino e in Piemonte, riportano anche i nomi dei decorati della resistenza.
    Lapidi nelle aziende
    Si tratta in gran parte di lapidi posate immediatamente dopo la liberazione all’interno degli stabilimenti, quindi non direttamente accessibili, tranne per quelle ricollocate in luoghi pubblici dopo lo smantellamento degli edifici industriali:
    • corso Ferrucci 122, lapide nei locali del Comune di Torino, ai caduti della Fiat Spa, già nello stabilimento di corso Ferrucci, oggi scomparso. All’esterno una piccola targa è dedicata alle maestranze che difesero gli stabilimenti nell’aprile 1945. Le lapidi della Fiat Spa, Grandi Motori, Materiale Ferroviario, Autocentro e Ricambi presentano un’identica iscrizione, che precede l’elenco dei nomi: “Lavoratori di questa sezione Fiat / caduti della liberazione nazionale / aprile 1945 / morti combattendo nella difesa degli stabilimenti / nella lotta partigiana / martiri della rappresaglia nemica / vittime dei campi di concentramento tedeschi”;
    • corso Vercelli 141/3, giardino della Cascina Marchesa, lapide ai caduti della Fiat Grandi Motori, già nello stabilimento di via Cuneo;
    • via Rivalta 15, lapide ai caduti della Fiat Materiale Ferroviario;
    • Fiat Mirafiori, interno stabilimenti, lapide ai caduti dell’Autocentro Fiat;
    • lungo Stura Lazio 53, stabilimenti Iveco, lapide ai caduti della Fiat Ricambi;
    • via Plava 74, lapide ai caduti della Fiat Fonderie - Fucine, già a Mirafiori;
    • corso Marche 41, interno Alenia, lapide ai caduti della Fiat Aeronautica;
    • via Nizza 250, Fiat Lingotto, palazzina uffici, lapide ai caduti della sezione Fiat Osa;
    • corso Romania 161, nello stabilimento TTG, cippo metallico dedicato ai quattro caduti nelle giornate insurrezionali alla Grandi Motori di via Cigna, già in corso Vigevano;
    • via Foligno 2, ex stabilimento Simbi, lapide dedicata a Domenico Brero;
    • corso Lombardia 269, ex stabilimenti Fert; lapide dedicata da direzione e maestranze ai caduti Alfredo Serra, Sergio Mulatero e Luciano Torre;
    • corso Romania, stabilimenti Michelin, tre lapidi ricordano Luigi Fabbris, Giuseppe Marengo e Augusto Montagnin, operai della Snia Viscosa, deportati e morti a Mauthausen;
    • corso Regio Parco 142, ex Manifattura Tabacchi, monumento ai caduti della prima e della seconda guerra mondiale e alle vittime civili;
    • via Bologna 47, lapide ai 9 dipendenti dello stabilimento Nebiolo caduti nella lotta di liberazione;
    • via Verolengo 28; stabilimenti Superga, lapide a tre caduti delle Sap, dipendenti dell’azienda, Luigi Grassi, Francesco Marengo e Corrado Prassuit;
    • corso Mortara 4, interno stabilimenti Savigliano, lapide ai dipendenti caduti su tutti i fronti della seconda guerra mondiale;
    • stazione Porta Nuova; lapide ai ferrovieri del compartimento di Torino caduti nella resistenza;
    • via Mazzini 53, interno uffici Fidis lapide dedicata ai dipendenti della Riv caduti nei bombardamenti e nella lotta di liberazione, già nelle officine di via Nizza, oggi scomparse;
    • via Madama Cristina 149, interno stabilimenti Microtecnica, lapide ai dipendenti caduti per la liberazione;
    • via Asiago 5, lapide a Andrea Marchetti e Giuseppe Neirotti;
    • via Alfieri 10, atrio delle Poste centrali, lapide ai dipendenti caduti nella resistenza Renato Capello e Trento Vannini;
    • via Caraglio 56, ex stabilimenti Lancia, lapide ai dipendenti caduti nella resistenza;
    • via Confienza 10, ingresso della ex Stipel, lapide dedicata a Franco Perucchietto, partigiano caduto, dipendente Stipel;
    • corso Trapani 95, ex stabilimenti Cimat, lapide dedicata a Aldo Gagnor e Dario Cagno;
    • via Reano 10, nei locali del circolo sono ricoverate le lapidi: ai caduti dell’ex stabilimento Solex già in via Freidour; a Elio Fracchia e Pier Davide Frati, caduti partigiani della ex fabbrica Gabbiati, già in via Borgone 48; a Carlo Cravero, dipendente della ditta Pons & Cantamessa, già in corso Racconigi 208;
    • corso Mortara 4, ex Fiat Ferriere, una piccola targa metallica era collocata sul posto di lavoro di Giovanni Dughera, operaio deportato e morto a Mauthausen;
    • via Amati, deposito Atm, lapide a Giuseppe Rigola.
    Lapidi nelle scuole intitolate a caduti della resistenza:
    • Istituto industriale statale Carlo Grassi, via Veronese 305;
    • Scuola media statale Ignazio Vian, monumento con rilievo bronzeo nel cortile dell’edificio scolastico, via Stampini 25;
    • ex scuola elementare statale Fratelli Cervi, via dei Gladioli 13.
    Lapidi a ricordo della deportazione:
    • stazione di Porta Nuova, lapide ai deportati politici, di fronte al binario di partenza dei trasporti per i campi, collocata dall’Aned;
    • Sinagoga, via San Pio V 12, lapide a ricordo delle vittime della Shoah;
    • piazza Castello, lato Prefettura, lapide ai deportati, collocata dall’amministrazione provinciale.
    Ricordiamo infine, il monumento a Nicola Grosa, comandante partigiano, tra i promotori del Campo della Gloria presso il Cimitero monumentale, dove sono raccolte le spoglie dei partigiani caduti (corso Vittorio Emanuele II angolo corso Ferrucci); il cippo dedicato al Corpo italiano di liberazione (via Ventimiglia angolo via Sommariva); il cippo dedicato ai caduti della divisione Acqui a Cefalonia e Corfù uccisi in combattimento e fucilati dai tedeschi nel settembre 1943 (giardini di fronte a corso Ferrucci 122); la lapide posta dal quartiere di Vanchiglia a ricordo delle vittime del bombardamento del 13 luglio 1943.

    1 Cfr. Mario Isnenghi, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi, 1848 - 1945, Milano, Mondadori, 1989, pp. 322 - 324. La vitalità della memoria antifascista è in grado di costruire nell’egualitarismo della dedica “un punto di equilibrio sapiente fra spiriti crociani e giacobinismo, retroterra proletario e lotta armata, in una città di operai e di professori. Per questo, Torino dispone oggi di una fitta e inconsueta rete di luoghi della memoria partigiana, che disegnano un asciutto ma pungente e ben visibile tracciato pubblico cittadino, da un punto all’altro di ogni messa al muro. Qualcuno potrebbe osservare che la città vide anche esecuzioni sul posto di fascisti e che nulla, oggi, le rende visibili. Ma proprio questa è una riprova del carattere storico e selettivo di questi autoritratti pubblici.” Per quanto riguarda il profilo peculiare della memoria della resistenza in Italia nei suoi aspetti museali si rinvia a Ersilia Alessandrone Perona, Mémoire des conflits et conflits de mémoire: la Résistance italienne dans les musées, in La guerre civile entre Histoire et Mémoire, Nantes, Ouest Éditions, 1995.

  9. #259
    Con Il Popolo Palestinese
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    minchia e poi dicono che è la festa di tutti gli italiani,almeno sul fatto che è festa solo di una parte concordate?

  10. #260
    Pensiero è potenza
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    PRIMAVERA DI SANGUE.
    Per qualche mese, nel 1945, il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia) ebbe mano libera nell'Italia settentrionale, e fu una carneficina. Non solo le formazioni partigiane si battevano fra loro, ma saccheggiavano liberamente e massacravano chiunque fosse sospettato di essere fascista. Le pattuglie militari alleate, e persino quelle miste che includevano unità tedesche, poterono fare ben poco per ristabilire l'ordine fino a quando non si placò la sete di sangue. Oggi le autorità italiane ammettono che i morti furono ufficialmente 17.322, ma si calcola che la cifra reale oscilli intorno alle 100.000 persone fra uomini, donne e bambini [...] In molti casi furono sterminate intere famiglie, compresi i bambini più piccoli; le case furono saccheggiate e completamente depredate inclusi mobili e indumenti, perché non restasse la minima traccia [...] Esponenti di centro e di destra ritengono che la maggior parte delle atrocità sia stata commessa dai comunisti, che agivano per conto di Mosca. Recenti testimonianze confermano tale tesi. (da "La guerra inutile", pag.15)

    Durante la mattina erano scomparsi un cuciniere e quattro legionari del presidio di Mazzo. [...] Ma nelle prime ore del pomeriggio erano stati trovati nella cantina di una casa di Sernio: massacrati a colpi di pugnale, con gli occhi strappati e gli organi genitali in bocca. (da "La generazione che non si é arresa", pag.35)

    Tedeschi, allora, insorse gridando che io ragionavo così perché non avevo i miei cari in quel dannato paese; che i partigiani erano capaci di catturarli come ostaggi e farli camminare davanti a loro durante l'attacco. Casi del genere, sostenne, si erano già verificati. (da "La generazione che non si é arresa", pag.40)

    Nemmeno io pensavo che gli potessero fare del male. Era un brav'uomo, me l'avevano detto tutti che si era iscritto al Fascio repubblicano mosso solo da un amore infinito per la sua Patria. Invece, quando lo salutai, non gli restavano nemmeno due giorni di vita. Nel pomeriggio del 29 aprile, infatti, dopo le forze fasciste a Tirano, alcuni partigiani lo prelevarono da casa sotto gli occhi della moglie e dei figli. Poi lo costrinsero a correre davanti a loro per le vie della cittadina, sparandogli tra le gambe. Alla fine lo gettarono contro un muro e l'ammazzarono come un cane tirandogli addosso una scarica di bombe a mano. (da "La generazione che non si é arresa", pag.66)

    E poi la notte. Ci stiparono in una settantina dentro un aula. Con noi c'erano delle ausiliarie. I partigiani continuarono ad entrare per ore e ore, ubriachi, pazzi di furore. Ci puntavano i mitra contro lo stomaco: "Tutti gli uomini contro il muro. Guardate, adesso, che cosa facciamo alle vostre ausiliarie. Venite qui, sgualdrine; venite qui luride mignotte". Ho sempre cercato di dimenticare quello che vidi quella notte. Ma non ci sono mai riuscito. (da "La generazione che non si é arresa", pag.76)

    Novemila metri. Ogni metro un insulto. Ogni metro una valanga di mazzate su di noi. Toccarono a tutti. Io, per quanto possa sembrare incredibile, riuscii a schivarle. Per un motivo molto semplice. Mi ero accorto che gli occhi di tutti quei forsennati si posavano sempre sul pistolone da carabiniere che mi ero sistemato alla cintura. Dopo qualche centinaia di metri, allora, aprii la custodia dell'arma e continuai a marciare tenendo la destra sul calcio della pistola. Non ci fu nessuno che osasse più venirmi addosso. Vigliacchi fino all'inverosimile, avevano ancora paura che potessi sparare. [...] Vidi il capitano Martino Cazzola cadere a terra con la testa fracassata. (da "La generazione che non si é arresa", pag.77-78)

    Uno di noi domandò: "E che cos'è il tribunale del popolo?". Io lo sapevo bene, che cos'era, ma non volli dirlo. Ne avevo sentito parlare durante le mie missioni oltre le linee, nei paesi già liberati. Lo componevano, di solito, i più fanatici tra i capi partigiani comunisti. La procedura la inventavano lì per lì. L'unica pena prevista era la pena di morte. E la sentenza veniva eseguita subito: al massimo, entro le ventiquattro ore successive. [...] Allora non riuscii più a tacere: "Non fatevi illusioni", dissi "quei tribunali lì giudicano esclusivamente sotto il profilo politico. A loro basta provare che l'imputato é un fascista. E lo mandano al muro. (da "La generazione che non si é arresa", pag.85)

    Toccò al capitano Cattaneo, anche lui, come Marchetti, della 3 Legione confinaria. Lo condannarono a morte la sera del 1 maggio; lo fucilarono la mattina dopo. Poi le esecuzioni si infittirono e fu il massacro. Di quelle ore, di quei giorni, dodici complessivamente, durante i quali tutti noi vivemmo nell'attesa della morte, ho conservato dei ricordi a volte confusi, a volte nitidissimi. I ricordi di un incubo, comunque, che ancora oggi, a tanti anni di distanza, non sono riuscito a dissipare del tutto. (da "La generazione che non si é arresa", pag.86)

    Era ormai evidente che i patti di resa non sarebbero stati rispettati e che i capi del CLN erano complici nelle uccisioni in corso dovunque. (da "La generazione che non si é arresa", pag.87)

    Il tribunale del popolo era composto da una decina di capi banda, quasi tutti comunisti. I giudici sedevano sul palcoscenico del teatrino della ex Casa del Balilla. Il pubblico, formato in maggioranza di partigiani, si assiepava nello spazio riservato, normalmente, agli spettatori. Il processo era stato rapidissimo. Un capo partigiano aveva pronunciato la requisitoria. Marchetti era imputato di essere fascista, di aver prestato servizio nella Confinaria, di aver partecipato a rastrellamenti e di essere un torturatore di patrioti. Marchetti si era difeso con estremo coraggio. Aveva confermato la sua fede fascista e negato di avere mai torturato nessuno: "Portatemi qui questi patrioti torturati", aveva gridato "li voglio vedere in faccia". [...] Poi, quel tale che fungeva da presidente si era rivolto al pubblico e aveva gridato: "Lo volete vivo o lo volete morto?". "Morto": era stata la risposta. "Il criminale di guerra capitano Marchetti", aveva allora sentenziato il tribunale "é condannato a morte. L'esecuzione avverrà domattina". (da "La generazione che non si é arresa", pag.87-88)

    Quel pomeriggio del 1 maggio i partigiani entrarono a frotte nel carcere. Capi e gregari. Ci guardavano come si guardano solitamente le belve in gabbia. Ghignavano felici. Per tanti mesi avevano dovuto battere i tacchi davanti a noi. Ora, finalmente, ci avevano in pugno. Potevano farci quello che volevano. Per godersi meglio lo spettacolo avevano ordinato agli agenti di custodia di tenere spalancate le porte. [...] E si vendicavano. A me, che ero giunto in Valtellina solo il 20 aprile, uno urlò che mi riconosceva, che mi aveva notato due mesi prima, in un paese che ora non ricordo, mentre giravo mostrando a tutti un barattolo pieno di occhi sinistri di partigiani. Giuro che non sto inventando una sola parola: disse proprio un barattolo pieno di occhi sinistri di partigiani, strappati, naturalmente, da me. (da "La generazione che non si é arresa", pag.89-90)

    Toccò invece al capitano Cattaneo. Accusarono anche lui di torture, sevizie, massacri. Tutto inventato di sana pianta. Rifiutò di difendersi. Quando il tribunale emise il verdetto di morte, gridò con quanto fiato aveva in gola: "Vigliacchi, viva l'Italia". Lo fucilarono la mattina dopo. (da "La generazione che non si é arresa", pag.90)

    Si trovavano tutti d'accordo, in quei giorni, comunisti, socialisti, democristiani, e il risultato fu che circa cinquecento dei nostri pagarono con la vita, tra il 1 e il 13 maggio, la loro fedeltà a Mussolini e all'Italia. La mia testimonianza diretta, infatti, riguarda solo ciò che vidi accadere nel carcere di Sondrio. (da "La generazione che non si é arresa", pag.93)

    "Ma di cosa ti hanno accusato ?", trovò la forza di domandare Martino Cazzola. Paganella scrollò le spalle: "Di niente", rispose con un sorriso "mi hanno incolpato di essere un fascista. Poi mi hanno mostrato una lettera con la quale, mesi or sono, avevo risposto negativamente a uno di loro che mi invitava a raggiungere i partigiani in montagna. Hanno concluso che sono un criminale e un farabutto. Amen". (da "La generazione che non si é arresa", pag.94)

    I nostri tre camerati, infatti, erano stati condannati a morte da un tribunale del popolo, ma l'ordine di esecuzione era stato sospeso perché si attendeva una risposta alle domande di grazia inoltrate al comando generale delle formazioni partigiane a Milano. Ciononostante li avevano ugualmente assassinati. Era fin troppo chiaro, quindi, che nulla e nessuno potevano impedire alle squadre degli assassini rossi, appositamente organizzate dal PCI per seminare quel terrore che ancora oggi permane in tante località dell'Italia del Nord, di agire liberamente. (da "La generazione che non si é arresa", pag.97)

    Gli otto, nessuno dei quali era stato condannato dal tribunale del popolo, vennero prelevati con una scusa qualsiasi e trasportati ad Ardenno. Lì furono mitragliati dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa. Ma la ferocia disumana degli assassini si manifestò in quella occasione con un episodio veramente agghiacciante. I partigiani infatti si erano presentati alla ex Casa del Fascio con un elenco che comprendeva otto vittime designate: sette riuscirono a rintracciarle subito. L'ottava era irreperibile. Tra l'altro non si é mai saputo di chi si trattasse. Allora, per fare il numero, i giustizieri misero le mani sul primo che passò loro accanto, il tenente Enzo Barbini, un pistoiese, e lo ammazzarono insieme agli altri. (da "La generazione che non si é arresa", pag.98)

    Martino Cazzola, il capitano valtellinese delle brigate nere cui i partigiani avevano rotto la testa durante la marcia da Ponte a Sondrio e che divideva la cella con noi, ricevette la citazione a comparire quella sera davanti al tribunale del popolo. [...] Avere in tasca la citazione per comparire davanti al tribunale del popolo, significava avere in tasca il passaporto per l'aldilà. [...] Martino Cazzola tornò dopo due ore. Sembrava impazzito. L'avevano assolto. Proprio così: assolto. Ce lo ripeté, incredulo, felice. Ci disse che alcuni partigiani del suo paese l'avevano difeso, che nessuno aveva potuto accusarlo di nulla. [...] La mattina seguente lo vennero a prendere poco prima dell'ora di aria. [...] Lo ammazzarono tre ore dopo. Lo misero insieme ad altri quattordici fascisti prelevati dalla ex Casa del Fascio. [...] Arrivati a metà strada, però, furono obbligati a scendere. Dovettero scavarsi la fossa. Poi dovettero ammucchiarsi dentro. Vorrei non doverlo raccontare: i partigiani li mitragliarono alle gambe e, mentre quegli sventurati urlavano implorando il colpo di grazia, li irrorarono con decine di litri di benzina. Li bruciarono vivi. (da "La generazione che non si é arresa", pag.102-104)

    Ogni fascista era un criminale. Anzi, il termine fascista era ormai considerato un autentico insulto, un oltraggio. Le descrizioni che si facevano di noi erano semplicemente orripilanti. Avevamo tutti lo sguardo bieco, l'espressione dura e cinica, le nostre pupille erano fosche. Nella migliore e nella più benevola delle interpretazioni venivamo considerati dei poveri dementi traviati. (da "La generazione che non si é arresa", pag.117)

    Le Corti d'Assise straordinarie, istituite con un decreto che portava la firma del Luogotenente generale del Regno, il principe Umberto, contemplavano una tale serie di reati per cui, a pensarci bene, tre quarti del popolo italiano avrebbe dovuto finire in galera, a cominciare da Umberto. Anche l'essere stati figli della Lupa poteva essere considerato un reato: la legge, infatti, era retroattiva. Puniva cioè dei fatti e delle azioni che, quando si erano verificati, fruttavano elogi, decorazioni e promozioni. (da "La generazione che non si é arresa", pag.118)

    Se i massacri e gli eccidi erano infatti a mano a mano diminuiti fino a cessare del tutto, almeno in Valtellina, avevano però cominciato a funzionare le Corti d'Assise straordinarie. E ogni giorno fioccavano le condanne a morte, gli ergastoli, i trenta, i venti anni di galera. I processi si svolgevano, a Sondrio, in una grande aula del Tribunale ed erano presieduti da un magistrato. Ma la giuria popolare, scelta tra cittadini di provata fede antifascista, e il clima in cui si svolgevano i dibattimenti trasformavano i processi in autentici linciaggi. Il pubblico era composto quasi esclusivamente di partigiani o di fanatici di tutti i coloro che urlavano e inveivano contro gli imputati gridando "A morte!". Gli avvocati difensori, nella grande maggioranza, invece di battersi veramente per evitare ai loro clienti le terribili condanne chieste dal Pubblico Ministero, si abbandonavano a lunghi sproloqui durante i quali si preoccupavano, soprattutto, di fare comprendere che, loro, fascisti non erano mai stati. A Sondrio, comunque, non si giunse mai agli estremi cui si abbandonarono i partigiani in altre città, vale a dire a strappare gli imputati dalle gabbie ed ammazzarli per la strada. (da "La generazione che non si é arresa", pag.152)

    Per tutto l'inverno, infatti, le Corti d'Assise straordinarie continuarono a lavorare a pieno ritmo, giudicando decine di migliaia di fascisti. Da un calcolo approssimativo effettuato nell'aprile del 1946 riuscimmo a stabilire che, senza considerare le numerosissime sentenze di morte, i giudici antifascisti, nel volgere di circa un anno, avevano emanato condanne per un totale di circa centocinquantamila anni di galera. (da "La generazione che non si é arresa", pag.255)

    Ma le notizie che più ci tenevano in ansia erano quelle che riguardavano le nostre famiglie: anche se i nostri cari facevano di tutto per nasconderci la realtà delle loro situazioni, riuscivamo quasi sempre a capire, leggendo tra le righe, in quali difficoltà si dibattessero. L'epurazione aveva portata nelle nostre case la miseria più completa, una miseria che le condizioni tragiche in cui versava il Paese rendevano ancor più soffocante. Si era arrivati al punto che alcuni di noi conservavano le scaglie delle saponette inglesi per regalarle ai familiari che venivano a trovarci. Di più non potevamo fare. (da "La generazione che non si é arresa", pag.255-256)

    Il maggiore Visconti raduna i suoi uomini nell'edificio scolastico di Gallarate. Non vuole arrendersi ai partigiani, che non riconosce come corpo combattente, ma a degli ufficiali che rappresentassero la Regia Aeronautica. Cominciano lunghe trattative che finalmente approdano la sera del 28 aprile ad un accordo per la resa alle seguenti condizioni: onore delle armi, salvacondotto a militari e sottufficiali, diritto alla pistola per gli ufficiali e loro trasferimento a Milano per essere consegnati alle autorità militari regolari. [...] Il mattino del 29 aprile Visconti e un gruppo di ufficiali sono trasferiti nella caserma milanese del Savoia cavalleria. Cominciano gli interrogatori. Mentre attraversa il cortile della caserma, Visconti viene riconosciuto da alcuni partigiani: una raffica di colpi lo uccide a tradimento". (da "I disperati", pag.309-310)

    Alla stazione ferroviaria di Valmozzola, piccolo centro della provincia di Parma, il 12 marzo 1944 un gruppo di partigiani fermava un treno in transito facendo scendere tutti coloro che indossavano una divisa militare. Tra questi due ufficiali del "Lupo" (il battaglione che si era costituito il 10 gennaio al comando del capitano di corvetta Corrado De Martino). I due ufficiali, Carlotti e Pieropan, erano in breve licenza. Messi al muro con altri otto militari (tra cui due carabinieri) furono uccisi a colpi di mitra. La loro colpa? Indossavano l'uniforme dell'Esercito italiano della RSI. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.108)

    [...] Bardelli, reduce dal fronte di Nettuno, cadeva in un vile agguato e dopo strenua lotta veniva barbaramente ucciso con nove dei suoi uomini. Furono ritrovati i loro corpi spogliati degli indumenti e dei valori personali, strappati gli anelli dalle dita e i denti d'oro dalle bocche piene di terra e di erba in segno di sfregio. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.110)

    I delitti gratuiti compiuti durante la Resistenza [...] furono voluti e compiuti dai comunisti. Si pose un velo su di essi perché non si ebbe la possibilità, o il coraggio di impedirli, né di punirli né di sconfessarli (Don Luigi Sturzo, L'ultima crociata, La Nuova Cultura, 1956). (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.117)

    Avvalendosi in modo disinvolto della copertura e dell'appoggio del CLN e del CVL, il Comitato insurrezionale, non avendo alcun potere costituito contro il quale insorgere in armi, indicò come nemico, primario quanto generico, i fascisti che dovevano essere tutti ammazzati senza processo perché ... "fuori legge". Ed ecco, dattiloscritto su carta intestata Comitato di Liberazione Nazionale, il testo di una "Circolare segreta": "Disposizioni sul trattamento da usarsi contro il nemico [...] Gli appartenenti alle Brigate Nere, alla Folgore, Nembo, X Mas e tutte le truppe volontarie, sono considerati fuorilegge e condannati a morte. Uguale trattamento sia usato anche ai feriti di tali reparti [...] In caso che si debbano fare dei prigionieri per interrogatori ecc., il prigioniero non deve essere tenuto in vita oltre le tre ore". (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.209-210)

    A Clusone (in Lombardia) un reparto di giovanissimi ufficiali della Guardia Nazionale, spontaneamente disarmatosi dietro promessa della libertà, fu interamente massacrato. A Oderzo (nel Veneto) la compagnia anziani del battaglione Bologna, cui era stata garantita la vita all'atto del loro pacifico disarmo, furono freddamente trucidati sulle stesse vecchie trincee del Piave. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.211)

    In molti casi i partigiani entrarono negli ospedali militari, trascinarono giù dal letto i feriti e li fucilarono nei cortili o sulla strada davanti ai parenti che li assistevano. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.212)

    A Torino, teatro di massacri che non hanno forse nulla da invidiare a quelli della stessa Milano, decine di famiglie, compresi le donne e i bambini, furono gettate dalle finestre dei palazzi. E, tra l'altro, furono trucidate numerose ausiliarie. 'Il trattamento al quale furono sottoposte le donne fasciste, o presunte tali, dalla furia sanguinaria dei giustizieri rossi, rappresenta una delle pagine più vergognose della storia d'Italia [...] Le fototeche e la stampa a rotocalco degli anni immediatamente successivi sono piene di immagini di donne portate alla berlina e anche al supplizio, con i capelli rasati a zero, coperte di lividi ed ecchimosi sanguinanti, tra armigeri ghignanti [...] Migliaia di uccisioni, spesso precedute da stupri e da sevizie d'ogni genere [...] Mandrie inbufalite di bruti su poveri esseri indifesi, colpevoli soprattutto di essere donne [...] e quindi preda facile e vulnerabile per i violenti [...] Il Po fu per molti giorni rosso di sangue e gonfio di cadaveri [...] In un canalone presso la salita del Cansiglio, tra il territorio delle provincie di Treviso e Vicenza, furono buttati non meno di millecinquecento giustiziati [...] Bologna, con i suoi duemila trucidati dei primi giorni, dette il "la" alle efferate numerosissime uccisioni dell'Emilia e della Romagna. Vercelli, Novara, Cuneo, Genova, Alessandria, Brescia, Varese, Savona, Como furono testimoni di scene selvagge; i morti si contavano a migliaia. Ogni villaggio, ogni borgo, dalla Toscana al Veneto, alla Lombardia, alla Liguria, al Piemonte, ebbe linciaggi e numerosi fatti di sangue [...] E nessuna offesa fu risparmiata né ai morti né ai vivi. (da "J.V.Borghese e la X MAS", pag.212-213)

    Valga questo altro esempio. Il 28 aprile 1945 a Rovetta, in provincia di Bergamo, vennero fucilati da partigiani comunisti tutti i componenti del presidio del passo della Presolana, composto da 43 militi di una compagnia della legione Tagliamento, i quali, rimasti isolati dal grosso del reparto, alla notizia dell'avvenuto crollo della RSI, secondo le disposizioni del CLNAI si erano arresi e avevano onsegnato le armi; ma una formazione di partigiani comunisti scesi dai monti si impose con le armi al CLN locale, ruppe i patti e passò per le armi tutti quei prigionieri. (da "I balilla andarono a Salò", pag.22)

    Sull'"Indipendente" dell'11 novembre 1993, Giampiero Mughini scriveva: "Ma diciamolo francamente, quella di Mussolini e della sua donna fu un'opera di macelleria. E ancor più lo era stato il massacro davanti al muretto di Dongo di gente in camicia nera che non aveva nulla di cui essere imputata". Infatti quel massacro, affidato al lapis del colonnello Valerio che andava spuntando con una crocetta su una lista i nomi di coloro che dovevano essere liquidati, fu opera di macelleria, che vide cadere, gli uni accanto agli altri, grandi invalidi, ex combattenti, decorati al valore, funzionari, amministratori, poeti, ex comunisti, molti dei quali senza colpa e senza peccato, accompagnata da tutto il corredo di ferocia, di inutile brutalità (Barracu che come medaglia d'oro pretende di essere fucilato nel petto viene costretto a pugni e a calci a voltare le spalle) e, per Mussolini e Claretta, di sordida fretta, di ambigua clandestinità. Ma fu anche qualcosa di molto molto più. Quella esecuzione sbrigativa e ancora per tanti versi oscura nelle modalità con cui si svolse e nella persona dei suoi esecutori, fu lo scippo da parte di una fazione, attuato con le armi in pugno in modo arbitrario e violento, di un atto il cui diritto di compierlo o no spettava solo e interamente a tutto il popolo italiano. [...] Un atto della stessa identica natura arbitraria di quelli di cui si faceva responsabile il regime e il tempo che con esso si pretendeva di liquidare, per instaurarne un altro di legalità e di sovranità popolare. (da "I balilla andarono a Salò", pag.163-164)

    Fascisti o "presunti tali" furono portati davanti a plotoni d'esecuzione, appesi a un cappio, linciati. Uomini adulti, ragazzi, donne, vecchi, civili e militari, mutilati, ciechi di guerra, giovani ausiliarie denudate e violentate, preti, giornalisti, poeti, attori. Una sagra di odio e di furore. Le strade delle città, gli argini dei fiumi, il terreno scabro sotto il muro di cimiteri di imbrattò di sangue e l'aria si riempì di grida disperate e del crepitare delle armi automatiche. Li si andava a prelevare nelle case, li si rincorreva per le vie a seguito di un semplice presunto riconoscimento: "E lui! E un fascista! È una spia!". Li si riconosceva alla fermata di un tram: "Aspetta, aspetta, ma tu non sei quello?...". Presidi e interi reparti militari che si arresero, consegnarono le armi dopo regolari trattative con i CLN, in totale spregio ai patti stipulati, vennero passati per le armi dopo inenarrabili sevizie. Gente fu prelevata a forza dalle prigioni e scomparve nel nulla, per una rassomiglianza, un accusa senza alcun fondamento. Il generale Teruzzi, venne fucilato tre volte: tre innocenti, per il semplice fatto di portare una barba simile alla sua furono trucidati, implorando pietà e proclamando la loro reale identità. Lui morì nel suo letto molti anni dopo. Giorgio Bocca ha dato una cifra approssimativa tra i dodici e i quindicimila uccisi. No, il suo cuore partigiano lo ha spinto a indulgere, diminuire le proporzioni del massacro, edulcorandolo ulteriormente con l'espressione eufemistica: "soluzione rivoluzionaria". In realtà si trattò di molti di più. Già "L'Opinione" del luglio 1945 riportava la notizia di ventimila "fascisti o presunti tali" eliminati, tra i quali 3.000 donne. Nel 1951 il giornalista Ferruccio Lanfranchi, testimone dei fatti, secondo i suoi calcoli, su "Il Tempo" (13 agosto) avanzava l'ipotesi di 50/60.000 uccisi. E Silvio Betoldi nel settembre 1990 sul "Corriere della Sera" riferiva che in un colloquio con Ferruccio Parri, poco prima della sua morte, questi, che era stato comandante dei volontari della Libertà, gli aveva confidato che si era trattato di "più di trentamila morti". E infatti, di "più di trentamila" si trattò. Come risulta dai dati forniti nel 1994, dopo anni di ricerche, di analisi di elenchi nominativi e di testimonianze, dal gruppo di lavoro all'uopo costituito dall'Istituto Storico della RSI. Escludendo gli uccisi nella Venezia Giulia ad opera dei partigiani titini (23.000) è stato stabilito che, fra militari e civili, gli eliminati dal 25 aprile al 31 maggio 1945, furono 42.000!. (da "I balilla andarono a Salò", pag.168-170)

    Si uccideva, si "giustiziava". Nella "prigione del popolo" in cui venni tenuto con altri tre camerati in quei giorni di furore, dove, dopo essere stati più volte portati contro il muro, per la ferma opposizione di un giovane capo partigiano con cui avevamo trattato la nostra resa, avevamo ogni volta scampato la vita, uno dei giovani patrioti che ci facevano la guardia e con il quale, passati i momenti dell'ira, eravamo entrati in confidenza, ci raccontava come la sera quando era libero dal servizio, con i suoi compagni andava ad assistere ai "processi" che si svolgevano in luoghi simili a quello in cui eravamo prigionieri, cantine, rimesse, e ci riferiva le scene di orrore e di violenza, il terrore degli "imputati", che finivano regolarmente per essere messi a morte. Un mattino lo vedemmo arrivare particolarmente scosso per essersi imbattuto, venendo lì, nel cadavere nudo di un "fascista" cui era stata "segata" la testa, che "stava laggiù all'altro angolo della strada". [...] Tutto ciò, ovviamente, è rimasto coperto, offuscato, non c'è stata una letteratura a diffusione nazionale, recensita sui grandi quotidiani o commentata in televisione, come quella sterminata che illustra le stragi e i massacri attuati dai "fascisti", che ne abbia trattato; solo qualche "buco" qua e là nella cappa di silenzi e di omertà che ha coperto quei giorni e quei fatti e sepolto subito da valanghe d mole di "comprensione" e di "giustificazione". (da "I balilla andarono a Salò", pag.176-177)

    Quarantaduemila morti ammazzati, tra i quali giovani entusiasti, puri patrioti, idealisti e uomini responsabili, quando ormai la guerra era finita e le sorti definitivamente tratte! Quarantaduemila uomini, donne, giovani ausiliarie col baschetto sulle ventitrè e quell'aria di balde "piccole italiane" denudate, oltraggiate e uccise, anziani, invalidi di guerra trucidati, senza processo, senza possibilità di difesa, senza accertamento di prove! In quelle condizioni di violenza e di degradazione fisica e morale. Esposti alla furia di bande sanguinarie, cariche di odio e di vendetta, aizzate da tutto un coro di voci! [...] Non posso chiudere questo scritto senza ricordare il sacrificio di 43 miei giovani camerati, molti dei quali conoscevo personalmente, e i cui volti adolescenti sono ancora qui davanti ai miei occhi, di cui ho fatto menzione nelle prime pagine di questo libro, fucilati il 28 aprile 1945 da una banda di partigiani comunisti a Rovetta, un paesino posto sotto il passo della Presolana, in provincia di Bergamo. La loro fine mi fu raccontata dalla madre di uno di essi, Alvaro Porcarelli, in un pomeriggio di tanti anni fa in un nudo appartamento all'ultimo piano di un palazzone che guardava sul piazzale del Colosseo a Roma. [...] La madre di quel compagno d'arme, una donna sui cinquant'anni, già vedova, era rimasta completamente sola, essendo stati i suoi due "ragazzi, che da quella stessa finestra avevano assistito a tante sfilate e parate militari", uccisi ambedue in quei giorni di sangue. Uno fucilato in quell'eccidio a Rovetta e l'altro "impiccato con il filo spinato", come con la sua voce atona mormorò, in una località delle Langhe. Quei miei giovani commilitoni, comandati da un sottotenente di ventidue anni, molti dei quali convalescenti da ferite e malattie, rimasti isolati di presidio al passo della Presolana, avuta la notizia della fine della RSI e della morte di Mussolini, su pressioni del parroco e di altri maggiorenti del paese si erano arresi al locale CLN e avevano consegnato le armi, come disposto nei bandi affissi dalle nuove autorità. Il giorno successivo, una formazione partigiana comunista era scesa in paese dai monti e, impostasi con le armi al CLN, aveva rotto i patti e deciso di fucilare tutti quei militi. Furono portati davanti al muro del cimitero, fu fatta loro scavare la fossa e vennero fucilati cinque per volta. Ognuna di quelle cinquine, cadendo sotto le raffiche, gridava: "Viva l'Italia". Un'altra cinquina veniva prelevata dal gruppo li in attesa, la facevano schierare davanti ai corpi ancora scalcianti di quelli già abbattuti, e nuovamente quando partiva la salva quei "figli di stronza" gridavano il nome della madre: "Viva l'Italia". Per otto volte, come le donne del paese, che chiuse nelle loro case, terrorizzate tendevano le orecchie a quegli spari e a quelle grida, raccontarono alle madri di quei martiri, quando alcuni anni dopo si recarono lassù a riesumare i resti dei figli, per otto volte, sotto quei monti, nel silenzio agghiacciato di quel giorno, sentirono le voci di quei ragazzi gridare: "Viva l'Italia". (da "I balilla andarono a Salò", pag.178-180)

    Il 19 aprile è la volta del proclama "Arrendersi o perire !", rivolto a militari e funzioni della Repubblica sociale e dell'apparato di occupazione germanico. Il testo merita di essere analizzato nel dettaglio perchè riflette le volontà politiche e le emozioni del clima insurrezionale. Partendo dalla considerazione che "la battaglia finale contro la Germania hitleriana volge rapidamente alla sua conclusione con la vittoria delle Nazioni Unite", il proclama denuncia "la cricca hitleriana e fascista che vuole trascinare nella rovina estrema le forze che restano". La continuazione della lotta è inutile e non può che trasformarsi in un suicidio collettivo delle forze nazifasciste. Per i soldati tedeschi e i militi di Salò, l'unica strada percorribile è la resa incondizionata, con la consegna immediata delle armi: "Una sola via di scampo e di salvezza resta, ancora, ai tedeschi che calpestano il nostro suolo e a quanti, italiani, hanno tradito la patria, sostenuto il fascismo, servito i tedeschi: abbassare le armi, consegnarle alle formazioni patriottiche, arrendersi al Comitato di liberazione". Chi si arrende subito "avrà salva la vita, se non si sarà macchiato personalmente di più gravi delitti": ma "chi non si arrende, sarà sterminato". La conclusione del proclama, di cui si raccomanda la massima diffusione, è lapidaria: "Oggi, subito: arrendersi o perire! Che nessuno possa dire che, sull'orlo della tomba, non è stato avvertito e non gli è stata offerta un'estrema ed ultima via di salvezza". Lo stesso giorno, il Clnai ribadisce il proprio orientamento emanando uno specifico decreto sulla resa delle formazioni nazifasciste. All'atto della resa, tutti i gruppi armati della Repubblica sociale devono essere sciolti e disarmati e i militi raccolti in campi di internamento in attesa di giudizio: "Gli individui già appartenenti alle formazioni militari fasciste, i quali, dopo lo scioglimento di esse, vengono catturati armati, vanno passati per le armi"; gli ufficiali e i soldati tedeschi che si arrendono vanno invece "trattati come prigionieri di guerra e consegnati agli alleati appena possibile". (da "La resa dei conti", pag.94-95)

    Analoghi spunti emergono da una relazione sulla situazione di Milano di inizio maggio. Dopo la disposizione prefettizia del 30 aprile che ordina la sospensione immediata delle fucilazioni arbitrarie e del funzionamento dei tribunali di guerra e la consegna degli arrestati alla Commissione di giustizia, si constatano le resistenze ad ottemperare all'ordine, nonostante esso sia stato diramato dalle autorità resistenziali [...] "Data la fuga precipitosa dei nazisti, rimanevano in città molti fascisti repubblicani e collaboratori del nemico occupante, che non avevano il tempo per allontanarsi. Pertanto oltre un migliaio di questi venivano sommariamente giustiziati dal popolo, che si rovesciava nelle strade alla loro caccia". A Modena il 26 aprile Alessandro Coppi e Arturo Galavotti, rispettivamente presidente e segretario del Comitato di liberazione provinciale, diramano un appello in cui è fatto "assoluto divieto, se non dietro espressa autorizzazione del Cln, di procedere ad arresti ed esecuzioni"; la gravità della situazione e la necessità di porre un freno alla repressione sono confermate il giorno seguente, quando viene diramata a tutti i Cln della provincia modenese una circolare dello stesso tenore. (da "La resa dei conti", pag.104-105)

    Nelle fabbriche, dove la conoscenza diretta rende immediata l'individuazione, l'azione repressiva è ancora più radicale: così alla Fiat Mirafiori, alla Fiat Lingotto, all'Innocenti di Lambrate, alla Pirelli, all'Alfa Romeo. Si colpiscono i fascisti dichiarati, ma, nell'intreccio tra giustizia politica e giustizia di classe, spesso cadono anche i capisquadra più odiosi, i responsabili di reparto che hanno tagliato i tempi di produzione, i quadri che hanno determinato licenziamenti, i capi e i capetti che hanno fatto pesare la propria autorità nelle forme più ruvide ed offensive. (da "La resa dei conti", pag.111)

    Benito Mussolini fu ucciso - anche nel timore, non infondato, che da lì a pochi anni sarebbe potuto ritornare al potere - ma la sua uccisione non fu un atto rivoluzionario, poiché essa non ebbe luogo subito dopo la cattura, da parte dei partigiani che l'avevano scoperto. Non fu un atto rivoluzionario anche perché il Duce non fu subito linciato da una folla inferocita, o da un gruppo, o da un singolo. Non fu infine un atto rivoluzionario perché in Italia... non era in corso una rivoluzione! Si trattò piuttosto di un omicidio a sangue freddo, premeditato, in base ad una sentenza illegale emessa da un organo, il CLNAI, che il 16 agosto 1944 si era arbitrariamente arrogato il diritto di emettere sentenze. Ma soprattutto si trattò di un atto antidemocratico, poiché in una democrazia anche il peggiore assassino - proprio per differenziarsi da lui - ha diritto a difendersi in un processo dove vengono garantiti i crismi della legalità. Il CLNAI terminava dunque la sua attività con un atto che dimostrava la sua eccezionale mancanza di spirito democratico. (da "In nome della resa", pag.430)

    Carlo Simiani, un perseguitato del fascismo e poi partigiano non dell'ultima ora, ha condotto subito dopo la guerra una rigorosa indagine sul numero delle vittime provocate dalla "caccia al fascista" che, iniziata alla fine d'aprile, durò diverso tempo. Secondo le sue ricerche le vittime furono 40.000 (tra di esse gli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida che furono fucilati a Milano, in Via Poliziano 13, il 30 aprile 1945). Ecco come Simiani descrive l'atmosfera che regnava a Milano in quelle sanguinose giornate del tardo aprile del 1945: […] "Già al 26 aprile si parlava di centinaia di fascisti uccisi e di altre migliaia sotto 'processo'. Ma quali processi? Gruppi di irresponsabili intendevano far giustizia da sé e processare con tutte le garanzie stabilite dai codici significava perdere tempo prezioso". […] "I partiti si davano un gran da fare per impossessarsi dei posti chiave, distribuendo cariche a persone che non erano all'altezza del compito loro affidato". "Si era al corrente di molti giustiziati che nulla avevano avuto a che vedere con il fascismo, il più delle volte vittime o delle loro ricchezze o di vendette personali". "Si ebbero anche casi di persone prelevate per carpire loro il denaro e, rilasciate, anche se meritevoli di punizione, mediante l'esborso di cifre notevoli. In mezzo a questo stato di cose che andava generalizzandosi, migliaia di persone incontravano la morte senza subire giudizi, senza essersi potute appellare, quasi sempre prive di conforti religiosi, raramente col permesso di inviare un estremo saluto ai familiari". […] Sì calcola infatti che dal 25 aprile al 30 maggio i morti furono, nel capoluogo lombardo, 3.400. Tra le vittime anche 6 partigiani: il conte Federico Barbiano Belgioioso e cinque suoi compagni, uccisi perché furono scambiati per "fascisti", in quanto avevano un aspetto "troppo distinto" per poter essere dei partigiani! Nel Bolognese operavano, ancora al momento del crollo della "Linea Gotica", circa 1.500 partigiani, di cui 300 in città. Orbene, dopo la liberazione dall'occupazione tedesca, compiuta dalle truppe regolari italiane, i partigiani divennero improvvisamente oltre 20.000 e nel capoluogo emiliano esplose una violenza indescrivibile che colpiva tutti: fascisti ed antifascisti, vecchi e giovani, ricchi e poveri. Una delegazione sovietica, di passaggio in città, che pure proveniva da un paese dove ne capitavano di tutti i colori, rimase impressionata dalla violenza che potremmo anche definire "alla fascista" di cui erano capaci gli italiani. In tutto 1.300 persone vennero liquidate in città (e di esse 800 rimasero non identificate). In Romagna le vittime furono 450: una cifra non solo inferiore a Bologna, ma anche "moderata" per una regione comunemente considerata di "teste calde". Lo stesso dicasi per il Veneto e la Liguria. In Piemonte le vittime furono in tutto 8.000 (nessuna in Valle d'Aosta) e di esse solo 200 nell'Ossola, che pure aveva visto il maggior trionfo militare partigiano. Gli americani avevano ritardato apposta, dice Simiani, l'occupazione del Piemonte per permettere ai partigiani di liquidare tutti coloro che ritenevano, cosa che loro, una volta arrivati, non avrebbero più potuto permettere. In questa atmosfera i partigiani poterono compiere indisturbati, nella zona di Saluzzo, la liquidazione di circa 500 soldati della divisione Monterosa (dell'esercito regolare della Repubblica Sociale Italiana e non necessariamente formata da neofascisti), dopo che la grande unità si era arresa. Assai diverso fu il comportamento dei brasiliani che, il 29 aprile 1945, a Fellegara (Parma), concessero l'onore delle armi a quegli alpini della Monterosa che ebbero la fortuna di cadere nelle loro mani. Anche se il più appariscente, il massacro degli alpini non fu una eccezione. Innumerevoli soldati della RSI, in moltissimi casi colpevoli solo di aver combattuto contro gli Alleati e, al massimo, di essersi difesi dagli attacchi dei partigiani (ma senza mai aver partecipato a rastrellamenti e tantomeno a rappresaglie) vennero orribilmente massacrati da questi ultimi, mentre, se si fossero arresi agli Alleati, avrebbero probabilmente ricevuto l'onore delle armi, cosa che infatti fu concessa (non solo dai brasiliani) a parecchi reparti. (da "In nome della resa", pag.446-448)

 

 
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